Raccontare le relazioni con gli oggetti

a cura di Andrea Pugliese
Il Museo delle Relazioni Interrotte a Zagabria è allestito in modo semplice, decisamente 1.0.

Ti presentano pilastrini bianchi con sopra oggetti comuni. Sono cose come un peluche, una scarpa, dei cioccolatini, un guinzaglio, scatola, bottiglia, una sciarpa.

Ciascuno ha la sua storia accanto che narra come quell’oggetto rappresenti per chi l’ha donato una relazione interrotta, il dolore e lo spaesamento, la tristezza o la catarsi. Può essere la relazione tra genitore e figlio, col proprio partner, o cane, o città natale; tante le morti improvvise, le fughe mai comprese, i silenzi indigeribili, le amicizie troncate, le schiavitù respinte.

Lentamente, sei preso alle viscere, legato a una dopo l’altra, perché quelle storie parlano di te. Vorresti incontrare chi ha donato quegli oggetti per liberarsene, per allargare e diluire la pena, sperando che qualcuno, tu, possa imparare dagli errori, sviluppi anticorpi o nuove soluzioni.

Il punto di forza del Museo delle Relazioni Interrotte è la sua capacità di creare relazioni profonde, che non ti lasciano e ti fanno pensare. Chi ci va lo racconta, lo posta, lo consiglia. Lì succede esattamente quello che vorrebbe generare qualsiasi commerciante, catena, negozio, brand.

Lì i protagonisti non sono gli oggetti esposti, la ‘collezione’ potremmo dire, ma sono i visitatori, siamo noi, che in materia di relazioni abbiamo tutti le nostre ferite, mille domande, sogni e paure chiusi in cassetti profondi. Siamo lì a cercare negli oggetti esposti il senso del nostro momento biografico: facciamo un’esperienza vera.

Perché i bisogni, per quanto personali e intimi, sono molto simili perlomeno per categorie culturalmente omogenee.  Le esperienze di questo tipo funzionano nella creazione di legami quando le persone ne sono allo stesso tempo i co-produttori e i consumatori.

Apparentemente non c’è niente di nuovo, occorre creare fiducia e far provare i prodotti… Sì e no. Questo lo facciamo da sempre e sappiamo come perda efficacia quando i prodotti si assomigliano, quando la necessità è dubbia, quando la novità è nulla. Quello che l’Esperienza deve trasmettere è la vera differenza tra concorrenti, non il catalogo né il prezzo ma le ragioni per cui siamo sul mercato.

Per raccontare questa differenza, e far ‘schierare’ clienti dalla nostra parte, la tecnologia ci porge strumenti impensabili anche solo dieci anni fa.

Pochi sono in cerca dell’ennesimo prodotto o servizio, tanti sono in cerca di soluzioni che gli liberino il tempo, acquisti che gli insegnino qualcosa o che li differenzino dai padri e dalle madri, luoghi dove il silenzio valga molto più del chiacchiericcio, piazze dove l’incontro è la ragione e il cibo servito il catalizzatore.

 

Dopo essere esistite per il singolo le Esperienze acquistano valore sociale se sono raccontabili e raccontate. Se sul posto c’è wifi, e magari delle spinte gentili a condividerle. Questo non capita per caso. Le conversazioni che ci riguardano sui media digitali possono essere progettate, gestite, partecipate.

Le nostre campagne di comunicazione e educazione alle novità devono partire dalle ragioni che ci hanno fatto realizzare i prodotti e servizi, dal senso che possono avere nelle vite dei clienti. Loro devono sentirsi liberi e invitati a scambiarsi opinioni, idee, punti di vista su di noi. E da ciò possiamo imparare.

Le persone nei mercati in rete sono riuscite a capire che possono ottenere informazioni e sostegno più tra di loro, che da chi vende (cit. Cluetrain Manifesto) e questo non ci rende più i loro eroi, piuttosto diventiamo il Maestro Jedi capace di dare strumenti e risposte per realizzare i sogni.  

Gli oggetti che vendiamo raramente hanno una funzione di utilità, piuttosto si fanno portatori di altri valori. Il piacere, la soddisfazione personale, il significato sociale. Valori che riflettono la realtà contemporanea fatta soprattutto di situazione, esperienze, eventi personali e sociali.

Infine, non dimentichiamo che le Esperienze non sono mai neutre nella percezione e creare forte empatia con fasce di pubblico, fidelizzandolo ai nostri prodotti, significa anche allontanarne altro. Non tutti si meritano Maestro Jedi, o hanno la Forza giusta per valorizzare la sua presenza. È inevitabile e da mettere in conto.