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Il Customer Journey è l’itinerario che il cliente segue per instaurare una relazione con un’azienda. Ha inizio con il bisogno di un cliente e termina con l’acquisto di un bene o servizio. Ecco come realizzare una mappa.

a cura di Redazione

Il Customer Journey è l’itinerario che il cliente segue per instaurare una relazione con un’azienda attraverso ambienti offline e online. Ha inizio con il bisogno di un cliente e termina con l’acquisto di un bene o servizio.

Gli step del Customer Journey si riferiscono a un modello classico:

  1. Awareness: consapevolezza dell’esistenza di un prodotto che possa soddisfare i bisogni di un consumatore;
  2. Familiarity: capacità del prodotto di farsi individuare tra le proposte del mercato;
  3. Consideration: ricerca di informazioni da parte del consumatore sulle caratteristiche del prodotto o servizio;
  4. Purchase: fase in cui si completa effettivamente l’acquisto;
  5. Loyalty: fidelizzazione, per mezzo di una serie di servizi, del cliente post vendita.
Schemi per il Customer Journey con varianti

Oggi esistono modelli diversi. Sul web ogni persona ha a disposizione molteplici strumenti per fare le sue scelte e soddisfare le proprie esigenze. Ecco alcuni comportamenti che contraddistinguono il Customer Journey online:

  • R.O.P.O (Research Online, Purchase Offline): modello per cui la persona cerca in rete informazioni sul prodotto o servizio, ma si reca in negozio per concludere l’acquisto.
  • Click&Collect: l’utente compie tutte le fasi di ricerca informazioni e acquisto online, ma ritira il prodotto in negozio.
  • Try&Buy: l’utente prova il prodotto in negozio (ad esempio un vestito o altro accessorio), ma poi effettua l’acquisto online. 

Ogni relazione, ogni transazione con i clienti avviene per mezzo di canali di contatto, che chiameremo touchpoint, che possono essere

  • Fisici (relazioni pubbliche, TV, call center, punti vendita);
  • Digitali (SEO, digital adv, blog, siti web, chatbot, live chat, email marketing);
  • Gestiti direttamente dalle aziende (campagne pubblicitarie, landing page, newsletter, punti vendita);
  • Soggetti terzi (siti di reviews, marketplace digitali, grandi player dell’e-commerce).
Customer Journey Touchpoints

Per avere chiaro il comportamento di un utente medio è utile affidarsi a una customer journey map, uno schema essenziale composto da quattro fasi:

  1. Definizione degli obiettivi: si decidono i prodotti, i segmenti interessati, si individuano i clienti tipo;
  2. Informazioni sulla : si intervistano i clienti e si usano tool di monitoraggio per analizzare la presenza online dell’azienda;
  3. Disegno della mappa: con i punti di contatto online e offline per ogni fase (in questo numero abbiamo dedicato un articolo alle APP per il design della customer journey);
  4. Impiego della mappa come guida per le azioni di marketing.

Ecco quindi che la mappa del Customer Journey ci consente di organizzare, raccogliere e visualizzare dati. Indipendentemente dal formato, una buona mappa racconta la storia degli utenti, le necessità, domande e sentimenti lungo un percorso che li porterà a diventare clienti dell’azienda. Per individuare possibili utenti/ clienti, l’Interaction Design Foundation ha individuato alcuni step per realizzare la mappa. Va detto che, oltre alla ricerca analitica fatta di dati e statistiche, è utile organizzare una ricerca aneddotica composta dai commenti dei clienti e dai feedback che arrivano ai commerciali e alla forza vendita, indicatori essenziali soprattutto per le transazioni digitali.

Questi approcci consentono di lavorare sulla “mappa dell’empatia”, che analizza come si sente l’utente, cosa fa, cosa dice e come reagisce a ogni interazione. Man mano che si procede si aggiungeranno i dettagli che rendono la narrazione efficace e comprensibile per tutte le parti coinvolte, magari facendosi aiutare da un grafico per una maggiore chiarezza espositiva. A questo punto si distribuisce la mappa del Customer Journey a tutto il team per cominciare a utilizzarla come strategia di marketing.

Empathy Map

Ecco alcuni punti necessari per un’efficace realizzazione della mappa del Customer Journey tra fisico e digitale:

1. Acquisizione dati utenti

Acquisire tutti i dati possibili sugli utenti per comunicare con loro in modo completo ed efficace, conoscendo i gusti e la shopping experience ideale.

2. Analizzare i dati provenienti dal web e dai social media

Approccio utile a capire il tipo di utente che si sta attraendo e avere informazioni su come si comporta sul sito, sui prodotti e servizi ritenuti più interessanti e altro ancora. Questo tipo di dati, a parte Google Analytics, si può ottenere dai social media.

3. Analizzare nel dettaglio la Customer Experience

Per creare la mappa dovete conoscere ogni dettaglio della customer experience dell’utente, parlando con chi nell’azienda contatta e interagisce ogni giorno con i clienti e conosce i dati qualitativi sull’utente.

4. Impostare le interviste di persona

Il modo più professionale è realizzare interviste di persona in profondità per scoprire quello che è il Customer Journey che trasforma il visitatore in cliente.

5. Utilizzare i dati per costruire la Buyer Persona

I dati raccolti saranno utilizzati per creare la buyer persona a cui rivolgere la propria attività di marketing online.

6. Mappare la fase della scoperta

Solo a questo punto, avendo in mano i dati sulla buyer persona e sull’utente del sito e dei social media, si può iniziare a realizzare la mappa del customer journey, a partire dalla fase della scoperta. La mappa includerà informazioni su:

  • Il motivo per cui gli utenti cercano un prodotto;
  • Il motivo per cui gli utenti vogliono acquistare un prodotto;
  • Il modo in cui gli utenti cercano le informazioni;
  • Le azioni che compiono gli utenti e i touchpoint iniziali di contatto con l’azienda;
  • Come si sentono gli utenti e gli aspetti positivi e negativi dell’esperienza;
  • Le domande che fanno gli utenti.

7. Mappare la fase della considerazione

A questo punto si può creare un template che include le seguenti informazioni:

  • La motivazione a scoprire di più su un prodotto;
  • Le azioni svolte;
  • I touchpoint specifici di questa fase;
  • I sentimenti del consumatore nella fase della considerazione;
  • I punti di debolezza.

8. Mappare la fase dell’acquisto

Il passo seguente che l’utente compie nel suo Customer Journey è quello dell’acquisto, che va tracciato in un template dedicato, analizzando gli stessi punti evidenziati nelle fasi precedenti.

9. Mappare la fase della fidelizzazione

L’ultima fase del processo d’acquisto è quella della fidelizzazione e l’azienda deve invogliare i clienti a tornare a comprare i prodotti e servizi offerti.

10. Sviluppare una timeline

L’ultimo passo da compiere è sviluppare una timeline che considera il tempo dedicato a ogni fase, dall’interazione iniziale con l’azienda al momento in cui il cliente riceve il prodotto o il servizio acquistato. 

