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Il tema dell’Influencer Marketing è quasi sempre affrontato dal punto di vista degli influencer perché per i media è l’aspetto più curioso e notiziabile. Opportunità e scenari.

a cura di Redazione

Riportiamo un articolo di Vincenzo Cosenza, apparso il 15 luglio 2019 sul suo blog, Vincos, dedicato al tema dell’incontro del customer journey con l’influencer marketing.

Vincenzo Cosenza

Vincenzo Cosenza, da marzo 2012 è Strategist e responsabile della sede romana di BlogMeter, società leader in Italia nell’analisi delle conversazioni in rete e delle interazioni sui social media.
Da aprile 2018 ha assunto la responsabilità di Head of Marketing Italy in 
Buzzoole, azienda di Influencer Marketing con sedi in Italia, Uk, USA.

Il tema dell’Influencer Marketing è quasi sempre affrontato dal punto di vista degli influencer perché per i media è l’aspetto più curioso e notiziabile. In Buzzoole abbiamo deciso di esplorare il mercato indagando l’ottica delle aziende che comprano o fanno autonomamente attività con i creator. Lo abbiamo fatto commissionando una ricerca su 300 decision maker di grandi aziende a Koniqa, società di consulenza per l’innovazione di offerta e il go to market.

Le 3 fasi dell’Influencer Marketing

L’indagine ha portato alla luce un mercato stratificato e dinamico che può essere letto in ottica evolutiva. Esistono almeno tre tipologie di aziende che possono essere ricondotte a tre fasi di un percorso evolutivo: l’adolescenza, la maturità e la fase di maggiore sofisticazione nell’approccio all’Influencer Marketing.

aziende italiane e influencer marketing

Young: il 53% delle aziende intervistate appartiene al cluster di coloro che si stanno avvicinando all’Influencer Marketing. Lo fanno esplorando cautamente questa leva soprattutto ricorrendo ad essa per progetti occasionali (ad esempio per il lancio di un prodotto o per un evento aziendale). Le aziende di questo tipo non partecipano attivamente alla gestione di tutte le fasi del processo di IM, ma preferiscono delegarle all’agenzia partner.

Mature: il 24% delle aziende appartiene al cluster di coloro che hanno già fatto esperienze di coinvolgimento degli influencer. Si caratterizzano per un management più giovane e istruito. Qui il brand ha un ruolo attivo, di “direttore d’orchestra” nella supervisione della strategia e di coordinamento di più fornitori, necessari allo sviluppo di campagne più complesse: centro media, agenzia di comunicazione, agenzia di pubbliche relazioni. 

Sophisticated: il 23% delle aziende intervistate appartiene al cluster più evoluto ossia a coloro che usano l’Influencer Marketing in maniera strategica. In questo gruppo, il management è concentrato nella fascia d’età 35-44 con il più alto livello di istruzione riscontrato. La decisione di acquisto delle soluzioni di IM è concentrata nella funzione marketing, che ha responsabilità di budget ed è in grado di assumere la guida dell’intero processo, dalla fase strategica a quella operativa. Questi brand arrivano anche a riconfigurare la propria organizzazione per rispondere allo scopo, affidando ai Product Manager e ai loro team la gestione del processo. 

Il ruolo dell’Influencer Marketing nel Customer Journey

Il 45% degli intervistati attribuisce un ruolo specifico all’Influencer Marketing nell’ambito della propria strategia di comunicazione. Tra questi, la maggior parte, gli riconosce maggiore incisività in due fasi del funnel di vendita: quelle di ‘aware’ e di ‘appeal’. Ma le aziende che si trovano nello stadio evolutivo più avanzato ne colgono l’importanza anche nelle fasi di ‘Ask’ e ‘Act’.  
Tuttavia, la ricerca evidenzia una quota ancora consistente di “scettici”, pari al 55% degli intervistati, nei confronti dell’efficacia dell’Influencer Marketing. Questa quota è particolarmente concentrata nel cluster Young, a riprova del fatto che l’Influencer marketing non riesce ad esprimere il suo potenziale se inserito in un processo di adozione ancora acerbo.

customer journey dell'influencer marketing

La propensione agli investimenti in Influencer Marketing

L’85% degli intervistati pensa di pianificare un’attività di Influencer Marketing nei prossimi 12 mesi. Il 39% ha dichiarato che intende procedere con due o più campagne nel prossimo anno, mentre il 30% sta pensando di pianificare progetti strategici che coprono un arco di 6-12 mesi.

La ricerca contiene molti dati e mette in luce diversi altri aspetti cruciali: le barriere all’utilizzo di questa leva di comunicazione, i driver di selezione degli influencer, il ruolo della tecnologia. 
Per saperne di più vi consiglio di scaricarla gratuitamente qui.

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Dove vogliono lavorare i giovani italiani e perché? Un'indagine svela i nomi delle aziende e i motivi della scelta. Clima umano, team e valori in prima fila.

