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Il design può essere emozionale e coinvolgente? Può un brand essere in grado di spingere i propri clienti a migliorarsi? Un'analisi tra motivazione, coinvolgimento e gamification.

a cura di Progettomenodue
Corsi di life coaching, post Instagram con frasi ispirazionali, playlist musicali create ad hoc per lavorare al massimo.

Ultimamente, assistiamo ad un vero e proprio boom di che ci spingono a motivarci e a fare meglio. Complice, forse, la perdita di tante certezze nell’ultimo decennio e l’avere a che fare con un mondo tutto nuovo, globale e connesso, che ha impattato in tanti aspetti della nostra vita.

L’autorealizzazione non è però un concetto last minute: già nel 1954 lo psicologo Abraham Maslow aveva delineato la piramide dei bisogni, ossia i principali motori che spingono l’uomo all’azione, dividendoli tra quelli puramente fisiologi posti alla base e quelli più “nobili”.
In cima ad essa, c’è appunto la realizzazione del proprio potenziale.

Ma il design può essere emozionale e coinvolgente? Può un brand essere in grado di spingere i propri clienti a migliorarsi?

Dall’iconico Just do it di Nike, che ne ha fatto una filosofia di azienda e di vita, oggi volere è potere sembra essere diventato un mantra costante per tutti.

Wgsn, società leader in analisi e previsioni di trend futuri, mette in evidenza una evoluzione del consumo, sostenendo che entro il 2020 il marketing tradizionale, le strutture aziendali classiche e il consumo di massa verranno abbandonati.

La consapevolezza di ascoltare nuove voci, la formazione di una società dove i bisogni emozionali saranno sempre più importanti, la possibilità di introdurre un’anima nella tecnologia e il potere della generazione Z (nati tra il 1995 e il 2010) produrranno un cambiamento collettivo.

Nella pratica, questo bisogno di sentirsi coinvolti in un disegno più ampio, proiettato al miglioramento, trova espressione nel design partecipativo o co- design.

Nato nei paesi scandinavi alla fine degli anni Sessanta, è un approccio di progettazione che chiama in causa tutti i partecipanti al progetto per arrivare a ideare qualcosa di veramente utile, coinvolgente e fruibile.

Anche se in Italia questa forma mentis è ancora in fase di incubazione, si assiste progressivamente ad un orientamento verso questo approccio, soprattutto a livello urbanistico e di riqualificazione di quartieri: architetti che lavorano a braccetto con associazioni del territorio, artisti locali che ridanno linfa a luoghi semiabbandonati, semplici cittadini che aprono le porte delle proprie case per fare network.

Ne è un bell’esempio il lavoro fatto a Padova da un gruppo di giovani creativi che hanno ideato su Facebook la pagina di Arcellatown, dedicata al quartiere patavino considerato spesso problematico e critico.
Con tanto di logo, play off e post giornalieri sui tesori nascosti del quartiere, nel giro di pochi anni ha portato una ventata di novità e di fermento in un luogo dato per spacciato.
Eventi, mostre, nuovi spazi di aggregazioni, rinascita di commerci, piste ciclabili.
Centrando l’obiettivo di riuscire a risvegliare una comunità assopita e dargli una voce consapevole e fiera di riappropriarsi dei propri spazi.

Nell’ambito della progettazione, un altro aspetto innovativo è legato all’utilizzo della gamification.

Una volta individuato il target, lo scopo di questa tecnica è riuscire ad attivarlo, facendogli compiere delle azioni che provocano un maggior coinvolgimento e divertimento.
Il fine è infatti quello di proporre un prodotto facendo leva sulle emozioni e non sulla didascalia: nella maggior parte dei casi, si assiste ad un miglior tasso di adesione e di conversione, oltre che dei feedback precisi su quelli che sono i reali bisogni di chi lo utilizza.

Allo IED di Milano, lo scorso anno, è stato introdotto un master proprio sull’engagement & gamification il cui coordinatore, Fabio Viola, spiega come il gioco sia il miglior strumento per motivare le persone e incollarle ad uno schermo.
Ciò non significa trasformare un marchio in un videogioco, ma prendere le tecniche proprie del game design, come lo stimolo e la competizione, per far passare un messaggio in maniera meno noiosa e più avvincente.

Tra le aziende che hanno cominciato a utilizzare questo metodo cita la MSC Crociere che, nel campo delle risorse umane, ha messo in palio due posti di lavoro.
I candidati dovevano superare una serie di prove di logica che davano poi accesso alla fase finale, quella del recruiting vero e proprio.
Cosi facendo, l’azienda è riuscita a richiamare molti più profili rispetto ad un annuncio di lavoro classico e fare una scrematura naturale dei curricula.

O ancora Tuomuseo, un app sul turismo che vuole avvicinare le nuove generazioni ai musei e ai siti di interesse culturale.
Con una serie di missioni, come farsi un numero prestabilito di selfie all’interno di un sito o riuscire a convincere un amico a visitare una mostra assieme, si ottengono premi, sconti ed un posto in graduatoria che mostra gli utenti più attivi.

C’è chi sostiene che la vita sia fatta per il 10% da cosa ti accade e per il 90% da come reagisci.
In quest’ottica, il design attivo e partecipativo rivestirà un ruolo chiave per la creazione di una società più responsabile e attenta ai bisogni, fatta da persone, forse meno seriose, ma sicuramente più motivate e felici.

 

 

 

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Il textile design tra studio del prodotto e scelta dei materiali.

a cura di Progettomedue
Vi è mai capitato di acquistare un capo perché siete rimasti colpiti dalla morbidezza del filato? Dalla sua leggerezza o ancora dal comfort che avete provato indossandolo?

Il prodotto che arriva sugli scaffali dei negozi è solo l’ultimo step di un lungo processo affidato non solo alla visione dello stilista o ad una determinata comunicazione, ma anche a tanti professionisti che lavorano dietro le quinte e, soprattutto, a monte della filiera produttiva.

Esperti che permettono la realizzazione di un prodotto con standard ben precisi e che operano in quello che viene chiamato textile design.

Aldilà di chi disegna i pattern o sceglie i filati, parliamo di figure professionali che si occupano di ricercare e sviluppare le materie prime, analizzare i processi produttivi e intercettare le ultime novità.

Assumono nomi diversi: dal material developer, al textile specialist, al responsabile della sicurezza chimica a seconda delle varie sfaccettature legate ai materiali.

