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Le aspettative dei clienti aumentano e per poterle soddisfare abbiamo bisogno di dedicarci sempre più alla cura della customer experience. Ecco alcune app.

a cura di Matteo Bonanno

Le aspettative dei clienti aumentano e per poterle soddisfare abbiamo bisogno di dedicarci sempre più alla cura della . Il modo migliore per raggiungere un livello superiore di coinvolgimento dell’utente finale è visualizzarlo, cosa che sempre più spesso si ottiene con un processo chiamato mappatura del Customer Journey.

Una mappa del Customer journey essenzialmente racconta il percorso della customer experience – dal punto di contatto fino alla fidelizzazione – fornendoci dati chiave durante il percorso.

Data la sua complessità, e affinché questo processo sia efficace, molte aziende si affidano ad alcune app che permettono di creare mappe del Customer Journey in maniera semplice e controllata.

Ne abbiamo selezionate nove:

Microsoft Visio

Microsoft Visio è un software usato per creare grafici e diagrammi di flusso. Con questo tool di visualizzazione, l’utente può creare grafici sui dati dei clienti. Offre anche una vasta varietà di forme, oggetti e stencil con cui lavorare. L’idea principale dietro a Visio è rendere la creazione di diagrammi più semplice possibile. Non fa parte del pacchetto Office e va acquistato a parte.

Microsoft Visio 2019

Gliffy

Gliffy è un editor “web based” usato per creare e modificare grafici. Questa app è un po’ troppo leggera per realizzare grafici tecnicamente complessi, ma offre una buona quantità di features come i diagrammi di Venn e tabelle organizzative. Con un account gratuito si possono produrre solamente cinque grafici che saranno resi pubblici. Questo significa che, nel caso si avesse bisogno di creare diagrammi privati, non è consigliato l’utilizzo della versione gratuita.

Gliffy

Canvanizer

Canvanizer è un software di mapping che può essere utilizzato per diverse esigenze della vostra azienda, incluso il Customer Journey. Si possono sviluppare brainstorming e idee collettivamente sulla tela digitale. È utile per la gestione dei compiti e il tracciamento dei progressi. Ha diversi template built-in, oltre alla possibilità di importare file CSV. Ovviamente è sempre possibile iniziare un progetto da zero con una tela vuota.

Canvanizer

UXPressia

UXPressia è una piattaforma “cloud-based” di gestione della Customer Experience che aiuta a visualizzare, condividere, presentare e migliorare il Customer Journey. Presenta caratteristiche come la collaborazione online per più utenti, integrazione con diverse fonti di dati e un’interfaccia moderna con un ambiente “drag and drop” molto intuitivo.

UXPressia

OmniGraffle

OmniGraffle è un tool per creare grafici che può essere utilizzato per fare qualsiasi cosa, dai diagrammi alla progettazione di interni. Con questo software gli utenti sono in grado di creare mappe del Customer Journey che possono essere condivise con i colleghi. Chiunque, dall’artista all’analista, può utilizzare OmniGraffle. Questo software è davvero utile soprattutto per quanto sia semplice iniziare.

Omnigraffle

Smaply

Smaply è un software di gestione visuale della Customer Experience che aiuta l’utente a mappare l’engagement e l’esperienza del cliente. Con l’utilizzo di mappe e grafici, Smaply rende il Customer Journey tangibile. Il software offre anche tool per mappare gli stakeholders e visualizzare l’ecosistema dei prodotti. Il software ha tre principali output: Persona, mappe di Customer Journey e mappe degli stakeholder. Un editor di Persona permette di descrivere e definire i profili delle diverse tipologie di clienti, visualizzandoli come vere e proprie pagine social. Dall’altra parte, l’editor di mappe del Customer Journey aiuta a creare storyboard e testi per indirizzare la Customer Experience.

Smaply

Touchpoint

Touchpoint Dashboard è un tool “web-based” che permette di disegnare mappe del Customer Journey. È un metodo per visualizzare processi e servizi dal punto di vista del cliente. Il fine principale di Touchpoint Dashboard è quello di aumentare i punti di contatto, così da migliorare l’esperienza del cliente. Aziende di ogni tipo e settore possono utilizzarlo per visualizzare il Customer Journey, mappare ogni interazione e immagazzinare i dati chiave dietro ogni touch point.

Touchpoint

IBM Journey Designer

IBM Journey Designer dà la possibilità di creare il Customer Journey in pochi minuti. Gli uffici Marketing, Vendite e Customer Service possono visualizzare Customer Journey, fissare obiettivi di vendita e creare percorsi su misura per ogni cliente, tutto in un ambiente user friendly.

IBM journey designer

CFN Insight

Con CFN Insight potete identificare ogni punto di contatto coi clienti. Questo tool fornisce insight nelle interazioni a ogni tappa del Customer Journey (dalla prospettiva del cliente) oltre che un collegamento ai feedback della clientela.

Il Customer Journey è un elemento fondamentale nella costruzione della Customer Experience. Questi software permettono di visualizzare in modo semplice ed efficace il percorso che a volte – quando è solo nelle nostre menti – può risultare tortuoso e non sempre chiaro.

Trovare attività per il team building davvero innovative non è un compito semplice. Ma con l’aiuto di alcune app, la sfida si riduce a una serie di esercizi divertenti.

a cura di Matteo Bonanno

Trovare attività per il team building che uniscano tre generazioni di collaboratori non è un compito semplice. Ma con l’aiuto di alcune app, la sfida si riduce a una serie di esercizi divertenti che lavoratori di tutte le età apprezzeranno.

L’aspetto migliore dell’usare app per gli esercizi di team building è che riempiono il gap tra il mondo fisico e lo spazio digitale che abitiamo sempre più spesso per riempire le nostre giornate. Le app possono, poi, tenere traccia dei risultati senza carta, penna e calcolatrici.

Ecco, quindi, alcune app che potreste utilizzare per le vostre prossime esercitazioni di team building:

È una “caccia al tesoro” per masse, come viene definita dagli sviluppatori. Se il vostro obiettivo è quello di accrescere la competitività tra i membri di un team e determinare chi sia il più adatto a trovare soluzioni creative ai problemi, questa è un’ottima scelta. Le cacce al tesoro ci sono familiari fin da quando siamo bambini. Ma ora possiamo approcciarci a questo grande classico con un tocco di modernità. Quest’app, poi, offre momenti di grande divertimento e nulla permette di fare squadra come condividere una risata. GooseChase è a tutti gli effetti una camera-app progettata specificamente per il social sharing. Non utilizza la geo-localizzazione e non crea una classifica. Piuttosto, spinge i partecipanti a fotografare oggetti in giro per una città. Le foto vengono caricate per essere viste e giudicate da un altro impiegato. Il fine del gioco è quello di fare in modo che un team carichi un preciso numero di immagini di oggetti specifici sulla piattaforma di sharing.