Diventa un elemento importante lo stare in armonia con il team. Quando l’employer branding non è solo un manifesto, ma si trasforma in stile di vita aziendale.

Dove vogliono lavorare i giovani universitari italiani? Nelle multinazionali o nelle organizzazioni internazionali (48,5%), in primis, comunque in un’azienda privata, anche nazionale (24,5%), o nel settore pubblico, ma in misura minore (12%). Pochissimi si vedono alla guida di un’azienda propria (6%) e ancora meno all’interno di una start-up (3%). I colossi del digitale Google e Apple sono i luoghi di lavoro più ambiti dagli studenti di Economia, Giurisprudenza e dei corsi di laurea scientifici, mentre chi studia materie umanistiche sogna di lavorare nei grandi gruppi editoriali e televisivi, come Mondadori, Rai e Mediaset.

Bayer, Humanitas, Angelini e Menarini sono invece le imprese preferite dagli studenti dei corsi di laurea a indirizzo sanitario. È quanto emerge dall’indagine di Universum Global, società di ricerche di mercato svedese e leader nell’employer branding, che ha intervistato oltre 40.000 studenti e neolaureati afferenti a 44 Università in Italia sparse su tutto il territorio nazionale.

Google attira per innovazione e tecnologie, ma anche per un ambiente di lavoro creativo e inclusivo, attento a promuovere la diversità e la parità di genere. Chi sceglie Ferrero è attratto dal rispetto per il personale e dagli standard etici, oltre che dall’equilibrio tra vita professionale e privata. I grandi gruppi dell’automotive, invece, sono associati al prestigio e ad alte prestazioni individuali. Tra i giganti dell’energia, Enel e Eni sono sinonimo di un posto di lavoro sicuro, ma attraggono anche per la Responsabilità Sociale d’Impresa (Enel) e le opportunità di viaggi e trasferimenti all’estero (ENI). Per chi cerca il giusto bilanciamento vita-lavoro, la triade è Decathlon, Poste Italiane e Google, mentre tra i campioni dell’uguaglianza di genere Humanitas, IKEA e, ancora, Google. Rispetto all’indagine del 2018 ci sono poi anche alcune new entry nella top 30 delle favorite: Huawei, Menarini, Humanitas, Fincantieri, H&M e Mediaset.

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La relazione tra Turismo e Shopping è diretta e non sempre immaginata come un asset di sviluppo economico. Il piacere di acquistare il made in Italy viene spesso ritenuto una conseguenza del Turismo quando invece ne è spesso tra le ragioni principali.

a cura di Andrea Pugliese

Il mercato del turismo è segnato dalla ricerca di Esperienze.

È esperienza fare le tagliatelle, vendemmiare, praticare lo yoga in un dammuso o a imparare a fotografare i monumenti. È esperienza rivivere la Roma imperiale grazie alla realtà virtuale e discutere di filosofia per le strade di Atene.

Più di ogni cosa, è esperienza fare Shopping.

La relazione tra Turismo e Shopping è diretta e non sempre immaginata come un asset di sviluppo economico. Il piacere di acquistare il made in Italy viene spesso ritenuto una conseguenza del Turismo quando invece ne è spesso tra le ragioni principali e come tale andrebbe progettata e gestita.

Lo shopping è una delle ragioni per scegliere la meta, specie se si aprono le possibilità di acquisti fuori dal solito circuito, di prodotti non presenti on line, o generati dalla relazione diretta con l’artigiano o il produttore.

La recente ricerca Shopping Tourism Italian Monitor (http://www.shoppingtourismforum.it ) evidenzia come sia prioritario creare un sistema integrato turismo-acquisti che coinvolga dalle grandi città agli outlet, dai piccoli borghi alle grandi stazioni.

La ricerca rileva come in Italia, almeno un milione e mezzo di turisti scelgono di visitare ogni anno Firenze, Milano, Roma, Torino e Venezia per l’offerta legata allo shopping, spendendo in media 110 euro a testa al giorno, con un’alta concentrazione di spesa in abbigliamento (60%) seguita da accessori e pelletteria (17,3%) e cosmetica e profumeria (3,6%).

L’indagine, realizzata nel 2017 evidenza come Milano sia la città con la maggiore quota di turisti che trovano nello shopping la motivazione principale del viaggio (15,4%), seguita da Firenze (6%) e Roma (3,8%). Poi Venezia (1,4%) e Torino (1,1%). La spesa media giornaliera dei turisti intervistati che hanno nello shopping la motivazione principale del viaggio, è risultata pari a 121 euro a Milano, 77,80 euro a Roma e 45,15 euro a Firenze. Milano è la prima destinazione di viaggio per shopping su scala mondiale (20,3% di citazioni), seguita da New York (17,4%), Parigi (16%) e Londra (14,2%).

