Il museo, i servizi, il retail. Come valorizzare i musei.

di Andrea Pugliese

C’è stato un momento nell’ultimo decennio in cui i musei hanno spesso di avere diritto d’esistere in quanto tali. Da quel giorno ci si è cominciati a interrogare sulla loro sostenibilità economica, sul numero di biglietti venduti, sul loro costo, sul “A cosa servono?”

È la classica domanda che segna la fine di un’epoca. Non più dunque santuari della cultura e luoghi necessari ma contenitori che devono giustificare la loro esistenza.

Da lì in poi tutto è cambiato.

La trasformazione in atto è evidente, e i musei che non si adeguano a questa richiesta dell’opinione pubblica con soluzioni che aumentino i flussi, facciano audience development, vengono snobbati dai visitatori, dai flussi turistici, dalle scolaresche sempre meno abituate a concentrarsi e in cerca di esperienze.

Sono oggi cercati e benvenuti coloro che della collezione esposta non hanno alcune cognizione, tantomeno dei periodi storici, degli artisti, delle ragioni che hanno portato qualcuno 400 anni fa a scolpire la storia di una ninfa che per sfuggire a un dio stalker preferisce trasformarsi in un albero. Si tratta di semplici curiosi, flussi di visitatori indirizzati da un tour, da tripadvisor, da una moda.

Il museo dunque si apre a tutti e a tutti deve offrire qualcosa che sembri personalizzato.
Nel museo il visitatore si aspetta di essere stimolato, interessato, meglio ancora se divertito. Al senso delle opere vuole arrivare con esperienze, immersività, qualcosa lo metta al centro della scena e trasformi le collezioni e le opere d’arte in strumenti che diano senso alla sua di vita, in cui si riconosca, che gli forniscano risposte o – perlomeno – domande interessanti.

Come qualsiasi altra attività economica B2C, i musei stanno realizzando di dover essere prima di tutto editori 2.0. La narrazione che producono deve essere bidirezionale, alimentata dai visitatori stessi.

Devono intrecciare le biografie di un artista con quelle di un visitatore, porre il selfie sul livello dell’autoritratto, diventare il contesto ideale per un educational aziendale, per un gioco di ruolo, per coinvolgere, includere e fidelizzare. La tecnologia accorcia le distanze e crea familiarità per portare poi per mano verso mondi e temi sconosciuti.

Creando attorno a sé una community ovunque residente il Museo coltiva il bacino di affezionati che può – ad esempio – finanziarne progetti col crowdfunding o con l’art bonus, può trasformare i visitatori in ambasciatori, può dargli feedback che lo aiutino a rendere l’esposizione più interessante ma soprattutto i servizi accessori più vicini a quello che il visitatore desidera trovare.

 

Fino a modelli di business da osservare con attenzione, vicinissimi a quelli del retail, come quelli londinesi, dove gli ingressi ai principali musei sono tutti gratuiti e la visita è progettata per farti spendere uno sproposito mangiando bene, comprando merchandising fenomenale, partecipando a workshop esclusivi, consentendoti visite guidate premium, rendendoti felice di spendere per il ‘tuo’ museo.