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Satispay è una delle società fintech più importanti al mondo, con una valutazione che supera i 100 milioni di euro, e la sua crescita non accenna a diminuire.

a cura di redazione

Satispay è una delle società fintech più importanti al mondo, con una valutazione che supera i 100 milioni di euro, e la sua crescita non accenna a diminuire. 

Satispay è uno dei sistemi automatici di pagamento più diffuso e innovativo nel panorama attuale. Attiva dal 2015, Satispay è un’app di pagamento via smartphone che, tramite l’inserimento di codice IBAN e numero di cellulare, permette all’utente di effettuare transazioni di denaro senza carta di credito o di debito.

Satispay

In Italia ci sono circa 44mila esercizi commerciali convenzionati e, a ben guardare, se ne aggiungono circa un centinaio al giorno.

Tramite Satispay si può inviare denaro agli amici (pensiamo alle collette che si organizzano per i regali di compleanno), fare shopping online ed effettuare donazioni, pagare i bollettini della Pubblica Amministrazione (pagoPA) come tasse e multe, ed effettuare le ricariche telefoniche. Basta inserire il codice PIN all’interno della propria applicazione Satispay, selezionare l’opzione di pagamento, scegliere il negozio convenzionato, inserire l’importo e inviare il pagamento.

Privati e business

Pagare con Satispay è sicuro perché il sistema non utilizza dati sensibili e sia perché dopo il pagamento l’applicazione si chiude e non permette a terzi di accedere al denaro.

Per usare Satispay la prima cosa da fare è scaricare l’app dal proprio app store (disponibile gratuitamente su App Store, Google Play e Microsoft). Per procedere con l’iscrizione occorre inserire numero di telefono ed email, confermare numero di telefono con il codice che si riceve via SMS, scegliere un PIN (una sequenza numerica composta da 5 cifre da digitare ogni volta che si accede all’app di Satispay). 

Prima di procedere all’attivazione dell’account Satispay si consiglia di avere a portata di mano IBANdocumento d’identità (a scelta tra carta d’identità, passaporto e patente di guida) e codice fiscale perché saranno richiesti per completare la procedura.

Satispay funziona naturalmente con un budget, che è la soglia di spesa a disposizione sul proprio profilo e che può essere di massimo 200 euro a settimana. Per incentivare l’utilizzo dell’app, Satispay offre l’opzione Cashback, ovvero restituisce all’utente una percentuale della spesa come un riaccredito separato.

Budget e cashback

Iscriversi e disdire il servizio, ricaricare il budget, depositare sul conto corrente e inviare e ricevere denaro dai contatti sono tutte operazioni completamente gratuite.

Per pagare in negozio con Satispay basta aprire l’app, selezionare il negozio in cui pagare, digitare l’importo e confermare. Il trasferimento di denaro è immediato su account Satispay, l’esercente dovrà solo accettare la richiesta affinché il pagamento vada a buon fine. Nel caso di pagamento sbagliato si può contattare direttamente l’esercente che provvederà allo storno.

pagamenti online avvengono nello stesso modo. Seleziona il tuo acquisto, inserisci numero di telefono, invia pagamento e attendi conferma della transazione.

I pop up store hanno permesso di dar vita a nuove formule e portare una ventata di freschezza nel panorama del retail tradizionale.

A cura di Progettomenodue

Il fenomeno del pop up store rappresenta un caso curioso nel panorama retail.

Facendo propri i principi del guerrilla marketing che prevede una strategia pubblicitaria non convenzionale e limitata nel tempo, negli ultimi anni, ha conosciuto un vero e proprio momento d’oro fino a diventare un format molto apprezzato dalle aziende, siano esse consolidate o emergenti.

Se vogliamo attribuirgli una data di nascita, dobbiamo fare un passo indietro di quindici anni quando a Berlino apparve per la prima volta questo negozio a tempo sotto l’insegna del visionario marchio giapponese Comme des Garçons.

Lo scopo era chiaro e dichiarato fin dal principio: lo spazio era nato per vendere il prodotto delle recenti e passate collezioni in una città non ancora propriamente esplorata e con un investimento limitato.

La formula venne poi riprodotta velocemente in altre città come Atene o Reykjavík.

Come una sorta di Lollapallosa del retail, il pop up store diventa un festival itinerante che crea hype e colpisce per il visual design accattivante e inusuale.

Pur essendo sbocciati come risposta pratica alla necessità di inserirsi in centri dagli affitti molto alti, dall’impossibilità di trovare spazi adeguati e di far ruotare la merce invenduta, col tempo ha subito un’evoluzione e una trasformazione.

I pop up di oggi propongono quasi esclusivamente collezioni limited-edition o nate da collaborazioni tra marchi o addirittura specifiche per quella determinata località, generando code chilometriche al suo ingresso e veri e propri tam tam sui social con consigli sugli orari migliori in cui andare e update sulle disponibilità o meno di un determinato prodotto.

Lo ha fatto Kanye West col suo concept store LIFE OF PABLO, aperto contemporaneamente in 21 città del mondo, in occasione dell’uscita del suo album.

L’ubicazione di ogni negozio è stata dapprima anticipata sui social media con breve preavviso e con piccoli indizi.

Ogni negozio vendeva articoli unici per ogni città, oltre a una selezione di prodotti a cura di Kanye, tra cui jeans Levi’s, e felpe con cappuccio “Famous”. L’afflusso è stato enorme con ingresso permesso a 5 persone alla volta e con un timing ben preciso.



Spesso è lo spazio utilizzato ad essere protagonista.