Indipendentemente dalla motivazione di viaggio, la ricerca evidenzia come il 29% dei turisti si informino sulle opportunità di shopping prima di scegliere una meta, e per il 39% lo shopping conti parecchio nell’esperienza di viaggio.

Tutte informazioni utili a progettare servizi che dovranno essere diversi a seconda della nazionalità del cliente, al tempo che ha a disposizione, allo spazio che ha in valigia, ai sogni e bisogni che l’hanno portato alla vostra porta.

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Viviamo in un mondo in cui tutto (o quasi) è servizio e, per forza di cose, anche il fornitore (partner) diventa parte integrante di questa catena di valore che ha un preciso obiettivo: offrire il servizio migliore, al prezzo più giusto.

a cura di Redazione

Fonte Sole24Ore, Francesca Contardi, 17 maggio 2019

Da parecchi anni, ormai, si parla di customer experience: lunghe schiere di consulenti si spendono su questo concetto e milioni di euro sono stati investiti dalle aziende per fare in modo che il cliente sia coccolato come un bambino in fasce, si senta ascoltato come dallo psicologo e soprattutto parli bene del brand. La sfida di tutti è riuscire a catturare il cliente e a non farlo andare via per più tempo possibile.

Ma c’è una categoria che, in questo processo, quasi nessuno considera: i fornitori. Tutti, in un modo o nell’altro, siamo fornitori di qualcuno e clienti di qualcun altro. Sempre. Il trattamento che diamo o riceviamo, però, cambia a seconda del ruolo. Da cliente ci aspettiamo il miglior trattamento possibile, se veniamo trattati male tendiamo a vendicarci e a non comprare più da quella azienda. Siamo, solitamente, poco fedeli a un brand. Se troviamo qualcuno che offre un servizio similare, magari a un prezzo più vantaggioso, cambiamo senza farci troppi problemi.

Quando ci trasformiamo in fornitori, invece, ci sentiamo vessati, soprattutto oggi che il mercato ha difficoltà oggettive, ci sono meno soldi e le aziende devono far quadrare i conti. E i primi che ne pagano le conseguenze sono proprio i fornitori, ancora di più quando si parla di servizi. Perché i servizi sono difficilmente quantificabili in termini di ritorno economico immediato. Il problema, però, sta proprio in questo cortocircuito che viene a crearsi. Io ritengo che sia fondamentale trasformare i fornitori in partner, condividere le strategie di crescita ma anche (e soprattutto) le difficoltà. Un rapporto basato sulla trasparenza è un vantaggio competitivo importante, che nessuna azienda può permettersi di ignorare. Certo, c’è bisogno di fiducia reciproca: il fornitore (partner) deve fidarsi del suo cliente, iniziando a sentirsi un elemento importante e non qualcuno a cui strappare il prezzo più basso.

Viviamo in un mondo in cui tutto (o quasi) è servizio e, per forza di cose, anche il fornitore (partner) diventa parte integrante di questa catena di valore che ha un preciso obiettivo: offrire il servizio migliore, al prezzo più giusto.

Tra previsioni di trasformazione del settore e necessità di risolvere alcune criticità messe in risalto dal mercato, il pharma si prepara a entrare in una nuova era. Alcuni punti salienti.

a cura di redazione

Cliccando su questo link sarà possibile scaricare l’ultimo report Eleman Trust Barometer Healthcare 2019 che conferma di fatto le tendenze messe in evidenza dall’articolo, con la sintesi dei punti salienti del settore farmaceutico monitorati nel 2018.

La trasparenza

Il Barometro Fiduciario Edelman del 2018 ha descritto il calo di fiducia dei consumatori nell’industria farmaceutica, con un minimo del 38% che ha indicato il settore come il meno affidabile delle 15 industrie monitorate da Edelman. Pazienti, clienti, gli stessi politici hanno una visione critica sull’industria e chiedono regole di trasparenza, sia per quanto concerne l’effettiva provenienza dei farmaci e la loro composizione sia rispetto a una corretta informazione sulle modalità di sperimentazione clinica. I produttori di farmaci, impegnati anche in attività di ricerca e sviluppo, devono trattare la trasparenza in ogni fase del processo clinico. Sono previste penalità e sanzioni per chi non rispetta le regole sul trattamento dei dati e sulla produzione di report.

C’è da considerare in effetti, grazie anche a questa nuova era di digital media, che tutta l’industria si sta via via spostando verso una maggiore esposizione per tutte le parti interessate, qualcosa che cambierà radicalmente il modo stesso di organizzare la pharma retail industry.

La personalizzazione dei trattamenti

Il 2018 è stato un anno importante nella medicina personalizzata, che rappresenta una dinamica di cambiamento nel modo in cui i farmaci vengono gestiti. Guardando al 2019, è evidente che siamo solo all’inizio del potenziale della medicina personalizzata. I pochi trattamenti approvati sul mercato, come nel caso dei CAR-T per il settore oncologico, dimostrano le difficoltà di commercializzazione, anche a causa degli elevati costi per il paziente e per gli assicuratori.