Dal profiling di persona alla timeline del customer journey

Per il design di questi dati e informazioni è fondamentale utilizzare appositi software che si trovano online che consentono, con pochi passaggi, di organizzare i contenuti fino a completa visualizzazione della mappa.

Le aspettative dei clienti aumentano e per poterle soddisfare abbiamo bisogno di dedicarci sempre più alla cura della customer experience. Ecco alcune app.

a cura di Matteo Bonanno

Le aspettative dei clienti aumentano e per poterle soddisfare abbiamo bisogno di dedicarci sempre più alla cura della . Il modo migliore per raggiungere un livello superiore di coinvolgimento dell’utente finale è visualizzarlo, cosa che sempre più spesso si ottiene con un processo chiamato mappatura del Customer Journey.

Una mappa del Customer journey essenzialmente racconta il percorso della customer experience – dal punto di contatto fino alla fidelizzazione – fornendoci dati chiave durante il percorso.

Data la sua complessità, e affinché questo processo sia efficace, molte aziende si affidano ad alcune app che permettono di creare mappe del Customer Journey in maniera semplice e controllata.

Ne abbiamo selezionate nove:

Microsoft Visio

Microsoft Visio è un software usato per creare grafici e diagrammi di flusso. Con questo tool di visualizzazione, l’utente può creare grafici sui dati dei clienti. Offre anche una vasta varietà di forme, oggetti e stencil con cui lavorare. L’idea principale dietro a Visio è rendere la creazione di diagrammi più semplice possibile. Non fa parte del pacchetto Office e va acquistato a parte.

Microsoft Visio 2019

Gliffy

Gliffy è un editor “web based” usato per creare e modificare grafici. Questa app è un po’ troppo leggera per realizzare grafici tecnicamente complessi, ma offre una buona quantità di features come i diagrammi di Venn e tabelle organizzative. Con un account gratuito si possono produrre solamente cinque grafici che saranno resi pubblici. Questo significa che, nel caso si avesse bisogno di creare diagrammi privati, non è consigliato l’utilizzo della versione gratuita.

Gliffy

Canvanizer

Canvanizer è un software di mapping che può essere utilizzato per diverse esigenze della vostra azienda, incluso il Customer Journey. Si possono sviluppare brainstorming e idee collettivamente sulla tela digitale. È utile per la gestione dei compiti e il tracciamento dei progressi. Ha diversi template built-in, oltre alla possibilità di importare file CSV. Ovviamente è sempre possibile iniziare un progetto da zero con una tela vuota.

Canvanizer

UXPressia

UXPressia è una piattaforma “cloud-based” di gestione della Customer Experience che aiuta a visualizzare, condividere, presentare e migliorare il Customer Journey. Presenta caratteristiche come la collaborazione online per più utenti, integrazione con diverse fonti di dati e un’interfaccia moderna con un ambiente “drag and drop” molto intuitivo.

UXPressia

OmniGraffle

OmniGraffle è un tool per creare grafici che può essere utilizzato per fare qualsiasi cosa, dai diagrammi alla progettazione di interni. Con questo software gli utenti sono in grado di creare mappe del Customer Journey che possono essere condivise con i colleghi. Chiunque, dall’artista all’analista, può utilizzare OmniGraffle. Questo software è davvero utile soprattutto per quanto sia semplice iniziare.

Omnigraffle

Smaply

Smaply è un software di gestione visuale della Customer Experience che aiuta l’utente a mappare l’engagement e l’esperienza del cliente. Con l’utilizzo di mappe e grafici, Smaply rende il Customer Journey tangibile. Il software offre anche tool per mappare gli stakeholders e visualizzare l’ecosistema dei prodotti. Il software ha tre principali output: Persona, mappe di Customer Journey e mappe degli stakeholder. Un editor di Persona permette di descrivere e definire i profili delle diverse tipologie di clienti, visualizzandoli come vere e proprie pagine social. Dall’altra parte, l’editor di mappe del Customer Journey aiuta a creare storyboard e testi per indirizzare la Customer Experience.

Smaply

Touchpoint

Touchpoint Dashboard è un tool “web-based” che permette di disegnare mappe del Customer Journey. È un metodo per visualizzare processi e servizi dal punto di vista del cliente. Il fine principale di Touchpoint Dashboard è quello di aumentare i punti di contatto, così da migliorare l’esperienza del cliente. Aziende di ogni tipo e settore possono utilizzarlo per visualizzare il Customer Journey, mappare ogni interazione e immagazzinare i dati chiave dietro ogni touch point.

Touchpoint

IBM Journey Designer

IBM Journey Designer dà la possibilità di creare il Customer Journey in pochi minuti. Gli uffici Marketing, Vendite e Customer Service possono visualizzare Customer Journey, fissare obiettivi di vendita e creare percorsi su misura per ogni cliente, tutto in un ambiente user friendly.

IBM journey designer

CFN Insight

Con CFN Insight potete identificare ogni punto di contatto coi clienti. Questo tool fornisce insight nelle interazioni a ogni tappa del Customer Journey (dalla prospettiva del cliente) oltre che un collegamento ai feedback della clientela.

Il Customer Journey è un elemento fondamentale nella costruzione della Customer Experience. Questi software permettono di visualizzare in modo semplice ed efficace il percorso che a volte – quando è solo nelle nostre menti – può risultare tortuoso e non sempre chiaro.

Trovare attività per il team building davvero innovative non è un compito semplice. Ma con l’aiuto di alcune app, la sfida si riduce a una serie di esercizi divertenti.

a cura di Matteo Bonanno

Trovare attività per il team building che uniscano tre generazioni di collaboratori non è un compito semplice. Ma con l’aiuto di alcune app, la sfida si riduce a una serie di esercizi divertenti che lavoratori di tutte le età apprezzeranno.

L’aspetto migliore dell’usare app per gli esercizi di team building è che riempiono il gap tra il mondo fisico e lo spazio digitale che abitiamo sempre più spesso per riempire le nostre giornate. Le app possono, poi, tenere traccia dei risultati senza carta, penna e calcolatrici.

Ecco, quindi, alcune app che potreste utilizzare per le vostre prossime esercitazioni di team building:

È una “caccia al tesoro” per masse, come viene definita dagli sviluppatori. Se il vostro obiettivo è quello di accrescere la competitività tra i membri di un team e determinare chi sia il più adatto a trovare soluzioni creative ai problemi, questa è un’ottima scelta. Le cacce al tesoro ci sono familiari fin da quando siamo bambini. Ma ora possiamo approcciarci a questo grande classico con un tocco di modernità. Quest’app, poi, offre momenti di grande divertimento e nulla permette di fare squadra come condividere una risata. GooseChase è a tutti gli effetti una camera-app progettata specificamente per il social sharing. Non utilizza la geo-localizzazione e non crea una classifica. Piuttosto, spinge i partecipanti a fotografare oggetti in giro per una città. Le foto vengono caricate per essere viste e giudicate da un altro impiegato. Il fine del gioco è quello di fare in modo che un team carichi un preciso numero di immagini di oggetti specifici sulla piattaforma di sharing.

A un costo basso può produrre risultati efficaci e impattanti.