E’ sicuramente una figura che, negli ultimi anni, sta assumendo un ruolo chiave all’interno delle aziende poiché il sistema moda si è ritrovato a fare i conti con nuovi vocaboli come sostenibilità, impatto ambientale, fashion technologies. Ne nasce una figura ibrida con un background di perito tecnico alle spalle, ma al tempo stesso, in grado di abbinare il suo know -how con una particolare attenzione alle evoluzioni e alle esigenze del mercato.

Nel caso di collezioni eco-friendly deve perciò conoscere alla perfezione i processi produttivi rispettosi dell’ambiente e lavorare a braccetto col reparto marketing per far sì che questa immagine green del brand sia comunicata correttamente.

Tra le sue mansioni rientrano anche la ricerca delle tendenze di colori e tessuti, test su nuovi materiali e fattori di rischio in campo dermatologico.

Nell’economia del nostro Paese, il design dei tessuti ha alle spalle una lunga tradizione. Distretti industriali come Prato e Como rappresentano un‘eccellenza e un perfetto mix tra artigianalità e industrializzazione dove arte, design e ingegneria si fondono tra loro.

L’innovazione tessile è alla base di tante start up che hanno come obiettivo la progettazione di tessuti più ecologici e performanti, in grado di ridurre il consumo di acqua ed energia, senza l’impiego di sostanze tossiche.

Tra le più interessanti c’è il progetto Orange Fiber della designer Adriana Santocito, vincitrice del premio Global Change Award, che impiega gli scarti della pressatura delle arance per dar vita ad un tessuto arricchito di sostanze nutrienti per la pelle.


Materiale che l’azienda Salvatore Ferragamo ha di recente utilizzato nella sua linea responsable.

O Pagurojeans che, consapevole del fatto che il denim sia tra i materiali più inquinanti, ha prodotto una linea con cotone riciclato che consuma il 60% in meno di acqua e i cui accessori come etichette e tasche sono ricavate da camicie riciclate.

Non solo green.

Smart è l’altro macro aspetto che il textile designer di oggi deve tenere in considerazione. Il giornalista inglese Bradley Quinn, autore di Textile Visionaries, sostiene che il concetto di tessuto così come lo conosciamo subirà un drastico cambiamento avvicinandosi sempre più a quello di wearable technology.

Materiali che cambiano al tatto, fibre intelligenti capaci di immagazzinare il calore del corpo e rilasciarlo col freddo, abiti al grafene o classici broccati che, al posto dei fili dorati ,utilizzano i neon.

Cute circuit è un’azienda pioniera in questo senso. Frutto della collaborazione tra una stilista italiana e un ingegnere inglese ha come obiettivo la creazione di abiti interattivi. Come quello indossato da Katy Perry al Met Gala composto da 3000 microled in grado di cambiare colore e creare sequenze di luci.

O ancora sensori per la misurazione della fatica inserite nella trama del filato che nell’industria sportiva ha già visto le prime applicazioni.

Gli abiti ci calzeranno come una seconda pelle e se ci sentiremo più protetti, più eco-compatibili e più smart il merito va certamente a queste figure professionali che, con impegno e creatività, fanno della ricerca la loro mission quotidiana.

 

 

 

I retailer odierni devono essere in grado di soddisfare un consumatore sempre più esigente che cerca un servizio comodo e di facile utilizzo, con informazioni dettagliate grazie a strumenti high tech che sembrano usciti da un film di fantascienza.

a cura di Progettomenodue
Una delle frasi più celebri di Bruno Munari, prolifico e poliedrico designer del Novecento, affermava che “complicare è facile e semplificare difficile”.

Raggiungere la semplicità è un processo delicato che implica il sapere esattamente cosa togliere per comunicare un prodotto nella sua essenza e, aggiungiamo, nella sua fruibilità.

Questo metodo progettuale, che agisce per difetto, si applica a sorpresa ad un retail che sembra sempre più pieno di funzioni, opportunità e supporti. Per far sì che influenzi efficacemente e velocemente il potenziale acquirente deve essere in grado di dosare gli infiniti a disposizione per evitare il “Bello, ma a cosa serve?”.

Nel processo di acquisto si inserisce anche un altro fattore chiave: il tempo.

Se perfino un bimbo delle elementari, oggi come oggi, ha un’agenda ricca di impegni simile al più navigato dei quadri, si comprende bene che l’ottimizzazione del tempo diventi necessaria e quanto la comodità di un servizio sia in grado di creare una clientela soddisfatta e fidelizzata.

Sull’online è stato stimato che il 68% di potenziali clienti abbandona il carrello senza concludere l’acquisto.

Questo può dipendere da una mancanza di chiarezza nelle modalità di spedizioni, da una lentezza del sito a caricarsi, dalla necessità di effettuare un login. Tutti elementi che scoraggiano una vendita, a volte cercata, ma, in tante altre occasioni, puramente d’impulso o di noia. Spesso si naviga in un sito di e-commerce in momenti morti della giornata: sui mezzi di trasporto, sul divano durante le pubblicità, nelle sale di attesa.

Ecco perché fornire un servizio pratico e fulmineo è la conditio sine qua none avviene il clic finale.

Aggiungere poi altre funzioni come una live chat, la possibilità di reso gratuito, la condivisione social o codici sconto non fanno che condizionare positivamente questo processo. I famosi suggerimenti di prodotti correlati sono tecniche utilizzate per portare il cliente verso l’acquisto di un prodotto di prezzo leggermente più elevato ma di qualità superiore, oppure per promuovere dei pacchetti dall’offerta più ampia. Alla ricerca di un utensile da cucina, su Amazon per esempio, si affianca sempre la proposta di un kit accessori completo che, nella maggior parte dei casi, verrà preso in considerazione.

Tutta questa immediatezza deve però trovare riscontro anche a livello dello store fisico dove ancora oggi passa l’85% delle transazioni. L ‘approccio tech-oriented strizza l’occhio alla clientela più giovane che con lo smartphone ci convive da quando è nata. Saper integrare le due cose comunica fin da subito un brand al passo coi tempi, in grado di fornire tutte le informazioni necessarie senza aiuti esterni.

E’ il caso di molte aziende del fast fashion, progettate principalmente per il libero servizio, dove l’interazione col personale di vendita si riduce al momento in cui si arriva in cassa.

Zara, nell’ultimo anno, ha investito milioni in realtà aumentata, cominciando da alcuni negozi selezionati. Utilizzando la sua app ufficiale e inquadrando dei cubi bianchi con la scritta Shop the look, sparsi nel punto vendita, appare una modella con un outfit completo che è possibile ordinare direttamente via cellulare. Gli specchi diventano anche assistenti virtuali in grado di riconoscere un determinato capo e suggerire combinazioni con accessori o altri vestiti. Esiste poi la possibilità di avere un sarto virtuale a propria disposizione dove si inseriscono dati precisi sulla propria conformazione fisica per vedere come realmente quel vestito ci cadrà addosso.