A un costo basso può produrre risultati efficaci e impattanti.



È molto divertente e può essere adattata a ogni situazione. Per esempio, può essere utile per far conoscere gli spazi fisici degli uffici ai nuovi impiegati. È adatta anche nel caso si volesse far uscire i collaboratori all’esterno e in un nuovo mindset. Tutto ciò che si deve fare dopo aver determinato l’area di gioco è creare alcune sfide e lasciare indizi e suggerimenti in giro per la mappa.

MapDash è presente sia su AppStore che su Google Play Store. Si adatta facilmente alla cultura corporate e offre report e monitoraggio.



Dà la possibilità di scegliere tra una varietà di ottimi esercizi e giochi per il team building. Serve per incoraggiare gli impiegati a usare i propri smartphone per fare tutto, dallo scattare foto al caricare informazioni. Entra anch’essa nel territorio delle cacce al tesoro, ma include molto social sharing a fine giornata. Il “contro” di GoGame rispetto ad altre app per il team building è che necessita di un amministratore che abbia il tempo di preparare tutto e moderi il gioco. Questo aggiunge un livello di difficoltà per i reparti delle risorse umane che potrebbero trovarlo scoraggiante.

La linea di fondo è che funziona molto bene per le grandi organizzazioni, ma nella situazione in cui si debba preparare tutto da soli, forse potrebbe risultare poco intrigante.

  • iMeet

Potrebbe non sembrare un’app per il team building di primo acchito, ma può essere utilizzata per questo scopo. Molti la conoscono come l’app che permette di organizzare videoconferenze e che unisce per lavori collettivi. È molto utile per quelle aziende che uniscono lavoratori in ufficio con altri da remoto. Ma è anche un modo per rompere la routine e aggiungere un po’ di divertimento ed esercizi di team building. Per esempio, si possono incoraggiare i lavoratori da remoto a raggiungere i propri luoghi preferiti con WiFi libera e organizzare un meeting che inizia con ognuno dei partecipanti che mostra quella location e perché è importante per lui.

Questo umanizza gli impiegati che devono lavorare assieme ma che magari non si sono mai incontrati prima.

Per concludere questa lista parliamo della versione app di uno dei più noti giochi da tavolo. È un gioco composto da tessere che devono essere posizionare in modo strategico per creare una città medievale e guadagnare punti. La profondità e la complessità di Carcassone aiuteranno a sviluppare le capacità creative e di problem solving. Inoltre, non essendo un’app sviluppata specificamente per le aziende, potrebbe risultare molto più appetibile per gli impiegati che si ritroveranno a dover decidere una strategia coerente oltre che vincente. Infine, i turni di gioco sono asincroni e quindi non necessitano che i giocatori siano collegati contemporaneamente per poter procedere nella partita.

Nel complesso, come anche queste 5 app ci suggeriscono, il team building tramite applicazioni è solo una componente del lavoro creativo di unire le persone e aiutarle nel lavorare con rispetto ed efficacia.

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Negli ultimi anni il travel design ha cambiato le regole del gioco: sempre meno agenzie di viaggi e sempre più fai da te. L’industria dei viaggi si è spostata sullo sviluppo di applicazioni che permettono all’utente di creare e personalizzare la propria esperienza.

a cura di Matteo Bonanno

La bella stagione ormai è alle porte e tutti noi pensiamo alle vacanze. Negli ultimi anni il travel design ha cambiato le regole del gioco: sempre meno agenzie di viaggi e sempre più fai da te. L’industria dei viaggi si è spostata sullo sviluppo di applicazioni che permettono all’utente di creare e personalizzare la propria esperienza.

Ecco una lista delle dieci applicazioni più interessanti per il travel design:

  • HOPPER

Questa app può sembrare, a prima vista, un comparatore di voli come gli altri ma in realtà è un utilissimo tool per risparmiare sulle prenotazioni. Non solo indica quali sono i giorni in cui i voli verso la destinazione da noi scelta costano meno ma ci avviserà tramite notifica nel caso il prezzo dovesse abbassarsi assicurandoci il massimo del risparmio.

Hopper
  • PIRATI IN VIAGGIO

Un’app tutta italiana sviluppata dal team dell’omonimo sito. I ‘Pirati’ scovano offerte su voli e hotel proponendo all’utente dei pacchetti vacanza davvero vantaggiosi. Se trovate su questa piattaforma il viaggio dei vostri sogni non esitate a prenotare perché spesso queste super offerte scadono dopo poche ore!

  • GOOGLE TRIPS

Anche la grande G dà una sua soluzione per i viaggiatori. Oltre ad offrire un servizio di comparazione voli -Google Flight- mette a disposizione degli utenti questa applicazione all-in-one con la quale si potrà organizzare ogni dettaglio della vacanza: dal volo al pernottamento con tanto di mini guide alle città con itinerari, luoghi di interesse e ristoranti.

Google Trips
  • PACKPOINT

Abbiamo deciso la meta, abbiamo prenotato voli e hotel ed ora dobbiamo preparare i bagagli. Inserendo date e destinazione in questa applicazione avremo pronta una check list di tutto ciò che potrà esserci utile in base alle previsioni meteo, alla durata del viaggio e alla tipologia di attività che svolgeremo una volta arrivati a destinazione.

Packpoint App
  • LONELY PLANET GUIDES

La più famosa collana di guide turistiche del mondo non poteva non avere un’app dedicata. Viene offerta all’utente un’infinita lista di destinazioni, a lui basterà scaricare la guida -il fatto di poterne disporre anche offline è davvero una scelta intelligente- e iniziare ad esplorare la città. Ovviamente sono milioni lì fuori i collezionisti che vorranno i libretti col dorso arancione di ogni luogo che hanno visitato ma questa rimane comunque un’ottima soluzione.

  • XCURRENCY

Uno dei problemi più frequenti di chi viaggia è il cambio valuta. Spesso non si ha voglia di perdere troppo tempo per confrontare i tassi di cambio dei diversi banchi disseminati per le città turistiche. Grazie a XCurrency l’utente ha a disposizione una lista aggiornata in tempo reale che gli permetterà di valutare più velocemente se il cambio offerto è in linea con le quotazioni reali o se qualcuno sta cercando di fare il furbetto.

