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La Sitael è all’avanguardia su tecnologie rivoluzionarie dallo spazio all’e-mobility. Abbiamo parlato con Agostino De Angelis, Marketing & Business Development Manager

a cura di Davide Pellegrini

La Sitael è all’avanguardia su tecnologie rivoluzionarie dallo spazio all’e-mobility. Abbiamo parlato con Agostino De Angelis, Marketing & Business Development Manager, della loro e-bike, un prodotto che rivela la portata rivoluzionaria dell’approccio IoT.

Il concetto di e-bike potrebbe essere davvero rivoluzionario. In cosa consiste esattamente questa tipologia di prodotto?

Le e-bike stanno rivoluzionando il mercato del ciclo, con tassi di crescita a doppia cifra, trend di crescita che questo settore non vedeva da molto tempo. Questa nuova tipologia di veicolo aumenta le occasioni d’uso delle due ruote, nel caso del cosiddetto “commuting” (ovvero spostamento casa-lavoro o in città) combinando praticità, velocità ed economicità dei costi di gestione.

Le e-bike sono veicoli elettrici leggeri, quindi biciclette equipaggiate con sistema di assistenza alla pedalata grazie alla presenza di un motore e della relativa batteria. Grazie all’integrazione di diversi sensori a bordo, l’assistenza del motore viene attivata quando l’utente pedala, mentre viene disattivata se l’utente smette di pedalare oppure aziona i freni o ancora supera la velocità di 25 km/h. Per questo motivo vengono definite biciclette elettriche a pedalata assistita o PEDELEC. Per il codice della strada le pedelec sono equiparate a velocipedi (biciclette normali quindi) e sono esenti da tassa di proprietà e assicurazione a patto che rispettino i limiti in particolare “motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando il veicolo raggiunge i 25 km/h o prima se il ciclista smette di pedalare.”

Al di là dei tecnicismi è l’esperienza di utilizzo di una e-bike rispetto ad una bici tradizionale a fare la differenza in termini di sicurezza, di praticità, di benessere fisico https://www.nexum.bike/10-motivi-per-comprare-una-e-bike/

Ma non solo, esiste anche una dimensione emozionale, come conoscono bene i ciclisti che praticano e-Mountainbike e e-Roadbike. Con una e-MTB o una e-Road, pur con una preparazione fisica (molti atleti utilizzano le e-bike nella fase di defaticamento), si possono ampliare i propri limiti e raggiungere pendenze o distanze molto più elevate che non si potrebbero sperimentare se non attraverso un duro allenamento non perseguibile da qualsiasi persona, per esigenze di tempo e condizioni fisiche/età.

Smartika Casual
Smartika

Sembra evidente che un lavoro del genere sia strettamente connesso un approccio orientato al service design. Come riuscite a far convergere il design di prodotto con l’innovazione tecnologica e per raggiungere esattamente quali obiettivi?

Nella nostra organizzazione in SITAEL la tecnologia è il driver del cambiamento, indispensabile in contesti innovativi e dinamici in cui operiamo: dallo spazio, con la realizzazione di satelliti, alla divisione IoT per l’eMobility e la Vending Industry.

L’esperienza di interazione con le nostre soluzioni è sottoposta ad un attento studio funzionale, per poi validare sul campo l’esperienza attesa da quella effettiva lungo tutti i cosiddetti touch points. Nel caso di soluzioni B2B questo processo è una parte di un processo più ampio di digital transformation che porta i nostri partner nel processo di cambiamento e innovazione della propria realtà.

Le e-bike Nexum riflettono questo DNA e sono le uniche e-bike commercializzate in Italia ad integrare la tecnologia proprietaria ESB che connette il veicolo alla piattaforma cloud.
Grazie a questa tecnologia di connettività il veicolo è equipaggiato di antifurto GPS e trasmissione dati sia GPRS che Bluetooth che ne consente la geolocalizzazione come nel caso della e-bike rubata e ritrovata recentemente (https://www.nexum.bike/e-bike-rubata-a-vienna-rintracciata-in-24-ore-grazie-al-sistema-di-connettivita-sitael/ ).
Inoltre nel caso in cui il sistema rilevi che il veicolo sia coinvolto in un potenziale incidente attiva un countdown che se non viene arrestato invia un messaggio di SOS ai numeri selezionati allegando la posizione del potenziale incidente, minimizzando così i tempi di soccorso.

Si parla spesso di IOT ma, a dire il vero, la maggior parte delle persone ancora oggi non ne ha un’idea chiara. I vantaggi della connessione sono comunque molti. Secondo voi è possibile pensare all’applicazione di prodotti così evoluti, ad esempio, per i servizi di bike sharing che molte città offrono?

Si certo, la tecnologia ESB integrata nelle e-bike Nexum è già disponibile per una configurazione Fleet per Small Rental (per strutture ricettive o flotte per small business) ed è anche in fase di rilascio per sistemi di Bike sharing.

Oltre alle funzionalità per l’utente finale, la tecnologia IoT integrata nelle ebike Nexum porta notevoli vantaggi anche sul lato business, infatti consente di ridurre i tempi di assistenza, grazie alla possibilità di effettuare diagnosi remota del veicolo e al contatto diretto via app, permettendo quindi di ottimizzare l’intera supply chain. Altro importante aspetto è il data-driven manufacturing, ovvero la progettazione di veicoli sulla base delle reali condizioni d’uso che vengono registrate dal sistema e subordinatamente al consenso dell’utente. Questo permette di migliorare continuamente la progettazione dei nuovi veicoli che vengono quindi realizzati in relazione alle esigenze reali degli utenti.

I vostri prodotti, essendo così sofisticati e di alta gamma, hanno costi molto elevati. Quali sono gli obiettivi di mercato di ebike? Mantenere una nicchia o puntare su una maggiore distribuzione del prodotto?

Non si comprano prodotti, ma esperienze, e questo è drammaticamente vero nel mondo delle e-bike. Il problema principale per chi possiede una e-bike oggi è proteggerla, diversamente il costo diventa davvero molto elevato.
In Nexum puntiamo alla qualità e alla costante innovazione delle nostre e-bike, per garantire una riding experience superiore. Il riconoscimento del mercato non si è fatto attendere.

Su cosa puntate per far conoscere i vostri prodotti? Esistono strategie di promozione e commercializzazione che prevedono approcci omnichannel?

La migliore strategia per far conoscere i nostri prodotti è prima di tutto il passa parola generato dalla loro qualità e performance. Oggi è inimmaginabile un processo di acquisto, soprattutto di un bene complesso come una e-bike, che non preveda una fase di acquisizione informativa online, quindi la strategia ominichannel è un obbligo. Attualmente le e-bike Nexum sono disponibili online e presto anche attraverso alcuni punti esperenziali molto selezionati.