Sempre Zara, a Milano, durante il periodo di chiusura per lavori del suo flagship, ha trasformato l’ingresso in un click and collect store: pochi capi esposti pagabili attraverso Bluetooth o IWallet e spediti direttamente a casa, senza il fastidio di shopper ingombranti da trasportare.

E se nello shopping high street tutti gli sforzi sono indirizzati verso l’autonomia e la molteplicità dell’acquisto, nel settore lusso, il processo si concentra sul trasmettere l’esclusività e il valore del brand.

Un elemento come il packaging che, fino a pochi decenni fa, era considerato puramente funzionale, oggi viene utilizzato come un vero e proprio storyteller.

Tanto che la giovane fiera specializzata (Packaging Première) ha visto un aumento del 60% di visite rispetto all’anno precedente. Con pochi centimetri di materiale a disposizione, la scatola diventa contenuto mirato: dagli imballi anti sgualcimento all’inserimento di sistemi per la tracciabilità del prodotto. Attraverso filigrane digitali, numeri sequenziali è possibile verificare l’autenticità del prodotto.

Lo ha fatto di recente anche Gucci che si è attrezzato, in pochi mesi, con una digital card anticontraffazione: un’apposita app scaricabile dal sito legge l’etichetta e accerta se quello che abbiamo tra le mani non sia un fake.

I retailer odierni devono essere in grado di soddisfare un consumatore sempre più esigente che cerca un servizio comodo e di facile utilizzo, con informazioni dettagliate grazie a strumenti high tech che sembrano usciti da un film di fantascienza.

Il viaggio verso il retail del futuro è appena iniziato.

Don’t panic.

 

 

 

 

L’experience design è una disciplina eterogenea, in grado di intercettare la più sfuggente ed enigmatica delle cose: la mente umana.

a cura di Progettomenodue

Quest’estate, sotto l‘ombrellone, ci è capitato sottomano un articolo con un titolo ad effetto: Per salvare il retail bisogna lasciarlo morire.

Una frase pungente e provocatoria che ci fa riflettere su quanto i cambiamenti in atto stiano incidendo sul retail così come lo conosciamo e su come occorra impostare nuovi concept per far sì che rinasca in una versione 2.0.

Analisti ed esperti del settore ci dicono che lo store del futuro ricoprirà un ruolo chiave per offrire esperienze legate al prodotto. Ma non sarà l’unico.

Scordiamoci i tempi in cui era il protagonista assoluto del dialogo tra bene e cliente e scordiamoci anche la dinamica semplicistica dell’entro-compro-esco.

Oggi il panorama è molto più complesso: entro se quel marchio mi ha già comunicato qualcosa di sorprendente e affine ai miei gusti, compro se ho trovato l’esperienza in negozio gratificante, esco e la comunicazione non si interrompe, continuo cioè ad interagire con esso (do un feedback, mi iscrivo alla newsletter, posto una foto, in un momento per me significativo, con quell’oggetto).

Ecco che saper progettare una strategia basata sul fruire piuttosto che sul possedere diventa fondamentale.

L’experience design è una disciplina eterogenea, in grado di intercettare la più sfuggente ed enigmatica delle cose: la mente umana. Non è un caso se, per questo tipo di ruolo, si cerchino sempre più profili con un background in psicologia, antropologia o filosofia.

Provocare una reazione è parte integrante del processo. È interessante vedere come dalla costumer experience (CX) si stia facendo strada il termine di human experience (HX), dove il cliente è innanzitutto visto come un essere umano da coinvolgere e il cui intrattenimento risulta essere l’unico metodo efficace per guadagnare fiducia e spingerlo all’acquisto.

 

Siamo arrivati ad un punto in cui, ormai, offrire un lay out chiaro, un servizio clienti veloce e disponibile o un sito di facile navigazione sono caratteristiche imprescindibili.

Di queste modalità, è vero, si occupa principalmente il service design, ma è accanto ad esso, e con meccanismi fluidi, che entra in gioco l’experience design, il quale agisce su un livello più astratto e con un approccio più empatico.

Dove ogni dettaglio conta.

Il dimenticarsi di inserire un dato in una registrazione on line, ad esempio, in passato, veniva indicato contornando di rosso la casella da riempire.
Il metodo era molto simile a quello di una maestra che sottolinea l’errore, facendo sembrare la persona stupida.
Ora, molto spesso, appare una frase del genere Oops! Lo sappiamo che le cose da ricordare oggi sono tante! Per favore, inserisci il dato mancante.
Stesso concetto certo, però, nel secondo caso, il tono colloquiale e la punteggiatura stabiliscono immediatamente un’intesa.

In questo processo di trasformazione, lo step successivo sarà riuscire a fornire servizi e contenuti in grado di stabilire una human connection costante.

Si potrebbe definire l’experience design una sorta di integratore vitaminico: rafforza i valori intrinsechi, interviene quando c’è una carenza e cambia composizione a seconda chi la assume.

Il cluster per progettare un’esperienza positiva è principalmente composto da:

– content
– coordinazione tra spazio fisico e digitale
– engagement
– entertainment

Come sempre, ci piace inserire un esempio virtuoso e il colosso dello streaming, Netflix, soddisfa tutte queste caratteristiche.
La piattaforma a pagamento (che vale 140 miliardi e ha 125 milioni di iscritti) è famosa per il suo approccio people and process oriented.

A inizio settembre sulla pagina Instagram della società americana sono stati cancellati tutti i precedenti post creando un certo buzz in rete.
Contemporaneamente, Milano è stata tappezzata da giganteschi cartelloni a sfondo nero con la scritta rossa Basta Netflix, ulteriore innuendo su chi si domandava con ansia cosa stesse succedendo.
Quindi troviamo già due peculiarità: on line/ offline che vanno a braccetto e l’effetto sorpresa.

Giocando sul doppio significato della parola “basta”, intesa sia come “mai più” che come “è sufficiente, è stato poi svelato l’arcano con un filmato su Youtube dove vari influencers terminavano la frase.
Basta Netflix per…

Inutile dire che sia diventato virale, migliaia persone hanno dato la propria versione, centrando così il punto più importante dell’experience strategy: l’engagement.

E’curioso notare che la risposta più ovvia (Basta Netflix per guardare una bella serie tv) non sia stata data.
I pensieri più disparati, dal riunire la famiglia sul divano, a decidere dove andare in vacanza o sopportare meglio il ritardo del treno, comunicavano tutte un’emozione.

