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L’analisi

In un team nessuna narrazione verrà considerata onesta e vera senza la fiducia reciproca. Ecco perché occorre lavorare sulla trasparenza.

a cura di Andrea Pugliese

Se l’Ufficio del Personale rilascia un ordine di servizio del tipo “A far data lunedì 27 novembre non sarà più concessa la flessibilità in entrata di un’ora dalle 8 alle 9 – fin qui tollerata in via informale – ma la stessa verrà ridotta dalle 8 alle 8.30 per coloro che risiedono a meno di 20 chilometri dall’azienda” molte persone potrebbero storcere il naso, fin ad aprire forme di contenzioso.

Completamente diverso un approccio del tipo “A causa della riduzione delle linee del trasporto pubblico pedemontano il 30% dei colleghi ha da alcune settimane grosse difficoltà a raggiungere l’azienda prima delle 8,30. Per compensare tale disagio senza problemi per la produttività, si sperimenta nei prossimi 4 mesi una flessibilità in ingresso ridotta al periodo 8-8,30 per coloro che risiedono a meno di 20 chilometri dall’azienda.”

Le ragioni del management troppo spesso rimangono oscure ai colleghi e si manifestano solo negli aspetti prescrittivi, negli obblighi e nelle deadline.

La possibilità che ‘spiegarsi’ è un investimento che produce riflessi positivi però spesso viene tralasciata a favore di un efficientismo che penalizza i risultati e l’atmosfera del team.



Gli elementi base di uno storytelling efficace nel team sono:

  • Fiducia. In un team nessuna narrazione verrà considerata onesta e vera senza la fiducia reciproca; e vi sarà sempre spazio per dietrologie e ricostruzioni tendenziose.
  • Relazione. Nel comunicare occorre mettere in chiaro le relazioni virtuose tra le diverse componenti del team: come in un unico corpo, il benessere collettivo è in stretta relazione con il benessere delle singole parti;
  • Semplicità. Anche nei team una storia semplice è una storia forte. Nelle spiegazioni, andiamo subito al dunque togliendo tutto ciò che non serve a un gruppo che ha consuetudine di lavoro assieme;
  • Personale. Il team è fatto di persone e per quanto valga la forza del collettivo il singolo destinatario vuole dare un significato personale alla storia inserendola nella propria vita, anche fuori dal posto di lavoro.

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Il travel retail è un mercato in costante aumento e tocca più target: dall’uomo d’affari alle famiglie in viaggio, dai Millennials alla Generazione Z

a cura di Redazione
Una cover de The Economist, Il mondo nel 2019

Il travel retail rappresenta un’evoluzione della classica distribuzione al dettaglio, in quanto sfrutta spazi adibiti a scopi diversi da quelli del commercio in luoghi di incontro e di vendita. Gli aeroporti e le stazioni ferroviarie sono per i brand delle opportunità importanti per l’engagement di nuovi clienti. E’ chiaro quindi, come le logiche e le strategie messe in atto in questi store devono essere costruite ad hoc rispetto ai negozi tradizionali.

Abbiamo parlato di questi aspetti con Davide Cavalieri, General Managerdi Cavalieri Retail per esplorare un mercato in costante espansione, tanto da essere definito dall’Economist come il “Sesto Continente”.

Davide Cavalieri, Cavalieri Retail

Nel panorama attuale in quale misura il travel retail incide sul fatturato di un’azienda?

Per i brand che trattano prodotti di impulso da viaggio o food, il travel retail rappresenta un mercato ricco di possibilità. I punti vendita di Milano Centrale e Roma Fiumicino del brand Venchi, per citare un esempio, registrano numeri impressionanti. Per altri settori invece, investire su questo mercato rappresenta una vera e propria sfida dove l’obiettivo non è soltanto business, in termini di conto economico, ma anche di marketing e visibilità.

Venchi, Terminal 3 Aeroporto di Fiumicino

Nei mercati asiatici il travel retail è particolarmente sviluppato ma quali sono le logiche che governano questo settore?

Per i mercati mediorientali e dell’estremo oriente è importantissimo, penso per esempio agli aeroporti internazionali di Dubai, Abu Dhabi, Shanghai, Hong Kong o Singapore. Dietro le logiche che governano questo mercato vi è il dilemma del “cosa fare”. Il travel retail segue logiche simili a quelle del retail tradizionale, dunque, non bisogna applicare il modello del negozio in centro, ma studiare a tavolino strategie e processi adatti al mercato. Questo aspetto è molto importante tuttavia è ancora debole e poco sviluppato. Il mercato dei Duty-Free per esempio, segue logiche antiquate ed è uno di quelli che necessiterebbe di più di trasformazione e rinnovamento.

La negli aeroporti

Chi è il cliente tipo?  Quali bisogni soddisfa chi acquista in questi negozi?

Prima di tutto è essenziale capire il target che transita in questi spazi. Generalmente si identificano tre categorie: businessman, turista e viaggiatore occasionale. Quest’ultimo è un cliente troppo difficili da conoscere ed è superfluo costruirci sopra delle strategie, mentre per i primi due occorre progettare piani di vendita differenti. L’uomo d’affari normalmente ha poco tempo a disposizione e compra principalmente per funzione d’uso. Al contrario il turista gira con calma gli store e risponde a stimoli differenti. Il suo acquisto non è sofisticato, bensì d’impulso e ricerca quasi sempre territorialità e tipicità nei prodotti.

Quali sono i settori che beneficiano di più dal travel retail?

Sicuramente il food, l’abbigliamento e il mondo gift. In generale tutti i brand che forniscono prodotti di funzione d’uso come giornali, supporti digitali, cuffie e carica batterie portatili o che rispondo a bisogni impulsivi.

Il travel retail è un mercato in costante aumento e tocca più target: dall’uomo d’affari alle famiglie in viaggio, dai Millennials alla Generazione Z. Per questo le possibilità per i brand che investono in questi spazi sono infinite. E’ importante però sottolineare come il settore segua logiche differenti rispetto al travel fisico e occorre definire bene il target di riferimento per costruire su di esso le migliori strategie di comunicazione e di vendita.