Xcurrency
  • DETOUR

Un’applicazione elegante che contiene 17 audioguide in diverse lingue. Tutto ciò che l’utente deve fare è scaricare quella del luogo in cui si trova ed indossare gli auricolari per farsi accompagnare in una visita guidata senza compromessi.

  • UBER

Anche se in molte delle nostre città il servizio non è disponibile all’estero rimane il modo più comodo ed economico per spostarsi senza temere le fregature che spesso i tassisti rifilano ai turisti stranieri.

  • MOOVIT

Un’altra app dedicata alla mobilità, ma questa volta dedicata ai trasporti pubblici. Basta inserire la destinazione e Moovit invierà una notifica quando sarà il momento di scendere. Aggiornatissima, questa applicazione notificherà l’utente anche in caso di scioperi o blocchi del traffico.

  • WHERE IS PUBLIC TOILET

L’ultimo è un servizio che potrebbe davvero salvarvi la vita. Questa semplice applicazione utilizza la geolocalizzazione per indicarci quali sono i bagni pubblici più vicini. Utilissima soprattutto quando si viaggia in paesi in cui l’acqua delle fontanelle non è proprio delle migliori.

Where is public toilet

Un algoritmo emozionale permette di tracciare l’emotività di chi riceve un messaggio e di applicare il concetto di “emotional programmatic” al brand.

a cura di Redazione

Incontriamo Emotional Marketing Research per parlare di algoritmi emozionali che integrano la ricerca classica, scannerizzano i KPI emotivi del target e individuano con precisione le emozioni che attivano il 70-95% dell’impulso d’acquisto e che sarebbero invisibili con i metodi tradizionali. Intervista a quattro mani con Gianandrea Abbate, uno dei punti di riferimento europei del marketing emozionale; è stato fondatore prima di Psycho Research (1996) e poi di Emotional Marketing Research, è autore dei volumi “Emotional Assets” (Adv Finedit Editore) e “Mind Marketing” (Scuola di Palo Alto Editore), e con Fabrizio Bellavista, responsabile di Emotional Marketing Lab oltre che digital transformation specialist, responsabile del dipartimento Neuromarketing e sharing economy di AINEM e co-autore dei libri “La Logica del Fluire” (Lupetti Editore) e “Io, tu, NOI, gli altri” (Aracne Editrice).

Secondo voi i social network contribuiscono a creare l’immagine di un brand? Come?

Nel moderno melting pot comunicativo, senza dubbio i social network hanno guadagnato un posto di rilievo. Ricordiamo che il marketing contemporaneo pone al centro le relazioni: si può gestire una relazione se non si conosce a fondo l’ingegneria emozionale che le muove? Nella texture generale che un brand costruisce sia off line che on line, quindi, la presenza nei social network può avere una valenza importante a patto che sia coordinata con il cuore pulsante della marca e che crei una relazione profondamente autentica ed emozionale con il proprio cliente: coerenza nella strategia, coerenza nei codici, sino alla coerenza nella scelta della piattaforma stessa. Riguardo a quest’ultimo punto, per esempio, l’emozionalità espressa da Twitter è molto differente da quella espressa da Facebook o Instagram: una comunicazione vincente su Facebook, infatti, può diventare un insuccesso se riproposta tale e quale su un’altra piattaforma.

Emotional marketing


Voi vi occupate di emotional research. Di cosa si tratta e come può essere applicata alle necessità delle imprese?

È una nuova tecnologia, un algoritmo emozionale che permette di tracciare l’emotività di chi riceve un messaggio e di applicare il concetto di “emotional programmatic” al brand: l’obiettivo è quello di una comunicazione che potenzi l’impulso d’acquisto con minori investimenti. Il sistema permette di applicare scientificamente colori, grafica, wording e musica con la massima efficacia.


Come può la prassi quotidiana del social networking trarre beneficio dalle vostre ricerche, in concreto?

Dopo aver posizionato – grazie ai feedback della ricerca – la marca nella mappa, il data base produce l’algoritmo emozionale che riguarda (per esempio) la “cucina ideale” degli italiani (immagine 1) che diventa il timone della nostra comunicazione; con essa emerge il cloud contenente le indicazioni precise di una vera e propria ingegneria emozionale e i suoi codici conseguenti (immagine 2). Nella mappa è evidente l’area semantica da cui attingere per il nostro storytelling nei social media. Gli elementi sono conseguenti al posizionamento nell’area di un morbido classicismo, nella zona della classica famiglia italiana in versione aggiornata, ove i concetti di pasta, mamma e attenzione alla natura sono di vicinanza. Ecco dunque che diventa immediatamente più facile percorrere, con i suggerimenti dell’algoritmo emozionale, la strada per costruire una cover di Facebook con tutti gli elementi visivi più performanti. Allo stesso modo si può continuare la narrazione coerente del brand anche facendo un post: meglio il prevalere del testo oppure delle immagini? La risposta dell’algoritmo è: immagini e video al 76% di preferenza. E se dobbiamo redigere un testo, che indicazioni seguire? Tra una tipologia di testo di approfondimento e uno invece in forma più sintetica, vince la seconda opzione: gli highlights sono dati al 72% di preferenza. E nello storytelling è meglio un approccio votato all’empatia o alla soggezione? Decisamente all’empatia – al 74% – ma è un’empatia in cui prevale l’armonia (al 64%), quindi dai tratti ‘leggeri’.

Naturalmente per questa descrizione sintetica abbiamo dovuto saltare un’infinita varietà di passaggi ma il messaggio è chiaro: la comunicazione nei social network può essere coerente e maggiormente vicina all’anima profonda del brand e quindi raggiungere migliori risultati.


Ci fate un esempio di come l’emotional marketing si lega a una strategia di brand design?

In realtà si possono fare molti esempi, uno per tutti: da Banca Micos siamo arrivati a Chebanca!, con applicazione su tutti i touchpoints. Il logo Micos infatti è stato il punto di partenza dal quale, attraverso il nostro algoritmo emozionale, siamo giunti a elaborare, insieme al cliente, il concept Chebanca!, con applicazione non solo sulla comunicazione on e offline ma anche su tutti i touchpoints. Abbiamo creato, attraverso un ricerca molto approfondita, un nuovo modo di essere banca perché c’era un pubblico che attendeva questa novità ed emozionalmente era pronto per cambiare il proprio modo di sentire ed agire.