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Si tratta di ospitare in casa di sconosciuti di cui si sa qualcosa attraverso i meccanismi di creazione di fiducia tipici dei social. Qualcosa di totalmente diverso dal ristorante.

Group of friends and family dining overhead view
a cura di Andrea Pugliese

Adorate cucinare, avere amici a tavola, capire come il cibo e la convivialità generino dinamiche di relazione, accoglienza, affetto e comprensione? Volete praticare le lingue in un contesto informale (casa vostra)? Il social eating fa per voi.

Si tratta di ospitare in casa di sconosciuti di cui si sa qualcosa attraverso i meccanismi di creazione di fiducia tipici dei social, con cui la naturale riservatezza viene compensata dalla curiosità e dalla sensazione di poter vivere qualcosa di unico. Qualcosa di totalmente diverso dal ristorante.  

Nel social eating le persone pagano per mangiare a casa tua. Tu fissi il prezzo e la piattaforma che mette in contatto e gestisce le transazioni ci aggiunge un 10% per il proprio servizio.

Il perché farlo e perché può a grandi linee dividere il modello in due grandi categorie:

I social chef ‘disinteressati’

Ti iscrivi con le tue credenziali social, descrivi l’ambiente della cucina, il fatto che a tavola potrebbero ritrovarsi anche bambini, metti foto di un po’ di piatti possibili a titolo di esempio. Non fai nulla di attivo, ti limiti a segnare le giornate in cui puoi ricevere ospiti. Puoi aggiungere se sei disponibile a farli cucinare con te o a ipotizzare un giro mattutino al mercato assieme. Una buona piattaforma internazionale per questa formula è www.eatwith.com 

Se tutto questo (unito alle recensione fatta su di te da ospiti precedenti) convince qualcuno, ti contattano e ti arriva una mail tipo “Nadine e 3 suoi amici vorrebbero cenare da te il 27, accetti?” Se il profilo di Nadine ti convince, e le sue eventuali  richieste anche (es celiaci, vegetariani, vegani), accetti e li aspetti nella sera e all’ora concordata.  Gli ospiti  sanno che sarete a tavola con loro a parlar di cinema, di Italia, viaggi, a dare consigli, a rispondere domande sul costo degli affitti nella mia zona, sulla provenienza dei porcini che hai accoppiato al pesce spada, sui quadri che hai alle pareti. Il cibo sarà una sorpresa per tutti.  Lo fai perché vuoi conoscere, sei curioso e vuoi parlare le lingue.

I social chef ‘semiprofessionali’

Organizzano, sempre a casa, cene più strutturate.

Una piattaforma italiana perfetta allo scopo è www.gnammo.it . In questo caso chi apre la propria casa a ospiti presenta la cena, in una data scelta,  per un menù esplicitato per intero dal principio. Spesso si tratta di eventi aperti a numeri maggiori (anche fino a 15-20 partecipanti).

Da Gnammo

Anche in questo caso, la reputazione conquistata con precedenti cene favorisce la scelta e rassicura tutti. L’organizzatore rilancia l’evento creato dalla piattaforma attraverso i propri social e con le proprie mailing list. Vi è dunque un serio lavoro di comunicazione non presente nel caso precedente e da cui spesso dipende la riuscita della serata.   Sono cene conviviali, dove i commensali tra loro spesso non si conoscono e, anzi, usano l’occasione per allargare la cerchia delle relazioni, sia in ambito professionale che amicale. Per questa ragione è più bassa la presenza di stranieri, al tavolo si parla più spesso italiano. In questa tipologia la regia della serata è più complessa, il cuoco più impegnato. In molti casi ciò è favorito dal fatto che le cene sono tematiche o c’è un ospite di riguardo (architetto, attore, …), e magari qualcuno che suona.

Responsabilità, fiscalità, rapporti con i vicini di casa? 

Come molte pratiche di Sharing Economy, il social eating intercetta bisogni e necessità reali e la realtà è anni avanti alla normativa, agli interessi corporativi, ai vuoti discorsi su certo turismo ‘esperienziale’ fatti dai teorici. Porta turisti nelle periferie e riempie di ricordi i carnet di viaggio. È bello, e mentre lo fai ti rendi conto che è intelligente, utile e mischia le idee generandone di nuove.   

E’ tutto poco definito nel dettaglio.

Sia chiaro: non si fa vera ristorazione ma si invitano persone a casa. 

Finché non c’è vero guadagno per chi ospita, si tratta di ricevere dai presenti un contributo al costo della spesa. Per chi invece guadagna – e lo fa spesso – esistono i commercialisti, le leggi e la propria coscienza. 

Come trasformare la gift experience creando buonumore, benessere e fatturato. Tiger, un Ikea dell'oggettistica che ricorda i bei tempi di Elio Fiorucci.

Migliorare l’umore tra il serio e il faceto, tra il design e il low cost intelligente
a cura di Progettomenodue

Il periodo natalizio è il momento ideale per raccontarvi una storia che sembra uscita da un libro di favole.

E quindi… c’era una volta Lennart Lajboschitz, un ragazzo danese, figlio di un venditore di asparagi e di una maestra d’asilo, che non si è mai laureato e che non ha nemmeno finito le scuole superiori.

Dopo aver passato la giovinezza a girare per il mondo con lo zaino in spalla, negli anni Ottanta, a Copenaghen, decide di aprire un negozio che chiama Zebra.

All’interno si trova un po’ di tutto: oggetti per la casa, giocattoli, articoli da regalo, cartoleria.

Un giorno, mentre si trova all’estero per un viaggio, riceve la telefonata della cognata che non trova più il listino prezzi. Lennart le suggerisce allora di vendere tutto a 10 corone (circa un euro) e le vendite aumentano in maniera così vertiginosa che, al suo rientro, cambia nome al negozio che diventa Tiger, per assonanza con la parola tier, ossia dieci. Non passa molto tempo che decide di passare allo step successivo: vuole personalizzare la merce del negozio e perciò inizia a disegnare una bocca su una tazza, mette dei pois sulle copertine delle agende e un paio di occhi sulla T del suo negozio. E di nuovo profitti aumentano: il negozio si riempie e l’offerta è costante. Tre anni dopo di Tiger in Danimarca ce ne sono quaranta ed è allora che Lennart prova a replicare il successo anche all‘estero.

Prima in Islanda, poi nel Regno Unito, poi in Spagna che, oggi, è, assieme all’ Italia, uno dei mercati di riferimento del gruppo, presente in 26 paesi con più di 800 punti vendita.

Con una percentuale di crescita annua del 35% e un fatturato dichiarato di 670 milioni di euro. Secondo alcune stime ogni minuto entra un nuovo cliente che, solo nel 2% dei casi, esce senza aver acquistato nulla.

Qual è quindi il segreto del successo di questo format?