È molto divertente e può essere adattata a ogni situazione. Per esempio, può essere utile per far conoscere gli spazi fisici degli uffici ai nuovi impiegati. È adatta anche nel caso si volesse far uscire i collaboratori all’esterno e in un nuovo mindset. Tutto ciò che si deve fare dopo aver determinato l’area di gioco è creare alcune sfide e lasciare indizi e suggerimenti in giro per la mappa.

MapDash è presente sia su AppStore che su Google Play Store. Si adatta facilmente alla cultura corporate e offre report e monitoraggio.



Dà la possibilità di scegliere tra una varietà di ottimi esercizi e giochi per il team building. Serve per incoraggiare gli impiegati a usare i propri smartphone per fare tutto, dallo scattare foto al caricare informazioni. Entra anch’essa nel territorio delle cacce al tesoro, ma include molto social sharing a fine giornata. Il “contro” di GoGame rispetto ad altre app per il team building è che necessita di un amministratore che abbia il tempo di preparare tutto e moderi il gioco. Questo aggiunge un livello di difficoltà per i reparti delle risorse umane che potrebbero trovarlo scoraggiante.

La linea di fondo è che funziona molto bene per le grandi organizzazioni, ma nella situazione in cui si debba preparare tutto da soli, forse potrebbe risultare poco intrigante.

  • iMeet

Potrebbe non sembrare un’app per il team building di primo acchito, ma può essere utilizzata per questo scopo. Molti la conoscono come l’app che permette di organizzare videoconferenze e che unisce per lavori collettivi. È molto utile per quelle aziende che uniscono lavoratori in ufficio con altri da remoto. Ma è anche un modo per rompere la routine e aggiungere un po’ di divertimento ed esercizi di team building. Per esempio, si possono incoraggiare i lavoratori da remoto a raggiungere i propri luoghi preferiti con WiFi libera e organizzare un meeting che inizia con ognuno dei partecipanti che mostra quella location e perché è importante per lui.

Questo umanizza gli impiegati che devono lavorare assieme ma che magari non si sono mai incontrati prima.

Per concludere questa lista parliamo della versione app di uno dei più noti giochi da tavolo. È un gioco composto da tessere che devono essere posizionare in modo strategico per creare una città medievale e guadagnare punti. La profondità e la complessità di Carcassone aiuteranno a sviluppare le capacità creative e di problem solving. Inoltre, non essendo un’app sviluppata specificamente per le aziende, potrebbe risultare molto più appetibile per gli impiegati che si ritroveranno a dover decidere una strategia coerente oltre che vincente. Infine, i turni di gioco sono asincroni e quindi non necessitano che i giocatori siano collegati contemporaneamente per poter procedere nella partita.

Nel complesso, come anche queste 5 app ci suggeriscono, il team building tramite applicazioni è solo una componente del lavoro creativo di unire le persone e aiutarle nel lavorare con rispetto ed efficacia.

La ricerca medica e il design della farmacologia evolvono rapidamente, tra tecnologie, intelligenza artificiale e nuove app. Resta, però, ancora da esplorare la relazione con l'utente.

a cura di redazione

Riportiamo un articolo di Eugenio Santor, Responsabile del laboratorio di informatica medica, Dip. di Salute Pubblica IRCCS, Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, uscito a febbraio 2019 per Agenda Digitale. Speriamo con ciò di sostenere la divulgazione di importanti conquiste nel settore dell’innovazione applicata al mondo della ricerca medica e del miglioramento dei farmaci.

di Eugenio Santoro

L’intelligenza artificiale a supporto della ricerca medica

La ricerca medica è il campo nel quale lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale potrà dare un grande contributo. La disponibilità di fonti di informazione eterogenee, strutturate (fascicoli sanitari elettronici, cartelle cliniche informatizzate, Medline, database di Linee guida, database di genomica) e non strutturate (dati raccolti da app, wearables e sensori, comunicazione sui social media) rende più che mai necessario l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale capaci di interpretare e identificare possibili associazioni.

AI e ricerca medica

Molte sono le aspettative nell’area del drug discovery e delle sperimentazioni cliniche grazie all’adozione di sistemi in grado di rendere più mirata la ricerca su una data molecola e più veloce il processo di sperimentazione riducendo così i tempi per la messa in commercio di nuovi farmaci. In quest’area già oggi sono oltre 20 le multinazionali del farmaco che hanno stretto rapporti non solo con i giganti dell’informatica (Google con DeepMind e IBM con Watson for Drug Discovery) ma anche con un centinaio di startup (operanti soprattutto negli Stati Uniti) nate in anni recenti per ottimizzare le varie fasi delle sperimentazioni cliniche: dalla generazione di ipotesi da testare in una nuova sperimentazione clinica all’interpretazione dei meccanismi d’azione delle malattie per le quali proporre un nuovo farmaco, dalla identificazione di nuove indicazioni per farmaci esistenti a quella di sottoinsiemi di pazienti che potrebbero rispondere favorevolmente a un farmaco esistente, dalla identificazione di possibili candidati a entrare in una sperimentazione clinica partendo dai suoi dati clinici o genetici alla attivazione di sistemi in grado di ridurre (attraverso specifiche tecniche di comunicazione) l’abbandono di pazienti arruolati in una sperimentazione. Non mancano infine le premesse per lo sviluppo di sistemi in grado di velocizzare il processo di selezione delle molecole che hanno una maggiore probabilità di successo di diventare un farmaco così come dimostrato in un recente articolo pubblicato su Nature.

Gli assistenti virtuali a supporto dei pazienti



Sebbene si tratti di un argomento controverso, nel 2019 continuerà lo sviluppo di assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale. A dare linfa a questa linea di non sono solo le iniziative per migliore l’attività cognitiva di certe categorie di utenti (come per esempio la pluripremiata “Chat Yourself”, l’app basata su un chatbot nato da un’idea di Y&R col patrocinio di Italia Longeva per aiutare la vita dei pazienti con Alzheimer) o quelle intraprese dalle associazioni di pazienti (come il recente lancio da parte della Associazione Italiana Malati di Cancro di “Filos” , un assistente virtuale dotato di intelligenza artificiale e in grado di fornire delle risposte alle domande più comuni dei pazienti oncologici) o dalle società scientifiche (come il lancio nel corso della seconda parte del 2018 da parte della Società Italiana di Nefrologia di un chatbot nato per fornire ai medici nefrologi uno strumento per l’esplorazione e l’identificazione delle informazioni più aggiornate sulla letteratura scientifica relativa ai farmaci calcio mimetici), ma hanno un certo peso le iniziative istituzionali, come quelle intraprese dal National Health Service inglese. Nel corso del 2018 ha fatto molto parlare di sé Babylon App , un’applicazione che, attraverso un sistema di intelligenza artificiale, fornisce una consulenza basata sull’anamnesi personale, sui sintomi indicati verbalmente dal cittadino, e sulle conoscenze prodotte dalle principali linee guida mediche inglesi.