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Il brand, oggi più che in passato, è uno strumento fondamentale per indirizzare le scelte delle persone. Purché il sistema dei valori intangibili sia pertinente con le attese.

a cura di Davide Pellegrini

Cosa è il neuromarketing e che tipo di connessioni sviluppa la scienza che studia il mercato con le neuroscienze? Risponde Caterina Garofalo, Presidente di Ainem, Italian Association of Neuromarketing

Caterina Garofalo

Buongiorno dott.ssa Garofalo, comincerei con una definizione di Branding. In un contesto sempre più dispersivo dal punto di vista dei contenuti e dei messaggi, cosa significa davvero lavorare su un’identità di brand oggi?

Il brand, oggi più che in passato, è uno strumento fondamentale per attrarre l’attenzione e indirizzare le scelte delle persone. Purché il sistema dei valori intangibili che esso propone e comunica sia pertinente con le attese e i desideri profondi dei possibili clienti.

Bisogna lavorare per costruire un sistema di valori che sia non solo piacevole ma soprattutto efficace, e questo richiede competenze e attenzioni progettuali che possono venire solo dall’utilizzo sistematico delle neuroscienze e del neuromarketing. Per esempio, sta emergendo in
maniera sempre più forte un elemento fondamentale nella relazione tra il brand e i clienti, la fiducia, che sappiamo dalle neuroscienze essere legata all’
ossitocina prodotta nel cervello; e qui si apre un filone di studi e ricerche di neuroeconomia che in futuro fornirà chiavi di lettura
interessanti sui comportamenti d’acquisto
che saranno incentrati sempre più sulla fiducia. Quindi è indispensabile oggi iniziare a parlare di Neurobrand, perché il brand esiste soprattutto nella mente e nel cervello dei clienti.

Neuromarketing


Lei è docente di marketing emozionale, un qualcosa di fondamentale se si vuole essere pienamente consapevoli delle strategie di comunicazione. In che cosa i media digitali hanno oggi cambiato il concetto emozione, soprattutto rispetto all’identità di un brand?

La velocità con la quale i clienti navigano e interagiscono con i contenuti proposti dai media digitali obbliga i content manager e le aziende a porre molta attenzione sui primi elementi che lo sguardo e il cervello percepiscono in meno di un secondo, e quindi bisogna fare leva molto più sulle emozioni che sulle informazioni e sui dati che richiedono attenzione (dato che è una risorsa sempre più scarsa) e i processi logici onerosi (che il cliente non è disponibile ad attivare nell’immediato), salvo in quei casi in cui l’attivazione emozionale ben studiata predispone all’engagement e alla curiosità.

Social media e neuroscienze


Quello che si nota in giro, soprattutto nei circuiti e nei canali del digital, è una grande confusione di strategie e strumenti. Si fa, ad esempio, un gran parlare di storytelling, ma sono davvero poche le aziende ad averne padronanza. Si parla di social media, ma spesso si confonde il deviare il flusso spontaneo dei contenuti con la produzione di messaggi studiati, efficaci, intelligenti. Quanto conta per lei avere rudimenti di teoria della percezione e di neuromarketing?


La gestione dei contenuti online, per le ragioni di cui sopra, richiede una profonda conoscenza ed esperienza dei processi cognitivo-emozionali che si innescano nelle interazioni. Oggi esistono degli strumenti di neuromarketing che consentono di testare i contenuti prodotti prima di lanciarli nel web verso i clienti. Capire prima se un contenuto è realmente efficace, ovvero se lo specifico messaggio arriva al cervello delle persone e come viene elaborato in chiave di apprendimento di una nuova informazione o di evocazione (brand awarness), è un’opportunità che le neuroscienze e il neuromarketing offrono alle imprese per risparmiare in termini economici e per incrementare la conversione delle persone in clienti. Le neuroscienze propongono modelli e strumenti aggiuntivi a quelli esistenti per comprendere le dinamiche profonde dei processi decisionali e dei comportamenti economici.

Ainem

Lei è Presidente dell’Ainem. Ci parla dell’associazione? Che scopi ha e quali attività propone?

L’AINEM Associazione Italiana di Neuromarketing è nata nel 2016 con lo scopo di diffondere in Italia la cultura e le conoscenze del neuromarketing e in senso lato delle neuroscienze applicate al business e alla vita sociale. Non è un’associazione di tipo tradizionale ma è un think tank dove non chiediamo quote economiche di adesione ma “quote cognitive”. Il futuro prossimo ci propone cambi di paradigma in termini di “nuove intelligenze” a cui dobbiamo arrivare preparati conoscendo soprattutto “la prima intelligenza”, che è quella prodotta dal cervello
dell’homo sapiens sapiens, un organo complesso che dobbiamo ancora scoprire e conoscere a fondo. Per diffondere le conoscenze finora acquisite e offrire strumenti innovativi ai manager e alle imprese, l’
Ainem organizza corsi di alta formazione specifici sui diversi settori e su temi come neuromarketing, neuroselling, neurobranding, neuroestetica, neuroretail, neuropackaging, neurovisualmerchandising e molti altri.

Abbiamo creato un evento formativo innovativo, il Neuromarketing International Summer Camp, che unisce sharing knowledge e alta formazione, alternate con momenti emozionali ed esperienziali, e tutto questo in un parco naturale in Sardegna, ad Alghero (27-30 giugno 2019), dove – lontano da città, stress e sovraccarico cognitivo – i partecipanti possono apprendere meglio e con più facilità. Infine, entro l’anno abbiamo intenzione di diventare casa editrice per editare ebook e diffondere ulteriormente le conoscenze del neuromarketing e delle neuroscienze applicate.



Se dovesse pensare alle prossime competenze di un operatore di neuromarketing da proporre alle aziende, quali secondo lei è davvero essenziale sviluppare?

La figura professionale dell’esperto di neuromarketing – che ci auguriamo diventi presto e sempre di più parte attiva degli organigrammi del marketing e della comunicazione in azienda – deve conoscere le tecnologie di misurazione (le principali eyetracking, eeg-biofeedback, facial coding,
e altre), avere
competenze di statistica, e di organizzazione di una ricerca scientifica, ma soprattutto deve essere esperto di behavioral science e di neuroeconomia, per saper porre domande giuste, dato che le risposte ci sono già e sono dentro il cervello.