Dopotutto, al suo interno si trovano duplicati di cose che si hanno già.Ma in versione più “emozionale” perché a tutti scappa un sorriso guardando gli articoli. Con il lancio ogni settimana di trecento nuovi prodotti, fare un giro da Tiger somiglia molto ad una caccia al tesoro. Le persone entrano senza sapere esattamente cosa troveranno e passano in rassegna gli scaffali: la penna simpatica da regalare alla collega, il gioco di carte per il nipote per fargli passare il viaggio in treno, i piatti in carta dalla grafica accattivante per una festa dell’ultimo. Alcuni lo hanno paragonato ad un altro gigante del low cost nordico, Ikea: prezzi contenuti, design molto scandinavo ed un percorso clienti da cui non si scappa.

Ma le somiglianze si esauriscono in fretta perché qui è l’inutile a regnare, perché qui non si entra per comprare qualcosa di cui si ha necessità.

Se proprio volessimo fare un paragone, Tiger ricorda molto i negozi di Elio Fiorucci di qualche decennio fa: chi è di Milano ed è figlio degli anni Novanta ricorderà bene quel luogo magico in Galleria Passerella dove nanetti da giardino fluo si mescolavano a milioni di articoli per tutte le tasche e introvabili altrove.

Elio Fiorucci Store, la rivoluzione della shopping experience

Lo slogan era, non a caso, retail therapy: uno spazio concepito per migliorare l’umore giocando tra il serio e il faceto, tra il super kitsch e il buon gusto.

Tiger sorprende ancor di più se si pensa che è un esempio di successo off line: i volantini gratuiti posti all’ingresso che cambiano ogni sette giorni restano la migliore pubblicità insieme al passaparola. Pur avendo un’attività social ridotta ai minimi termini, conta un milione mezzo di followers su Instagram.

Il prodotto piace, la sua fama lo precede tanto da non aver bisogno di ulteriori comunicazioni.

Ma se è vero che, in maniera provocatoria, alcuni esperti di marketing sostengono che la chiave del suo successo sia stata quella di non avere strategie definite, è anche vero che a monte c’è un team attento alle richieste dei clienti e ai cambiamenti socio-comportamentali. Di recente, è stata attivata la prima loyalty card sotto forma di app, basata su un percorso di gamification (strategia di cui abbiamo parlato nel precedente articolo e che sta conquistando sempre più brand).

L’utente risulta infatti parte attiva, può scegliere il proprio avatar tra una serie di personaggi che possono crescere e svilupparsi, come un Pokèmon. Attraverso sorprese, badge e coupon l’avatar si plasma sugli interessi dell’utente i cui dati vengono poi elaborati per offrire contenuti e offerte personalizzate.

Perciò da Tiger troviamo tutto quello che viene definito on-point: un vero e proprio contenitore di shopping entertainment dove ironia, acquisto emozionale, costumizzazione, accessibilità si fondono tra loro.

Oggi Lennart si è dimesso dal ruolo di CEO e si dedica esclusivamente ai suoi quattro figli perché, come lui stesso ha dichiarato, è solo a loro che deve la capacità di continuare a vedere il mondo con gli occhi curiosi di un bambino e di essere riuscito a trasmettere la gioia di  fare un regalo. A se stessi e agli altri.

Il design può essere emozionale e coinvolgente? Può un brand essere in grado di spingere i propri clienti a migliorarsi? Un'analisi tra motivazione, coinvolgimento e gamification.

a cura di Progettomenodue
Corsi di life coaching, post Instagram con frasi ispirazionali, playlist musicali create ad hoc per lavorare al massimo.

Ultimamente, assistiamo ad un vero e proprio boom di che ci spingono a motivarci e a fare meglio. Complice, forse, la perdita di tante certezze nell’ultimo decennio e l’avere a che fare con un mondo tutto nuovo, globale e connesso, che ha impattato in tanti aspetti della nostra vita.

L’autorealizzazione non è però un concetto last minute: già nel 1954 lo psicologo Abraham Maslow aveva delineato la piramide dei bisogni, ossia i principali motori che spingono l’uomo all’azione, dividendoli tra quelli puramente fisiologi posti alla base e quelli più “nobili”.
In cima ad essa, c’è appunto la realizzazione del proprio potenziale.

Ma il design può essere emozionale e coinvolgente? Può un brand essere in grado di spingere i propri clienti a migliorarsi?

Dall’iconico Just do it di Nike, che ne ha fatto una filosofia di azienda e di vita, oggi volere è potere sembra essere diventato un mantra costante per tutti.

Wgsn, società leader in analisi e previsioni di trend futuri, mette in evidenza una evoluzione del consumo, sostenendo che entro il 2020 il marketing tradizionale, le strutture aziendali classiche e il consumo di massa verranno abbandonati.

La consapevolezza di ascoltare nuove voci, la formazione di una società dove i bisogni emozionali saranno sempre più importanti, la possibilità di introdurre un’anima nella tecnologia e il potere della generazione Z (nati tra il 1995 e il 2010) produrranno un cambiamento collettivo.

Nella pratica, questo bisogno di sentirsi coinvolti in un disegno più ampio, proiettato al miglioramento, trova espressione nel design partecipativo o co- design.

Nato nei paesi scandinavi alla fine degli anni Sessanta, è un approccio di progettazione che chiama in causa tutti i partecipanti al progetto per arrivare a ideare qualcosa di veramente utile, coinvolgente e fruibile.

Anche se in Italia questa forma mentis è ancora in fase di incubazione, si assiste progressivamente ad un orientamento verso questo approccio, soprattutto a livello urbanistico e di riqualificazione di quartieri: architetti che lavorano a braccetto con associazioni del territorio, artisti locali che ridanno linfa a luoghi semiabbandonati, semplici cittadini che aprono le porte delle proprie case per fare network.

Ne è un bell’esempio il lavoro fatto a Padova da un gruppo di giovani creativi che hanno ideato su Facebook la pagina di Arcellatown, dedicata al quartiere patavino considerato spesso problematico e critico.
Con tanto di logo, play off e post giornalieri sui tesori nascosti del quartiere, nel giro di pochi anni ha portato una ventata di novità e di fermento in un luogo dato per spacciato.
Eventi, mostre, nuovi spazi di aggregazioni, rinascita di commerci, piste ciclabili.
Centrando l’obiettivo di riuscire a risvegliare una comunità assopita e dargli una voce consapevole e fiera di riappropriarsi dei propri spazi.

Nell’ambito della progettazione, un altro aspetto innovativo è legato all’utilizzo della gamification.

Una volta individuato il target, lo scopo di questa tecnica è riuscire ad attivarlo, facendogli compiere delle azioni che provocano un maggior coinvolgimento e divertimento.
Il fine è infatti quello di proporre un prodotto facendo leva sulle emozioni e non sulla didascalia: nella maggior parte dei casi, si assiste ad un miglior tasso di adesione e di conversione, oltre che dei feedback precisi su quelli che sono i reali bisogni di chi lo utilizza.