Ed è proprio questo il nocciolo della questione: offrire puro content originale e coinvolgente che, solo di riflesso, promuove e fornisce una quantità inimmaginabile di dati.
Indizi su preferenze, modalità di fruizione e desideri degli abbonati, utili poi per migliorare l’offerta, suggerire in maniera sempre più precisa e trasmettere il messaggio che ogni singola opinione conta.

Del resto, come leggevamo in quell’articolo, porre le persone, e non solo il profitto, al centro è la chiave di volta per un brand di successo.

Anche il retail se n’è accorto. Meglio tardi che mai.

 

 

 

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Nella nuova rivoluzione industriale, se così possiamo immaginare l’avvento di un’era industriale 4.0, lo studio delle informazioni e l’approccio data driven sarà il vero valore aggiunto di ogni progetto imprenditoriale.

Quando una piattaforma diventa un caso di successo, il mondo intero la prende come misura d’ogni orizzonte a cui tendere. È il caso di Amazon, l’azienda più citata in termini di esempio da imitare.

L’agenzia Blomberg ha raccolto tutte l pubblicità in cui Amazon veniva citata a modello. Expedia, Wanderlo, Ryanair si contendono la definizione di Amazon dei viaggi, Uber ha dichiarato di voler essere l’Amazon dei trasporti. Il gigante del digital retail, con una valenza ormai sempre più forte nel delivery, deve il suo straordinario successo all’idea del private label.

In circa 10 anni, Amazon ha puntato sulla produzione autonoma di articoli da immettere sul mercato, arrivando a 100 pezzi e a un fatturato presumibile nei prossimi anni di 25 miliardi di dollari.

I private label, prodotti in Cina e venduti da Amazon, riguardano gli abiti per bambini della Spotted Zebra e le mutande da uomo di Good Brief, fino agli alimenti per cani Wag e ai mobili di Rivet.

Altri giganti si sono organizzati nello stesso modo, ma senza successo. Ma allora, ci si chiede, quale è il reale segreto di Amazon?

È presto detto: Jeff Bezos ha avuto l’intuizione per primo di lavorare su algoritmi estremamente sofisticati in grado di profilare talmente i gusti e le esigenze degli utenti da costringere i suoi inserzionisti a investire molti soldi pur di avere almeno una possibilità di comparire tra le ricerche dei prodotti nel più grande supermercato online del mondo. Small e Big data sono il vero plus di Amazon, inutile negarlo, così come la maggior parte delle aziende che stanno crescendo lavorano incessantemente nell’analisi dati.

Nella nuova rivoluzione industriale, se così possiamo immaginare l’avvento di un’era 4.0, lo studio delle informazioni e l’approccio data driven sarà il vero valore aggiunto di ogni progetto imprenditoriale.

Lo insegnano i tempi, che mettono in primo piano i processi di democratizzazione, la sempre maggiore interazione tra consumatori e produttori, l’importanza dell’efficienza nell’organizzare la filiera di distribuzione e consegna, la fidelizzazione e la cura per gli utenti a ogni livello del dialogo.

Nell’economia dei servizi digitali i prossimi step saranno quelli di rafforzare l’efficacia delle prestazioni nell’ottica di una sempre più solida customer experience.

 

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Fonte: Quality Travel

A partire dal 25 Maggio 2018, la General Data Protection Regulation (GDPR) ha sostituito tramite ordinanza europea la vecchia legge sulla privacy datata 1995.

Chi non si adatterà al nuovo regolamento subirà una multa fino al 4% del fatturato e per un massimo di 20 milioni di euro.

Anche il settore degli eventi aziendali dovrà adattarsi, ma dietro ad apparenti seccature, si nascondono tesori di opportunità.

Su internet, circolano diverse informazioni e consigli a riguardo. Le più complete le abbiamo trovate nell’ebook presentato da Glisser per conto di Event Tech Tribe dal titolo “Prepare Event Planner for GDPR”, e scritto da Paul Cook, Global Head di Hansal International, con alle spalle un’esperienza di 20 anni nel settore eventi come scrittore, ricercatore, speaker, facilitatore, educatore, advisor e producer e attivo nell’associazionismo come Presidente di Mpi Uk.

Scopo dell’ebook è spiegare come creare un event plan per lavorare in armonia con le nuove regole del GDPR.

Per semplificarne la consultazione abbiamo analizzato le varie attività da svolgere nei tre momenti principali che caratterizzano un evento: PRE, DURANTE e POST

In appendice invece alcune info utili per garantire il rispetto della GDPR e proteggere informazioni sensibili anche all’interno dei propri uffici.

PRE EVENTO

Tra le attività PRE evento quelle marketing per la promozione sono ovviamente le prime che vanno monitorate. Non solo per non incorrere in sanzioni, ma anche per migliorarle e renderle più efficaci. Esse riguardano tanto le informazioni digitali quanto quelle raccolte da staff e collaboratori.

DOWNLOAD, ISCRIZIONI E ACCREDITI

Nella promozione di un evento si affronteranno diversi momenti in cui speaker, sposnor e possibili delegati si iscriveranno al vostro sito, acquisteranno i biglietti per il vostro evento, scaricheranno ebook, si iscriveranno a un vostro gruppo sui social network. E’ importante saper gestire tutta questa massa di dati, in particolar modo assicurandosi che i vostri utenti ricevano notifiche real time una volta che vi hanno consegnato i loro dati, quindi la loro fiducia.

In fase di iscrizione sarà inoltre importante informare l’utente rispetto a quanto tempo terrai i suoi dati e come essi verranno processati. Perché li stai chiedendo in sostanza. C’è una regola d’oro per evitare problemi: minimizzare. Evitate per esempio di chiedere la data di nascita se non è strettamente necessaria.

Attenzione al sito internet dell’evento, l’hub verso il quale verranno dirottate tutte le vostre azioni di marketing. È importante saper rispondere ad alcune domande: quanto è sicuro? Quali test sono stati fatti e ogni quanto vengono effettuati? E’ facile da hackerare? Ogni quanto vengono cambiate le password di accesso?

TEAM E PARTNER

Bisognerà poi assicurarsi, che tutti i membri dello staff e partner tecnici abbiano piena conoscenza delle regolamentazioni imposte dal GDPR onde evitare violazioni e successive sanzioni.

I documenti che condividete con loro su web e app sono protetti da password?

Dovrete pertanto garantire che anche le informazioni raccolte dai vostri partner siano trattate adeguatamente. Potrebbe accadere per esempio di organizzare un team building all’insegna di attività fisiche e quindi potranno essere richieste informazioni di carattere medico estremamente riservate e per le quali bisogna certificare la completa eliminazione a evento concluso.