Quali sono le competenze che dovrebbe avere un designer emozionale?

Conoscere profondamente non solo la psiche umana, ma gli otto principali emotional human profiles (immagine 3) e i codici che li contraddistinguono: in alternativa è utile usare le ricerche che svelano queste preziosissime informazioni.

La ricerca medica e il design della farmacologia evolvono rapidamente, tra tecnologie, intelligenza artificiale e nuove app. Resta, però, ancora da esplorare la relazione con l'utente.

a cura di redazione

Riportiamo un articolo di Eugenio Santor, Responsabile del laboratorio di informatica medica, Dip. di Salute Pubblica IRCCS, Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, uscito a febbraio 2019 per Agenda Digitale. Speriamo con ciò di sostenere la divulgazione di importanti conquiste nel settore dell’innovazione applicata al mondo della ricerca medica e del miglioramento dei farmaci.

di Eugenio Santoro

L’intelligenza artificiale a supporto della ricerca medica

La ricerca medica è il campo nel quale lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale potrà dare un grande contributo. La disponibilità di fonti di informazione eterogenee, strutturate (fascicoli sanitari elettronici, cartelle cliniche informatizzate, Medline, database di Linee guida, database di genomica) e non strutturate (dati raccolti da app, wearables e sensori, comunicazione sui social media) rende più che mai necessario l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale capaci di interpretare e identificare possibili associazioni.

AI e ricerca medica

Molte sono le aspettative nell’area del drug discovery e delle sperimentazioni cliniche grazie all’adozione di sistemi in grado di rendere più mirata la ricerca su una data molecola e più veloce il processo di sperimentazione riducendo così i tempi per la messa in commercio di nuovi farmaci. In quest’area già oggi sono oltre 20 le multinazionali del farmaco che hanno stretto rapporti non solo con i giganti dell’informatica (Google con DeepMind e IBM con Watson for Drug Discovery) ma anche con un centinaio di startup (operanti soprattutto negli Stati Uniti) nate in anni recenti per ottimizzare le varie fasi delle sperimentazioni cliniche: dalla generazione di ipotesi da testare in una nuova sperimentazione clinica all’interpretazione dei meccanismi d’azione delle malattie per le quali proporre un nuovo farmaco, dalla identificazione di nuove indicazioni per farmaci esistenti a quella di sottoinsiemi di pazienti che potrebbero rispondere favorevolmente a un farmaco esistente, dalla identificazione di possibili candidati a entrare in una sperimentazione clinica partendo dai suoi dati clinici o genetici alla attivazione di sistemi in grado di ridurre (attraverso specifiche tecniche di comunicazione) l’abbandono di pazienti arruolati in una sperimentazione. Non mancano infine le premesse per lo sviluppo di sistemi in grado di velocizzare il processo di selezione delle molecole che hanno una maggiore probabilità di successo di diventare un farmaco così come dimostrato in un recente articolo pubblicato su Nature.

Gli assistenti virtuali a supporto dei pazienti



Sebbene si tratti di un argomento controverso, nel 2019 continuerà lo sviluppo di assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale. A dare linfa a questa linea di non sono solo le iniziative per migliore l’attività cognitiva di certe categorie di utenti (come per esempio la pluripremiata “Chat Yourself”, l’app basata su un chatbot nato da un’idea di Y&R col patrocinio di Italia Longeva per aiutare la vita dei pazienti con Alzheimer) o quelle intraprese dalle associazioni di pazienti (come il recente lancio da parte della Associazione Italiana Malati di Cancro di “Filos” , un assistente virtuale dotato di intelligenza artificiale e in grado di fornire delle risposte alle domande più comuni dei pazienti oncologici) o dalle società scientifiche (come il lancio nel corso della seconda parte del 2018 da parte della Società Italiana di Nefrologia di un chatbot nato per fornire ai medici nefrologi uno strumento per l’esplorazione e l’identificazione delle informazioni più aggiornate sulla letteratura scientifica relativa ai farmaci calcio mimetici), ma hanno un certo peso le iniziative istituzionali, come quelle intraprese dal National Health Service inglese. Nel corso del 2018 ha fatto molto parlare di sé Babylon App , un’applicazione che, attraverso un sistema di intelligenza artificiale, fornisce una consulenza basata sull’anamnesi personale, sui sintomi indicati verbalmente dal cittadino, e sulle conoscenze prodotte dalle principali linee guida mediche inglesi.

Il National Health Service inglese lo ha scelto come strumento di “triage” e lo sta sperimentando su un gruppo di 26.000 cittadini che vivono a nord di Londra. Se da un lato i dati sembrano essere incoraggianti (sono state condotte finora 300 mila visite virtuali, il 50% delle quali si è risolta con una visita diretta o in videoconferenza, via smartphone, da parte di un medico), dall’altra il sistema sembra non aver ricevuto il gradimento dei medici inglesi, i quali hanno sollevato dubbi sulla affidabilità del sistema e sulla metodologia usata dalla società produttrice per valutarla. Nonostante queste incertezze, c’è chi immagina che in futuro i pazienti potranno condividere con i loro assistenti virtuali i dati raccolti tramite l’utilizzo di applicazioni o dispositivi wearable, o quelli presenti nelle loro cartelle cliniche informatizzate, rendendo più accurate e precise le indicazioni sulle quali il sistema dovrà prendere delle decisioni.

Le pillole intelligenti a supporto della cura dei pazienti

Le terapie digitali (o digital therapeutics) hanno avuto molto spazio nel corso del 2018. E molti successi si prevede avranno nel corso del 2019. Merito senza dubbio di progetti di ricerca che hanno dimostrato l’efficacia (clinica oltre che tecnologica) di questa tipologia di terapie.

Nuovi impulsi arriveranno in particolare dalle pillole intelligenti sulle quali molti gruppi di ricerca stanno lavorando. E’ recente lo sviluppo da parte di un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology e del Brigham and Women’s Hospital di Boston che ha messo a punto una pillola dotata di specifici sensori in grado di monitorare il paziente e di decidere la somministrazione dei farmaci in base ai dati raccolti. La pillola, stampata in 3D è in grado di raccogliere dati dallo stomaco per almeno un mese e può rilasciare gradualmente il farmaco che contiene. Attraverso i sensori e il collegamento bluetooth di cui è dotata, un’app installata sullo smartphone può essere usata per modificare la quantità di farmaco che la pillola intelligente deve rilasciare. Attraverso questo sistema, per ora sperimentato solo nel maiale ma che presto sarà testato sull’uomo, sarà possibile curare tempestivamente pazienti ai quali sia stata rilevata una determinata patologia. Per esempio, nei pazienti ad alto rischio di infezione, come quelli immunodepressi o in trattamento chemioterapico, questa pillola potrebbe rilevare la presenza dell’infezione e inviare subito l’antibiotico necessario.