Allo IED di Milano, lo scorso anno, è stato introdotto un master proprio sull’engagement & gamification il cui coordinatore, Fabio Viola, spiega come il gioco sia il miglior strumento per motivare le persone e incollarle ad uno schermo.
Ciò non significa trasformare un marchio in un videogioco, ma prendere le tecniche proprie del game design, come lo stimolo e la competizione, per far passare un messaggio in maniera meno noiosa e più avvincente.

Tra le aziende che hanno cominciato a utilizzare questo metodo cita la MSC Crociere che, nel campo delle risorse umane, ha messo in palio due posti di lavoro.
I candidati dovevano superare una serie di prove di logica che davano poi accesso alla fase finale, quella del recruiting vero e proprio.
Cosi facendo, l’azienda è riuscita a richiamare molti più profili rispetto ad un annuncio di lavoro classico e fare una scrematura naturale dei curricula.

O ancora Tuomuseo, un app sul turismo che vuole avvicinare le nuove generazioni ai musei e ai siti di interesse culturale.
Con una serie di missioni, come farsi un numero prestabilito di selfie all’interno di un sito o riuscire a convincere un amico a visitare una mostra assieme, si ottengono premi, sconti ed un posto in graduatoria che mostra gli utenti più attivi.

C’è chi sostiene che la vita sia fatta per il 10% da cosa ti accade e per il 90% da come reagisci.
In quest’ottica, il design attivo e partecipativo rivestirà un ruolo chiave per la creazione di una società più responsabile e attenta ai bisogni, fatta da persone, forse meno seriose, ma sicuramente più motivate e felici.

 

 

 

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Il textile design tra studio del prodotto e scelta dei materiali.

a cura di Progettomedue
Vi è mai capitato di acquistare un capo perché siete rimasti colpiti dalla morbidezza del filato? Dalla sua leggerezza o ancora dal comfort che avete provato indossandolo?

Il prodotto che arriva sugli scaffali dei negozi è solo l’ultimo step di un lungo processo affidato non solo alla visione dello stilista o ad una determinata comunicazione, ma anche a tanti professionisti che lavorano dietro le quinte e, soprattutto, a monte della filiera produttiva.

Esperti che permettono la realizzazione di un prodotto con standard ben precisi e che operano in quello che viene chiamato textile design.

Aldilà di chi disegna i pattern o sceglie i filati, parliamo di figure professionali che si occupano di ricercare e sviluppare le materie prime, analizzare i processi produttivi e intercettare le ultime novità.

Assumono nomi diversi: dal material developer, al textile specialist, al responsabile della sicurezza chimica a seconda delle varie sfaccettature legate ai materiali.

E’ sicuramente una figura che, negli ultimi anni, sta assumendo un ruolo chiave all’interno delle aziende poiché il sistema moda si è ritrovato a fare i conti con nuovi vocaboli come sostenibilità, impatto ambientale, fashion technologies. Ne nasce una figura ibrida con un background di perito tecnico alle spalle, ma al tempo stesso, in grado di abbinare il suo know -how con una particolare attenzione alle evoluzioni e alle esigenze del mercato.

Nel caso di collezioni eco-friendly deve perciò conoscere alla perfezione i processi produttivi rispettosi dell’ambiente e lavorare a braccetto col reparto marketing per far sì che questa immagine green del brand sia comunicata correttamente.

Tra le sue mansioni rientrano anche la ricerca delle tendenze di colori e tessuti, test su nuovi materiali e fattori di rischio in campo dermatologico.

Nell’economia del nostro Paese, il design dei tessuti ha alle spalle una lunga tradizione. Distretti industriali come Prato e Como rappresentano un‘eccellenza e un perfetto mix tra artigianalità e industrializzazione dove arte, design e ingegneria si fondono tra loro.

L’innovazione tessile è alla base di tante start up che hanno come obiettivo la progettazione di tessuti più ecologici e performanti, in grado di ridurre il consumo di acqua ed energia, senza l’impiego di sostanze tossiche.

Tra le più interessanti c’è il progetto Orange Fiber della designer Adriana Santocito, vincitrice del premio Global Change Award, che impiega gli scarti della pressatura delle arance per dar vita ad un tessuto arricchito di sostanze nutrienti per la pelle.


Materiale che l’azienda Salvatore Ferragamo ha di recente utilizzato nella sua linea responsable.

O Pagurojeans che, consapevole del fatto che il denim sia tra i materiali più inquinanti, ha prodotto una linea con cotone riciclato che consuma il 60% in meno di acqua e i cui accessori come etichette e tasche sono ricavate da camicie riciclate.

Non solo green.

Smart è l’altro macro aspetto che il textile designer di oggi deve tenere in considerazione. Il giornalista inglese Bradley Quinn, autore di Textile Visionaries, sostiene che il concetto di tessuto così come lo conosciamo subirà un drastico cambiamento avvicinandosi sempre più a quello di wearable technology.

Materiali che cambiano al tatto, fibre intelligenti capaci di immagazzinare il calore del corpo e rilasciarlo col freddo, abiti al grafene o classici broccati che, al posto dei fili dorati ,utilizzano i neon.

Cute circuit è un’azienda pioniera in questo senso. Frutto della collaborazione tra una stilista italiana e un ingegnere inglese ha come obiettivo la creazione di abiti interattivi. Come quello indossato da Katy Perry al Met Gala composto da 3000 microled in grado di cambiare colore e creare sequenze di luci.

O ancora sensori per la misurazione della fatica inserite nella trama del filato che nell’industria sportiva ha già visto le prime applicazioni.

Gli abiti ci calzeranno come una seconda pelle e se ci sentiremo più protetti, più eco-compatibili e più smart il merito va certamente a queste figure professionali che, con impegno e creatività, fanno della ricerca la loro mission quotidiana.

 

 

 

I retailer odierni devono essere in grado di soddisfare un consumatore sempre più esigente che cerca un servizio comodo e di facile utilizzo, con informazioni dettagliate grazie a strumenti high tech che sembrano usciti da un film di fantascienza.

a cura di Progettomenodue
Una delle frasi più celebri di Bruno Munari, prolifico e poliedrico designer del Novecento, affermava che “complicare è facile e semplificare difficile”.

Raggiungere la semplicità è un processo delicato che implica il sapere esattamente cosa togliere per comunicare un prodotto nella sua essenza e, aggiungiamo, nella sua fruibilità.

Questo metodo progettuale, che agisce per difetto, si applica a sorpresa ad un retail che sembra sempre più pieno di funzioni, opportunità e supporti. Per far sì che influenzi efficacemente e velocemente il potenziale acquirente deve essere in grado di dosare gli infiniti a disposizione per evitare il “Bello, ma a cosa serve?”.

Nel processo di acquisto si inserisce anche un altro fattore chiave: il tempo.