Tra i partner di un evento non manca mai il catering. Saranno molteplici le informazioni richieste per fornire tutte le alternative alimentari necessarie. Si tratta di informazioni assolutamente riservate che possono riguardare il credo religioso, la salute o scelte personali. E’ importante capire insieme alla società fornitrice del servizio come questi dati verranno distrutti una volta terminato l’evento.

RISERVATEZZA PER SPEAKER E DELEGATI

Quando si invitano grandi relatori ai propri eventi non è detto che quest’ultimi, pur venendo a dare il loro contributo, vogliano che loro fotografie e informazioni personali vengano pubblicizzate su sito e materiali vari. Assicurarsi di avere sempre le debite autorizzazioni.

Non soltanto i grandi relatori. La privacy va garantita a tutti coloro i quali parteciperanno all’evento. Assicurarsi in fase PRE di avere le debite autorizzazioni per tutti i dati che verranno raccolti DURANTE tramite fotografie, video e audio registrazioni, streaming.

DURANTE

Nel corso dell’evento potranno essere raccolti fisicamente ulteriori dati. Diventa perciò importante assicurarsi che tutti gli attori in campo siano adeguatamente formati.

Dai volontari ai collaboratori temporanei, dalle hostess agli addetti alla sicurezza fino all’event manager della location, è fondamentale che siano tutti formati e aggiornati sulla data privacy degli ospiti.

WI FI, SECURITY

Aspetto importante da tenere a mente è l’utilizzo della connessione Wi Fi. Approfondire sempre con la Venue il rapporto con il suo server provider per poter garantire la riservatezza dei dati presenti nei device degli ospiti che si connetteranno.

PIATTAFORME, APP E DEVICE

Assicurarsi inoltre che i dati raccolti tramite App, non solo anagrafici ma anche quelli raccolti nei momenti di question time o delle votazioni, vengano eliminati al termine dell’evento.

Stesso discorso per le piattaforme che digitalizzano i processi della segreteria organizzativa

Attenzione anche ai dati raccolti dai vari smartphone, tablet e PC utilizzati per l’evento. Assicurarsi di come, soprattutto se il materiale è in affitto, i dati incamerati verranno smaltiti. Anche quelli che tramite device circolano sui sistemi di messaggistica e raccolta dati più famosi come WhatsApp e LinkedIn o i vari cloud.

DATI PRODOTTI DURANTE L’EVENTO

Bisognerà altresì pensare a come garantire la sicurezza fisica degli spazi nella location scelta.

Bisogna tutelare gli ambienti dove staff o segreteria organizzativa maneggeranno i dati. Nessuno all’infuori degli autorizzati può avere accesso a quella zona.

In caso di raccolta di dati cartacei nel corso dell’accredito bisognerà essere poi chiari su come le informazioni verranno tutelate ed eliminate.

POST

Terminato un evento, nemmeno il tempo di festeggiare e si pensa già a quello successivo. Prima però assicurarsi che tutti i dati che voi, i vostri partner e i vostri fornitori avete raccolto siano smaltiti come programmato o trattati per i fini prestabiliti e concordati.

Assicuratevi che ciò sia fatto raccogliendo conferma scritta da archiviare.

Tra le verifiche da svolgere immediatamente dopo l’evento Paul Cook evidenzia l’accertamento dei tempi necessari agli hotel hospitality partner, per disfarsi delle rooming list.

IN UFFICIO

Se la location è la casa dell’evento nei giorno della manifestazione, il vostro ufficio lo è in tutti gli altri giorni dell’anno. Quindi ecco cosa dovete fare quotidianamente per garantire la sicurezza dei dati. Valida per gli organizzatori di eventi ma un po’ per tutte le aziende.

CYBER SECURITY

Assicurarsi che il vostro antivirus protegga tutte le tipologie di computer, smarthphone e altri device utilizzati per fini lavorativi in dotazione al vostro team.

Nell’ambito della desk policy assicurarsi che nessuno nella vostra azienda tenga memorizzati i dati di accesso a programmi e documenti riservati.

Verificare con i propri fornitori in ambito tech & digital, dal vostro server provider fino al vostro webmaster, quanto e dove vengono conservati i dati raccolti, chi vi ha accesso e quale sia la loro policy in merito alla data protection.

FORMAZIONE STAFF E IL DATA PROTECTION OFFICER

E’ importante che tutti in ufficio siano pienamente formati sulla GDPR. Organizzare o iscrivere i propri collaboratori a corsi di formazione a riguardo potrebbe essere una buona idea.

Con il GDPR si renderà inoltre necessaria una nuova figura professionale, quella del Data Protection Officer DPO, per il cui svolgimento non sono richieste attestazioni formali o iscrizioni ad albi, ma una solida conoscenza delle normative GDPR e delle procedure operative atte a rispettarle. Il DPO, insieme al titolare dell’azienda, saranno i responsabili per eventuali falle. Il DPO potrà altresì essere una personalità giuridica, quindi un rappresentate incaricato da una società di capitali.

SICUREZZA DEGLI AMBIENTI 

Per garantire la sicurezza degli ambienti lavorativi l’ebook invita a rispondere a queste domande;

quando i membri del tuo staff lasciano il loro desk altre persone possono accedere al loro computer? Quanto spesso i codici di allarmi e accessi vengono cambiati?

Avete una chiara desk policy?

Quando qualcuno entra nel tuo ufficio può avere accesso a informazioni riservate anche di carattere finanziario? Con gli smartphone è molto semplice “rubare immagini” in pochi secondi, quindi accertati che le info siano protette adeguatamente.

INFO UTILI E TEMPISTICHE

Seguendo questi tips, garantire una corretta applicazione della GDPR per il vostro evento e all’interno della vostra azienda sarà più semplice.

Precisiamo però che l’ordinanza europea che ha reso attuativo dal 25 maggio il GDPR in Europa, in Italia è stata sospesa dal Garante per la Privacy (referente giuridico Nazionale per il GDPR) almeno fino al 21 Agosto 2018, anche in attesa delle valutazioni delle commissioni parlamentari.

Quando però il decreto diventerà attuativo anche in Italia, bisognerà tenere a mente due tempistiche tra cui:

  • 30 giorni per rispondere a eventuali segnalazioni di abuso da parte di fruitori o clienti
  • 72 ore, in caso di violazione accertata, per fornire al Garante della Privacy tutta la documentazione necessaria. In particolare andranno forniti: codice identificativo della violazione, segnalatore, data di segnalazione, durata della violazione, deadline per report completo, consapevolezza del CEO/manager, consapevolezza del Garante della privacy, consapevolezza del Dpo e dello staff incaricato, consapevolezza dell’individuo i cui dati sono stati violati, future attività per evitare che il problema venga ripetuto.