Il National Health Service inglese lo ha scelto come strumento di “triage” e lo sta sperimentando su un gruppo di 26.000 cittadini che vivono a nord di Londra. Se da un lato i dati sembrano essere incoraggianti (sono state condotte finora 300 mila visite virtuali, il 50% delle quali si è risolta con una visita diretta o in videoconferenza, via smartphone, da parte di un medico), dall’altra il sistema sembra non aver ricevuto il gradimento dei medici inglesi, i quali hanno sollevato dubbi sulla affidabilità del sistema e sulla metodologia usata dalla società produttrice per valutarla. Nonostante queste incertezze, c’è chi immagina che in futuro i pazienti potranno condividere con i loro assistenti virtuali i dati raccolti tramite l’utilizzo di applicazioni o dispositivi wearable, o quelli presenti nelle loro cartelle cliniche informatizzate, rendendo più accurate e precise le indicazioni sulle quali il sistema dovrà prendere delle decisioni.

Le pillole intelligenti a supporto della cura dei pazienti

Le terapie digitali (o digital therapeutics) hanno avuto molto spazio nel corso del 2018. E molti successi si prevede avranno nel corso del 2019. Merito senza dubbio di progetti di ricerca che hanno dimostrato l’efficacia (clinica oltre che tecnologica) di questa tipologia di terapie.

Nuovi impulsi arriveranno in particolare dalle pillole intelligenti sulle quali molti gruppi di ricerca stanno lavorando. E’ recente lo sviluppo da parte di un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology e del Brigham and Women’s Hospital di Boston che ha messo a punto una pillola dotata di specifici sensori in grado di monitorare il paziente e di decidere la somministrazione dei farmaci in base ai dati raccolti. La pillola, stampata in 3D è in grado di raccogliere dati dallo stomaco per almeno un mese e può rilasciare gradualmente il farmaco che contiene. Attraverso i sensori e il collegamento bluetooth di cui è dotata, un’app installata sullo smartphone può essere usata per modificare la quantità di farmaco che la pillola intelligente deve rilasciare. Attraverso questo sistema, per ora sperimentato solo nel maiale ma che presto sarà testato sull’uomo, sarà possibile curare tempestivamente pazienti ai quali sia stata rilevata una determinata patologia. Per esempio, nei pazienti ad alto rischio di infezione, come quelli immunodepressi o in trattamento chemioterapico, questa pillola potrebbe rilevare la presenza dell’infezione e inviare subito l’antibiotico necessario.

Pillola con sensore

La Food And Drug Administration (FDA) aveva già concesso l’autorizzazione alla vendita di una pillola digitaleche includeva, oltre al farmaco, un sensore assimilabile dal corpo umano in grado di segnalare se la pillola era stata o meno ingerita. Ed è proprio alla nuova strada tracciata dalla FDA nel cercare percorsi più veloci per certificare e autorizzare al commerciodispositivi medici basati sulle terapie digitali che i produttori di queste tecnologie, insieme ai big dell’informatica, guardano con favore e speranza per il prossimo 2019.

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Satispay è una delle società fintech più importanti al mondo, con una valutazione che supera i 100 milioni di euro, e la sua crescita non accenna a diminuire.

a cura di redazione

Satispay è una delle società fintech più importanti al mondo, con una valutazione che supera i 100 milioni di euro, e la sua crescita non accenna a diminuire. 

Satispay è uno dei sistemi automatici di pagamento più diffuso e innovativo nel panorama attuale. Attiva dal 2015, Satispay è un’app di pagamento via smartphone che, tramite l’inserimento di codice IBAN e numero di cellulare, permette all’utente di effettuare transazioni di denaro senza carta di credito o di debito.

Satispay

In Italia ci sono circa 44mila esercizi commerciali convenzionati e, a ben guardare, se ne aggiungono circa un centinaio al giorno.

Tramite Satispay si può inviare denaro agli amici (pensiamo alle collette che si organizzano per i regali di compleanno), fare shopping online ed effettuare donazioni, pagare i bollettini della Pubblica Amministrazione (pagoPA) come tasse e multe, ed effettuare le ricariche telefoniche. Basta inserire il codice PIN all’interno della propria applicazione Satispay, selezionare l’opzione di pagamento, scegliere il negozio convenzionato, inserire l’importo e inviare il pagamento.

Privati e business

Pagare con Satispay è sicuro perché il sistema non utilizza dati sensibili e sia perché dopo il pagamento l’applicazione si chiude e non permette a terzi di accedere al denaro.

Per usare Satispay la prima cosa da fare è scaricare l’app dal proprio app store (disponibile gratuitamente su App Store, Google Play e Microsoft). Per procedere con l’iscrizione occorre inserire numero di telefono ed email, confermare numero di telefono con il codice che si riceve via SMS, scegliere un PIN (una sequenza numerica composta da 5 cifre da digitare ogni volta che si accede all’app di Satispay). 

Prima di procedere all’attivazione dell’account Satispay si consiglia di avere a portata di mano IBANdocumento d’identità (a scelta tra carta d’identità, passaporto e patente di guida) e codice fiscale perché saranno richiesti per completare la procedura.

Satispay funziona naturalmente con un budget, che è la soglia di spesa a disposizione sul proprio profilo e che può essere di massimo 200 euro a settimana. Per incentivare l’utilizzo dell’app, Satispay offre l’opzione Cashback, ovvero restituisce all’utente una percentuale della spesa come un riaccredito separato.

Budget e cashback

Iscriversi e disdire il servizio, ricaricare il budget, depositare sul conto corrente e inviare e ricevere denaro dai contatti sono tutte operazioni completamente gratuite.

Per pagare in negozio con Satispay basta aprire l’app, selezionare il negozio in cui pagare, digitare l’importo e confermare. Il trasferimento di denaro è immediato su account Satispay, l’esercente dovrà solo accettare la richiesta affinché il pagamento vada a buon fine. Nel caso di pagamento sbagliato si può contattare direttamente l’esercente che provvederà allo storno.

pagamenti online avvengono nello stesso modo. Seleziona il tuo acquisto, inserisci numero di telefono, invia pagamento e attendi conferma della transazione.

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Che rapporto c'è tra mondo del retail e start up innovative? A leggere i dati dei trend, le prospettive sembrano essere davvero molto incoraggianti.

a cura di redazione

Dalle soluzioni di realtà virtuale per provarsi un vestito a quelle per fare acquisti al supermercato senza passare dalla cassa, dai pagamenti resi più veloci ai processi diventati più semplici, fino alle proposte per far giocare il cliente o garantire la sicurezza delle merci: sono innovazioni di cui il mondo del retail avrà sempre più bisogno negli anni a venire. E, spesso, provengono dalle startup.  Come ha rilevato l’ultima edizione dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail della School of Management del Politecnico di Milano, ci sono più di 1600 startup innovative italiane che potenzialmente si occupano di retail, circa il 17% delle oltre 9.700 iscritte nell’apposito registro, quindi quasi una su cinque. 

Di queste il 43,5% si occupa di eCommerce, il 16,3% di intelligenza artificiale, l’11,3% di Internet of Things, il 10,9% di Big Data, il 9,7% logistica, il 3,7% di vendita al dettaglio e GDO, il 2,7% di Bot e Chatbot e l’1,9% fidelity e loyalty program.