Pillola con sensore

La Food And Drug Administration (FDA) aveva già concesso l’autorizzazione alla vendita di una pillola digitaleche includeva, oltre al farmaco, un sensore assimilabile dal corpo umano in grado di segnalare se la pillola era stata o meno ingerita. Ed è proprio alla nuova strada tracciata dalla FDA nel cercare percorsi più veloci per certificare e autorizzare al commerciodispositivi medici basati sulle terapie digitali che i produttori di queste tecnologie, insieme ai big dell’informatica, guardano con favore e speranza per il prossimo 2019.

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Satispay è una delle società fintech più importanti al mondo, con una valutazione che supera i 100 milioni di euro, e la sua crescita non accenna a diminuire.

a cura di redazione

Satispay è una delle società fintech più importanti al mondo, con una valutazione che supera i 100 milioni di euro, e la sua crescita non accenna a diminuire. 

Satispay è uno dei sistemi automatici di pagamento più diffuso e innovativo nel panorama attuale. Attiva dal 2015, Satispay è un’app di pagamento via smartphone che, tramite l’inserimento di codice IBAN e numero di cellulare, permette all’utente di effettuare transazioni di denaro senza carta di credito o di debito.

Satispay

In Italia ci sono circa 44mila esercizi commerciali convenzionati e, a ben guardare, se ne aggiungono circa un centinaio al giorno.

Tramite Satispay si può inviare denaro agli amici (pensiamo alle collette che si organizzano per i regali di compleanno), fare shopping online ed effettuare donazioni, pagare i bollettini della Pubblica Amministrazione (pagoPA) come tasse e multe, ed effettuare le ricariche telefoniche. Basta inserire il codice PIN all’interno della propria applicazione Satispay, selezionare l’opzione di pagamento, scegliere il negozio convenzionato, inserire l’importo e inviare il pagamento.

Privati e business

Pagare con Satispay è sicuro perché il sistema non utilizza dati sensibili e sia perché dopo il pagamento l’applicazione si chiude e non permette a terzi di accedere al denaro.

Per usare Satispay la prima cosa da fare è scaricare l’app dal proprio app store (disponibile gratuitamente su App Store, Google Play e Microsoft). Per procedere con l’iscrizione occorre inserire numero di telefono ed email, confermare numero di telefono con il codice che si riceve via SMS, scegliere un PIN (una sequenza numerica composta da 5 cifre da digitare ogni volta che si accede all’app di Satispay). 

Prima di procedere all’attivazione dell’account Satispay si consiglia di avere a portata di mano IBANdocumento d’identità (a scelta tra carta d’identità, passaporto e patente di guida) e codice fiscale perché saranno richiesti per completare la procedura.

Satispay funziona naturalmente con un budget, che è la soglia di spesa a disposizione sul proprio profilo e che può essere di massimo 200 euro a settimana. Per incentivare l’utilizzo dell’app, Satispay offre l’opzione Cashback, ovvero restituisce all’utente una percentuale della spesa come un riaccredito separato.

Budget e cashback

Iscriversi e disdire il servizio, ricaricare il budget, depositare sul conto corrente e inviare e ricevere denaro dai contatti sono tutte operazioni completamente gratuite.

Per pagare in negozio con Satispay basta aprire l’app, selezionare il negozio in cui pagare, digitare l’importo e confermare. Il trasferimento di denaro è immediato su account Satispay, l’esercente dovrà solo accettare la richiesta affinché il pagamento vada a buon fine. Nel caso di pagamento sbagliato si può contattare direttamente l’esercente che provvederà allo storno.

pagamenti online avvengono nello stesso modo. Seleziona il tuo acquisto, inserisci numero di telefono, invia pagamento e attendi conferma della transazione.

I pop up store hanno permesso di dar vita a nuove formule e portare una ventata di freschezza nel panorama del retail tradizionale.

A cura di Progettomenodue

Il fenomeno del pop up store rappresenta un caso curioso nel panorama retail.

Facendo propri i principi del guerrilla marketing che prevede una strategia pubblicitaria non convenzionale e limitata nel tempo, negli ultimi anni, ha conosciuto un vero e proprio momento d’oro fino a diventare un format molto apprezzato dalle aziende, siano esse consolidate o emergenti.

Se vogliamo attribuirgli una data di nascita, dobbiamo fare un passo indietro di quindici anni quando a Berlino apparve per la prima volta questo negozio a tempo sotto l’insegna del visionario marchio giapponese Comme des Garçons.

Lo scopo era chiaro e dichiarato fin dal principio: lo spazio era nato per vendere il prodotto delle recenti e passate collezioni in una città non ancora propriamente esplorata e con un investimento limitato.

La formula venne poi riprodotta velocemente in altre città come Atene o Reykjavík.

Come una sorta di Lollapallosa del retail, il pop up store diventa un festival itinerante che crea hype e colpisce per il visual design accattivante e inusuale.

Pur essendo sbocciati come risposta pratica alla necessità di inserirsi in centri dagli affitti molto alti, dall’impossibilità di trovare spazi adeguati e di far ruotare la merce invenduta, col tempo ha subito un’evoluzione e una trasformazione.

I pop up di oggi propongono quasi esclusivamente collezioni limited-edition o nate da collaborazioni tra marchi o addirittura specifiche per quella determinata località, generando code chilometriche al suo ingresso e veri e propri tam tam sui social con consigli sugli orari migliori in cui andare e update sulle disponibilità o meno di un determinato prodotto.

Lo ha fatto Kanye West col suo concept store LIFE OF PABLO, aperto contemporaneamente in 21 città del mondo, in occasione dell’uscita del suo album.

L’ubicazione di ogni negozio è stata dapprima anticipata sui social media con breve preavviso e con piccoli indizi.

Ogni negozio vendeva articoli unici per ogni città, oltre a una selezione di prodotti a cura di Kanye, tra cui jeans Levi’s, e felpe con cappuccio “Famous”. L’afflusso è stato enorme con ingresso permesso a 5 persone alla volta e con un timing ben preciso.