Quelli che una volta erano luoghi anonimi e freddi si sono trasformati in spazi dalla shopping experience innovativa, vere e proprie destinazioni polivalenti.

a cura di Progettomenodue

All’interno di ogni città, la farmacia rappresenta un punto di riferimento.

Quel neon verde, a forma di croce, brilla inesorabile e costante. Un porto sicuro per alcuni, un’esigenza data dalle circostanze per altri. Ma in cui tutti, almeno una volta nella vita, ci ritroviamo a varcarne la soglia.

E se apparentemente può sembrare un posto sempre uguale a sé stesso dove, a seconda del look, dominano luci asettiche e linee pulite o, viceversa, credenze in mogano che contengono ancora barattoli in ceramica di verbena e melissa, ad un’osservazione più attenta, si può notare come abbia subito un vero e proprio restyling.

Un update in chiave moderna che di fatto l’ha trasformata in un punto vendita a tutti gli effetti.

Con strategie di marketing, interventi di visual merchandising, suddivisione accurata degli spazi che non ha nulla da invidiare agli altri canali retail.

Un punto farmacia Walmart presso Elm Springs Road in Springdale Arkansas. Photo By Spencer Tirey

Negli anni si è assistito ad un processo che ha determinato l’abbandono progressivo delle tradizionali farmacie a conduzione familiare alle società di persone. Una vera e propria azienda in cui il farmacista, a volte socio, a volte dipendente, analizza e monitora dati di vendita e statistiche. Egli gode di una caratteristica unica ossia la fiducia pressoché incondizionata del proprio cliente data dal fatto che tratta il bene più prezioso: la nostra salute e quella dei nostri cari. Ecco perché difficilmente la clientela cambia ed ecco perché una farmacia di nuova apertura impiega anni a conquistare il suo pubblico.

Basti pensare che, in termini di customer satisfaction, il farmacista è tradizionalmente un top performer; questo rapporto privilegiato gli permette di fidelizzare il cliente e non essere scalfito dalla vendita di farmaci e affini sull’online, generalmente guardati con sospetto in quanto sconosciuti e non consigliati da persona esperta.

Una delle mosse più furbe e azzeccate che sta diventando una regolare realtà di molte farmacie è la sottoscrizione di una fidelity card.

Come una tessera punti del supermercato, il cliente accumula sconti e offerte personalizzate in base alla cronologia dei suoi acquisti.

La figura del farmacista diventa perciò molto simile a quella dello store manager: tanto più è in grado di conoscere la persona che ha di fronte tanto più sarà in grado di proporre prodotti su misura e complementari.

Il farmacista sempre più counselor

L’altro segnale di cui tenere conto è l’incidenza delle vendite del farmaco con prescrizione che oggi si attesta soltanto al 35%, una percentuale molto più bassa rispetto ai decenni precedenti e che dimostra come i servizi “aggiuntivi” possano determinare il buon andamento o meno dell’attività. L’offerta deve essere ampia e mirata perché altrettanto ampia è la sua clientela. Si passa dai cosiddetti Silver, persone che per questioni fisiologiche si recano in farmacia più spesso, ai Boomer con figli fino alle new entry come i Millenials.

La consapevolezza di condurre uno stile di vita più equilibrato, un’attenzione maggiore alla propria persona ha provocato una trasformazione nei comportamenti del consumatore, che oggi si reca in farmacia non solo per esigenza ma per consigli di personal care e soluzioni preventive.

Vengono perciò organizzati tutta una serie di eventi promozionali, dal mese dell’udito a quello della vista, dal controllo della pressione ai corner di ascolto con professionisti su intolleranze e allergie alimentari.

Tutti servizi aggiuntivi (e quasi sempre gratuiti) che stimolano il cliente ad aver cura di sé, a sottoporsi a controlli periodici, a entrare per semplice curiosità o per avere un parere tecnico.

E’ un cambiamento davvero significativo questo che porta alla vendita di prodotti che prima venivano acquistati su altri canali o, sì in farmacia, ma solo in presenza di determinate patologie.

Dalle creme specifiche per pelli mature, agli integratori vitaminici per i più anziani, dai colluttori speciali per la dentatura dei bambini ai corner beauty con prodotti make-up senza parabeni.

Il beauty rappresenta il nuovo spotlight per una farmacia, in grado di attirare anche le generazioni più giovani, oggi attente all’origine e alle composizioni di fondotinta e rossetti.

Packaging accattivante, trasparente, green e certificato: prodotti di piccoli laboratori iperspecializzati che, nella grande distribuzione, faticherebbero ad avere il proprio posto al sole. Unito ai consigli del farmacista o della beauty counselor che a volte affianca questi point of sale, esso rappresenta una variabile che può portare a margini di profitto molto consistenti.

Packaging pillole

Sicuramente in Italia la trasformazione della farmacia sta avvenendo in maniera più lenta, forse perché la tradizione dei drugstores in stile Cvs o Boots non ha mai attecchito e c’è sempre stata una differenza netta tra medicina e cura personale. Oltreoceano vediamo infatti esempi lampanti di come la farmacia abbia fatto proprie strategie di business retail: banchi scenografici che enfatizzano la sensazione di laboratorio tecnologico/alchemico come Molecure Pharmacy a Taiwan, progetto di Waterfront Design dove la scala al centro ricorda l’elica del dna e il bancone poggia su tronco di albero secolare.



Sempre più frequenti sono i totem didascalici con domande dirette o storytelling mirato che indirizzano il cliente nel suo percorso all’interno del negozio o interi scaffali dedicati alle maschere di bellezza coreane, note per essere le più efficaci.

Quelli che una volta erano luoghi anonimi e freddi si sono trasformati in spazi dalla shopping experience innovativa, vere e proprie destinazioni polivalenti in grado di soddisfare un’ampia audience.

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Quando noi leggiamo un report, ovvero un insieme di dati, numeri e tabelle, noi non facciamo altro che organizzare in un ragionamento degli elementi funzionali che prendono la forma di tabelle, grafici e numeri.

a cura di Davide Bennato
Gianni Rodari, La grammatica della fantasia

Avete mai giocato con le carte di Propp? Sono una delle grandi idee atte a stimolare la capacità di creare storie che Gianni Rodari inventa nel suo libro “La grammatica della fantasia”. Consistono in una serie di carte da gioco che riproducono alcune delle funzioni che lo studioso russo Vladimir Propp identificò nel suo famoso libro “Morfologia della fiaba” per classificare le innumerevoli fiabe russe.