Nonostante ciò, i trattamenti  CAR-T e altri strumenti personalizzati e di precisione rimangono un’evoluzione promettente per l’industria del farmaco. È necessario lavorare per rendere sostenibile queste pratiche e fare in modo che possano rappresentare un mercato conveniente.

L’innovazione e la R&S

Con l’avvento di medicinali personalizzati e di precisione,  l’innovazione terapeutica nel settore farmaceutico è entrata in una specie di rinascita. Ma, anche con terapie rivoluzionarie nello sviluppo di farmaci, l’attività di ricerca e sviluppo sta entrando in gravi difficoltà. Negli ultimi 20 anni, studi hanno mostrato un allarmante calo dei rendimenti degli investimenti in R&S in tutto il settore, al punto che gli analisti prevedono un ROI dello 0% nel giro di pochi anni. Non c’è per ora una strategia per risolvere questo problema. Ai leader di settore si chiede perciò di essere ancora più meticolosi nella valutazione delle attuali pratiche e metodologie. Sfruttare le nuove tecnologie certamente può essere una via, ma la crisi richiederà approccio più complesso, con processi di cambiamento a medio-lungo termine e nuovi standard organizzativi.

Il rispetto dei dati

L’integrità dei dati non è nulla di nuovo nel settore farmaceutico. Certo, negli ultimi anni è cresciuta l’enfasi da parte del FDA e altre normative che controllano il rispetto dei dati. Il compito, per quel che concerne i dati,  è aggravato da due tendenze chiave: 

1) il settore farmaceutico sta sempre più abbracciando funzionalità digitali e raccogliendo e memorizzando dati per via di più touchpoints;

2) il passaggio alla medicina personalizzata ha bisogno di raccogliere un numero sempre maggiore di informazioni, vista anche la delicatezza e l’importanza di alcuni trattamenti medici. 

Gli strumenti del digitale possono aiutare le organizzazioni a gestire meglio i dati assieme a una cultura della qualità e dell’analisi di feedback in un’ottica di customer experience.

Il dibattito sui prezzi

In un settore già critico, i legislatori e i pazienti/utenti analizzano i costi dei trattamenti e cercano di fare luce su un modello di medicina personalizzata strettamente connesso al controllo del prezzo dei farmaci. Mentre il 2018 ha visto molti produttori evitare gli aumenti dei prezzi, per il prossimo futuro si prevede un aumento della quota della spesa sanitaria complessiva per la medicina di prescrizione. Una delle tendenze è il maggiore senso di responsabilità e di intervento riguardo l’informazione commerciale e gli spot pubblicitari, con il fine di mantenere un controllo coerente e strutturato su un mercato che, prima di essere un settore di consumo, è un asset della produzione intimamente connesso al benessere dell’utente.

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Che rapporto c'è tra mondo del retail e start up innovative? A leggere i dati dei trend, le prospettive sembrano essere davvero molto incoraggianti.

a cura di redazione

Dalle soluzioni di realtà virtuale per provarsi un vestito a quelle per fare acquisti al supermercato senza passare dalla cassa, dai pagamenti resi più veloci ai processi diventati più semplici, fino alle proposte per far giocare il cliente o garantire la sicurezza delle merci: sono innovazioni di cui il mondo del retail avrà sempre più bisogno negli anni a venire. E, spesso, provengono dalle startup.  Come ha rilevato l’ultima edizione dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail della School of Management del Politecnico di Milano, ci sono più di 1600 startup innovative italiane che potenzialmente si occupano di retail, circa il 17% delle oltre 9.700 iscritte nell’apposito registro, quindi quasi una su cinque. 

Di queste il 43,5% si occupa di eCommerce, il 16,3% di intelligenza artificiale, l’11,3% di Internet of Things, il 10,9% di Big Data, il 9,7% logistica, il 3,7% di vendita al dettaglio e GDO, il 2,7% di Bot e Chatbot e l’1,9% fidelity e loyalty program.

Ecco alcuni esempi di startup innovative.

RetAPPs è una startup specializzata in soluzioni tecnologiche innovative per il settore retail basate sull’impiego di smartphone e tablet nel processo di acquisto in-store e out-of-store. In particolare RetAPPs sviluppa e distribuisce SmartBip, un piattaforma software che consente ai retailer di integrare in un’unica applicazione modulare i servizi di Mobile Self Scanning, Mobile Payment, Shopping List Management, Select&Collect, Mobile Promotions & Couponing. L’azienda, fondata nel 2012 da Alessandro Tiretta, esperto IT del settore retail in Italia, e da Superpartes, innovativo incubatore di impresa con sede a Brescia, ha tra i suoi clienti Auchan Italia, che l’ha utilizzata per lo sviluppo della app di mobile payment AuchanSpeedy. Si tratta di un servizio innovativo che permette di saltare del tutto il passaggio in cassa, grazie a un’applicazione su smartphone.

