di Davide Pellegrini
Parliamo di Storytelling, parliamo di Hasselblad.

Per raccontare un prodotto, lo abbiamo detto più volte, ci vuole una motivazione. La maggior parte delle volte, almeno questo è l’auspicio, dietro l’urgenza di una storia c’è la convinzione di aver trovato una soluzione innovativa, vantaggiosa, vincente a favore del consumatore e dell’utente. Non può esistere prodotto di successo che non parta dall’idea di trasmettere un valore anche intangibile legato alla sua esclusività. È quello che abbiamo chiamato key factor, il fattore chiave, ciò che rende unico e riconoscibile un prodotto, magari legandolo indossilobilmente all’esaltazione della storia stessa del brand, facendone una sorta di icona sospesa nel mito.

Leggendo l’ultimo numero, novembre-dicembre 2017 di The Good Life, troviamo un articolo dedicato all’Hasselblad, un testo di Jean Christophe Camuset che può chiarire le idee. Diciamo che la svolta, per il noto marchio di macchine fotografiche svedese, arriva nel 1937 quando Victor Hasselblad, che era andato a studiare le tecniche della fotografia moderna negli States e in Europa, una volta tornato fonda un proprio laboratorio.  Comincia a sperimentare foto di vario tipo, diventando un caso con una serie importante di scatti ornitologici. Durante la Seconda Guerra mondiale, le forze armate svedesi decidono di realizzare una macchina fotografica avanzata per documentare i fatti della guerra e, partendo dal ritrovamento di un apparecchio fotografico tedesco, affidano l’incarico a Victor.

Tra il ’41 e il ’45, ci dice Camuset, uscirono più di 300 macchine a uso militare. Ma il sogno di Victor restava una macchina fotografica rivolta al grande pubblico, sogno che divenne realtà nel 1948, con la 1600F, la prima Hasselblad commerciale. Compatta e maneggevole, fu un successo e presto sbarcò in America.

Ma è alla fine degli Anni Cinquanta che arriva la grande occasione. La Nasa sta preparando la prima missione lunare e chiede alla Hasselblad di sviluppare un copro macchina per fotografare il suolo del pianeta. Nasce la 500EL/M, la macchina usata per ottenere le celebri immagini della spedizione del 1969 (comprata all’asta nel 2014 per 660.000 euro da Terukazu Fujisawa, fondatore della catena di negozi giapponesi Yodobashi Camera). Grazie all’eco delle missioni Apollo, Hasselblad diventa il marchio di professionisti del mondo della fotografia, che ne apprezzano in particolare il particolare formato 6×6.

L’articolo di Camuset va avanti nel raccontare le strategie messe in moto dalla casa svedese per affrontare un mercato sempre più competitivo, nel quale il digitale sembra farla da padrone. Ma noi, invece, ci fermiamo per un momento sul prodotto.

Se dovessimo pensare a quale possa essere un eventuale fattore chiave nelle macchine Hasselblad dovremmo concentrarci su componenti tecniche e, allo stesso tempo, su valori intangibili. Da un lato la compattezza di un apparecchio che ha decisamente puntato sul 6×6 e su un formato molto particolare e che ne ha fatto la macchina fotografica più sofisticata mai inventata. Scrive lo scrittore saggista Antonio Dini su Il Post.it:

La serie 500 i caratterizzava per una differente tecnologia di scatto: otturatore non più nel corpo macchina bensì dentro ciascun obiettivo, realizzato nella metà ottica del barilotto e definito “obiettivo centrale” o “a foglia”.

Victor Hasselblad era un appassionato ornitologo e aveva concepito le sue macchine fotografiche come di precisione per il lavoro in studio ma anche come robusti carri armati da portare sul campo ad esempio per fare fotografia naturalistica. È quasi una ironia che il successo maggiore dei suoi apparecchi sia stato nel settore della moda e della pubblicità, dove il leggendario formato 6×6 della Hasselblad è diventato fino a pochissimi anni fa un riferimento assoluto, e quindi sempre in studio. Addirittura Valentina di Guido Crepax, che nella vita fittizia dei fumetti pubblicati negli anni Sessanta e Settanta fa la fotografa, utilizza spesso una Hasselblad, altre volte una Rolleiflex, alla fine anche qualcuna delle prime reflex Nikon-Canon.