Se perfino un bimbo delle elementari, oggi come oggi, ha un’agenda ricca di impegni simile al più navigato dei quadri, si comprende bene che l’ottimizzazione del tempo diventi necessaria e quanto la comodità di un servizio sia in grado di creare una clientela soddisfatta e fidelizzata.

Sull’online è stato stimato che il 68% di potenziali clienti abbandona il carrello senza concludere l’acquisto.

Questo può dipendere da una mancanza di chiarezza nelle modalità di spedizioni, da una lentezza del sito a caricarsi, dalla necessità di effettuare un login. Tutti elementi che scoraggiano una vendita, a volte cercata, ma, in tante altre occasioni, puramente d’impulso o di noia. Spesso si naviga in un sito di e-commerce in momenti morti della giornata: sui mezzi di trasporto, sul divano durante le pubblicità, nelle sale di attesa.

Ecco perché fornire un servizio pratico e fulmineo è la conditio sine qua none avviene il clic finale.

Aggiungere poi altre funzioni come una live chat, la possibilità di reso gratuito, la condivisione social o codici sconto non fanno che condizionare positivamente questo processo. I famosi suggerimenti di prodotti correlati sono tecniche utilizzate per portare il cliente verso l’acquisto di un prodotto di prezzo leggermente più elevato ma di qualità superiore, oppure per promuovere dei pacchetti dall’offerta più ampia. Alla ricerca di un utensile da cucina, su Amazon per esempio, si affianca sempre la proposta di un kit accessori completo che, nella maggior parte dei casi, verrà preso in considerazione.

Tutta questa immediatezza deve però trovare riscontro anche a livello dello store fisico dove ancora oggi passa l’85% delle transazioni. L ‘approccio tech-oriented strizza l’occhio alla clientela più giovane che con lo smartphone ci convive da quando è nata. Saper integrare le due cose comunica fin da subito un brand al passo coi tempi, in grado di fornire tutte le informazioni necessarie senza aiuti esterni.

E’ il caso di molte aziende del fast fashion, progettate principalmente per il libero servizio, dove l’interazione col personale di vendita si riduce al momento in cui si arriva in cassa.

Zara, nell’ultimo anno, ha investito milioni in realtà aumentata, cominciando da alcuni negozi selezionati. Utilizzando la sua app ufficiale e inquadrando dei cubi bianchi con la scritta Shop the look, sparsi nel punto vendita, appare una modella con un outfit completo che è possibile ordinare direttamente via cellulare. Gli specchi diventano anche assistenti virtuali in grado di riconoscere un determinato capo e suggerire combinazioni con accessori o altri vestiti. Esiste poi la possibilità di avere un sarto virtuale a propria disposizione dove si inseriscono dati precisi sulla propria conformazione fisica per vedere come realmente quel vestito ci cadrà addosso.


Sempre Zara, a Milano, durante il periodo di chiusura per lavori del suo flagship, ha trasformato l’ingresso in un click and collect store: pochi capi esposti pagabili attraverso Bluetooth o IWallet e spediti direttamente a casa, senza il fastidio di shopper ingombranti da trasportare.

E se nello shopping high street tutti gli sforzi sono indirizzati verso l’autonomia e la molteplicità dell’acquisto, nel settore lusso, il processo si concentra sul trasmettere l’esclusività e il valore del brand.

Un elemento come il packaging che, fino a pochi decenni fa, era considerato puramente funzionale, oggi viene utilizzato come un vero e proprio storyteller.

Tanto che la giovane fiera specializzata (Packaging Première) ha visto un aumento del 60% di visite rispetto all’anno precedente. Con pochi centimetri di materiale a disposizione, la scatola diventa contenuto mirato: dagli imballi anti sgualcimento all’inserimento di sistemi per la tracciabilità del prodotto. Attraverso filigrane digitali, numeri sequenziali è possibile verificare l’autenticità del prodotto.

Lo ha fatto di recente anche Gucci che si è attrezzato, in pochi mesi, con una digital card anticontraffazione: un’apposita app scaricabile dal sito legge l’etichetta e accerta se quello che abbiamo tra le mani non sia un fake.

I retailer odierni devono essere in grado di soddisfare un consumatore sempre più esigente che cerca un servizio comodo e di facile utilizzo, con informazioni dettagliate grazie a strumenti high tech che sembrano usciti da un film di fantascienza.

Il viaggio verso il retail del futuro è appena iniziato.

Don’t panic.

 

 

 

 

L’experience design è una disciplina eterogenea, in grado di intercettare la più sfuggente ed enigmatica delle cose: la mente umana.

a cura di Progettomenodue

Quest’estate, sotto l‘ombrellone, ci è capitato sottomano un articolo con un titolo ad effetto: Per salvare il retail bisogna lasciarlo morire.

Una frase pungente e provocatoria che ci fa riflettere su quanto i cambiamenti in atto stiano incidendo sul retail così come lo conosciamo e su come occorra impostare nuovi concept per far sì che rinasca in una versione 2.0.

Analisti ed esperti del settore ci dicono che lo store del futuro ricoprirà un ruolo chiave per offrire esperienze legate al prodotto. Ma non sarà l’unico.

Scordiamoci i tempi in cui era il protagonista assoluto del dialogo tra bene e cliente e scordiamoci anche la dinamica semplicistica dell’entro-compro-esco.

Oggi il panorama è molto più complesso: entro se quel marchio mi ha già comunicato qualcosa di sorprendente e affine ai miei gusti, compro se ho trovato l’esperienza in negozio gratificante, esco e la comunicazione non si interrompe, continuo cioè ad interagire con esso (do un feedback, mi iscrivo alla newsletter, posto una foto, in un momento per me significativo, con quell’oggetto).

Ecco che saper progettare una strategia basata sul fruire piuttosto che sul possedere diventa fondamentale.

L’experience design è una disciplina eterogenea, in grado di intercettare la più sfuggente ed enigmatica delle cose: la mente umana. Non è un caso se, per questo tipo di ruolo, si cerchino sempre più profili con un background in psicologia, antropologia o filosofia.

Provocare una reazione è parte integrante del processo. È interessante vedere come dalla costumer experience (CX) si stia facendo strada il termine di human experience (HX), dove il cliente è innanzitutto visto come un essere umano da coinvolgere e il cui intrattenimento risulta essere l’unico metodo efficace per guadagnare fiducia e spingerlo all’acquisto.

 

Siamo arrivati ad un punto in cui, ormai, offrire un lay out chiaro, un servizio clienti veloce e disponibile o un sito di facile navigazione sono caratteristiche imprescindibili.

Di queste modalità, è vero, si occupa principalmente il service design, ma è accanto ad esso, e con meccanismi fluidi, che entra in gioco l’experience design, il quale agisce su un livello più astratto e con un approccio più empatico.

Dove ogni dettaglio conta.