Le carte di Propp si usano così: si dispone sul tavolo una sequenza di carte prese dal mazzo e poi si costruisce una storia a partire dalla successione degli elementi che sono stati estratti. Le carte di Propp sono un ottimo modo per comprendere che nell’arte di costruire storie – narratologia o storytelling che dir si voglia – quello che è importante non è solo la componente narrativa, ma la componente funzionale, ovvero la capacità che noi abbiamo di mettere insieme un gruppo di elementi più o meno eterogenei in modo tale che siano in grado di sviluppare una narrazione.



Detto altrimenti: noi siamo convinti che per raccontare storie ci sia bisogno delle parole. È vero, le parole sono importanti, ma ciò che serve sono degli elementi che fungano da impalcatura del nostro ragionamento.

Per esempio nell’oroscopo gli elementi funzionali sono i segni zodiacali attraverso cui viene sviluppato un discorso legato al futuro. Nel caso di un processo, gli elementi funzionali sono le prove che vengono collegate tra di loro per sviluppare un ragionamento di colpevolezza o di innocenza.

In pratica è questo lo storytelling, un discorso che mette insieme degli elementi funzionali per ottenere uno specifico effetto narrativo come insegnare – le favole – oppure prevedere – l’oroscopo – oppure argomentare – come nel caso del processo.

I numeri non sfuggono a questa regola. Quando noi leggiamo un report, ovvero un insieme di dati, numeri e tabelle, noi non facciamo altro che organizzare in un ragionamento degli elementi funzionali che prendono la forma di tabelle, grafici e numeri. E che siamo chiamati a interpretare, ovviamente rispettando le regole della matematica.

Concepts

Facciamo un esempio: la correlazione statistica. In statistica quando due variabili sono connesse, per esempio quando aumenta numericamente l’una e aumenta (o diminuisce) numericamente l’altra, si dice che sono correlate. Il problema è che la statistica dice che sono correlate (esistono un sacco di modi per calcolare la forza della correlazione) ma non dice perché: quello è il compito dell’analista che deve spiegare – ovvero trovare una narrazione – che giustifichi perché queste due variabili si comportano in questo modo strano.

E bisogna stare attenti, perché nella correlazione esistono oggetti strani – narrazioni paradossali se volessimo mantenere la metafora – come le correlazioni spurie. Queste particolari correlazioni dicono che due variabili sono legate, ma l’ipotesi che potrebbe spiegare il legame è talmente strana che sembra impossibile. Ed infatti lo è.

Tyler Virgen è un giovane data scientist che si è preso la briga di raccogliere le correlazioni più eccentriche (http://tylervigen.com/spurious-correlations), ovviamente spurie (nel senso che andrebbero spiegate meglio di quanto facciano). La mia preferita è quella che mette in correlazione la spesa negli USA in scienza, spazio e tecnologia con i suicidi per impiccagione, strangolamento o soffocamento: a leggere i dati, per ogni 5 miliardi di dollari investiti, i suicidi aumentano di 2000 unità. Quindi bisogna bloccare gli investimenti in ricerca scientifica-tecnologica per limitare le morti suicide? Evidentemente no, la storia che sta dietro questi dati è un po’ più complessa, o magari è semplicemente una coincidenza.

Ed è compito del ricercatore, dell’analista e di chi si occupa di lavorare con i dati di trovare la storia giusta.

È questo il data storytelling, raccontare storie attraverso i dati rispettando i vincoli matematici e di buon senso per dar vita ad una narrazione che rispetti la conoscenza scientifica ma anche l’eleganza del racconto. 



Davide Bennato insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Sociologia dei media digitali presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania.
Diversi i suoi incarichi istituzionali: vicepresidente del corso di Laurea in Scienze e Lingue per la Comunicazione del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, membro del Consiglio del Centro Informatica Umanistica (CINUM) dell’Università di Catania, membro del Dottorato in Sistemi Complessi per le Scienze Fisiche, Socio-economiche e della Vita del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Catania, membro del consiglio di Amministrazione di Bench s.r.l., spin-off dell’Università di Catania specializzato in ricerche sociologiche e studi di mercato, dove si occupa di social media analytics.
I suoi interessi di ricerca sono relativi all’analisi dei comportamenti collettivi nei social media, all’etica dei Big data, al rapporto fra tecnologia e valori, ai modelli di comunicazione scientifica e tecnologica in rete. 
È autore dei volumi: Le metafore del computer. La costruzione sociale dell’informatica (Meltemi, 2002), Sociologia dei media digitali (Laterza, 2011), Il computer come macroscopio (Franco Angeli, 2015), Black Mirror. Distopia e antropologia digitale (a cura: Villaggio Maori, 2018). 
Fra i suoi saggi: (2010) La circolazione delle tecnologie, in Enciclopedia Treccani XXI Secolo, (2014) La dataveglianza di massa. Conseguenze etiche e relazionali delle scelte tecnologiche di Facebook (in “Pubbliche Intimità” a cura di G. Greco), (2014) Etica dei Big data. Le conseguenze sociali della raccolta massiva di informazioni (in “Studi Culturali”), (2016) Il rischio della datafrenia nell’analisi dei big data. Appunti a partire dal caso «Mafia capitale», (in “Sociologia e ricerca sociale”), (2017) La svolta della scienza dalla comunicazione pubblica alle relazioni pubbliche. Il caso Vaxxed (in “Journal of Science Communication”), (2018) Le conseguenze nefaste dell’autonomia degli algoritmi (in “Forward – Recenti progressi in medicina”).
Sui suoi interessi di ricerca cura il blog tecnoetica.it e scrive sulla testata agendadigitale.eu.

         

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Se lo spazio rimane il medesimo, nascono le formule in cui è l’offerta a cambiare radicalmente. Alcuni esempi dei più intriganti store.

A cura di redazione
Articolo del 18 marzo 2019, di Cristina Lazzati, da Repubblica Economia e Finanza

Stores. Se lo spazio rimane il medesimo, nascono le formule in cui è l’offerta a cambiare radicalmente, ogni due, tre mesi. Formule “ospitanti”, che selezionano brand sconosciuti con poca o nessuna esperienza nel commercio offline, dando loro non un mero spazio ma un contesto e mettendo in campo un’experience sempre diversa.

