a cura di Progettomenodue

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La parola condivisione ha subito, negli ultimi dieci anni, un’impennata del suo utilizzo.Basta fare una semplice ricerca su Google trends per vedere come il termine abbia avuto un costante trend positivo con importanti punte  al rialzo nell’ultimo anno.

Oggi infatti condividiamo tutto: dalle foto al tempo, ai beni di proprietà ai servizi.

In quest’ottica, si aprono scenari mai visti che impattano sia a livello economico sia a livello sociale.

Questo nuovo sistema, chiamato anche capitalismo collaborativo, si basa su due principi:

1 – uno, che il movimento parta dal basso, dalle persone che, assieme, possono dar vita ad un progetto grazie alla loro partecipazione e due, che lo scambio di beni e servizi privilegi l’accesso ad essi rispetto alla proprietà. Di fatto, quindi, si ridefinisce non solo cosa consumiamo ma come. Secondo Michel Bauwens, uno dei teorici del peer-to-peer, sta avvenendo una transazione tra un’economia di scala, adatta ad un periodo storico dove le risorse erano abbondanti ad un’economia di scopo, basata sul principio della condivisione delle conoscenze che possono sviluppare nuovi stili di vita, più sostenibili e open source.

In alcuni settori, il coinvolgimento di tante persone ha già determinato la nascita di nuovi metodi progettuali: si pensi, ad esempio, al bilancio partecipativo stanziato lo scorso anno a Milano dove il Comune finanzia progetti proposti, sviluppati e votati dai cittadini o all’americano Kickstarter, piattaforma web di finanziamento per progetti creativi tra cui film, fumetti, libri e moda.

In questo panorama in continuo cambiamento, dove il rinnovato motto “power to the people” sembra rivestire un ruolo chiave, il retail sta ridefinendo le sue strategie per restare al passo.

Chi dimentica che il consumatore, oggi come non mai, può manifestare il suo consenso, o dissenso, con un clic ha un cammino tutto in salita davanti a sé. La grande quantità di per conoscere il proprio target ci dice che si tratta di una persona informata, attenta ai prezzi e che ama l’immediatezza.

L’essere veloci e saper accontentare il consumatore in maniera rapida è diventato imperativo e ha stravolto negli anni l’industria del prêt-à-porter. Se una volta le collezioni arrivavano in negozio sei mesi dopo la loro presentazione, oggi i designer offrono l’opzione see-now-buy-now a fine sfilata. Amazon, durante le feste di Natale, proponeva nuove offerte e idee regalo ogni cinque minuti, ovviamente con la consegna gratuita, in ventiquattro ore.

Non stupisce, quindi, che il colosso del fast fashion H&M, nel suo annus horribilis, abbia sì visto crescere l’e-commerce, ma ben al di sotto delle aspettative. Il motivo? Sicuramente in parte legato ad una consegna standard di 3-5 giorni lavorativi e l’assenza, fino a poco tempo fa, della free return policy.

2 – L’altra caratteristica importante della crowd economy è il rendere accessibile ogni tipo di esperienza: la start up italiana Drexcode, che offre il noleggio di abiti e accessori dei brand del lusso, ha ricevuto un milione di euro di finanziamento per rafforzare la propria rete in Italia. L’azienda risponde infatti ad una esigenza ben specifica del proprio utente, nata o dall’impossibilità di mezzi o dall’imbarazzo di dover utilizzare due volte lo stesso vestito per occasioni mondane (cosa che non passerebbe inosservata nell’era social). E’ anche un perfetto esempio di come i confini tra digital e physical siano sempre più fluidi. Alla Rinascente di Milano è stato infatti aperto un loro spazio dove è possibile provare, su prenotazione, gli abiti.

O ancora, il francese Vestiaire Collective, sito di vendita di capi firmati second-hand superselezionati che, di recente, ha lanciato la campagna “Say no to fake”, garantendo l’assenza di prodotti contraffatti sul proprio portale. Perché il consumatore di oggi è un consumatore che ama la trasparenza e l’onestà, sempre più sensibile alla sostenibilità e ad una supply chain controllata.

Si stima che sono 5 miliardi le persone con uno smartphone, che verrà utilizzato sempre di più come shopping device, sia da parte del cliente per fare acquisti e leggere recensioni, sia da parte dello staff di vendita per fornire informazioni dettagliate e verificare la disponibilità in stock.

Creare un percorso che risponda on-demand alle esigenze dei clienti, integrando online e offline, contribuirà a far nascere nuove forme di business, superando certamente quella che viene chiamata retail apocalypse per dar vita ad una retail renaissance.