Spesso è lo spazio utilizzato ad essere protagonista.

I pop up stores fioriscono nei luoghi più impensabili: a Tokyo, nel quartiere di Ginza, nel 2016, fece la sua comparsa ParkING, a cura del designer giapponese Hiroshi Fujiwara, negozio posto nel seminterrato della sede della Sony. Due livelli di parcheggio che ospitavano un negozio di dischi, un bistrot e installazioni a rotazione di marchi streetwear cult come Off-White, Nike e Vanquish.



La lavanderia ha macinato chilometri negli Stati Uniti passando da New York, a Washington, a Nashville.

O la Maker House di Burberry. Aperta in occasione della London Fashion Week, all’interno di una vecchia libreria di Soho con giardino e statue equestri in gesso. Un laboratorio-mostra che celebrava materiali e artigianalità. Un modo per scoprire cosa c’era dietro il “fatto a mano” della collezione con contributi di artisti e creazioni speciali.

Burberry Maker House

E per capire quanto la componente artistica giochi un ruolo fondamentale in questo format creando progetti interessanti, una menzione d’obbligo è da fare per Prada Marfa. Un finto pop up store, creato dal duo danese Elmgreen & Dragset, situato in Texas, nei pressi della U.S. Route 90, a circa 60 km della città di Marfa. Inaugurato nel 2005 – è il caso di dire – in the middle of nowhere e progettato per assomigliare in tutto e per tutto ad un negozio Prada, che ha concesso il logo e i suoi accessori da mettere all’ interno. Nato come installazione temporanea, esso è poi diventato permanente per mostrarne il lento degrado e la sua integrazione nel contesto paesaggistico, ma soprattutto, oggi, è un’attrazione turistica che richiama ogni anno migliaia di visitatori o semplici curiosi.



Prada Marfa

Difficile dire se i pop up stores avranno durata nel tempo.

Di certo, grazie al loro coefficiente innovativo, hanno permesso di dar vita a nuove formule, oltre che portare una ventata di freschezza nel panorama spesso assonato e granitico del retail tradizionale.

Essendo le mode una questione sociale, come detto, il consiglio è di non limitare le analisi solo ai temi legati al mondo fashion, ma di ampliarle.

a cura di Matteo Pogliani

Comprendere e predire quelle che saranno le evoluzioni di mercato, ancor più delle abitudini di consumo delle persone, resta una delle sfide più complesse e rilevanti per i brand. Una sfida concreta che può segnare profondamente performance (e fatturati) e che per questo motivo spinge i marketers a cercare costantemente di intercettare e anticipare i principali trend.

Un’esigenza che diventa ancora più vitale in quei settori in cui la volontà di acquisto è influenzata profondamente da parametri soggettivi e dall’impulsività. Il è estremamente legato ai trend, ancor più oggi che il concetto di collezioni e stagionalità pare superato in favore di capsule collection, temporary collection e personalizzazioni. Un’idea di moda fast in cui i trend acquistano ancora più valore.

Cos’è un trend

La tendenza non è altro che uno spunto creativo che nasce da desideri e bisogni. È un fenomeno che per la sua natura “effimera” e intangibile tende a essere sfuggente e difficile da identificare. Una complessità accentuata dall’avvento dei social network e dalla democratizzazione della comunicazione che questi hanno portato. Oggi con un post posso far vedere outfit a un pubblico vastissimo senza la minima limitazione spaziale e temporale.

Se quindi in passato i trend venivano lanciati da pochi e selezionati individui, oggi sono potenzialmente influenzati non solo da un numero più ampio di persone, ma soprattutto da persone estremamente diverse tra loro per caratteristiche sociali e demografiche.

Un fenomeno che porta il mercato stesso a essere protagonista e creatore andando a rispecchiare perfettamente alcuni dei più noti punti del Cluetrain Manifesto:

Il mercato online conosce i prodotti meglio delle aziende che li fanno”.

Le tendenze sono infatti veri fenomeni sociali e come tali vanno analizzati. Per questo è fondamentale andare oltre il proprio mercato di riferimento: sport, spettacoli, news, avvenimenti particolari, tutto può diventare virale e scatenare l’interesse del grande pubblico.

Alcuni dei più influenti fashion blogger

Influencer e trend

In molti casi dietro la nascita di un trend c’è la visibilità e la capacità comunicativa di individui dal forte impatto mediatico e/o digitale. Persone che con le loro scelte e stili riescono a imporsi agli occhi degli utenti, ma ancor di più a far diventare tali scelte un comportamento da seguire, copiare, fare proprio.

Un fenomeno che non è sempre facilmente spiegabile, condizionato da elementi spesso diversi come conoscenza, fiducia, emulazione.

Lo stretto legame tra influencer e trend non è nuovo. Già nel 2003 Keller e Barry parlavano di Trendsetter, individui in grado di intuire mode e tendenze prima degli altri e che, come gli early adopter, diventano esempio per le masse.

L’influencer non è solo, come erroneamente si pensa, una figura con migliaia di follower, ma bensì un personaggio in grado di suscitare una reazione nelle persone intorno a lui. Solitamente questo avviene attraverso i contenuti che posta sul proprio blog o sui suoi canali social. Ma la moda per essere tale dev’essere condivisa. Sono infatti i tanti follower che reagiscono alle scelte/stili postati dagli influencer a renderli di tendenza. Un processo che parte dal basso, anche se non mancano casi di “manipolazione”, in cui le aziende cercano di imporre scelte e collezioni tramite la validazione sociale e il trust degli influencer. Un gioco funzionale, ma anche pericoloso.

Intercettare i trend attraverso gli influencer

Non è semplice muoversi oggi tra le centinaia di migliaia di utenti online che sono soliti definirsi, a torto o ragione, influencer. La mappatura delle figure utili da seguire, quelle realmente in grado di svolgere un ruolo da trendsetter, è quindi complessa, un’attività che necessita di know-how e dei giusti strumenti.

Tool dedicati all’influencer marketing come Launchmetrics, totalmente verticale al mondo fashion, Klear, Talkwalker, Blogmeter che permettono di:

  • fare outreach degli influencer, filtrandoli per parametri utili come ambito, canale, demografica follower, ecc.;
  • analizzarne i profili e i contenuti trovati;
  • monitorare la loro attività con i brand.