 

 

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Valorizzare il made in Italy

a cura di Progettomenodue

Due anni fa, alla Venaria Reale di Torino, visitammo una mostra dal titolo Fatto in Italia, a cura di Alessandra Guerini. La particolarità dell’esposizione stava nel voler rintracciare la storia dei manufatti di pregio italiani attraverso i secoli. Oggetti in cui la qualità artistica e l’eccellenza tecnica trovavano la loro massima espressione.

A dimostrazione del fatto che il concetto del made in Italy non è solo quello degli anni del boom economico, ma è vecchio di almeno cinque secoli.

Per la particolare struttura produttiva italiana, che si è sempre basata su una forte radicazione territoriale, la concentrazione in distretti che favorisce la diffusione delle competenze e il lavoro a braccetto tra artigiani e industriali, in quest’ottica, non stupisce che l’Italia sia sempre stata un centro di eccellenza.

Come non stupisce che il problema dell’imitazione riguardasse già i nostri antenati: dai casi di spionaggio per riprodurre all’estero maestranze nostrane, alla vendita di stoffe operate chiamate à la façon de Gênes con lo scopo di aumentarne il prestigio. Vero e proprio Italian sounding ante litteram.

Il “made in Italy”, come lo conosciamo oggi, è un marchio apprezzato in tutto il mondo, superato solo da Coca Cola e Visa.

Un patrimonio del genere merita perciò di essere valorizzato e protetto. Soprattutto perché, pur rappresentando un’identità nazionale, di fatto, è composto da migliaia di piccole e medie imprese che operano nei settori più svariati. Dalla moda all’agroalimentare, dalla nautica all’arredamento. Una costellazione di realtà locali che ogni giorno devono fare i conti con un mercato sempre più spietato e globalizzato.

Cosa può fare allora l’imprenditore italiano per tutelare i suoi prodotti e difendere la proprietà intellettuale, senza esser costretto a depositare brevetti su brevetti?

Investire nell’educazione all’autenticità è forse il miglior modo in grado di portare ottimi risultati.

Impostare una strategia di marketing che evidenzi il know-how e la qualità è uno strumento sempre più preso in considerazione dalle aziende. E lo si vede dai tanti master proposti focalizzati sul management del made in Italy, così come siti internet che mostrano il dietro le quinte di un prodotto: video di certe fasi di lavorazione, prototipi, attenzione all’heritage, immagini super curate, interviste degli addetti ai lavori. Perché l’obiettivo è far trasparire il lavoro e la cura che vengono messi in ogni singola fase del progetto. Ed in questo la tecnologia ci viene in aiuto.

Nel settore wine&food, che è tra i più colpiti dalla contraffazione, si stanno diffondendo sempre più app che mettono a punto sistemi per la tracciabilità. Con la scansione di un bar code, il consumatore finale può immediatamente sapere se un determinato prodotto è vero o un clone. Evitando così di comprare agghiaccianti mozzarella cheese a forma di sottiletta o un “Prisecco” tedesco e, soprattutto, evitando  di  contribuire al mostruoso giro d’affari legato all’italian sounding, pari -al 2016- a 54 milioni di euro, ossia la metà dell’intero fatturato dell’industria alimentare italiana.

Anche nella moda, le aziende si sono adoperate per combattere la piaga del fake.

Certilogo, ad esempio, ha ideato un sistema che assegna a tutti i prodotti dei suoi clienti un codice di 12 caratteri che può essere poi verificato sul sito del brand.

Dare trasparenza al consumatore lo si può fare anche tramite un’etichetta.

L’anno scorso, in Veneto, sono partiti dei progetti pilota del cosiddetto tag parlante: avvicinando il cellulare al prodotto, è possibile visualizzare una serie di informazioni su di esso. Dal luogo di produzione, alle materie prime utilizzate, ai trattamenti subiti, al confezionamento. Se volete fare una prova, cercate i capi a marchio Lorena Antoniazzi.

Un ulteriore strumento si basa sul principio che l’unione fa la forza, giocando a proprio favore la carta della globalizzazione. Riunire sotto un’unica insegna piccole realtà locali permette di far conoscere il prodotto italiano dove nessuno aveva mai immaginato. E che vede nel concept di Eataly la sua espressione più riuscita. Il metodo Farinetti è stato oggetto di molte critiche, ma bisogna dargli atto dell’intuizione geniale. Sulla stessa scia, anche nel mondo digitale, nascono modelli simili: Artemest è un sito e-commerce che, in poco più di tre anni, è diventato un punto di riferimento nel mercato dell’artigianato di lusso 100% made in italy.

Cultura, tecnica, savoir- faire, tradizione e bellezza: un concentrato impagabile di noi italiani.

Se si pensa poi che nasce nell’0,8% della popolazione mondiale diventa imperativo e lungimirante riuscire a salvaguardarlo ad ogni costo.

 

 

 

 

 

Che cosa è un content hub

a cura di Progettomenodue

C’è un bellissimo e divertente TED Talk di Ernesto Sirolli, classe 1950 e tra i più autorevoli facilitatori di impresa, che racconta come, durante la lezione introduttiva nella sua scuola di business, legga le prime due pagine dell’autobiografia di Sir Richard Branson, facendo contare agli studenti quante volte compare la parola Io e quante Noi.

Il risultato (zero per la parola “I” e trentadue per la parola “We”) dimostra la sua teoria, secondo cui non esiste imprenditore al mondo che abbia avviato un’attività da solo, ma sia necessaria una rete di sostegno e di cooperazione per avere successo. Composta da player differenti e da tante interazioni.

Questo metodo serve per aumentare lo spirito di gruppo, condividere una visione comune, ma soprattutto, fa sì che il progetto sia animato costantemente da nuove spinte ed energie.

E’all’interno di questo nuovo modo di fare impresa che oggi prende sempre più piede il concetto di hub.

Uno spazio sia fisico che virtuale dove vengono a contatto diverse realtà e dove la contaminazione di idee è all’ordine del giorno.

E’ però necessario avere una strategia ben precisa e adeguati perché “innovazione” non sia solo una delle tante belle parole da inserire in una tagline. Non basta riconvertire una stanza vuota dell’azienda chiamandola “laboratorio di idee” né aggiungerci un calciobalilla per mostrare un certo grado di creativity thinking. L’hub è, prima di tutto, un accentratore di risorse che si incontrano, analizzano e si danno supporto per sviluppare idee e forme di business.