ReteApps

Papèm è un marketplace per retailers della moda e del design che punta a collegare i negozi online e i negozi fisici. I retailer possono promuovere i loro prodotti online e i clienti possono confrontare opportunità, ottenere sconti speciali o comprare direttamente online dai migliori negozi. È stata lanciata a inizio 2016 da Alberto Lo Bue, il CEO che è stato data scientist di Rocket Internet, Carlo Alberto Lipari e Roberto Pirrone, CSO e anche componente del direttivo del Gruppo Giovani imprenditori di Confcommercio Palermo. 

Papèm

Stentle è una startup innovativa nata nel 2015 e acquisita di recente da M-Cube Digital Engagement, gruppo italiano impegnato nella realizzazione di soluzioni audiovisive per il marketing instore. Stentle punta a fornire ai propri clienti gli strumenti per poter affrontare iniziative omnicanali nel mondo del retail, GDO e del turismo. Ad esempio, Just Commerce – questo il suo nome – è un kit di strumenti come servizi cloud e app mobile per le catene retail. Le soluzioni di Stentle, integrandosi con i sistemi legacy del brand cliente, permettono di supportare il personale del punto vendita in tutto il processo commerciale, dal riconoscimento del cliente fino al percorso personalizzato che ripropone le logiche del mondo online all’interno del negozio fisico.

Stentle

Checkout Technologies è un’azienda che sviluppa reti neurali convoluzionali per la Computer Vision, che consentiranno ai clienti dei punti vendita di fare acquisti senza passare dalla cassa. Fondata a Milano nel 2017 ha raccolto 850mila euro in un round di finanziamento. Ha sedi anche a San Francisco e Monaco di baviera. Nel 2018 è stata premiata a Pechino come migliore startup europea, un riconoscimento che non ha un risvolto economico immediato ma che sta contribuendo a raggiungere un maggior numero di clienti e ad attirare nuovi investitori. A ottobre 2018 ha vinto l’Open-Inn Retail Award, riconoscimento annuale per premiare progetti di Open Innovation nelle aziende Retail, per la categoria “Startup in fase di seed”. KikiLab ha assegnato il premio per Fast Checkout & Full Automated Storesoluzione multiprodotto per l’automazione dei processi di acquisto all’interno dei supermercati. Full Automated Store consente al negozio di riconoscere automaticamente prodotti, persone, movimenti e azioni. 

Checkout Technologies

Intribe realizza progetti di customer insight data intelligence per produrre analisi evolute su esigenze, stili di vita, abitudini ed evoluzioni dei consumatori. Attraverso attività di gamification (giochi e contest) con tecnologie di Intelligenza Artificiale e machine learning, InTribe rende la partecipazione alle indagini di mercato interattiva e coinvolgente. InTribe è tra le vincitrici di MIA – Miss In Action, il primo acceleratore in Italia per startup e pmi innovative al femminile.

Intribe

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Per il retail si apre una fase di grande concorrenza per chi prima riuscirà a modernizzarsi utilizzando la digitalizzazione come elemento distintivo.

Durante la Digital Week di Milano, intervenuto nella conferenza “Future Store, what’s next?” Enrico Trovati, direttore merchant services and solutions di Nexi, spiega il suo punto di vista su come cambierà il modo di fare acquisti nei prossimi anni: “Lo store del futuro, che vediamo in alcuni casi innovativi già oggi, prevede molta più interazione del cliente all’interno del negozio, una full immersion esperienziale che per quanto riguarda il merchant riuscirà a dare grande valore al proprio brand. L’incremento di tecnologia digitale a supporto dei pagamenti sta andando nella direzione di includere, quasi senza accorgersi, il pagamento all’interno dei processi di acquisto. Credo che in Italia, come nel resto del mondo, la tecnologia sullo smartphone sarà il picco di questa esperienza, perché il cellulare è sempre con noi, penso quindi che il trittico: applicazione dei merchant, pagamento simless all’interno dell’applicazione ed esperienza digitale a tutto tondo, saranno i tre elementi di successo per chi vorrà fare distribuzione innovativa nel futuro“.

Una rivoluzione tecnologica senza precedenti con diverse opportunità sia per il comparto che per Ia clientela, come sottolineato da Mauro Bussoni segretario generale di Confesercenti: “Per il comparto si apre una fase di grande concorrenza ovvero chi prima riuscirà a modernizzarsi utilizzando la digitalizzazione come elemento concorrenziale positivo vincerà. Per la clientela ci saranno maggiori opportunità, migliori servizi. E’ un mondo che sta cambiando molto velocemente: cambiano le abitudini dei consumatori, cambia il modo di fare la spesa, i pagamenti diventeranno anche virtuali in modi completamente differenti rispetto ad oggi”.