Parliamo di fenomeni che per “accendersi” hanno bisogno di un forte riverbero, elementi che spingono a concentrarsi su figure da un’audience estesa. Senza un buon numero di follower non è infatti pensabile che si accenda quella spinta dal basso che porta l’influencer a lanciare un trend.

Altro elemento di selezione è l’analisi dei contenuti prodotti dagli influencer, così da identificarne i tratti stilistici utilizzati: capi, colori, persino modi particolari di indossare un abito possono essere decisivi.

Individuare i trend tramite l’analisi delle conversazioni online

Essendo, per significato stesso, un fenomeno di massa, i trend sono fortemente connessi a una diffusione collettiva. I social diventano quindi perfetto specchio per il racconto di tendenze e simili, esprimendole attraverso immagini, testi, video, Stories.

Proprio per questo le analisi delle conversazioni che avvengono online (social, siti, testate online, forum, ecc.) rappresentano probabilmente la metodologia più scientifica e data driven per evidenziarle e, in molti casi, poterle intercettare nelle loro fasi iniziali.

I contenuti online rappresentano un potenziale di grandissimo valore per le aziende, essendo rappresentazione spontanea delle opinioni, dei gusti e dei pensieri degli utenti e, quindi, dei consumatori.

Questo tipo di analisi possono essere realizzate grazie a strumenti dedicati in grado di trovare quei contenuti online che rispondono a particolari parole chiave da noi impostate. Potremo così sapere volume delle conversazioni (il numero di contenuti creati su quel topic), il sentiment, gli argomenti connessi e le parole più utilizzate, la distribuzione geografica.

Di seguito alcuni elementi di un’analisi fatta in Italia sul tema “sneaker”.

Argomenti connessi
Parole più utilizzate
Distribuzione geografica

Facile comprendere quanto questi insight possano risultare decisivi nel comprendere la nascita di un trend, permettendoci inoltre di condurre analisi fortemente clusterizzate (uomo/donna, età, luogo, ecc.) e quindi ancor più utili. Perché è indubbio che trend e stili cambino profondamente a seconda che si tratti di donne o uomini o, ad esempio, di un pubblico under o over 30.

Basta uno sguardo al tema sneaker per comprendere quanto siano evidenti tali cambiamenti



Tali strumenti negli ultimi anni hanno aggiunto inoltre ulteriori funzioni di grande valore. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale permette infatti classificazioni dei contenuti in tempi brevi e con forte risparmio economico, per un lavoro che sino a ieri era gioco forza destinato ad analisti umani, ma che adesso può venire automatizzato. Ne nascono analisi estremamente complesse ed evolute che possono andare a indagare i reali driver che caratterizzano alcuni temi:





Quali contenuti sul tema sneaker trattano del colore? Quali del costo? Quali del materiale? Risposte di un’importanza capitale per valutare future tendenze.

L’altra grande innovazione è la capacità da parte dei tool di riconoscere le immagini, in quello che viene definito come image recognition. Non solo quindi il tool è in grado di trovare contenuti testuali su una particolare keyword, ma anche immagini, ampliando notevolmente la portata delle analisi. Anche in questo caso l’AI e il suo corretto addestramento permettono di limitare al minimo gli errori e rendere i dati ottenuti assolutamente credibili.

Essendo le mode una questione sociale, come detto, il consiglio è di non limitare le analisi solo ai temi legati al mondo fashion, ma di ampliarle. Partono spesso da lontano quegli input che condizionano la società prima e la moda poi.

Scoprire attraverso l’ascolto delle conversazioni che c’è un forte buzz sui temi legati alla sostenibilità è una spinta a possibili utilizzi, per esempio, di materiali eco in abiti e calzature.

Digitale sì, ma con criterio

Il mondo online e i tanti strumenti ad esso collegati mettono a disposizione dei brand strumenti e risorse dalle grandi potenzialità, permettendo di lavorare quanto mai in modo data driven, guidati dai dati seguendo realmente opinioni e pensieri del cliente finale.

Detto questo, non dobbiamo mai scordare il valore dell’esperienza e, soprattutto, che il tool più importante resta la capacità dei professionisti di dare contesto e creatività alla miriade di insight oggi disponibili.

L’ organizzazione di tour e visite ad altre realtà, a partire da una mirata e ben pianificata le attività di mistery client consentono di acquisire competenze importanti.

a cura di redazione

Come perfezionare il proprio business migliorando organizzazione e rendimento?

Uno strumento spesso sottovalutato, anche se efficace e innovativo è quello della formazione esperienziale. Non nel senso di team building tradizionale, ma come mezzo per mettere di fronte i collaboratori di un’azienda a casi studio reali.


L’ organizzazione di tour e visite ad altre realtà, a partire da una mirata e ben pianificata le attività di mistery client e di affiancamento nei punti vendita, consentono di massimizzare lo sforzo dell’apprendimento fino ad acquisire stimoli, e competenze necessari ad avere il pieno controllo della situazione e una visione completa della situazione.

Il caso GDA è emblematico. Società che opera con più canali distributivi per mezzo di diversi brand come Futura, Pick up, Conviene e Talento, il gruppo ha intrapreso un percorso di formazione e empowerment affiancato da Cavalieri Retail e dal suo team. Proprio grazie a una serie di azioni sul punto vendita, GDA ha potuto rafforzare i servizi del suo reparto gastronomia.

Durante le formazioni in aula si sono susseguite attività di vario tipo: degustazione di formaggi con un’esperta ONAF, simulazioni di vendita, allenamento all’osservazione e all’ascolto del cliente, presentazioni di casi pratici e decontestualizzati. Anche il coinvolgimento diretto di alcuni gastronomi della rete è stato un punto importantissimo della formazione.


I livelli di ingaggio e motivazione sono stati stimolati anche grazie a sistemi incentivanti: sfide tra i diversi punti vendita che hanno portato a ottimi risultati. In questo modo i collaboratori hanno sperimentato e acquisito in prima persona un nuovo modello di organizzazione e vendita e hanno potuto esprimere la propria curiosità e creatività, con l’obiettivo di crescere a un livello personale e professionale.

La Sitael è all’avanguardia su tecnologie rivoluzionarie dallo spazio all’e-mobility. Abbiamo parlato con Agostino De Angelis, Marketing & Business Development Manager

a cura di Davide Pellegrini

La Sitael è all’avanguardia su tecnologie rivoluzionarie dallo spazio all’e-mobility. Abbiamo parlato con Agostino De Angelis, Marketing & Business Development Manager, della loro e-bike, un prodotto che rivela la portata rivoluzionaria dell’approccio IoT.