Il dimenticarsi di inserire un dato in una registrazione on line, ad esempio, in passato, veniva indicato contornando di rosso la casella da riempire.
Il metodo era molto simile a quello di una maestra che sottolinea l’errore, facendo sembrare la persona stupida.
Ora, molto spesso, appare una frase del genere Oops! Lo sappiamo che le cose da ricordare oggi sono tante! Per favore, inserisci il dato mancante.
Stesso concetto certo, però, nel secondo caso, il tono colloquiale e la punteggiatura stabiliscono immediatamente un’intesa.

In questo processo di trasformazione, lo step successivo sarà riuscire a fornire servizi e contenuti in grado di stabilire una human connection costante.

Si potrebbe definire l’experience design una sorta di integratore vitaminico: rafforza i valori intrinsechi, interviene quando c’è una carenza e cambia composizione a seconda chi la assume.

Il cluster per progettare un’esperienza positiva è principalmente composto da:

– content
– coordinazione tra spazio fisico e digitale
– engagement
– entertainment

Come sempre, ci piace inserire un esempio virtuoso e il colosso dello streaming, Netflix, soddisfa tutte queste caratteristiche.
La piattaforma a pagamento (che vale 140 miliardi e ha 125 milioni di iscritti) è famosa per il suo approccio people and process oriented.

A inizio settembre sulla pagina Instagram della società americana sono stati cancellati tutti i precedenti post creando un certo buzz in rete.
Contemporaneamente, Milano è stata tappezzata da giganteschi cartelloni a sfondo nero con la scritta rossa Basta Netflix, ulteriore innuendo su chi si domandava con ansia cosa stesse succedendo.
Quindi troviamo già due peculiarità: on line/ offline che vanno a braccetto e l’effetto sorpresa.

Giocando sul doppio significato della parola “basta”, intesa sia come “mai più” che come “è sufficiente, è stato poi svelato l’arcano con un filmato su Youtube dove vari influencers terminavano la frase.
Basta Netflix per…

Inutile dire che sia diventato virale, migliaia persone hanno dato la propria versione, centrando così il punto più importante dell’experience strategy: l’engagement.

E’curioso notare che la risposta più ovvia (Basta Netflix per guardare una bella serie tv) non sia stata data.
I pensieri più disparati, dal riunire la famiglia sul divano, a decidere dove andare in vacanza o sopportare meglio il ritardo del treno, comunicavano tutte un’emozione.

Ed è proprio questo il nocciolo della questione: offrire puro content originale e coinvolgente che, solo di riflesso, promuove e fornisce una quantità inimmaginabile di dati.
Indizi su preferenze, modalità di fruizione e desideri degli abbonati, utili poi per migliorare l’offerta, suggerire in maniera sempre più precisa e trasmettere il messaggio che ogni singola opinione conta.

Del resto, come leggevamo in quell’articolo, porre le persone, e non solo il profitto, al centro è la chiave di volta per un brand di successo.

Anche il retail se n’è accorto. Meglio tardi che mai.

 

 

 

Nella nuova rivoluzione industriale, se così possiamo immaginare l’avvento di un’era industriale 4.0, lo studio delle informazioni e l’approccio data driven sarà il vero valore aggiunto di ogni progetto imprenditoriale.

Quando una piattaforma diventa un caso di successo, il mondo intero la prende come misura d’ogni orizzonte a cui tendere. È il caso di Amazon, l’azienda più citata in termini di esempio da imitare.

L’agenzia Blomberg ha raccolto tutte l pubblicità in cui Amazon veniva citata a modello. Expedia, Wanderlo, Ryanair si contendono la definizione di Amazon dei viaggi, Uber ha dichiarato di voler essere l’Amazon dei trasporti. Il gigante del digital retail, con una valenza ormai sempre più forte nel delivery, deve il suo straordinario successo all’idea del private label.

In circa 10 anni, Amazon ha puntato sulla produzione autonoma di articoli da immettere sul mercato, arrivando a 100 pezzi e a un fatturato presumibile nei prossimi anni di 25 miliardi di dollari.

I private label, prodotti in Cina e venduti da Amazon, riguardano gli abiti per bambini della Spotted Zebra e le mutande da uomo di Good Brief, fino agli alimenti per cani Wag e ai mobili di Rivet.

Altri giganti si sono organizzati nello stesso modo, ma senza successo. Ma allora, ci si chiede, quale è il reale segreto di Amazon?

È presto detto: Jeff Bezos ha avuto l’intuizione per primo di lavorare su algoritmi estremamente sofisticati in grado di profilare talmente i gusti e le esigenze degli utenti da costringere i suoi inserzionisti a investire molti soldi pur di avere almeno una possibilità di comparire tra le ricerche dei prodotti nel più grande supermercato online del mondo. Small e Big data sono il vero plus di Amazon, inutile negarlo, così come la maggior parte delle aziende che stanno crescendo lavorano incessantemente nell’analisi dati.

Nella nuova rivoluzione industriale, se così possiamo immaginare l’avvento di un’era 4.0, lo studio delle informazioni e l’approccio data driven sarà il vero valore aggiunto di ogni progetto imprenditoriale.

Lo insegnano i tempi, che mettono in primo piano i processi di democratizzazione, la sempre maggiore interazione tra consumatori e produttori, l’importanza dell’efficienza nell’organizzare la filiera di distribuzione e consegna, la fidelizzazione e la cura per gli utenti a ogni livello del dialogo.

Nell’economia dei servizi digitali i prossimi step saranno quelli di rafforzare l’efficacia delle prestazioni nell’ottica di una sempre più solida customer experience.

 

Fonte: Quality Travel

A partire dal 25 Maggio 2018, la General Data Protection Regulation (GDPR) ha sostituito tramite ordinanza europea la vecchia legge sulla privacy datata 1995.

Chi non si adatterà al nuovo regolamento subirà una multa fino al 4% del fatturato e per un massimo di 20 milioni di euro.

Anche il settore degli eventi aziendali dovrà adattarsi, ma dietro ad apparenti seccature, si nascondono tesori di opportunità.

Su internet, circolano diverse informazioni e consigli a riguardo. Le più complete le abbiamo trovate nell’ebook presentato da Glisser per conto di Event Tech Tribe dal titolo “Prepare Event Planner for GDPR”, e scritto da Paul Cook, Global Head di Hansal International, con alle spalle un’esperienza di 20 anni nel settore eventi come scrittore, ricercatore, speaker, facilitatore, educatore, advisor e producer e attivo nell’associazionismo come Presidente di Mpi Uk.

Scopo dell’ebook è spiegare come creare un event plan per lavorare in armonia con le nuove regole del GDPR.

Per semplificarne la consultazione abbiamo analizzato le varie attività da svolgere nei tre momenti principali che caratterizzano un evento: PRE, DURANTE e POST

In appendice invece alcune info utili per garantire il rispetto della GDPR e proteggere informazioni sensibili anche all’interno dei propri uffici.