Batch. Il 15 marzo ha aperto l’attesissimo Hudson Yards, negozi, uffici, spazi di entertainment, opera raffinatissima e grandiosa, al termine della Highline, la passeggiata che corre dal meatmarket lungo l’Hudson, fino alla trentesima strada. Tra le insegne che hanno aperto da Hudson Yards c’è anche Batch Hello, la formula dell’insegna originaria di San Francisco che per  sei settimane mixa casa, bellezza, abbigliamento, accessori, pet, bevande e arte. Batch nasce come spazio per quei brand che pur avendo guadagnato spazio nel cuore (e nel portafoglio) dei clienti non li hanno mai incontrati “personalmente” perché vivono solo online, Batch offre loro uno spazio, seppur temporaneo, fisico.

Batch Hudson Retail Center

Showfields. Sempre a Manhattan, in Bond Street, c’è Showfield, circa 1.500 metro quadrati su quattro livelli, creato con l’obiettivo di offrire ai visitatori un’esperienza di vendita che combina due piani di shopping esperienziale a due piani con mostre d’arte a rotazione e un luogo di co-working ed eventi. L’idea di Showfields è portare brand e designer che non hanno mai avuto una presenza fisica prima e dare loro uno spazio. I brand si impegnano per quattro mesi, dopodiché si cambia e così ci si assicura contro la noia. Infine, al primo piano del negozio c’è lo spazio “influencer”.

Showfields

Story. “Ha il punto di vista di una rivista, cambia come una galleria, vende come un negozio” ecco come si racconta Story, che a maggio dello scorso anno è stato acquisito dal brand di departament store Macy’s.
Situato a Chelsea, Story, come il nome stesso dichiara, racconta sempre una storia, una sorta di “tema” che esprime attraverso l’experience proposta.

Story, Out-Office

Nel settore moda l’immagine gioca un ruolo chiave: i brand non soltanto devono vendere un prodotto ma anche un’esperienze esclusiva e personalizzata.

a cura di redazione
Davide Cavalieri

Il Fashion Retail è un settore in costaste trasformazione, soprattutto nell’era della digitalizzazione e dell’omnicanalità. Occorre dunque, rimanere costantemente aggiornati per non essere travolti dalle numerose trasformazioni in corso. 

Nel settore moda l’immagine gioca un ruolo chiave: i brand non soltanto devono vendere un prodotto ma anche un’esperienze esclusiva e personalizzata.

Ogni aspetto della comunicazione e della vendita deve essere curato e integrato in una visione globale, generando valore del marchio e offrendo un’immagine coerente su tutti i canali, sia online che offline.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Davide Cavalieri, General Manager di Cavalieri Retail per avere una visione a 360° del mondo fashion, individuando i prossimi trend del settore e comprendere le leve sulle quali puntare per costruire di successo.

Il mondo del retail è in continua evoluzione. Quali sfide dobbiamo affrontare oggi quando il cliente è messo davanti a continui input e scelte?

Nel panorama attuale sono numerose le sfide che ci attendono: una fra tutte è sicuramente l’integrazione del digitale in ambito esperienziale. Il cliente infatti, si muove costantemente tra fisico e digitale, cogliendo opportunità, identificando nuovi bisogni e desideri.

Ecco perché in questo nuovo scenario le aziende dovrebbero avere una filiera omnichannel funzionante e in grado di governare queste nuove logiche.

Come attirare nuovi clienti in negozio?

Sicuramente attraverso gli eventi che rappresentano un asset fondamentale su cui lavorare. Essi hanno infatti la caratteristica di attirare sempre nuovi visitatori e dunque nuovi possibili clienti.

Questi appuntamenti danno ai brand fashion la possibilità di presentare nuove collezioni, sperimentare e fare contaminazioni con altri settori, come ad esempio il beauty o il food.

Un altro elemento importante è creare suggestioni digitali: entrare in contatto con i consumatori lanciando loro continui stimoli, suggestioni e provocazioni, con l’obiettivo di trasformarli in nuovi clienti.

Quanto è importante creare una shopping experience di valore e quali sono secondo lei i tre fattori imprescindibili?

Certamente l’ambiente gioca un ruolo fondamentale nella costruzione della Shopping Experience: avere un negozio dinamico, con supporti digitali e specifiche modalità espositive è ormai imprescindibile.

Il secondo fattore chiave è il team: il personale non può più soltanto essere preparato ma deve essere in grado di consigliare e guidare i clienti, creando look e stili personalizzati.

L’ultimo elemento, ma non sicuramente quello meno importante, è saper scegliere bene il proprio target. Non è possibile infatti parlare a tutti, dobbiamo imparare ad identificare le persone che vogliamo raggiungere per costruire su di loro esperienze di acquisto memorabili.



Acquisti online o offline? Quali trend dobbiamo aspettarci?

Sicuramente la realtà aumenta, l’intelligenza artificiale e i Big Data per offrire esperienze nuove e pratiche, aiutando i retailer a sviluppare approcci ad hoc per ogni cliente perché saranno in grado di conoscerli più profondamente, orientando i loro acquisti.



Quanto è importante la formazione del personale in questo ambito?

Oggi la complessità maggiore per chi svolge questo lavoro è riuscire a modellarsi e adattarsi ai numerosi cambiamenti che si susseguono quotidianamente. La formazione del personale e il continuo aggiornamento delle competenze, sono pilastri essenziali per riuscire a gestire questi nuovi scenari ed anticipare i desideri dei clienti.

Il tema sostenibilità, in questo settore, è ormai divento un elemento importante. Secondo lei questo approccio è necessario? Come lo vede?

Ormai il tema della sostenibilità è diventato un elemento importante, capace di orientare le decisioni d’acquisto dei clienti, come la qualità dei prodotti.

Tuttavia sono ancora diversi i brand che si orientano verso materiali “low cost” e sono presenti numerosi consumatori alla continua ricerca di capi d’abbigliamento a basso prezzo, generando così un mercato che si autoalimenta.

Comunque, in Italia, è presente un numero importante di consumatori molto sensibili a questi temi che orientano i loro comportamenti d’acquisto e di conseguenza stimolano le aziende ad essere più attente e più sostenibili.

