Si tratta di ospitare in casa di sconosciuti di cui si sa qualcosa attraverso i meccanismi di creazione di fiducia tipici dei social. Qualcosa di totalmente diverso dal ristorante.

a cura di Andrea Pugliese

Adorate cucinare, avere amici a tavola, capire come il cibo e la convivialità generino dinamiche di relazione, accoglienza, affetto e comprensione? Volete praticare le lingue in un contesto informale (casa vostra)? Il social eating fa per voi.

Si tratta di ospitare in casa di sconosciuti di cui si sa qualcosa attraverso i meccanismi di creazione di fiducia tipici dei social, con cui la naturale riservatezza viene compensata dalla curiosità e dalla sensazione di poter vivere qualcosa di unico. Qualcosa di totalmente diverso dal ristorante.  

Nel social eating le persone pagano per mangiare a casa tua. Tu fissi il prezzo e la piattaforma che mette in contatto e gestisce le transazioni ci aggiunge un 10% per il proprio servizio.

Il perché farlo e perché può a grandi linee dividere il modello in due grandi categorie:

I social chef ‘disinteressati’

Ti iscrivi con le tue credenziali social, descrivi l’ambiente della cucina, il fatto che a tavola potrebbero ritrovarsi anche bambini, metti foto di un po’ di piatti possibili a titolo di esempio. Non fai nulla di attivo, ti limiti a segnare le giornate in cui puoi ricevere ospiti. Puoi aggiungere se sei disponibile a farli cucinare con te o a ipotizzare un giro mattutino al mercato assieme. Una buona piattaforma internazionale per questa formula è www.eatwith.com 

Se tutto questo (unito alle recensione fatta su di te da ospiti precedenti) convince qualcuno, ti contattano e ti arriva una mail tipo “Nadine e 3 suoi amici vorrebbero cenare da te il 27, accetti?” Se il profilo di Nadine ti convince, e le sue eventuali  richieste anche (es celiaci, vegetariani, vegani), accetti e li aspetti nella sera e all’ora concordata.  Gli ospiti  sanno che sarete a tavola con loro a parlar di cinema, di Italia, viaggi, a dare consigli, a rispondere domande sul costo degli affitti nella mia zona, sulla provenienza dei porcini che hai accoppiato al pesce spada, sui quadri che hai alle pareti. Il cibo sarà una sorpresa per tutti.  Lo fai perché vuoi conoscere, sei curioso e vuoi parlare le lingue.

I social chef ‘semiprofessionali’

Organizzano, sempre a casa, cene più strutturate.

Una piattaforma italiana perfetta allo scopo è www.gnammo.it . In questo caso chi apre la propria casa a ospiti presenta la cena, in una data scelta,  per un menù esplicitato per intero dal principio. Spesso si tratta di eventi aperti a numeri maggiori (anche fino a 15-20 partecipanti).

Da Gnammo

Anche in questo caso, la reputazione conquistata con precedenti cene favorisce la scelta e rassicura tutti. L’organizzatore rilancia l’evento creato dalla piattaforma attraverso i propri social e con le proprie mailing list. Vi è dunque un serio lavoro di comunicazione non presente nel caso precedente e da cui spesso dipende la riuscita della serata.   Sono cene conviviali, dove i commensali tra loro spesso non si conoscono e, anzi, usano l’occasione per allargare la cerchia delle relazioni, sia in ambito professionale che amicale. Per questa ragione è più bassa la presenza di stranieri, al tavolo si parla più spesso italiano. In questa tipologia la regia della serata è più complessa, il cuoco più impegnato. In molti casi ciò è favorito dal fatto che le cene sono tematiche o c’è un ospite di riguardo (architetto, attore, …), e magari qualcuno che suona.

Responsabilità, fiscalità, rapporti con i vicini di casa? 

Come molte pratiche di Sharing Economy, il social eating intercetta bisogni e necessità reali e la realtà è anni avanti alla normativa, agli interessi corporativi, ai vuoti discorsi su certo turismo ‘esperienziale’ fatti dai teorici. Porta turisti nelle periferie e riempie di ricordi i carnet di viaggio. È bello, e mentre lo fai ti rendi conto che è intelligente, utile e mischia le idee generandone di nuove.   

E’ tutto poco definito nel dettaglio.

Sia chiaro: non si fa vera ristorazione ma si invitano persone a casa. 

Finché non c’è vero guadagno per chi ospita, si tratta di ricevere dai presenti un contributo al costo della spesa. Per chi invece guadagna – e lo fa spesso – esistono i commercialisti, le leggi e la propria coscienza.