PRE EVENTO

Tra le attività PRE evento quelle marketing per la promozione sono ovviamente le prime che vanno monitorate. Non solo per non incorrere in sanzioni, ma anche per migliorarle e renderle più efficaci. Esse riguardano tanto le informazioni digitali quanto quelle raccolte da staff e collaboratori.

DOWNLOAD, ISCRIZIONI E ACCREDITI

Nella promozione di un evento si affronteranno diversi momenti in cui speaker, sposnor e possibili delegati si iscriveranno al vostro sito, acquisteranno i biglietti per il vostro evento, scaricheranno ebook, si iscriveranno a un vostro gruppo sui social network. E’ importante saper gestire tutta questa massa di dati, in particolar modo assicurandosi che i vostri utenti ricevano notifiche real time una volta che vi hanno consegnato i loro dati, quindi la loro fiducia.

In fase di iscrizione sarà inoltre importante informare l’utente rispetto a quanto tempo terrai i suoi dati e come essi verranno processati. Perché li stai chiedendo in sostanza. C’è una regola d’oro per evitare problemi: minimizzare. Evitate per esempio di chiedere la data di nascita se non è strettamente necessaria.

Attenzione al sito internet dell’evento, l’hub verso il quale verranno dirottate tutte le vostre azioni di marketing. È importante saper rispondere ad alcune domande: quanto è sicuro? Quali test sono stati fatti e ogni quanto vengono effettuati? E’ facile da hackerare? Ogni quanto vengono cambiate le password di accesso?

TEAM E PARTNER

Bisognerà poi assicurarsi, che tutti i membri dello staff e partner tecnici abbiano piena conoscenza delle regolamentazioni imposte dal GDPR onde evitare violazioni e successive sanzioni.

I documenti che condividete con loro su web e app sono protetti da password?

Dovrete pertanto garantire che anche le informazioni raccolte dai vostri partner siano trattate adeguatamente. Potrebbe accadere per esempio di organizzare un team building all’insegna di attività fisiche e quindi potranno essere richieste informazioni di carattere medico estremamente riservate e per le quali bisogna certificare la completa eliminazione a evento concluso.

Tra i partner di un evento non manca mai il catering. Saranno molteplici le informazioni richieste per fornire tutte le alternative alimentari necessarie. Si tratta di informazioni assolutamente riservate che possono riguardare il credo religioso, la salute o scelte personali. E’ importante capire insieme alla società fornitrice del servizio come questi dati verranno distrutti una volta terminato l’evento.

RISERVATEZZA PER SPEAKER E DELEGATI

Quando si invitano grandi relatori ai propri eventi non è detto che quest’ultimi, pur venendo a dare il loro contributo, vogliano che loro fotografie e informazioni personali vengano pubblicizzate su sito e materiali vari. Assicurarsi di avere sempre le debite autorizzazioni.

Non soltanto i grandi relatori. La privacy va garantita a tutti coloro i quali parteciperanno all’evento. Assicurarsi in fase PRE di avere le debite autorizzazioni per tutti i dati che verranno raccolti DURANTE tramite fotografie, video e audio registrazioni, streaming.

DURANTE

Nel corso dell’evento potranno essere raccolti fisicamente ulteriori dati. Diventa perciò importante assicurarsi che tutti gli attori in campo siano adeguatamente formati.

Dai volontari ai collaboratori temporanei, dalle hostess agli addetti alla sicurezza fino all’event manager della location, è fondamentale che siano tutti formati e aggiornati sulla data privacy degli ospiti.

WI FI, SECURITY

Aspetto importante da tenere a mente è l’utilizzo della connessione Wi Fi. Approfondire sempre con la Venue il rapporto con il suo server provider per poter garantire la riservatezza dei dati presenti nei device degli ospiti che si connetteranno.

PIATTAFORME, APP E DEVICE

Assicurarsi inoltre che i dati raccolti tramite App, non solo anagrafici ma anche quelli raccolti nei momenti di question time o delle votazioni, vengano eliminati al termine dell’evento.

Stesso discorso per le piattaforme che digitalizzano i processi della segreteria organizzativa

Attenzione anche ai dati raccolti dai vari smartphone, tablet e PC utilizzati per l’evento. Assicurarsi di come, soprattutto se il materiale è in affitto, i dati incamerati verranno smaltiti. Anche quelli che tramite device circolano sui sistemi di messaggistica e raccolta dati più famosi come WhatsApp e LinkedIn o i vari cloud.

DATI PRODOTTI DURANTE L’EVENTO

Bisognerà altresì pensare a come garantire la sicurezza fisica degli spazi nella location scelta.

Bisogna tutelare gli ambienti dove staff o segreteria organizzativa maneggeranno i dati. Nessuno all’infuori degli autorizzati può avere accesso a quella zona.

In caso di raccolta di dati cartacei nel corso dell’accredito bisognerà essere poi chiari su come le informazioni verranno tutelate ed eliminate.

POST

Terminato un evento, nemmeno il tempo di festeggiare e si pensa già a quello successivo. Prima però assicurarsi che tutti i dati che voi, i vostri partner e i vostri fornitori avete raccolto siano smaltiti come programmato o trattati per i fini prestabiliti e concordati.

Assicuratevi che ciò sia fatto raccogliendo conferma scritta da archiviare.

Tra le verifiche da svolgere immediatamente dopo l’evento Paul Cook evidenzia l’accertamento dei tempi necessari agli hotel hospitality partner, per disfarsi delle rooming list.

IN UFFICIO

Se la location è la casa dell’evento nei giorno della manifestazione, il vostro ufficio lo è in tutti gli altri giorni dell’anno. Quindi ecco cosa dovete fare quotidianamente per garantire la sicurezza dei dati. Valida per gli organizzatori di eventi ma un po’ per tutte le aziende.

CYBER SECURITY

Assicurarsi che il vostro antivirus protegga tutte le tipologie di computer, smarthphone e altri device utilizzati per fini lavorativi in dotazione al vostro team.

Nell’ambito della desk policy assicurarsi che nessuno nella vostra azienda tenga memorizzati i dati di accesso a programmi e documenti riservati.

Verificare con i propri fornitori in ambito tech & digital, dal vostro server provider fino al vostro webmaster, quanto e dove vengono conservati i dati raccolti, chi vi ha accesso e quale sia la loro policy in merito alla data protection.

FORMAZIONE STAFF E IL DATA PROTECTION OFFICER

E’ importante che tutti in ufficio siano pienamente formati sulla GDPR. Organizzare o iscrivere i propri collaboratori a corsi di formazione a riguardo potrebbe essere una buona idea.