FiordiRisorse è una business community di manager e imprese. I punti forti sono una grande attenzione alla cultura del lavoro e alle risorse umane. ce lo spiega Osvaldo Danzi.

A cura di Davide Pellegrini
Osvaldo Danzi

FiordiRisorse, una business community nata come Associazione, che oggi conta 70 persone e 7000 sostenitori in molte regioni italiane. Obiettivo: ripensare la cultura del lavoro. Cambiare il modo di formare e sostenere le Persone nel loro collocamento nel mondo professionale. Lo abbiamo chiesto a Osvaldo Danzi, Executive Recruiter.

FiordiRisorse è una business community di manager e imprese ma, a ben vedere, il fil rouge che collega le vostre attività è una grande attenzione al valore delle persone. La cultura del lavoro e le risorse umane, due pilastri fondamentali della civiltà. Come è strutturata FiordiRisorse?

FiordiRisorse, da un punto di vista organizzativo, è un’Associazione. Di fatto è un gruppo di persone – operative nella realizzazione di eventi e incontri – circa 70. Il gruppo invece conta 7000 appassionati in tutta Italia – che hanno lavori e provenienze regionali estremamente varie. Imprenditori, direttori generali, liberi professionisti, responsabili commerciali e delle Risorse Umane, tecnici e ingegneri. In FdR si possono trovare ben rappresentate tutte le professioni, perché di fatto è una Community che si ritrova prima di tutto per il piacere di condividere esperienze, di far conoscere le persone fra loro, ma soprattutto per trasmettere modelli professionali moderni. Significa confrontarsi con e fra le Persone per comprendere al meglio cosa sta succedendo intorno a noi e mettere a fattor comune le competenze.

Toscana, Emilia Romagna, Marche, Veneto, Milano, Umbria e in arrivo Piemonte e Puglia sono i territori in cui c’è almeno un gruppo di FdR che organizza incontri di networking.

FiordiRisorse

Voglio fare luce su un aspetto importante. Il cortocircuito tra professione, cultura e racconto. Ad esempio, trovo molto intelligente la Bussola del Lavoro e, allo stesso tempo, mi sembra notevole l’idea di un festival che racconti il lavoro come Nobilita.

Bussola del Lavoro

La Bussola del Lavoro è un progetto di supporto attivo alle Persone. Nato da un’idea di Coop in Emilia, poi ripreso anche da Auchan nelle Marche, ci fu chiesto circa 5 anni fa se eravamo in grado di organizzare un momento di incontro fra aziende e consumatori della Coop all’interno dei centri commerciali più grandi. Abbiamo fatto un passo in più: per due giorni consecutivi organizziamo stand di agenzie per il lavoro, società di orientamento professionale e corsi di , in cui le Persone che si trovano al supermercato per fare la spesa, possono portare il loro cv e trovano specialisti che li aiutano gratuitamente a rimettere a posto tutto il “set comunicativo”, piccoli corsi gratuiti di personal branding, un controllo del cv, utilizzo dei social network, come individuare annunci di lavoro farlocchi ed evitare di perdere tempo, e molto altro. Inoltre, organizziamo un momento di dibattito con alcune aziende del territorio in cui – a differenza dei bollitissimi quanto inutili career day –  le Persone possono dialogare e confrontarsi con i direttori del personale di importanti realtà aziendali del territorio.

Festival Nobilita

Nobìlita va oltre. Laddove il mondo del lavoro è davvero sempre più incomprensibile e in costante evoluzione, ci siamo inventati un Festival in cui le Persone possano venire ad ascoltare intellettuali, imprenditori, giornalisti, filosofi, autori di libri che spiegano loro in maniera non tecnica, informale e spesso addirittura divertente, come si sta trasformando il mondo del lavoro. Ogni anno individuiamo gli 8 temi “urgenti” e costruiamo dei panel con speaker davvero straordinari. Quest’anno abbiamo aggiunto addirittura una terza giornata tutta dedicata alla formazione manageriale in cui le Persone al costo di una pizza possono costruirsi un percorso di una giornata scegliendo fra 18 temi diversi.

Per posizionarsi efficacemente nel mondo del lavoro occorre essere differenti. Così recita il payoff della vostra sezione dedicata alle risorse umane. Come dire. Lavoriamo per fare emergere il meglio dei candidati. Dall’inventario di personalità alla palestra dei colloqui fino a consolidare il personal branding. Ci spieghi secondo te in come si fa oggi a essere davvero appetibili per un mondo del lavoro così complesso e spesso difficile?

Non ci sono trucchi, c’è solo un modo diverso e più complesso di essere percepiti e di riuscire ad arrivare alle aziende. C’è un sovraffollamento verbale e (dis)informativo notevole che richiede un’attenzione e una cura nel presidiare tutte le piattaforme più strategiche in cui far veicolare il proprio “brand”. Linkedin, una su tutte. Il networking è diventato fondamentale: essere nei posti giusti a conoscere le persone giuste. Purtroppo i posti sono quasi sempre sbagliati – e mi dispiace dirlo, ma quelli istituzionali e quelli più pubblicizzati sono spesso i più sbagliati di tutti – e bisogna riporre una cura e un’attenzione nello scegliere dove non perdere il proprio tempo, che richiede a sua volta molto tempo. Eviterei con cura incontri dove gli sponsor sono presenti anche sul palco o dove i politici la fanno da padrone, convegni estremamente accademici presidiati da professoroni universitari che parlano di lavoro, prediligendo luoghi dove invece vengono condivise esperienze. Sono i posti dove si incontrano storie di aziende, dove la concretezza è anche occasione di confronto, dove i contenuti non sono la scusa per farsi pubblicità ma un modo per raccontare la propria esperienza e offrire spunti alla platea.

Veniamo alla questione formazione. Voi proponete un Master, con quali obiettivi e come è organizzato? Altra questione: quali dovrebbero essere oggi secondo te le soft skills a cui puntare?