Un cambiamento nella vendita che sarà sempre più interattiva, come sottolineato da Vittorio Carena (Founder Vittorio Carena Studio): “L’evoluzione principale sarà la commistione e l’implementazione di tutti i sistemi digitali, che saranno molteplici (piattaforme di vendita, strumenti digitali, elementi e metodi di vendita nuovi che si fonderanno con lo spazio fisico esistente che rimarrà comunque fondamentale per l’accessibilità alla vendita stessa. Il negozio tradizionale non sparirà ma si evolverà”.

Per raccontare meglio l’evoluzione dei pagamenti digitali nei punti vendita negli ultimi 15 anni, Nexi ha allestito un percorso esperienziale nella sede della Cariplo Factory a Milano, denominato ‘Future Store, what’s next?’, che consente di vivere in prima persona il futuro dei pagamenti digitali. All’interno del percorso interattivo il visitatore ripercorre i cambiamenti del modo di acquistare prodotti nei vari punti vendita. Nella prima sala, detta ‘Caos’, un mare di scontrini e di vari modelli dei primi pos riassume il primo passo verso la tecnologia digitale con diversi apparecchi utilizzati per vari servizi (taxi, buoni pasto, ecc) spesso non efficienti a causa delle connessioni lente. Nella stanza successiva, dei “Gatti”, assistiamo all’avvento dei pos contact-less nel quale i pagamenti sono più semplici e veloci, spesso associati all’uso sempre più quotidiano dello smartphone.

Secondo il Word Economic Forum l’attenzione per l'essere umano sarà la chiave di volta per la quarta rivoluzione industriale.

a cura di Progettomenodue

Il Salone del Mobile è ai blocchi di partenza.

Tra un mese, a Milano, si svolgerà la più importante fiera a livello mondiale dedicata al design. 

Ogni anno migliaia di visitatori da tutto il mondo partecipano ai numerosi eventi in programma. In particolare quelli del Fuorisalone, nato nei primi anni Ottanta e diventato col tempo una manifestazione quasi parallela, che coinvolge gli ambiti più disparati: tecnologia, automotive, arte moda e food.

Di fatto è diventata la vetrina più prestigiosa sia per realtà emergenti che per nomi già famosi.

La sensazione che si prova è di trovarsi nell’ombelico del mondo, un autentico think thank dove i cosiddetti ricercatori di tendenza si muovono tra un quartiere e l’altro per scovare le ultime novità.

Ma come nasce un trend? Perché in un determinato momento tutti portano un certo tipo di pantaloni e decorano le case con certe finiture? O in vetrina si vedono sempre gli stessi elementi?

A volte, ci sono tendenze che esplodono in pochissimo tempo ma, come nascono velocemente, altrettanto muoiono. Altre, invece, rimangono in sordina e sono solo le le aziende di trend scouting a percepirle, anche con due anni di anticipo. Prima sono accenni, che diventano via via più marcati fino a diventare fenomeni globali che coinvolgono una vasta gamma di settori.

Da designer per il retail, per noi, è fondamentale riuscire a intercettare queste novità: i brand vogliono essere al passo coi tempi e comunicare in maniera attuale coi propri clienti.

Sicuramente, durante la prossima Design Week, saranno di tendenza questi macro-temi:

  • L’intelligenza emozionale
    • La biofilia
    • L’empowerment personale in particolare quello femminile

Il filo rouge è uno solo: l’essere umano.



Secondo il Word Economic Forum l’attenzione per esso sarà la chiave di volta per la quarta rivoluzione industriale.

Progettare basandosi su cosa pensa l’uomo e, soprattutto, su cosa prova sarà alla base di tutto: future is feeling.

I designer dovranno concentrarsi anche sul dare un’anima alla tecnologia perché come gli esseri umani stanno diventando sempre più di digitali, così la tecnologia dovrà essere in grado di umanizzarsi, replicandone emozioni, imperfezioni e capacità.

Il processo sarà simbiotico perché i confini tra digitale e reale diventeranno sempre più labili.

Replika, ad esempio, è un chatbot dove l’intelligenza artificiale è in grado di imparare e mimare le espressioni dei suoi utilizzatori.



O Moodo, un diffusore di essenze smart, capace di captare gli stati d’animo e diffondere aromi che assecondano o leniscono l’umore del momento.



Le personalità artificiali si alterneranno a quelle in carne e ossa: già tre anni fa, Louis Vuitton utilizzò come sua testimonial Lighting, eroina di Final Fantasy.

Lil Miquela è una celebrity da 1 milione e mezzo di followers su Instagram. Nei suoi post la vediamo mentre mangia un gelato, ad un evento stampa, sul divano di casa.

Lil Miquela: The Digital Avatar Instagram Influencer

Cosa ha di particolare? E’un avatar.

L’interesse per le esperienze immersive crescerà, portando i designer a testare anche il potere dei sensi: allo scorso salone del mobile, Sony aveva presentato lo show Hidden Sense, dove oggetti di uso quotidiani erano stati modificati per una loro fruizione interattiva.