Ecco alcuni esempi di startup innovative.

RetAPPs è una startup specializzata in soluzioni tecnologiche innovative per il settore retail basate sull’impiego di smartphone e tablet nel processo di acquisto in-store e out-of-store. In particolare RetAPPs sviluppa e distribuisce SmartBip, un piattaforma software che consente ai retailer di integrare in un’unica applicazione modulare i servizi di Mobile Self Scanning, Mobile Payment, Shopping List Management, Select&Collect, Mobile Promotions & Couponing. L’azienda, fondata nel 2012 da Alessandro Tiretta, esperto IT del settore retail in Italia, e da Superpartes, innovativo incubatore di impresa con sede a Brescia, ha tra i suoi clienti Auchan Italia, che l’ha utilizzata per lo sviluppo della app di mobile payment AuchanSpeedy. Si tratta di un servizio innovativo che permette di saltare del tutto il passaggio in cassa, grazie a un’applicazione su smartphone.

ReteApps

Papèm è un marketplace per retailers della moda e del design che punta a collegare i negozi online e i negozi fisici. I retailer possono promuovere i loro prodotti online e i clienti possono confrontare opportunità, ottenere sconti speciali o comprare direttamente online dai migliori negozi. È stata lanciata a inizio 2016 da Alberto Lo Bue, il CEO che è stato data scientist di Rocket Internet, Carlo Alberto Lipari e Roberto Pirrone, CSO e anche componente del direttivo del Gruppo Giovani imprenditori di Confcommercio Palermo. 

Papèm

Stentle è una startup innovativa nata nel 2015 e acquisita di recente da M-Cube Digital Engagement, gruppo italiano impegnato nella realizzazione di soluzioni audiovisive per il marketing instore. Stentle punta a fornire ai propri clienti gli strumenti per poter affrontare iniziative omnicanali nel mondo del retail, GDO e del turismo. Ad esempio, Just Commerce – questo il suo nome – è un kit di strumenti come servizi cloud e app mobile per le catene retail. Le soluzioni di Stentle, integrandosi con i sistemi legacy del brand cliente, permettono di supportare il personale del punto vendita in tutto il processo commerciale, dal riconoscimento del cliente fino al percorso personalizzato che ripropone le logiche del mondo online all’interno del negozio fisico.

Stentle

Checkout Technologies è un’azienda che sviluppa reti neurali convoluzionali per la Computer Vision, che consentiranno ai clienti dei punti vendita di fare acquisti senza passare dalla cassa. Fondata a Milano nel 2017 ha raccolto 850mila euro in un round di finanziamento. Ha sedi anche a San Francisco e Monaco di baviera. Nel 2018 è stata premiata a Pechino come migliore startup europea, un riconoscimento che non ha un risvolto economico immediato ma che sta contribuendo a raggiungere un maggior numero di clienti e ad attirare nuovi investitori. A ottobre 2018 ha vinto l’Open-Inn Retail Award, riconoscimento annuale per premiare progetti di Open Innovation nelle aziende Retail, per la categoria “Startup in fase di seed”. KikiLab ha assegnato il premio per Fast Checkout & Full Automated Storesoluzione multiprodotto per l’automazione dei processi di acquisto all’interno dei supermercati. Full Automated Store consente al negozio di riconoscere automaticamente prodotti, persone, movimenti e azioni. 

Checkout Technologies

Intribe realizza progetti di customer insight data intelligence per produrre analisi evolute su esigenze, stili di vita, abitudini ed evoluzioni dei consumatori. Attraverso attività di gamification (giochi e contest) con tecnologie di Intelligenza Artificiale e machine learning, InTribe rende la partecipazione alle indagini di mercato interattiva e coinvolgente. InTribe è tra le vincitrici di MIA – Miss In Action, il primo acceleratore in Italia per startup e pmi innovative al femminile.

Intribe

Nel retail si propongono soluzioni di audio branding legate al music design, la selezione della musica che maggiormente è in grado di rispecchiare l’immagine e il mood del marchio

A cura di Davide Pellegrini

Alessandro Franconetti, Sound Designer per i brand

Abbiamo intervistato Alessandro Franconetti, sound designer e creativo che, da tempo, mette al servizio il suo lavoro per una migliore definizione e posizionamento dell’identità dei brand. E lo fa con il suono. Dalle sue parole, chi è e cosa un brand sound designer.

L’Audio Branding è un fenomeno relativamente giovane. In un certo senso oggi, con la maggiore attenzione alle conoscenze nel campo del neuromarketing, sembra che si stia imponendo una maggiore attenzione all’ambiente in cui è immerso il cliente consumatore. Come definiresti di fatto l’audio branding, cosa fa chi fa il tuo mestiere?

L’Audio Branding è una branca del marketing sensoriale che propone un utilizzo strategico del suono all’interno dei processi comunicativi e di identity definition di un brand. La grande crescita di questo settore negli ultimi anni è dovuta, prevalentemente, a un dato molto importante: nella società odierna il sovraffollamento di stimoli visivi ha reso l’uso esclusivo della comunicazione visiva praticamente inefficace.

Proprio qualche giorno fa The Guardian riportava dei dati abbastanza significativi su questo tema, mostrando che dei tremilacinquecento messaggi visivi a cui siamo esposti mediamente in una giornata, solo l’1% viene ricordato ed ha un qualche impatto.

Chiaramente questo non significa, a mio avviso, che in futuro non si comunicherà più con l’immagine, ma solo che un brand, perché possa rimanere impresso, debba avere un appeal multi-sensoriale. In questo contesto, il suono emerge come uno strumento di fondamentale importanza a disposizione del brand, sebbene spesso il suo utilizzo sia ancora limitato se non addirittura lasciato al caso. Chi fa il mio mestiere si occupa proprio di questo: spingere il brand a includere strategie sonore nella definizione della propria identità e valorizzare quanti più touchpoint udibili a sua disposizione. Che spesso non sono sfruttati semplicemente perché non visibili.

Emotional branding

La forza dell’audio branding penso sia proprio quella di non limitarsi a supportare il messaggio visivo ma di riuscire ad arrivare dove l’immagine si ferma. Pensi al sonic brand di Intel che è in grado di attirare l’attenzione su un prodotto, un processore, che è nascosto dentro al computer e quindi addirittura invisibile. Quando si parla di audio branding non si parla comunque solo di strumenti sonori che agiscono sulla definizione del brand in sé, ma anche della definizione degli ambienti sonori che lo rappresentano.

Nel retail, ad esempio, si propongono soluzioni di audio branding legate al music design, ovvero la selezione della musica che maggiormente sia in grado di rispecchiare l’immagine ed il mood del marchio e che sia funzionale al raggiungimento di obiettivi specifici legati alla percezione dell’esperienza stessa (es. superato un certo numero di bpm la percezione dell’attesa alla cassa è inferiore rispetto alla stessa fila fatta con una musica lenta).





Mi sembra di capire che una competenza di base di debba esserci, non basta la passione per la musica. Come colleghi la vasta conoscenza del panorama musicale a un’operazione di brand awareness e alla costruzione di un sound mood aziendale?