Il MUSTer nasce da una necessità “etica”. Stufo di sentirmi dire da alcuni dei miei candidati che in seguito al licenziamento da parte della loro azienda “per ricollocarsi avrebbero fatto un Muster in prestigiose business school” ai costi che ben conosciamo (15-30.000 euro), chiesi loro chi li avesse convinti a prendere questa decisione. Mi fecero vedere newsletter e brochure di molte business school, alcune anche estremamente ben posizionate, che promettevano facile ricollocamento grazie al proprio network. Ecco, siccome credo che una comunicazione del genere sia estremamente menzognera perché nessuno può garantire il lavoro a nessuno e a maggior ragione all’interno di blindatissimi circuiti accademici, unitamente al fatto che guardando i programmi di queste scuole non riesci mai a capire chi siano i docenti per poi scoprirne di talmente multidisciplinari che ti chiedi come sia possibile che possano qualitativamente parlare di trasformazione digitale, economics, management e tutto ciò che serve all’occorrenza, considerato anche che questi corsi costano un occhio della testa, credo fosse venuto il momento di ostacolare nel mio piccolo queste grandi cattedrali della cultura manageriale. 

Iniziando dal fatto che nessuno in venti anni di carriera come recruiter per profili medio-alti mi abbia mai chiesto un “direttore di funzione col Master”.

Ho dunque deciso di creare un percorso che avesse tre caratteristiche fondamentali: costasse poco e fosse quindi accessibile sia alle aziende che hanno bisogno di aggiornare alcuni collaboratori strategici, che a coloro che in questo momento non possono permettersi spese ingenti per ricollocarsi. Un percorso che offra agli iscritti di conoscere da vicino le esperienze delle aziende, e questo non lo puoi fare invitando un fantoccio in aula con le slide, ma devi far vivere l’azienda, la sua temperatura, il suo management, le Persone che collaborano fra di loro e che raccontano la loro esperienza e soprattutto i loro progetti concreti: “come hanno fatto a…” . Dunque, il MUSTer è itinerante e i MUSTeristi incontrano di persona gli AD e i collaboratori dell’azienda che ospita tutta la giornata. Infine, il tema scelto deve essere trattato non a livello accademico, ma molto concretamente: sono i manager dell’azienda che ci ospita a trasformarsi in docenti a cui naturalmente io affianco un formatore, un intellettuale, un autore che riprenda poi il tema con una panoramica più generalista e riprenda il filo del discorso.

Sei un divulgatore d’eccezione. Hai partecipato a un TED e hai scritto un best selling che si chiama Community Manager. Ce ne parli? 



Prima di dire “best seller”, aspettiamo di conoscere i dati di vendita! 

Mi piace parlare con le Persone, incontrare chi può stimolarmi ad approfondire temi o ad aprire celle nella mia testa. Mi piace non accontentarmi dell’informazione mainstream, di chi segue ciecamente modelli “innovativi” per poi scoprire che invece si sta regredendo di 100 anni. 

Mi spiego: per fare un esempio, sono attivamente impegnato nel riconoscimento dei diritti dei lavoratori digitali supportando l’assessore al lavoro di Bologna che primo in Italia ha definito una carta dei diritti per queste categorie (cosa che a Milano, “patria del digitale”, si guardano bene dal fare!) Penso che non sia etico né assolutamente innovativo permettere ad aziende come le multinazionali del food delivery di operare in maniera piratesca come stanno facendo ad oggi. Ci sono ragazzi che hanno subito l’amputazione di una gamba per essere finiti sotto un autobus, gente investita dai riders che sono scappati perché l’azienda non tutela i suoi lavoratori, ritenendoli “liberi professionisti” e scaricando tutte le responsabilità su di loro. Tuttavia li controlla e li utilizza come se fossero lavoratori dipendenti. 

Ecco, non è questa l’innovazione che intendo io, come non lo è a mio avviso quella degli incubatori, delle startup all’Amatriciana, dei coworking spinti dalla politica e di tutto un contesto troppo dozzinale intellettualmente e fin troppo conveniente economicamente solo per alcuni, per cui continuerò a battermi fin che posso per far ragionare le Persone, soprattutto i più giovani, che non stanno facendo altro che riportare i loro diritti e il loro futuro verso un passato che abbiamo già visto e avremmo dovuto già superare. E per fortuna, come in occasione del recentissimo TEDx di Torino, al termine dell’intervento sono stato preso d’assalto da tantissimi di questi ragazzi che hanno condiviso con me le stesse preoccupazioni.

Il sito di FiodiRisorse

Il sito del Festival Nobilita

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Le biciclette nel 2017 hanno segnato un leggero calo delle vendite a 1,54 milioni di pezzi. Ma le e-bike hanno messo a segno un balzo del 19% a 148mila unità. E le previsioni indicano un mercato potenziale da tre milioni di bici.

a cura di redazione

Genova da un paio d’anni l’acquisto di veicoli elettrici a due ruote viene sostenuto con mille euro, mentre Milano, nell’ambito del bando per la nuova Area B, si prepara a offrire un bonus del 50% del valore fino a 2mila euro per la rottamazione dei mezzi vecchi e l’acquisto non solo di auto, ma anche di moto e biciclette elettriche (anche se per il momento con un massimale di 20mila euro di reddito Isee). In più i comuni più piccoli, fino a 20mila abitanti, hanno tempo fino al 15 maggio per presentare progetti di mobilità sostenibile da finanziare nell’ambito dei 400 milioni di euro stanziati dalla Finanziaria. Pur tra luci e ombre, le due ruote conquistano posizioni nell’agenda politica delle amministrazioni locali assumendo un ruolo di primo piano nei piani di mobilità integrata, non solo nelle grandi città ma anche nei centri più piccoli. Anzi spesso è la provincia a osare di più. Reggio Emilia ha da tempo puntato sulla bicicletta per decongestionare il centro abitato ed è in testa per infrastrutture per la ciclabilità con oltre 40 metri equivalenti di piste ciclabili per abitante, ma Mantova e Cremona arrivano a 32 metri. E, lasciando da parte Milano, anche Bergamo, Cremona e Brescia concorrono per bici e utenti dei servizi di sharing.