Di recente, è salita alla ribalta la notizia dell’artista Marina Abramovic e della sua prossima performance che avrà luogo a Londra nel 2020. Il suo corpo sarà caricato di corrente elettrica, aggiungendo energia sufficiente per essere in grado di spegnere una candela puntando semplicemente il dito su di essa.

Marina Abramovic

All’estremo opposto, la tendenza di adattarsi ai ritmi del corpo si sta già evidenziando nello store design: dagli spazi commerciali con musica ad alto volume, video wall e luce sparata, i nuovi negozi vengono progettati come dei santuari. Minimal, puliti, con display non invasivi, dalla luce calda e naturale.

Il punto vendita diventa quindi uno spazio in cui rilassarsi e riprendere fiato, tutto giocato su linee morbide e colori eterei.

Saranno prediletti format più piccoli, le grandi metrature risulteranno dispersive e caotiche. Con meno spazio per esporre il prodotto, i retailer dovranno fare uno sforzo ancora maggiore per catturare l’attenzione, ma potranno rispondere in maniera più mirata ai bisogni del consumatore.

Ikea e Nordstrom stanno già sperimentando questo tipo di strategia che permette loro di aprire negozi anche in centro città.

La possibilità di rallentare è il nuovo lusso: si sta assistendo ad una vague nostalgica per i tempi in cui tutto scorreva più lentamente e il design comincia a dare le prime risposte.

Strumenti che favoriscono l’attesa e lo slow down come Gudak, un’app dello studio coreano Screw Bar.



Ispirata alle macchine fotografiche Kodak, l’applicazione aggiunge un minuscolo obiettivo alla fotocamera del cellulare e non mostra le foto finché non sono “sviluppate” e, per farlo, ci impiegano tre giorni. Ciò conferisce un maggior valore agli scatti (come si faceva una volta) e una gratificazione non immediata, ma più esaustiva.

Anche il settore del turismo dovrà adattarsi alla voglia di lentezza; dovrà essere in grado di fornire soluzioni a contatto con la natura, tour a piedi o in località inusuali, lontani dalla folla.

E il legame con la natura è alla base di una nuova parola che si sente sempre più spesso.

Con biofilia si intende l’innata tendenza dell’essere umano a entrare in connessione con la natura. Incorporare elementi naturali nello spazio abitativo o lavorativo porta benessere e produttività. Le piante, per i designer biofilici, non sono semplici ornamenti ma migliorano il nostro stato di salute, assorbendo inquinamento e polvere. Legno, ceramica e fibre naturali saranno proposti nei prossimi anni dagli interior designer. Artificiale e naturale si fonderanno nuovamente, dando vita a materiali altamente tecnologici ma identici a quelli organici per forma e finitura.

E infine sarà importante la consapevolezza di sé, delle proprie azioni e del far sentire la propria voce. Soprattutto per le donne.

Dopo decenni di diktat su canoni estetici unilaterali, i brand dovranno essere in grado di dimostrarsi inclusivi proponendo nuovi modelli di femminilità, collezioni no gender e body positivity.

Alcune aziende di moda hanno già cominciato a lanciare questi messaggi scegliendo testimonials come Winnie Harlow, top model con la vitiligine, o Lea T, prima modella transgender a sfilare in passerella.

Winnie Harlow

I prodotti acquistano così valenza simbolica e sociale perché sfidano tabù e pregiudizi.

I lavori creativi, a volte, vengono considerati frivoli, ma è grazie ad essi se i cambiamenti avvengono passo passo e si diffondono fino a diventare pensiero mainstream.

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Riportiamo un estratto dell'articolo a cura di Valeria Sforzini del 14 febbario 2019 uscito su Il Sole 24 Ore, dal titolo Ogni euro investito in formazione aumenta il valore fino a tre volte...

a cura di redazione
Riportiamo un estratto dell’articolo a cura di Valeria Sforzini del 14 febbario 2019 uscito su Il Sole 24 Ore, dal titolo Ogni euro investito in formazione aumenta il valore fino a tre volte…

“Le tecnologie avanzano sempre più velocemente, ma le competenze faticano a stare al passo. La rivoluzionetecnologica 4.0 in ltalia sta portando con sé una serie di cambiamenti che hanno investito il paese a una velocità senza precedenti. La mancanza di competenze necessarie ad accogliere la trasformazione, tuttavia, potrebbe trasfonnarsi in un’arma a doppio taglio all’intemo del paese, facendosì che robotica e high-tech prendano il posto di manodopera non specializzata e comportino una perdita di posti dilavoro.

La nuova frontiera per risolvere il “mismatch” tra domanda e offerta che sta minacciando il futuro delle imprese, passa per la formazione e per lo sviluppo del “capitale psicologico”.



Dalla resilienza, alla capacità di auto determinarsi, passando per il controllo delle emozioni: se il modello di formazione delle capacità utilizzabili dalle aziende è diventato obsoleto, e nel mondo delle università stanno cominciando a svilupparsi le prime piattaforme miste che sfruttano le esperienze di campo, saranno le stesse qualità dei lavoratori a fare la differenza nel campo dell’applicazione delle nuove tecniche.

