Che cosa è un content hub

a cura di Progettomenodue

C’è un bellissimo e divertente TED Talk di Ernesto Sirolli, classe 1950 e tra i più autorevoli facilitatori di impresa, che racconta come, durante la lezione introduttiva nella sua scuola di business, legga le prime due pagine dell’autobiografia di Sir Richard Branson, facendo contare agli studenti quante volte compare la parola Io e quante Noi.

Il risultato (zero per la parola “I” e trentadue per la parola “We”) dimostra la sua teoria, secondo cui non esiste imprenditore al mondo che abbia avviato un’attività da solo, ma sia necessaria una rete di sostegno e di cooperazione per avere successo. Composta da player differenti e da tante interazioni.

Questo metodo serve per aumentare lo spirito di gruppo, condividere una visione comune, ma soprattutto, fa sì che il progetto sia animato costantemente da nuove spinte ed energie.

E’all’interno di questo nuovo modo di fare impresa che oggi prende sempre più piede il concetto di hub.

Uno spazio sia fisico che virtuale dove vengono a contatto diverse realtà e dove la contaminazione di idee è all’ordine del giorno.

E’ però necessario avere una strategia ben precisa e adeguati perché “innovazione” non sia solo una delle tante belle parole da inserire in una tagline. Non basta riconvertire una stanza vuota dell’azienda chiamandola “laboratorio di idee” né aggiungerci un calciobalilla per mostrare un certo grado di creativity thinking. L’hub è, prima di tutto, un accentratore di risorse che si incontrano, analizzano e si danno supporto per sviluppare idee e forme di business.

Un bell’esempio è il Brooklyn Fashion and Design Accelerator di New York dove, in uno spazio di 2000 metri quadri, vengono messe a disposizione macchine per la tessitura, servizi di ricamo, stampa 3D, oltre che supportare gli stilisti emergenti nel lancio della propria linea di abbigliamento, con una consulenza mirata in termini finanziari o logistici e un catalogo on-line open source di ricerca di materiali.

 

Brooklyn Fashion Designer Accelerator

 

Sul fronte del retail, si parla sempre più di content hub: una piattaforma in cui un brand diventa editore di se stesso. Il content hub è uno strumento utilissimo per un’azienda perché i suoi contenuti (e prodotti) non sono semplicemente presentati, ma vengono raccontati. 

Visto che il confine coi social può sembrare labile, diciamo, per semplificare, che un content hub dovrebbe essere un vero e proprio domain di proprietà aziendale, perché nasce col preciso obiettivo di essere una meta per gli utenti e non una tappa di navigazione tra un post e l’altro.

Questo concetto deve essere chiaro, altrimenti pochi capiranno la differenza con una pagina Facebook. Ecco perché, molto spesso, nascono come sottosezioni all’interno del sito corporate o come blog aziendale. In esso infatti saranno concentrati tutti i contenuti relativi a quel marchio. Perché ottenga buoni risultati deve essere in grado di proporre argomenti molto mirati (un argomento targettizzato produce un ranking migliore sui motori di ricerca rispetto ad uno più generico) e, soprattutto, argomenti di cui la sua audience vuole sentir parlare. Combinato con la pubblicazione di contenuti su base quotidiana, questa strategia produce un notevole engagement e favorisce un’interazione continua, tramite anche l’utilizzo di call-to-action, contest o forum. Permette inoltre all’azienda di mettersi in gioco e compiere scelte inusuali in termini di comunicazione per vedere le reazioni, senza che questo vada ad incidere sul posizionamento del prodotto.

Lo storytelling dovrà essere evocativo dove ciò che si vende risulta più o meno visibile e diversificato, col contributo di autori differenti.

 

Appunto come una rivista di settore, in cui un determinato soggetto viene affrontato dai punti di vista più disparati: da chi lo sviluppa a chi lo produce, da chi lo comunica a chi lo consuma.

Destination Kors è il content hub dello stilista Michael Kors e rappresenta un modello efficace. Ovviamente compaiono le sue borse. Ma in maniera sottile. In mezzo ai report sulle ultime sfilate o sul colore del momento, a come programmare una vacanza   o alla cronaca del viaggio umanitario in Cambogia della sua ambassador Kate Hudson. Ne deriva una visione a 360 gradi dell’azienda, dove il prodotto sembra passare in secondo piano, a favore della sua filosofia e dei suoi valori. Del suo personale punto di vista su cosa succede nel mondo. Di cosa per lei è importante.

Per gestire un’attività, oggi, occorre un approccio interdisciplinare e un monitoraggio continuo del proprio target: diventa perciò fondamentale creare una rete che sia in grado di fornire risposte costanti e innovative.

Come sosteneva Kim Chan, teorico dell’affascinante Blue Ocean Strategy, non serve cercare furiosamente lo stesso pesce nelle stesse acque, ma basta navigare in quelle giuste, alla ricerca dei pesci giusti, visto che nel mare c’è spazio per tutti.