In un’operazione di sonic branding il sound design è centrale dato che l’obiettivo è proprio quello di tradurre una strategia in suono. Nel progettare l’identità sonora di un brand sono coinvolte numerose figure e diverse: dagli strategists, ai sound designer, fino ad arrivare anche a psicologi il cui compito è di testare la capacità dei suoni prodotti di attivare le emozioni prese come target. Spesso il lavoro va avanti fino a che i risultati non raggiungono percentuali di corrispondenza molto elevati.



Ci sono davvero dati che dimostrano che la pianificazione di una playlist mirata all’interno di uno store aumentino la gradevolezza dell’esperienza d’acquisto? E perché in Italia ancora non decolla questa, che chiamerei, strategia di experience design?

Il music design di uno store è un elemento molto importante nella definizione di una esperienza di shopping. Molti brand utilizzano la musica addirittura per filtrare e restringere al target di riferimento gli ingressi in store.



Composed and Produced by Evoke The Spectrum – Video produced by 20 Mondi.

Composed by Maurizio D’Aniello/Elisa Rosselli & Produced by The Spectrum.



Più di frequente, la pianificazione musicale viene fatta semplicemente per garantire un’esperienza shopping positiva ed allegra. Ma, come già dicevo, la musica oltre ad avere l’incredibile potere di attivare scenari emotivi, è anche in grado di definire profondamente la nostra percezione di ciò che ci circonda. Non dimentichiamo che l’udito è il primo senso a svilupparsi in un feto e che il suono svolge i suoi processi comunicativi nell’emisfero limbico del nostro cervello quello che, per capirci, non solo processa le emozioni, ma in cui si definiscono i processi decisionali, come restare o uscire da un negozio, concedersi un regalo o lasciarlo al suo posto…

In Italia la crescita è più lenta rispetto ad altri paesi, ad esempio la Francia dove il sound branding è nato e dove ogni boutique affida ad un music designer la cura di questi aspetti. Ma anche qui, soprattutto negli ultimi due anni, non sono più solo i grandi brand a richiedere questo tipo di supporto, ma anche la piccola boutique che comprende l’importanza di non lasciare che sia il caso a guidare uno strumento di comunicazione così potente.

Evoke the Spectrum, agenzia di brand sound design


Ci descrivi il processo del tuo lavoro. Cosa avviene dopo l’incontro con un cliente?

Il primo passo è la stesura di una strategia e la traduzione in suono della stessa. In questa fase si scelgono strumentazione, timbro e melodia e si procede alla creazione di un paio di proposte da condividere con il cliente in quello che noi chiamiamo un sound workshop. Solitamente, da questo incontro si esce con numerosi feedback e si rientra in studio ad affinare il lavoro fatto. Una volta ottenuto il risultato desiderato dal cliente, si consegna un audio manual in cui è indicato in dettaglio l’utilizzo ideale degli strumenti sviluppati per il brand. Nel caso di campagne particolarmente mirate, procediamo anche ad una fase di testing affidando il compito ad un team di psicologi che crea di gruppi di ascolto e testa il nostro lavoro.

Prossimi obiettivi?

In questo momento molta attenzione è posta sulle possibilità legate alle tecnologie di 3D audio e, soprattutto, allo sviluppo di voice control technologies. Guardate in che direzione stanno puntando colossi come Amazon e Google e capirete il perché.

Qualche settimana fa, il CMO di Mastercard Raja Rajamannar, fresco di nomina a Global Marketer of The Year (dopo aver annunciato il sonic brand di Mastercard), ha dichiarato che entro il 2022 il 75% delle case sarà controllate da tecnologie vocali.

Sempre di più le aziende ci chiedono di implementare i loro processi con strumenti vocali e la selezione di una brand voice distintiva.

Alessandro Franconetti, Founder e Sound Branding Strategist Evoke The Spectrum

http://www.evokethespectrum.com

Secondo il Word Economic Forum l’attenzione per l'essere umano sarà la chiave di volta per la quarta rivoluzione industriale.

a cura di Progettomenodue

Il Salone del Mobile è ai blocchi di partenza.

Tra un mese, a Milano, si svolgerà la più importante fiera a livello mondiale dedicata al design. 

Ogni anno migliaia di visitatori da tutto il mondo partecipano ai numerosi eventi in programma. In particolare quelli del Fuorisalone, nato nei primi anni Ottanta e diventato col tempo una manifestazione quasi parallela, che coinvolge gli ambiti più disparati: tecnologia, automotive, arte moda e food.

Di fatto è diventata la vetrina più prestigiosa sia per realtà emergenti che per nomi già famosi.

La sensazione che si prova è di trovarsi nell’ombelico del mondo, un autentico think thank dove i cosiddetti ricercatori di tendenza si muovono tra un quartiere e l’altro per scovare le ultime novità.

Ma come nasce un trend? Perché in un determinato momento tutti portano un certo tipo di pantaloni e decorano le case con certe finiture? O in vetrina si vedono sempre gli stessi elementi?

A volte, ci sono tendenze che esplodono in pochissimo tempo ma, come nascono velocemente, altrettanto muoiono. Altre, invece, rimangono in sordina e sono solo le le aziende di trend scouting a percepirle, anche con due anni di anticipo. Prima sono accenni, che diventano via via più marcati fino a diventare fenomeni globali che coinvolgono una vasta gamma di settori.

Da designer per il retail, per noi, è fondamentale riuscire a intercettare queste novità: i brand vogliono essere al passo coi tempi e comunicare in maniera attuale coi propri clienti.

Sicuramente, durante la prossima Design Week, saranno di tendenza questi macro-temi:

  • L’intelligenza emozionale
    • La biofilia
    • L’empowerment personale in particolare quello femminile

Il filo rouge è uno solo: l’essere umano.



Secondo il Word Economic Forum l’attenzione per esso sarà la chiave di volta per la quarta rivoluzione industriale.

Progettare basandosi su cosa pensa l’uomo e, soprattutto, su cosa prova sarà alla base di tutto: future is feeling.

I designer dovranno concentrarsi anche sul dare un’anima alla tecnologia perché come gli esseri umani stanno diventando sempre più di digitali, così la tecnologia dovrà essere in grado di umanizzarsi, replicandone emozioni, imperfezioni e capacità.

Il processo sarà simbiotico perché i confini tra digitale e reale diventeranno sempre più labili.

Replika, ad esempio, è un chatbot dove l’intelligenza artificiale è in grado di imparare e mimare le espressioni dei suoi utilizzatori.



O Moodo, un diffusore di essenze smart, capace di captare gli stati d’animo e diffondere aromi che assecondano o leniscono l’umore del momento.



Le personalità artificiali si alterneranno a quelle in carne e ossa: già tre anni fa, Louis Vuitton utilizzò come sua testimonial Lighting, eroina di Final Fantasy.

Lil Miquela è una celebrity da 1 milione e mezzo di followers su Instagram. Nei suoi post la vediamo mentre mangia un gelato, ad un evento stampa, sul divano di casa.

Lil Miquela: The Digital Avatar Instagram Influencer

Cosa ha di particolare? E’un avatar.

