Smart is the new black

a cura di Progettomenodue

 

Entrato prepotentemente nel gergo quotidiano, sentiamo e utilizziamo l’aggettivo smart sempre più spesso.

All’inizio fu una piccola macchina biposto parcheggiabile ovunque. Poi arrivarono i cellulari di nuova generazione che, con un click, ti permettevano di surfare in internet, vedere un film o fare acquisti. Oggi si associa agli elettrodomestici, agli orologi, ma anche ai tessuti, alle città, al lavoro e alle persone.

Vista la vastità dei campi di applicazione, diventa una condizione indispensabile riuscire a definirlo perché comprenderlo ci aiuterà a disegnare il futuro, a capire dove orientare gli sforzi e quali scelte compiere.

Stiamo infatti assistendo ad un cambio epocale.

Ecco perché, all’alba di quella che viene chiamata era dell’Internet of Things (dove si stima che entro il 2020 saranno 50 miliardi i dispositivi connessi e ogni famiglia avrà una media di 3,4 prodotti con un IP address),smart non può ridursi ad uno slogan per rendere un prodotto o un servizio più cool, ma deve essere un’ attitudine, un metodo di progettazione basato su caratteristiche ben precise.

Noi ne abbiamo individuate tre.

 

1 – Innanzitutto, la semplicità.

“Prima regola, Clarice: semplicità. Leggi Marco Aurelio, di ogni singola cosa chiedi che cos’è in sé.”

Parole decisamente azzeccate queste del dottor Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti, quando invita l’agente Starling ad analizzare il problema e a vedere la soluzione che ha sotto il naso. Pensare e progettare per semplificare la vita di ogni individuo è un dovere per i designer di qualunque settore. Rendere le cose complicate e non intuitive comporta un notevole dispendio di energie e di tempo nel cercare di capire un processo. Vuol dire, anche, memorizzare ogni volta un sistema diverso e ricominciare daccapo con ogni nuovo prodotto. Col risultato che la gente si innervosisca, utilizzi solo un terzo delle funzioni a disposizione e alimenti il mito che la sia un concetto astruso e per pochi. 

Un esempio concreto di questo tipo di approccio lo fece la Hewlett Packard anni fa, quando si accorse che per X prodotti vi erano X telecomandi. Le ci vollero tre anni per progettare e uniformare un remote control fino all’universale “quadrotto” che vediamo oggi.

 

2 – Seconda caratteristica: lo smart design deve essere consapevole.

Deve cioè essere in grado di aumentare il livello di coscienza delle persone. Solo così prodotti o servizi saranno a misura d’uomo. Questioni etiche sulla privacy a parte, è indubbio che un dispositivo in grado di dare informazioni aiuti in molte situazioni. Come oggi sappiamo quanti chilometri abbiamo corso o quante calorie abbiamo bruciato con uno smart watch, così non passerà molto tempo per un’applicazione diffusa in campo medicale dove la persona avrà a disposizione determinati strumenti per monitorare certe patologie ed essere più informata sul suo stato di salute. La consapevolezza è data anche dal coinvolgimento.

E questo si applica nella progettazione urbanistica.

La città di Vienna nel 2014 sviluppò una app per sondare le opinioni dei suoi cittadini su diversi argomenti: dalle aree da rivalutare fino a quale colore scegliere per la nuova linea della metropolitana. Che, detta così, quest’ultima, potrebbe sembrare una sciocchezza, ma di fatto contribuì a rendere più partecipativa la comunità. E un cittadino più coinvolto è un cittadino più attento e più rispettoso dell’ambiente in cui vive.

 

3 – E infine, terza caratteristica, la sostenibilità.

In un panorama poco rassicurante come quello che ci viene dato dagli scienziati a proposito del cambiamento climatico, pensare a impatto zero è una questione urgente.

Anche nel campo che più ci riguarda, quello del retail. E’ vero, i display vetrina sono per loro natura usa e getta: tanto materiale, spesso non smaltibile, che consegneremo alle generazioni future. Trovare soluzioni tecnologiche ecosostenibili sta interessando sempre più aziende del settore, come la ferrarese SUN D che si è specializzata nella produzione di props vetrina progettati e stampati in 3D. Oggetti ottenuti dall’acido poli lattico, un derivato del mais, in grado di essere rifusi e riciclati a fine servizio.

O nel campo della luce. All’ultimo Euroshop diversi erano gli stand che proponevano faretti intelligenti per il punto vendita. Controllabili a distanza, con modalità di risparmio energetico e funzionali alla merce da illuminare. Un po’ come i filtri di Instagram: luce soffusa e drammatica per i gioielli o vivida per frutta e verdura.

Viviamo in un mondo dalle infinite possibilità ormai.

Pochi giorni fa abbiamo assistito al riuscito lancio del Falcon Heavy di Elon Musk.

In questo scenario, che fino a dieci anni fa sembrava pura science fiction, resta fondamentale chiedersi non soltanto cosa la tecnologia può fare, ma cosa la tecnologia può fare per noi. Solo così saremo in grado di essere più smarter dei nostri dispositivi smart.