A dimostrarlo, come da documento in allegato, una ricerca condotta da EY e LA Sapienza di Roma, con dei dati assolotamente da tenere in considerazione.”

Scarica qui la ricerca, dalla rassegna stampa Sole 24 Ore

È in risposta a queste esigenze che vengono progettati i corsi della 24ore Business School, un’organizzazione che da oltre venticinque anni opera nel mercato dell’education offrendo.

Master in Retail Management

Cavalieri Retail partecipa al Master in Retail Management, per imprenditori, professionisti e manager che vogliono acquisire nuove competenze, sviluppare le proprie abilità e consolidare il proprio percorso di carriera. Gli incontri sono particolarmente stimolanti grazie all’eterogeneità dei partecipanti e delle loro esperienze in campi diversi: abbigliamento, ristorazione, GDO, cancelleria e gioielleria.

Davide Cavalieri,  General Manager Cavalieri Retail nei suoi interventi tocca diverse tematiche: strategie retail, indicatori di performance, definizione dei budget e temi di visual merchandising e communication.

L’obiettivo è sviluppare le competenze dei partecipanti, fornendo i giusti strumenti per ideare e costruire coinvolgenti customer experince. Durante gli incontri è fondamentale riuscire a spostare l’attenzione dei partecipanti sul proprio potenziale di vendita e crescita.  

Gli interventi sono strutturati con lezioni frontali, esercitazioni e interventi mirati per rispondere a quesiti soggettivi con lo scopo di fornire contributi innovativi e nuovi trend di mercato.

Gli scenari futuri del negozio, il marketing territoriale, la privacy e la concorrenza sleale sono stati i temi principali condivisi con una platea di oltre 700 persone.

a cura di Redazione

Il 13 e 14 gennaio si è svolta la terza edizione di Bici Academy, il meeting nazionale del negoziante di bici, un evento, un momento di incontro e formazione per chi lavora in questo settore.

Dal sito di Bici Academy 2019
Dal sito Bici Academy 2019

Al Palacongressi di Rimini, tanti i temi trattati durante la Plenaria del primo giorno che ha visto protagonisti Piero Nigrelli, Direttore Settore Ciclo Confindustria ANCMA, Andrea Boaretto, Professore di Multichannel Marketing al Politecnico di Milano, Davide Cavalieri, General Manager Cavalieri Retail e l’Avvocato Ivan Marchetto.

Gli scenari futuri del negozio, il marketing territoriale, la privacy e la concorrenza sleale sono stati i temi principali condivisi con una platea di oltre 700 persone.

Davide Cavalieri, con 30 anni di esperienza nel mondo retail, è intervenuto individuando e approfondendo i 7 punti cruciali per avere successo con i propri clienti e aumentare le vendite. Nello specifico ha analizzato come identificare e definire il posizionamento dei propri clienti target; come gestire una comunicazione efficace all’interno e all’esterno del punto vendita facendo coniugare armonicamente tutti i canali online e offline. Il tutto senza trascurare come disegnare e rendere efficace la propria offerta commerciale, come rendere unico il servizio ad un cliente sempre più esigente ed informato e per concludere, il CRM (Customer Relationship Management), ovvero come gestire le relazioni con i clienti durante il customer journey, il loro “viaggio” nell’acquisizione di un prodotto o di un servizio.

A rendere ancora più interessanti i temi della giornata è stata la somministrazione di un questionario online su un’app sviluppata per l’occasione, che ha fornito ai relatori un termometro del sentiment del pubblico, in termini di esperienze nei propri punti vendita e di metodologie applicate.

Molte le curiosità e domande dei partecipanti al termine degli interventi dei relatori e durante le apposite sessioni “Q&A”, di domande e risposte.

La seconda giornata di Bici Academy si è svolta attraverso numerosi workshop tematici per fornire un supporto concreto ed immediato ai negozianti e alle aziende partecipanti, in termini di gestione del punto vendita, visual merchandising, social media, web e molti altri argomenti.

Noi di Cavalieri Retail ci siamo focalizzati su 3 workshop:

1) “Come applicare la tecnologia al tuo negozio di bici” a cura di Davide Cavalieri e Daniele Dini, Product Manager nel settore IT e dei servizi.

2) “Gli indicatori chiave per capire l’andamento del tuo negozio” con Vincenzo Abatematteo, Retail Consultant.

3) “La vendita addizionale di abbigliamento e accessori. Il cross selling” a cura di Maria Villano, Retail Consultant.

In attesa di una quarta edizione, ecco il video di chiusura dell’evento di Davide Cavalieri e una citazione che riteniamo centrata sull’argomento perché il settore bici è in costante crescita e ha ancora moltissime opportunità da cogliere.

Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.” A. Einstein