L’interesse per le esperienze immersive crescerà, portando i designer a testare anche il potere dei sensi: allo scorso salone del mobile, Sony aveva presentato lo show Hidden Sense, dove oggetti di uso quotidiani erano stati modificati per una loro fruizione interattiva.

Di recente, è salita alla ribalta la notizia dell’artista Marina Abramovic e della sua prossima performance che avrà luogo a Londra nel 2020. Il suo corpo sarà caricato di corrente elettrica, aggiungendo energia sufficiente per essere in grado di spegnere una candela puntando semplicemente il dito su di essa.

Marina Abramovic

All’estremo opposto, la tendenza di adattarsi ai ritmi del corpo si sta già evidenziando nello store design: dagli spazi commerciali con musica ad alto volume, video wall e luce sparata, i nuovi negozi vengono progettati come dei santuari. Minimal, puliti, con display non invasivi, dalla luce calda e naturale.

Il punto vendita diventa quindi uno spazio in cui rilassarsi e riprendere fiato, tutto giocato su linee morbide e colori eterei.

Saranno prediletti format più piccoli, le grandi metrature risulteranno dispersive e caotiche. Con meno spazio per esporre il prodotto, i retailer dovranno fare uno sforzo ancora maggiore per catturare l’attenzione, ma potranno rispondere in maniera più mirata ai bisogni del consumatore.

Ikea e Nordstrom stanno già sperimentando questo tipo di strategia che permette loro di aprire negozi anche in centro città.

La possibilità di rallentare è il nuovo lusso: si sta assistendo ad una vague nostalgica per i tempi in cui tutto scorreva più lentamente e il design comincia a dare le prime risposte.

Strumenti che favoriscono l’attesa e lo slow down come Gudak, un’app dello studio coreano Screw Bar.



Ispirata alle macchine fotografiche Kodak, l’applicazione aggiunge un minuscolo obiettivo alla fotocamera del cellulare e non mostra le foto finché non sono “sviluppate” e, per farlo, ci impiegano tre giorni. Ciò conferisce un maggior valore agli scatti (come si faceva una volta) e una gratificazione non immediata, ma più esaustiva.

Anche il settore del turismo dovrà adattarsi alla voglia di lentezza; dovrà essere in grado di fornire soluzioni a contatto con la natura, tour a piedi o in località inusuali, lontani dalla folla.

E il legame con la natura è alla base di una nuova parola che si sente sempre più spesso.

Con biofilia si intende l’innata tendenza dell’essere umano a entrare in connessione con la natura. Incorporare elementi naturali nello spazio abitativo o lavorativo porta benessere e produttività. Le piante, per i designer biofilici, non sono semplici ornamenti ma migliorano il nostro stato di salute, assorbendo inquinamento e polvere. Legno, ceramica e fibre naturali saranno proposti nei prossimi anni dagli interior designer. Artificiale e naturale si fonderanno nuovamente, dando vita a materiali altamente tecnologici ma identici a quelli organici per forma e finitura.

E infine sarà importante la consapevolezza di sé, delle proprie azioni e del far sentire la propria voce. Soprattutto per le donne.

Dopo decenni di diktat su canoni estetici unilaterali, i brand dovranno essere in grado di dimostrarsi inclusivi proponendo nuovi modelli di femminilità, collezioni no gender e body positivity.

Alcune aziende di moda hanno già cominciato a lanciare questi messaggi scegliendo testimonials come Winnie Harlow, top model con la vitiligine, o Lea T, prima modella transgender a sfilare in passerella.

Winnie Harlow

I prodotti acquistano così valenza simbolica e sociale perché sfidano tabù e pregiudizi.

I lavori creativi, a volte, vengono considerati frivoli, ma è grazie ad essi se i cambiamenti avvengono passo passo e si diffondono fino a diventare pensiero mainstream.

Cloud4Wi è una Start Up fondata nel febbraio 2014 da Andrea Calcagno, attuale CEO & Chairman, e Davide Quadrini, attuale CTO e Board Director. L’azienda offre una suite di prodotti guest WiFi, location analytics e location-based marketing disegnata per conoscere e ingaggiare i consumatori.

a cura di Matteo Bonanno

Il Prada Group utilizza i prodotti di Cloud4Wi per trasformare l’esperienza in-store dei clienti in oltre 500 Store in tutto il mondo.

Andrea Calcagno

Cloud4Wi è una Start Up fondata nel febbraio 2014 da Andrea Calcagno, attuale CEO & Chairman, e Davide Quadrini, attuale CTO e Board Director.

L’azienda offre una suite di prodotti guest WiFi, location analytics e location-based marketing disegnata per conoscere e ingaggiare i consumatori. Con la suite di prodotti di Cloud4Wi le aziende enterprise di diversi settori posso utilizzare le reti WiFi esistenti per potenziare il loro business.

Dal 2015 collabora con un gigante del Retail come il Prada Group, utilizzando un sistema tanto semplice quanto efficace per offrire ai clienti in-store un servizio di WiFi gratuito assieme ad una costumer experience personalizzata.

L’accesso alla rete del negozio può essere effettuato tramite i propri account social come Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Google+, Fousquare e Pinterest, oltre a VKontakte per i clienti russi ed altre piattaforme per i turisti cinesi.

Le informazioni di login raccolte da Cloud4Wi hanno permesso al Prada Group di accrescere il proprio database clienti aggiungendovi nuovi contatti – assegnando un’identità digitale al dispositivo del cliente al primo accesso. Quando il cliente successivamente visita un qualsiasi store, la rete riconosce il dispositivo, lo associa al profilo digitale e gli da accesso automatico al WiFi del punto vendita.

Utilizzando questo tipo di servizio, Prada Group ha avuto la possibilità di avere una visione globale di come i clienti utilizzano il WiFi in tutti gli store del loro brand.

Tramite il servizio di Location Analytics i direttori dei singoli punti vendita hanno potuto prendere decisioni strategiche in base ai dati raccolti dagli utenti come il numero di visitatori giornalieri, gli orari di maggiore affluenza e i reparti più frequentati.



Un altro fronte è quello dello sviluppo di un’app dedicata che mostri il catalogo prodotti dell’azienda direttamente sulla splash page. Questo è aggiornato rispetto alla presenza in stock dei prodotti in quello specifico store. In base agli acquisti precedenti del cliente – sia offline che online – e alle sue preferenze l’app promuove prodotti specifici presenti sul catalogo.

Le identità digitali così create sono poi integrate nel sistema CRM di Prada Group e vengono arricchite con dati utili come quali e quanti store il cliente ha visitato. Le informazioni sono connesse ai comportamenti online come quante mail apre il cliente e quanto spesso visitano il sito Prada Group. Combinando attività online e comportamenti in-store, Prada Group ha una visione più completa di chi sono i propri clienti e quali le loro preferenze.

La personalizzazione della non si ferma qui: utilizzando una notifica, una mail o un messaggio può essere mandato al cliente fidelizzato appena entra nel punto vendita, dandogli il benvenuto e suggerendogli prodotti adatti al suo profilo. Anche gli addetti alle vendite vengono notificati nel momento dell’ingresso in store del cliente così da potergli offrire una maggiore attenzione.

