Oltre la Digital Transformation

Taluni definiscono i tempi in cui viviamo con il termine era digitale, talaltri con era dell’informazione, in ogni caso, l’accento cade su ciò che più influisce sulla nostra vita: il rapporto con i sistemi di comunicazione.

Quando Claude Shannon pubblicò, nel 1948, l’articolo A Mathematical Theory of Communication, sul Bell System Technical Journal, probabilmente non immaginò la portata che la sua teoria dell’informazione avrebbe avuto nei decenni seguenti.

Senza entrare negli aspetti matematici del lavoro di Shannon, è sufficiente leggere l’affermazione di apertura dell’articolo citato per rendersi conto di alcuni aspetti fondamentali della sua teoria:

“Il problema fondamentale della comunicazione è quello di riprodurre in un certo punto, o esattamente o approssimativamente, un messaggio selezionato in un altro punto.”

Chi non ha giocato da bambino a il telefono senza fili? Quando il primo comunicava velocemente una frase al secondo che poi la comunicava a un terzo fino ad arrivare all’ennesimo protagonista di questa ipotetica linea di comunicazione che, puntualmente, riportava una frase completamente diversa dall’originale. Questo semplice gioco dimostra aspetti basilari della teoria dell’informazione come, per esempio, l’entropia.

Oggi, nell’era digitale, la riproducibilità infinità dei bit ci porta a credere che tutto sia perfettamente duplicabile, sempre uguale a se stesso, in un certo qual modo si perde il concetto di originale che, nella storia dell’arte, ma anche, più umilmente, nel mondo dell’artigianato, è sempre stato un valore caratterizzante. Già Walter Benjamin, nel 1936, con il saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, si poneva domande su questi temi quantomai attuali.

L’industria stessa, in tutti i suoi prodotti, ha nella standardizzazione e nella riproducibilità infinita il suo dogma che è diventato sinonimo di qualità, al punto che, nel dire comune, indicare un prodotto come artigianale può essere sinonimo di scarsa qualità, proprio perché non industrializzato.

Il settore retail ha prosperato sulla diffusione dei prodotti industriali, i grandi brand di questo mondo hanno assunto essi stessi i modelli della produzione meccanizzata che, con l’e-commerce, stanno diventando sempre più simili a filiere in cui la componente umana si sta riducendo costantemente. Basta visitare un centro logistico altamente automatizzato, come quelli di Amazon, per rendersi conto che, tra l’ordine e la consegna del prodotto, il ruolo degli addetti in carne e ossa è sempre più circoscritto a specifiche fasi. Addirittura nel settore alimentare il fenomeno sta muovendo passi in avanti decisamente evidenti, basti citare i robot per produrre i burger che McDonald’s sta già sperimentando. La consegna dei pacchi con i droni sarà, probabilmente, l’ultimo tassello della nel retail.

I protagonisti della Digital Transformation

Intanto, il vero pilastro di questa trasformazione digitale siamo noi, il nostro cervello che, giorno per giorno, con la sua ammirevole plasticità, impara a integrare nelle sue euristiche quello che mi piace definire il nostro sesto senso digitale, cioè lo smartphone. Un oggetto che, in poco più di dieci anni, è diventato talmente naturale da assumere il ruolo di una vera e propria protesi cognitiva. Lo utilizziamo per cercare, ricordare, imparare, elaborare, modificare, registrare e, ovviamente, comunicare, il tutto tramite un’interfaccia che, a breve, si smaterializzerà per assumere le sembianze di un dispositivo indossabile capace di visualizzare le informazioni direttamente davanti ai nostri occhi (o al loro interno).

In attesa di arrivare all’obiettivo di Neuralink, la più ambiziosa tra le società del vulcanico Elon Musk, che ha l’ambizione di interfacciare il cervello direttamente ai computer, è innegabile che lo schermo sensibile al tocco, introdotto con l’iPhone nel 2007, abbia messo una pietra miliare nel processo di digitalizzazione della società.

Buona parte di ciò che chiamiamo digital transformation era già stata descritta da Nicholas Negroponte nel suo libro Essere digitali, del 1995. Bastava leggerlo per capire ciò che sarebbe accaduto negli anni seguenti ma ora siamo davvero andati oltre, stiamo integrando discipline un tempo totalmente scollegate per diventare qualcosa di diverso dall’homo sapiens; forse, quello che Yuval Noah Harari chiama homo deus.

Nanotecnologie, ingegneria genetica, elettronica, scienza dei materiali e mille altri rami della scienza e della tecnologia stanno convergendo per hackerare il nostro stesso corpo. Questo ci sta portando ben oltre la trasformazione digitale mentre ancora una buona parte della classe dirigente fatica a comprendere l’importanza della connettività in banda ultralarga o degli investimenti nella ricerca, favorendo battaglie di retroguardia per difendere attività e interi settori destinati, semplicemente, a scomparire.

 

About the Author

E' Presidente dell'Associazione Italiana Sviluppo Marketing (https://www.aism.org).
Le diverse esperienze sviluppate a partire dal 1990, dall'hypermedia design al digital marketing, gli hanno permesso di acquisire una visione sistemica del mondo digitale e delle sue infinite implicazioni.
Attualmente, è focalizzato soprattutto sul design e sullo sviluppo di strategie digitali per imprese, startup e organizzazioni no profit.