Le successive soluzioni tecniche, come la 500C, introduce l’aspetto della modularità, ed ecco il risultato. Continua Antonio Dini:

Il primo attributo della moduarità è che si stacca tutto. C’è il corpo centrale che è sostanzialmente un cubo con uno specchio che si muove (l’apparecchio è di tipo reflex) e permette di agganciare davanti un obiettivo con otturatore centrale, dietro un magazzino per la pellicola (o un dorso digitale, come vedremo la prossima volta), a destra una leva per la ricarica dell’otturatore e l’avanzamento della pellicola oltre che per riarmare lo specchio (e non solo: carica anche il magazzino posteriore e l’otturatore dell’obiettivo tramite un treno di ingranaggi piuttosto ingegnoso), a sinistra una slitta per accessori (da un mirino sportivo a una livella a spirito), sotto un aggancio rapido per treppiedi e sopra, oltre al vetro della messa a fuoco sostituibile, una vasta teoria di accessori: mirino a pozzetto, mirino con pentaprisma a 45 e 90 gradi, con o senza esposimetro, mirino di precisione a “ciminiera” con ingranditore regolabile.

La bellezza del meccanismo è che tutto è perfettamente incastrabile senza bisogno di particolari sistemi di serraggio. In realtà è tutto tecnicamente molto complicato da realizzare, ma è fatto con uno spirito tale che alla fine torna tutto, con precisione geometrica oltre che matematica.

Questo ingegnoso sistema meccanico ha permesso alla Hasselblad di puntare sullo sviluppo di componenti, coma se si trattasse di una specie di Lego della fotografia. E questo è, senza dubbio, un valore strategico fondamentale. Qualcosa che, da solo, vale il posizionamento sul mercato di un oggetto davvero unico e irripetibile. Un oggetto che richiede conoscenza, competenza e passione e che, anche al livello amatoriale, punta in modo forte sulle componenti aspirazionali. Il target è costituito da tutti quelli che in qualche modo credono nel purismo della tecnica fotografica e non si ritrovano nelle eccessive semplificazioni del digitale.

 

Tanto che, ancora oggi, la Hasselbald conserva quella rara e indefinibile aura del mito, simbolo indiscusso della storia della fotografia. Possedere una Hasselblad, saperla usare al meglio, sono obiettivi tanto difficili da realizzare quanto visceralmente desiderati da tutti gli aspiranti fotografi.

E veniamo alle componenti intangibili. La convinzione collettiva, ad esempio, che solo i bravi fotografi sappiano e possano usare una Hasselblad. Solo quelli realmente competenti e con esperienza siano davvero in grado di giocare con una macchina che si assembla in modo sempre diverso grazie alle sue particolari caratteristiche meccaniche.  Professionismo, quindi, e grande passione. Due target che prescindono da un certo tipo di disponibilità a investire somme anche cospicue e importanti di denaro. In effetti, al valore simbolico della capacità autoriale, va aggiunto lo status sociale e culturale. Un macchina molto costosa racconta anche un certo status symbol, inutile negarlo. Ci sono molte persone che non possono permettersi quella che, a tutt’oggi, potrebbe essere paragonata a una Bentley delle macchine fotografiche. Ecco perché Hasselblad, che non si è dimenticata dell’originaria idea di realizzare una macchina per il grande pubblico, propone un servizio davvero unico nel suo genere.

Con Rent an Hasselblad la casa svedese prova ora ad avvicinare tutti quelli che non hanno mai potuto comprare una macchina al prodotto. ecco come il marketing manager, Bronius Rudnickas, racconta l’idea.

Many professional photographers and enthusiasts haven’t had the opportunity to see what they’re able to create with Hasselblad’s medium format technology. The ‘Rent a Hasselblad’ program is designed to change that and we’re looking forward to seeing what photographers are able to produce having easier access to our photographic tools.

I prezzi del noleggio non sono bassi. Eccone alcuni in evidenza per modello a giornata.

X1D-50C 4116 Edition — £78 per day (approx. $103)

XCD f/3.2 90mm — £24 per day (approx. $32)

XCD f/3.5 45mm — £19.20 per day (approx $25)

M se pensiamo che alcune di queste macchine hanno un costo orientativo che supera gli 11mila euro e che, per alcuni professionisti o amatori, si tratta di poter utilizzare il meglio della tecnologia fotografica al mondo, appare subito evidente l’intelligenza della strategia.

Ancora una volta, attenendoci ai fatti, un grande brand fa riferimento ai due valori più importanti del : riconoscere e valorizzare la propria cultura d’origine e saper raccontare le grandi aspirazioni. Dalla Terra alla Luna, passo e chiudo.

 

 

Antonio Dini, articolo su Il Post

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