L’attenzione delle amministrazioni locali si concretizza nei dati snocciolati sul triennio 2015-2017: la disponibilità media di piste ciclabili e zone a velocità limitata sale del 9% a 7,82 metri equivalenti; le città dove è consentito trasportare le bici sui mezzi pubblici sono lievitate del 31%; i Comuni con bike sharing sono cresciuti del 6% e quelli con stazioni di interscambio con la ferrovia crescono dal 69 al 73%. Per contro diminuiscono (dal 75 al 65%) i Comuni che hanno inserito misure per il miglioramento della sicurezza a due ruote nel Piano di mobilità mentre la possibilità di accesso alle corsie riservate ai mezzi pubblici rimane stabile al 20%.

Il mercato tiene: le due ruote a motore hanno segnato un aumento del 5,3% a 240mila delle immatricolazioni (trainate dalle moto con +12,7%), mentre le biciclette nel 2017 hanno segnato un leggero calo delle vendite a 1,54 milioni di pezzi. Ma le e-bike hanno messo a segno un balzo del 19% a 148mila unità. E le previsioni più ottimistiche indicano un mercato potenziale da tre milioni di bici elettriche per l’Italia.

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Di cosa parliamo quando parliamo di food

a cura di Progettomenodue

Il cibo è fonte di energia, sostentamento e piacere. Che da esso dipenda il nostro benessere psicofisico l’avevano già capito gli antichi.

Dal mens sana in corpore sano passando per l’uomo è ciò che mangia di Feuerbach, oggi la svolta salutista sembra aver conquistato tutti.

Se negli anni del boom economico i nostri supermercati, sulla scia di quelli americani, si riempivano di cibo surgelato, precotto e in scatola, simboli di ritrovato benessere, oggi, tra le corsie, è un tripudio di etichette trasparenti e grosse scritte degli elementi bannati (RIP olio di palma).

Nelle capitali europee sono spuntati come funghi nuovi modelli di ristorazione dove dal classico panino o dal croissant si è passati a insalate di quinoa e granola.

Eppure, questo nuovo stile di vita non può essere catalogato come moda del momento: si tratta del risultato di un lungo percorso, caratterizzato dalla progressiva consapevolezza che, di fatto, ciò che ingeriamo influisce sul nostro organismo. Nel film-documentario del 2004, Supersize Me, il regista, Morgan Spurlock, si prestò a far da cavia per un esperimento: mangiare solo da McDonald’s per un mese e nella variante menù XL.

Gli effetti sul suo corpo, aldilà dell’aumento di peso, sono impressionanti.

All’interno del mondo si possono distinguere almeno tre macrogruppi.

I fast-eaters, persone che cercano un pasto bilanciato, comodo e veloce. Precursore in questo campo è stata la catena inglese Pret-a-manger che, con frutta porzionata, zuppe del giorno e ingredienti bio rappresentava un’alternativa salutista nel panorama dei fast food. Da lì si sono poi sviluppati concept molto simili: Natoo, Viva, Sweet Green, Jamba Juice.

Pret – a – manger

Evoluzione di questo fenomeno è rappresentato dal delivery in chiave salubre: c’è That’s Vapore, dove la cucina a vapore, in grado di preservare sapore e principi dei materiali originari, può essere gustata grazie alle partnership con Deliveroo e Foodora. Oppure Nutribees, ancora più specializzato visto che il menù è fatto su misura del cliente.

E’ forse tra le start-up più originali, nata in Italia dall’intuizione di un giovane barese, Mario Villani, che, dopo un’esperienza all’estero, torna in patria per consegnare cibo sano e personalizzato a domicilio. Il cliente, accedendo alla piattaforma, può scegliere se inserire il proprio piano redatto dal suo nutrizionista oppure affidarsi ad un algoritmo (messo a punto da un dietologo) per capire di cosa ha bisogno. Una squadra di cuochi professionisti prepara poi i piatti che vengono consegnati a casa.

Del secondo gruppo fanno parte invece quelli che privilegiano il km zero, convinti che questi prodotti siano più genuini e rispettosi del ciclo stagionale, oltre che sostenere un’economia circolare ed evitare gli sprechi.

Dai ristoranti con orto e/o allevamento incorporato ai GAS (gruppi di acquisto solidali), rete di persone che ordinano direttamente al produttore, creando rapporti di fiducia e di sostegno. Nell’ e-commerce si distingue Cortilia, servizio di spesa a domicilio che, con 110 mila utenti e 70 agricoltori coinvolti, spedisce cassette di frutta e verdura, rigorosamente di stagione e local.

Cortilia

E infine, c’è la variante deluxe, coloro che anche nel mangiare sono disposti a spendere e tanto. Selettivi, ricercati, attenti agli ingredienti del momento.

Se fino a poco tempo postavano su Instagram i loro smoothies di cavolo nero oggi sono alga spirulina e curcuma i nuovi must-have dei bar.

A Los Angeles, la nuova mania delle star di Hollywood sono i cosiddetti wellness shots, da bere in un sorso. Al posto della tequila, le nuove “ombre” sono concentrati di enzimi e vitamine. C’è anche chi li vende on line: 10 shots di curcuma, descritti come 60 ml di benessere quotidiano, costano 53 dollari. All’interno di questo gruppo, menzione a parte merita Plato, ristorante meneghino, dove, all’interno di un contesto elegante e raffinato, si può consumare un pasto a base di superfood, quei cibi che possiedono un quantitativo molto più elevato di proprietà nutrienti.

Plato, Superfood

Un menù per chic food lovers in cui sapori della tradizione si mescolano a ingredienti poco conosciuti come la moringa, una pianta indiana ricca di vitamina C (sette volte più di un’arancia). Specialità della casa sono i cosiddetti veli: sfoglie di farine speciali, senza lievito né glutine, farciti con ingredienti dolci o salati.Uno snack leggero e benefico che non dimentica il gusto e propone abbinamenti degni di un ristorante stellato.

Nutrire il corpo in maniera consapevole, scegliendo alimenti giusti che, allo stesso tempo, soddisfino il palato oggi è più facile.

Bisogna ammettere che noi italiani, in questo, siamo fortunati: la cultura alimentare e la biodiversità a tavola fanno parte del nostro patrimonio e non è un caso che alcune tra le persone più longeve al mondo vivano proprio nel Bel Paese. E’infatti la Sardegna a ospitare la più alta concentrazione di ultracentenari, i quali svelano che il segreto dell’elisir di lunga vita stia in un’alimentazione frugale, frutta e ortaggi autoctoni e un buon bicchiere di vino. Rigorosamente sardo.