Un bell’esempio è il Brooklyn Fashion and Design Accelerator di New York dove, in uno spazio di 2000 metri quadri, vengono messe a disposizione macchine per la tessitura, servizi di ricamo, stampa 3D, oltre che supportare gli stilisti emergenti nel lancio della propria linea di abbigliamento, con una consulenza mirata in termini finanziari o logistici e un catalogo on-line open source di ricerca di materiali.

 

Brooklyn Fashion Designer Accelerator

 

Sul fronte del retail, si parla sempre più di content hub: una piattaforma in cui un brand diventa editore di se stesso. Il content hub è uno strumento utilissimo per un’azienda perché i suoi contenuti (e prodotti) non sono semplicemente presentati, ma vengono raccontati. 

Visto che il confine coi social può sembrare labile, diciamo, per semplificare, che un content hub dovrebbe essere un vero e proprio domain di proprietà aziendale, perché nasce col preciso obiettivo di essere una meta per gli utenti e non una tappa di navigazione tra un post e l’altro.

Questo concetto deve essere chiaro, altrimenti pochi capiranno la differenza con una pagina Facebook. Ecco perché, molto spesso, nascono come sottosezioni all’interno del sito corporate o come blog aziendale. In esso infatti saranno concentrati tutti i contenuti relativi a quel marchio. Perché ottenga buoni risultati deve essere in grado di proporre argomenti molto mirati (un argomento targettizzato produce un ranking migliore sui motori di ricerca rispetto ad uno più generico) e, soprattutto, argomenti di cui la sua audience vuole sentir parlare. Combinato con la pubblicazione di contenuti su base quotidiana, questa strategia produce un notevole engagement e favorisce un’interazione continua, tramite anche l’utilizzo di call-to-action, contest o forum. Permette inoltre all’azienda di mettersi in gioco e compiere scelte inusuali in termini di comunicazione per vedere le reazioni, senza che questo vada ad incidere sul posizionamento del prodotto.

Lo storytelling dovrà essere evocativo dove ciò che si vende risulta più o meno visibile e diversificato, col contributo di autori differenti.

 

Appunto come una rivista di settore, in cui un determinato soggetto viene affrontato dai punti di vista più disparati: da chi lo sviluppa a chi lo produce, da chi lo comunica a chi lo consuma.

Destination Kors è il content hub dello stilista Michael Kors e rappresenta un modello efficace. Ovviamente compaiono le sue borse. Ma in maniera sottile. In mezzo ai report sulle ultime sfilate o sul colore del momento, a come programmare una vacanza   o alla cronaca del viaggio umanitario in Cambogia della sua ambassador Kate Hudson. Ne deriva una visione a 360 gradi dell’azienda, dove il prodotto sembra passare in secondo piano, a favore della sua filosofia e dei suoi valori. Del suo personale punto di vista su cosa succede nel mondo. Di cosa per lei è importante.

Per gestire un’attività, oggi, occorre un approccio interdisciplinare e un monitoraggio continuo del proprio target: diventa perciò fondamentale creare una rete che sia in grado di fornire risposte costanti e innovative.

Come sosteneva Kim Chan, teorico dell’affascinante Blue Ocean Strategy, non serve cercare furiosamente lo stesso pesce nelle stesse acque, ma basta navigare in quelle giuste, alla ricerca dei pesci giusti, visto che nel mare c’è spazio per tutti.

 

 

 

 

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Crowd of small symbolic 3d figures linked by lines
a cura di Progettomenodue

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La parola condivisione ha subito, negli ultimi dieci anni, un’impennata del suo utilizzo.Basta fare una semplice ricerca su Google trends per vedere come il termine abbia avuto un costante trend positivo con importanti punte  al rialzo nell’ultimo anno.

Oggi infatti condividiamo tutto: dalle foto al tempo, ai beni di proprietà ai servizi.

In quest’ottica, si aprono scenari mai visti che impattano sia a livello economico sia a livello sociale.

Questo nuovo sistema, chiamato anche capitalismo collaborativo, si basa su due principi:

1 – uno, che il movimento parta dal basso, dalle persone che, assieme, possono dar vita ad un progetto grazie alla loro partecipazione e due, che lo scambio di beni e servizi privilegi l’accesso ad essi rispetto alla proprietà. Di fatto, quindi, si ridefinisce non solo cosa consumiamo ma come. Secondo Michel Bauwens, uno dei teorici del peer-to-peer, sta avvenendo una transazione tra un’economia di scala, adatta ad un periodo storico dove le risorse erano abbondanti ad un’economia di scopo, basata sul principio della condivisione delle conoscenze che possono sviluppare nuovi stili di vita, più sostenibili e open source.

In alcuni settori, il coinvolgimento di tante persone ha già determinato la nascita di nuovi metodi progettuali: si pensi, ad esempio, al bilancio partecipativo stanziato lo scorso anno a Milano dove il Comune finanzia progetti proposti, sviluppati e votati dai cittadini o all’americano Kickstarter, piattaforma web di finanziamento per progetti creativi tra cui film, fumetti, libri e moda.

In questo panorama in continuo cambiamento, dove il rinnovato motto “power to the people” sembra rivestire un ruolo chiave, il retail sta ridefinendo le sue strategie per restare al passo.

Chi dimentica che il consumatore, oggi come non mai, può manifestare il suo consenso, o dissenso, con un clic ha un cammino tutto in salita davanti a sé. La grande quantità di per conoscere il proprio target ci dice che si tratta di una persona informata, attenta ai prezzi e che ama l’immediatezza.

L’essere veloci e saper accontentare il consumatore in maniera rapida è diventato imperativo e ha stravolto negli anni l’industria del prêt-à-porter. Se una volta le collezioni arrivavano in negozio sei mesi dopo la loro presentazione, oggi i designer offrono l’opzione see-now-buy-now a fine sfilata. Amazon, durante le feste di Natale, proponeva nuove offerte e idee regalo ogni cinque minuti, ovviamente con la consegna gratuita, in ventiquattro ore.

Non stupisce, quindi, che il colosso del fast fashion H&M, nel suo annus horribilis, abbia sì visto crescere l’e-commerce, ma ben al di sotto delle aspettative. Il motivo? Sicuramente in parte legato ad una consegna standard di 3-5 giorni lavorativi e l’assenza, fino a poco tempo fa, della free return policy.

