Ecco come un modello di sostenibilità  e di community diventa motore di sviluppo per un’intera città.

Il titolo è piuttosto fuorviante. Sarà perché appena si trova il suffisso social si pensa subito al digitale. Ma, come dovrebbe averci insegnato la sharing economy, non è sempre così. Anzi, a dirla tutta la tendenza è esattamente l’opposta. Vedi le social street. Si cerca di riportare per strada le persone nel tentativo di restaurare uno spirito di comunità. E anche questo, diciamo la verità, è qualcosa che esiste da sempre. Non solo nei tanti e vari mercatini di quartiere che, alcuni ancora autentici nei modi e negli approcci (come nel caso degli antiquari o dei collezionisti), tengono alto il livello della compravendita, ma anche in quei fenomeni decisamente più folk e strutturati che si legano all’identità culturale di un luogo. Pensiamo a Porta Portese a Roma o al Baloon a Torino, piazze che esistono da sempre e che non hanno mutato il loro carattere di mercati sociali. Ma come si può rinnovare un format del genere? Proprio per il fatto che è una formula conosciuta da quando c’è l’uomo anzi, da quando l’uomo ha scoperto la sua libido mercantile (dal primo medioevo, quindi), l’invenzione di una nuova ricetta che unisca il giusto appeal all’obiettivo di organizzare uno spazio appare davvero complesso.

Nel 2013 un’organizzazione innovativa no-profit inglese, Foreground, dà vita a The Frome Independent, un evento che rielabora il tradizionale street market. Il centro di Frome viene chiuso al traffico nella prima domenica del mese da Marzo e Dicembre. L’idea vincente è nell’essersi ispirati a modelli più o meno consolidati di street markets – cibo artigianale, giardinaggio e floricultura, antichità e collezionismo – e averli contaminati con specifici  approfondimenti e focus dedicati a designers e ai makers e, cosa che non guasta, nell’aver costruito un programma che offre eventi culturali e momenti di svago.

Ogni prima domenica del mese, The Frome Independent mette in mostra i migliori artigiani, designer, maker contemporanei del territorio. Si legge sullo speciale dedicato al Retail del numero di ottobre 2017 di Monocle: Foreground ha sui propri registri oltre 700 venditori, ma di volta in volta per l’appuntamento domenicale vengono valutati e scelti i 200 che si sono distinti per la qualità, la provenienza e la cultura locale delle loro merci.

Nel 2016 l’organizzazione lancia Market Makers, un’innovativa carta fedeltà con funzioni anche di fundraising.  Se consideriamo che il market è in grado di creare un flusso di 10.000 persone a evento e sostenere un indotto di circa 2.5 milioni di sterline in un anno, il quadro che ci appare è piuttosto positivo.

L’evento ha permesso a Frome di rivivere. Ha attirato giovani in città che hanno aperto attività come café e negozi, che in luoghi più grandi come Londra non potrebbero sopravvivere, né per i costi eccessivi di esercizio né per la competizione, che in una metropoli tende a premiare logicamente le corporation più grandi e finanziariamente potenti.

Lo stilista Anthony Hick, uno dei primi retailer ad aver aperto a Frome  il negozio Assembly nel 2010 è ottimista, anche se non nasconde l’impegno e il duro lavoro per costruire un flusso di aficionados. Hick, ha una teoria tutta sua e, dalle pagine di Monocle, afferma: odio lo shopping online e poi stare qua vuol dire far parte di una piccola comunità.

Va da sé che, come si legge sul sito di The Frome Independent, l’attenzione ai prodotti la fa da padrone. Qui si possono trovare cose di grandissima qualità e, soprattutto, pezzi unici, prodotti da maker che lavorano con le nuove strumentazioni tecnologiche su illustrazioni, oggetti per la casa, ceramiche, lampade, vestiti. Tutto con l’obiettivo di superare la futilità dei trend del momento e ristabilire la sensibilità per la qualità dei materiali e delle prassi artigiane.

Dal 2017, grazie alla collaborazione con Night School, sono nati una serie di corsi. Ecco come un modello di sostenibilità  e di community diventa motore di sviluppo per un’intera città.

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