Il concetto di e-bike potrebbe essere davvero rivoluzionario. In cosa consiste esattamente questa tipologia di prodotto?

Le e-bike stanno rivoluzionando il mercato del ciclo, con tassi di crescita a doppia cifra, trend di crescita che questo settore non vedeva da molto tempo. Questa nuova tipologia di veicolo aumenta le occasioni d’uso delle due ruote, nel caso del cosiddetto “commuting” (ovvero spostamento casa-lavoro o in città) combinando praticità, velocità ed economicità dei costi di gestione.

Le e-bike sono veicoli elettrici leggeri, quindi biciclette equipaggiate con sistema di assistenza alla pedalata grazie alla presenza di un motore e della relativa batteria. Grazie all’integrazione di diversi sensori a bordo, l’assistenza del motore viene attivata quando l’utente pedala, mentre viene disattivata se l’utente smette di pedalare oppure aziona i freni o ancora supera la velocità di 25 km/h. Per questo motivo vengono definite biciclette elettriche a pedalata assistita o PEDELEC. Per il codice della strada le pedelec sono equiparate a velocipedi (biciclette normali quindi) e sono esenti da tassa di proprietà e assicurazione a patto che rispettino i limiti in particolare “motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando il veicolo raggiunge i 25 km/h o prima se il ciclista smette di pedalare.”

Al di là dei tecnicismi è l’esperienza di utilizzo di una e-bike rispetto ad una bici tradizionale a fare la differenza in termini di sicurezza, di praticità, di benessere fisico https://www.nexum.bike/10-motivi-per-comprare-una-e-bike/

Ma non solo, esiste anche una dimensione emozionale, come conoscono bene i ciclisti che praticano e-Mountainbike e e-Roadbike. Con una e-MTB o una e-Road, pur con una preparazione fisica (molti atleti utilizzano le e-bike nella fase di defaticamento), si possono ampliare i propri limiti e raggiungere pendenze o distanze molto più elevate che non si potrebbero sperimentare se non attraverso un duro allenamento non perseguibile da qualsiasi persona, per esigenze di tempo e condizioni fisiche/età.

Smartika Casual
Smartika

Sembra evidente che un lavoro del genere sia strettamente connesso un approccio orientato al service design. Come riuscite a far convergere il design di prodotto con l’innovazione tecnologica e per raggiungere esattamente quali obiettivi?

Nella nostra organizzazione in SITAEL la tecnologia è il driver del cambiamento, indispensabile in contesti innovativi e dinamici in cui operiamo: dallo spazio, con la realizzazione di satelliti, alla divisione IoT per l’eMobility e la Vending Industry.

L’esperienza di interazione con le nostre soluzioni è sottoposta ad un attento studio funzionale, per poi validare sul campo l’esperienza attesa da quella effettiva lungo tutti i cosiddetti touch points. Nel caso di soluzioni B2B questo processo è una parte di un processo più ampio di digital transformation che porta i nostri partner nel processo di cambiamento e innovazione della propria realtà.

Le e-bike Nexum riflettono questo DNA e sono le uniche e-bike commercializzate in Italia ad integrare la tecnologia proprietaria ESB che connette il veicolo alla piattaforma cloud.
Grazie a questa tecnologia di connettività il veicolo è equipaggiato di antifurto GPS e trasmissione dati sia GPRS che Bluetooth che ne consente la geolocalizzazione come nel caso della e-bike rubata e ritrovata recentemente (https://www.nexum.bike/e-bike-rubata-a-vienna-rintracciata-in-24-ore-grazie-al-sistema-di-connettivita-sitael/ ).
Inoltre nel caso in cui il sistema rilevi che il veicolo sia coinvolto in un potenziale incidente attiva un countdown che se non viene arrestato invia un messaggio di SOS ai numeri selezionati allegando la posizione del potenziale incidente, minimizzando così i tempi di soccorso.

Si parla spesso di IOT ma, a dire il vero, la maggior parte delle persone ancora oggi non ne ha un’idea chiara. I vantaggi della connessione sono comunque molti. Secondo voi è possibile pensare all’applicazione di prodotti così evoluti, ad esempio, per i servizi di bike sharing che molte città offrono?

Si certo, la tecnologia ESB integrata nelle e-bike Nexum è già disponibile per una configurazione Fleet per Small Rental (per strutture ricettive o flotte per small business) ed è anche in fase di rilascio per sistemi di Bike sharing.

Oltre alle funzionalità per l’utente finale, la tecnologia IoT integrata nelle ebike Nexum porta notevoli vantaggi anche sul lato business, infatti consente di ridurre i tempi di assistenza, grazie alla possibilità di effettuare diagnosi remota del veicolo e al contatto diretto via app, permettendo quindi di ottimizzare l’intera supply chain. Altro importante aspetto è il data-driven manufacturing, ovvero la progettazione di veicoli sulla base delle reali condizioni d’uso che vengono registrate dal sistema e subordinatamente al consenso dell’utente. Questo permette di migliorare continuamente la progettazione dei nuovi veicoli che vengono quindi realizzati in relazione alle esigenze reali degli utenti.

I vostri prodotti, essendo così sofisticati e di alta gamma, hanno costi molto elevati. Quali sono gli obiettivi di mercato di ebike? Mantenere una nicchia o puntare su una maggiore distribuzione del prodotto?

Non si comprano prodotti, ma esperienze, e questo è drammaticamente vero nel mondo delle e-bike. Il problema principale per chi possiede una e-bike oggi è proteggerla, diversamente il costo diventa davvero molto elevato.
In Nexum puntiamo alla qualità e alla costante innovazione delle nostre e-bike, per garantire una riding experience superiore. Il riconoscimento del mercato non si è fatto attendere.

Su cosa puntate per far conoscere i vostri prodotti? Esistono strategie di promozione e commercializzazione che prevedono approcci omnichannel?

La migliore strategia per far conoscere i nostri prodotti è prima di tutto il passa parola generato dalla loro qualità e performance. Oggi è inimmaginabile un processo di acquisto, soprattutto di un bene complesso come una e-bike, che non preveda una fase di acquisizione informativa online, quindi la strategia ominichannel è un obbligo. Attualmente le e-bike Nexum sono disponibili online e presto anche attraverso alcuni punti esperenziali molto selezionati.