2 – L’altra caratteristica importante della crowd economy è il rendere accessibile ogni tipo di esperienza: la start up italiana Drexcode, che offre il noleggio di abiti e accessori dei brand del lusso, ha ricevuto un milione di euro di finanziamento per rafforzare la propria rete in Italia. L’azienda risponde infatti ad una esigenza ben specifica del proprio utente, nata o dall’impossibilità di mezzi o dall’imbarazzo di dover utilizzare due volte lo stesso vestito per occasioni mondane (cosa che non passerebbe inosservata nell’era social). E’ anche un perfetto esempio di come i confini tra digital e physical siano sempre più fluidi. Alla Rinascente di Milano è stato infatti aperto un loro spazio dove è possibile provare, su prenotazione, gli abiti.

O ancora, il francese Vestiaire Collective, sito di vendita di capi firmati second-hand superselezionati che, di recente, ha lanciato la campagna “Say no to fake”, garantendo l’assenza di prodotti contraffatti sul proprio portale. Perché il consumatore di oggi è un consumatore che ama la trasparenza e l’onestà, sempre più sensibile alla sostenibilità e ad una supply chain controllata.

Si stima che sono 5 miliardi le persone con uno smartphone, che verrà utilizzato sempre di più come shopping device, sia da parte del cliente per fare acquisti e leggere recensioni, sia da parte dello staff di vendita per fornire informazioni dettagliate e verificare la disponibilità in stock.

Creare un percorso che risponda on-demand alle esigenze dei clienti, integrando online e offline, contribuirà a far nascere nuove forme di business, superando certamente quella che viene chiamata retail apocalypse per dar vita ad una retail renaissance.

 

 

 

 

 

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a cura di Progettomenodue
E’ da questo titolo che partiamo per analizzare una branchia del che si è sviluppata negli ultimi dieci anni e che Bruce Sterling, autore di fantascienza e tra i padri fondatori della letteratura cyberpunk, definisce la più evanescente, la più simile e vicina all’arte teatrale, alla psicologia e alla filosofia tra le forme di design.

E come dargli torto se parliamo di una disciplina che evolve ogni giorno e mette l’esperienza al centro della sua progettazione? Cosa, dopotutto, non è esperienza nella vita di ogni singolo essere umano?

Sui precedenti numeri di Cretail sono stati pubblicati interessanti articoli su quanto un momento soddisfacente incida e valorizzi un prodotto e anche come da un’economia classica e razionale si sia passati ad una più emotiva e interconnessa.

Bene, l’experience design, a volte indicato con la sigla XD, si occupa proprio di questo: progettare un prodotto o un servizio che sia in grado di coinvolgere in maniera non statica l’utente facendo leva su diverse componenti quali usabilità, accessibilità e piacere.

L’experience designer cerca quindi di comprendere gli usi e le interazioni che i clienti dovrebbero/vorrebbero vivere con quei prodotti/servizi.

Ne deriva un approccio multidisciplinare dove la ricerca riveste un ruolo fondamentale: dati, interviste, analisi di abitudini, trend, nuove forme di linguaggio, accurate indagini del target da raggiungere perché è solo attraverso la profonda conoscenza del destinatario finale che si è in grado di capire quali siano i suoi reali bisogni.

E qui si arriva al titolo del nostro articolo: il concetto di metodologia “persona-centrica” o, per usare un termine inglese, tanto cari agli esperti di marketing, human-centered.

 Progettare per l’esperienza di qualcuno permette di soddisfare le sue aspettative, suscitare emozioni e, se l’intero processo di fruizione è costruito in maniera fluida e interattiva, il risultato è assicurato.

Va anche detto, proprio per il suo carattere sulfureo, che è in atto un dibattito sulla differenza tra  Experience design e User Experience Design (o UX): c’è chi li ritiene intercambiabili, c’è chi invece preferisce distinguerli indicando con l’UX un processo che a che fare con la tecnologia e i sistemi digitali mentre l’XD con un ambiente più fisico.

Se cercate in internet qualche esempio pratico di experience design troverete sicuramente la Apple tra le case history più citate.

Grandi aspettative al lancio di ogni nuovo modello di Iphone, funzioni migliorate sulla base delle esperienze d’uso dei consumatori, pubblicità emozionale, oggetti status symbol, stores accessibili dove poter interagire con ogni prodotto.

A voler essere ortodossi, per quanto riguarda il caso Apple, l’experience design si mischia con altri settori: dalla , al service design all’emotional marketing.

Un esempio forse più calzante lo troviamo nel campo dei musei che da semplici spazi di cultura e conservazione sono diventati veri e propri luoghi di esperienza, capaci di offrire momenti diversificati e molto partecipativi.

Di recente è terminata al Mudec di Milano la retrospettiva su Klimt, l’ultima di una serie di un nuovo format espositivo fatto di proiezioni e interattivi.

Già, perché chiamarla mostra risulta quasi paradossale visto che, al suo interno, non presentava nessun quadro in essere del pittore.

Eppure, si poteva assistere ad un bellissimo racconto visivo, in un’unica stanza, in grado di farvi immergere a 360 gradi nel mondo dell’artista: non solo dettagli pittorici, ma anche le sue parole, le arti applicate, la moda e quella Vienna secessionista di cui fu assoluto protagonista.

Il tutto a ritmo delle celebri ouverture di Strauss, Mozart e Beethoven.

A chi l’ha detratta dicendo che una proiezione non potrà mai sostituire l’emozione di una tela, va ricordato che la performance è stata creata appositamente con uno scopo e un target di riferimento ben precisi: avvicinare Klimt ai più giovani, i famosi millennials, generazione abituata ad informarsi attraverso immagini e filmati. E che a Milano ha registrato più di centomila visite.

Anche nel campo del turismo l’experience design muove passi da gigante: il saper progettare una vacanza su misura, legata ad esigenze ed interessi specifici, ha dato vita a nuovi approcci strategici. E’ dell’anno scorso il lancio di Arbnb Trips: il gigante dell’hospitality ha difatti sviluppato un modo di far vacanza che offre molto di più di un semplice posto letto. Dalle cooking class alle passeggiate con avvistamento di lupi, dalle ore di pilates alle escursioni in luoghi di difficile accesso insieme a host locali. Oggi, sulla piattaforma, si contano più di 3100 esperienze attive in 40 città e in 26 paesi. Trend che non accenna ad arrestarsi, anzi.

E che risulta uno strumento utilissimo, soprattutto per gli addetti ai lavori, per ottenere informazioni sulle preferenze dei viaggiatori e migliorare sempre più l’offerta turistica.

Un’altra prova di successo che dimostra come il saper costruire un dialogo coerente col proprio pubblico porti a risultati eccellenti e come il design possa davvero produrre valore aggiunto nell’esperienza quotidiana di ognuno.