In questo modo Prada Group è riuscito a personalizzare la propria customer experience per i propri clienti in store implementando la fidelizzazione e la creazione di relazioni più forti con la clientela.

Presentando questo progetto al Digital360 Awards 2017 Cloud4Wi ha vinto il Premio per il settore Fashion/Retail.

La Sitael è all’avanguardia su tecnologie rivoluzionarie dallo spazio all’e-mobility. Abbiamo parlato con Agostino De Angelis, Marketing & Business Development Manager

a cura di Davide Pellegrini

La Sitael è all’avanguardia su tecnologie rivoluzionarie dallo spazio all’e-mobility. Abbiamo parlato con Agostino De Angelis, Marketing & Business Development Manager, della loro e-bike, un prodotto che rivela la portata rivoluzionaria dell’approccio IoT.

Il concetto di e-bike potrebbe essere davvero rivoluzionario. In cosa consiste esattamente questa tipologia di prodotto?

Le e-bike stanno rivoluzionando il mercato del ciclo, con tassi di crescita a doppia cifra, trend di crescita che questo settore non vedeva da molto tempo. Questa nuova tipologia di veicolo aumenta le occasioni d’uso delle due ruote, nel caso del cosiddetto “commuting” (ovvero spostamento casa-lavoro o in città) combinando praticità, velocità ed economicità dei costi di gestione.

Le e-bike sono veicoli elettrici leggeri, quindi biciclette equipaggiate con sistema di assistenza alla pedalata grazie alla presenza di un motore e della relativa batteria. Grazie all’integrazione di diversi sensori a bordo, l’assistenza del motore viene attivata quando l’utente pedala, mentre viene disattivata se l’utente smette di pedalare oppure aziona i freni o ancora supera la velocità di 25 km/h. Per questo motivo vengono definite biciclette elettriche a pedalata assistita o PEDELEC. Per il codice della strada le pedelec sono equiparate a velocipedi (biciclette normali quindi) e sono esenti da tassa di proprietà e assicurazione a patto che rispettino i limiti in particolare “motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando il veicolo raggiunge i 25 km/h o prima se il ciclista smette di pedalare.”

Al di là dei tecnicismi è l’esperienza di utilizzo di una e-bike rispetto ad una bici tradizionale a fare la differenza in termini di sicurezza, di praticità, di benessere fisico https://www.nexum.bike/10-motivi-per-comprare-una-e-bike/

Ma non solo, esiste anche una dimensione emozionale, come conoscono bene i ciclisti che praticano e-Mountainbike e e-Roadbike. Con una e-MTB o una e-Road, pur con una preparazione fisica (molti atleti utilizzano le e-bike nella fase di defaticamento), si possono ampliare i propri limiti e raggiungere pendenze o distanze molto più elevate che non si potrebbero sperimentare se non attraverso un duro allenamento non perseguibile da qualsiasi persona, per esigenze di tempo e condizioni fisiche/età.

Smartika Casual
Smartika

Sembra evidente che un lavoro del genere sia strettamente connesso un approccio orientato al service design. Come riuscite a far convergere il design di prodotto con l’innovazione tecnologica e per raggiungere esattamente quali obiettivi?

Nella nostra organizzazione in SITAEL la tecnologia è il driver del cambiamento, indispensabile in contesti innovativi e dinamici in cui operiamo: dallo spazio, con la realizzazione di satelliti, alla divisione IoT per l’eMobility e la Vending Industry.

L’esperienza di interazione con le nostre soluzioni è sottoposta ad un attento studio funzionale, per poi validare sul campo l’esperienza attesa da quella effettiva lungo tutti i cosiddetti touch points. Nel caso di soluzioni B2B questo processo è una parte di un processo più ampio di digital transformation che porta i nostri partner nel processo di cambiamento e innovazione della propria realtà.

Le e-bike Nexum riflettono questo DNA e sono le uniche e-bike commercializzate in Italia ad integrare la tecnologia proprietaria ESB che connette il veicolo alla piattaforma cloud.
Grazie a questa tecnologia di connettività il veicolo è equipaggiato di antifurto GPS e trasmissione dati sia GPRS che Bluetooth che ne consente la geolocalizzazione come nel caso della e-bike rubata e ritrovata recentemente (https://www.nexum.bike/e-bike-rubata-a-vienna-rintracciata-in-24-ore-grazie-al-sistema-di-connettivita-sitael/ ).
Inoltre nel caso in cui il sistema rilevi che il veicolo sia coinvolto in un potenziale incidente attiva un countdown che se non viene arrestato invia un messaggio di SOS ai numeri selezionati allegando la posizione del potenziale incidente, minimizzando così i tempi di soccorso.

Si parla spesso di IOT ma, a dire il vero, la maggior parte delle persone ancora oggi non ne ha un’idea chiara. I vantaggi della connessione sono comunque molti. Secondo voi è possibile pensare all’applicazione di prodotti così evoluti, ad esempio, per i servizi di bike sharing che molte città offrono?

Si certo, la tecnologia ESB integrata nelle e-bike Nexum è già disponibile per una configurazione Fleet per Small Rental (per strutture ricettive o flotte per small business) ed è anche in fase di rilascio per sistemi di Bike sharing.

Oltre alle funzionalità per l’utente finale, la tecnologia IoT integrata nelle ebike Nexum porta notevoli vantaggi anche sul lato business, infatti consente di ridurre i tempi di assistenza, grazie alla possibilità di effettuare diagnosi remota del veicolo e al contatto diretto via app, permettendo quindi di ottimizzare l’intera supply chain. Altro importante aspetto è il data-driven manufacturing, ovvero la progettazione di veicoli sulla base delle reali condizioni d’uso che vengono registrate dal sistema e subordinatamente al consenso dell’utente. Questo permette di migliorare continuamente la progettazione dei nuovi veicoli che vengono quindi realizzati in relazione alle esigenze reali degli utenti.

I vostri prodotti, essendo così sofisticati e di alta gamma, hanno costi molto elevati. Quali sono gli obiettivi di mercato di ebike? Mantenere una nicchia o puntare su una maggiore distribuzione del prodotto?

Non si comprano prodotti, ma esperienze, e questo è drammaticamente vero nel mondo delle e-bike. Il problema principale per chi possiede una e-bike oggi è proteggerla, diversamente il costo diventa davvero molto elevato.
In Nexum puntiamo alla qualità e alla costante innovazione delle nostre e-bike, per garantire una riding experience superiore. Il riconoscimento del mercato non si è fatto attendere.

Su cosa puntate per far conoscere i vostri prodotti? Esistono strategie di promozione e commercializzazione che prevedono approcci omnichannel?

La migliore strategia per far conoscere i nostri prodotti è prima di tutto il passa parola generato dalla loro qualità e performance. Oggi è inimmaginabile un processo di acquisto, soprattutto di un bene complesso come una e-bike, che non preveda una fase di acquisizione informativa online, quindi la strategia ominichannel è un obbligo. Attualmente le e-bike Nexum sono disponibili online e presto anche attraverso alcuni punti esperenziali molto selezionati.