Con il GDPR si renderà inoltre necessaria una nuova figura professionale, quella del Data Protection Officer DPO, per il cui svolgimento non sono richieste attestazioni formali o iscrizioni ad albi, ma una solida conoscenza delle normative GDPR e delle procedure operative atte a rispettarle. Il DPO, insieme al titolare dell’azienda, saranno i responsabili per eventuali falle. Il DPO potrà altresì essere una personalità giuridica, quindi un rappresentate incaricato da una società di capitali.

SICUREZZA DEGLI AMBIENTI 

Per garantire la sicurezza degli ambienti lavorativi l’ebook invita a rispondere a queste domande;

quando i membri del tuo staff lasciano il loro desk altre persone possono accedere al loro computer? Quanto spesso i codici di allarmi e accessi vengono cambiati?

Avete una chiara desk policy?

Quando qualcuno entra nel tuo ufficio può avere accesso a informazioni riservate anche di carattere finanziario? Con gli smartphone è molto semplice “rubare immagini” in pochi secondi, quindi accertati che le info siano protette adeguatamente.

INFO UTILI E TEMPISTICHE

Seguendo questi tips, garantire una corretta applicazione della GDPR per il vostro evento e all’interno della vostra azienda sarà più semplice.

Precisiamo però che l’ordinanza europea che ha reso attuativo dal 25 maggio il GDPR in Europa, in Italia è stata sospesa dal Garante per la Privacy (referente giuridico Nazionale per il GDPR) almeno fino al 21 Agosto 2018, anche in attesa delle valutazioni delle commissioni parlamentari.

Quando però il decreto diventerà attuativo anche in Italia, bisognerà tenere a mente due tempistiche tra cui:

  • 30 giorni per rispondere a eventuali segnalazioni di abuso da parte di fruitori o clienti
  • 72 ore, in caso di violazione accertata, per fornire al Garante della Privacy tutta la documentazione necessaria. In particolare andranno forniti: codice identificativo della violazione, segnalatore, data di segnalazione, durata della violazione, deadline per report completo, consapevolezza del CEO/manager, consapevolezza del Garante della privacy, consapevolezza del Dpo e dello staff incaricato, consapevolezza dell’individuo i cui dati sono stati violati, future attività per evitare che il problema venga ripetuto.

 

 

Valorizzare il made in Italy

a cura di Progettomenodue

Due anni fa, alla Venaria Reale di Torino, visitammo una mostra dal titolo Fatto in Italia, a cura di Alessandra Guerini. La particolarità dell’esposizione stava nel voler rintracciare la storia dei manufatti di pregio italiani attraverso i secoli. Oggetti in cui la qualità artistica e l’eccellenza tecnica trovavano la loro massima espressione.

A dimostrazione del fatto che il concetto del made in Italy non è solo quello degli anni del boom economico, ma è vecchio di almeno cinque secoli.

Per la particolare struttura produttiva italiana, che si è sempre basata su una forte radicazione territoriale, la concentrazione in distretti che favorisce la diffusione delle competenze e il lavoro a braccetto tra artigiani e industriali, in quest’ottica, non stupisce che l’Italia sia sempre stata un centro di eccellenza.

Come non stupisce che il problema dell’imitazione riguardasse già i nostri antenati: dai casi di spionaggio per riprodurre all’estero maestranze nostrane, alla vendita di stoffe operate chiamate à la façon de Gênes con lo scopo di aumentarne il prestigio. Vero e proprio Italian sounding ante litteram.

Il “made in Italy”, come lo conosciamo oggi, è un marchio apprezzato in tutto il mondo, superato solo da Coca Cola e Visa.

Un patrimonio del genere merita perciò di essere valorizzato e protetto. Soprattutto perché, pur rappresentando un’identità nazionale, di fatto, è composto da migliaia di piccole e medie imprese che operano nei settori più svariati. Dalla moda all’agroalimentare, dalla nautica all’arredamento. Una costellazione di realtà locali che ogni giorno devono fare i conti con un mercato sempre più spietato e globalizzato.

Cosa può fare allora l’imprenditore italiano per tutelare i suoi prodotti e difendere la proprietà intellettuale, senza esser costretto a depositare brevetti su brevetti?

Investire nell’educazione all’autenticità è forse il miglior modo in grado di portare ottimi risultati.

Impostare una strategia di marketing che evidenzi il know-how e la qualità è uno strumento sempre più preso in considerazione dalle aziende. E lo si vede dai tanti master proposti focalizzati sul management del made in Italy, così come siti internet che mostrano il dietro le quinte di un prodotto: video di certe fasi di lavorazione, prototipi, attenzione all’heritage, immagini super curate, interviste degli addetti ai lavori. Perché l’obiettivo è far trasparire il lavoro e la cura che vengono messi in ogni singola fase del progetto. Ed in questo la tecnologia ci viene in aiuto.

Nel settore wine&food, che è tra i più colpiti dalla contraffazione, si stanno diffondendo sempre più app che mettono a punto sistemi per la tracciabilità. Con la scansione di un bar code, il consumatore finale può immediatamente sapere se un determinato prodotto è vero o un clone. Evitando così di comprare agghiaccianti mozzarella cheese a forma di sottiletta o un “Prisecco” tedesco e, soprattutto, evitando  di  contribuire al mostruoso giro d’affari legato all’italian sounding, pari -al 2016- a 54 milioni di euro, ossia la metà dell’intero fatturato dell’industria alimentare italiana.

Anche nella moda, le aziende si sono adoperate per combattere la piaga del fake.

Certilogo, ad esempio, ha ideato un sistema che assegna a tutti i prodotti dei suoi clienti un codice di 12 caratteri che può essere poi verificato sul sito del brand.

Dare trasparenza al consumatore lo si può fare anche tramite un’etichetta.

L’anno scorso, in Veneto, sono partiti dei progetti pilota del cosiddetto tag parlante: avvicinando il cellulare al prodotto, è possibile visualizzare una serie di informazioni su di esso. Dal luogo di produzione, alle materie prime utilizzate, ai trattamenti subiti, al confezionamento. Se volete fare una prova, cercate i capi a marchio Lorena Antoniazzi.

Un ulteriore strumento si basa sul principio che l’unione fa la forza, giocando a proprio favore la carta della globalizzazione. Riunire sotto un’unica insegna piccole realtà locali permette di far conoscere il prodotto italiano dove nessuno aveva mai immaginato. E che vede nel concept di Eataly la sua espressione più riuscita. Il metodo Farinetti è stato oggetto di molte critiche, ma bisogna dargli atto dell’intuizione geniale. Sulla stessa scia, anche nel mondo digitale, nascono modelli simili: Artemest è un sito e-commerce che, in poco più di tre anni, è diventato un punto di riferimento nel mercato dell’artigianato di lusso 100% made in italy.

Cultura, tecnica, savoir- faire, tradizione e bellezza: un concentrato impagabile di noi italiani.

Se si pensa poi che nasce nell’0,8% della popolazione mondiale diventa imperativo e lungimirante riuscire a salvaguardarlo ad ogni costo.