I pop up stores fioriscono nei luoghi più impensabili: a Tokyo, nel quartiere di Ginza, nel 2016, fece la sua comparsa ParkING, a cura del designer giapponese Hiroshi Fujiwara, negozio posto nel seminterrato della sede della Sony. Due livelli di parcheggio che ospitavano un negozio di dischi, un bistrot e installazioni a rotazione di marchi streetwear cult come Off-White, Nike e Vanquish.



La lavanderia ha macinato chilometri negli Stati Uniti passando da New York, a Washington, a Nashville.

O la Maker House di Burberry. Aperta in occasione della London Fashion Week, all’interno di una vecchia libreria di Soho con giardino e statue equestri in gesso. Un laboratorio-mostra che celebrava materiali e artigianalità. Un modo per scoprire cosa c’era dietro il “fatto a mano” della collezione con contributi di artisti e creazioni speciali.

Burberry Maker House

E per capire quanto la componente artistica giochi un ruolo fondamentale in questo format creando progetti interessanti, una menzione d’obbligo è da fare per Prada Marfa. Un finto pop up store, creato dal duo danese Elmgreen & Dragset, situato in Texas, nei pressi della U.S. Route 90, a circa 60 km della città di Marfa. Inaugurato nel 2005 – è il caso di dire – in the middle of nowhere e progettato per assomigliare in tutto e per tutto ad un negozio Prada, che ha concesso il logo e i suoi accessori da mettere all’ interno. Nato come installazione temporanea, esso è poi diventato permanente per mostrarne il lento degrado e la sua integrazione nel contesto paesaggistico, ma soprattutto, oggi, è un’attrazione turistica che richiama ogni anno migliaia di visitatori o semplici curiosi.



Prada Marfa

Difficile dire se i pop up stores avranno durata nel tempo.

Di certo, grazie al loro coefficiente innovativo, hanno permesso di dar vita a nuove formule, oltre che portare una ventata di freschezza nel panorama spesso assonato e granitico del retail tradizionale.

Essendo le mode una questione sociale, come detto, il consiglio è di non limitare le analisi solo ai temi legati al mondo fashion, ma di ampliarle.

a cura di Matteo Pogliani

Comprendere e predire quelle che saranno le evoluzioni di mercato, ancor più delle abitudini di consumo delle persone, resta una delle sfide più complesse e rilevanti per i brand. Una sfida concreta che può segnare profondamente performance (e fatturati) e che per questo motivo spinge i marketers a cercare costantemente di intercettare e anticipare i principali trend.

Un’esigenza che diventa ancora più vitale in quei settori in cui la volontà di acquisto è influenzata profondamente da parametri soggettivi e dall’impulsività. Il è estremamente legato ai trend, ancor più oggi che il concetto di collezioni e stagionalità pare superato in favore di capsule collection, temporary collection e personalizzazioni. Un’idea di moda fast in cui i trend acquistano ancora più valore.

Cos’è un trend

La tendenza non è altro che uno spunto creativo che nasce da desideri e bisogni. È un fenomeno che per la sua natura “effimera” e intangibile tende a essere sfuggente e difficile da identificare. Una complessità accentuata dall’avvento dei social network e dalla democratizzazione della comunicazione che questi hanno portato. Oggi con un post posso far vedere outfit a un pubblico vastissimo senza la minima limitazione spaziale e temporale.

Se quindi in passato i trend venivano lanciati da pochi e selezionati individui, oggi sono potenzialmente influenzati non solo da un numero più ampio di persone, ma soprattutto da persone estremamente diverse tra loro per caratteristiche sociali e demografiche.

Un fenomeno che porta il mercato stesso a essere protagonista e creatore andando a rispecchiare perfettamente alcuni dei più noti punti del Cluetrain Manifesto:

Il mercato online conosce i prodotti meglio delle aziende che li fanno”.

Le tendenze sono infatti veri fenomeni sociali e come tali vanno analizzati. Per questo è fondamentale andare oltre il proprio mercato di riferimento: sport, spettacoli, news, avvenimenti particolari, tutto può diventare virale e scatenare l’interesse del grande pubblico.

Alcuni dei più influenti fashion blogger

Influencer e trend

In molti casi dietro la nascita di un trend c’è la visibilità e la capacità comunicativa di individui dal forte impatto mediatico e/o digitale. Persone che con le loro scelte e stili riescono a imporsi agli occhi degli utenti, ma ancor di più a far diventare tali scelte un comportamento da seguire, copiare, fare proprio.

Un fenomeno che non è sempre facilmente spiegabile, condizionato da elementi spesso diversi come conoscenza, fiducia, emulazione.

Lo stretto legame tra influencer e trend non è nuovo. Già nel 2003 Keller e Barry parlavano di Trendsetter, individui in grado di intuire mode e tendenze prima degli altri e che, come gli early adopter, diventano esempio per le masse.

L’influencer non è solo, come erroneamente si pensa, una figura con migliaia di follower, ma bensì un personaggio in grado di suscitare una reazione nelle persone intorno a lui. Solitamente questo avviene attraverso i contenuti che posta sul proprio blog o sui suoi canali social. Ma la moda per essere tale dev’essere condivisa. Sono infatti i tanti follower che reagiscono alle scelte/stili postati dagli influencer a renderli di tendenza. Un processo che parte dal basso, anche se non mancano casi di “manipolazione”, in cui le aziende cercano di imporre scelte e collezioni tramite la validazione sociale e il trust degli influencer. Un gioco funzionale, ma anche pericoloso.

Intercettare i trend attraverso gli influencer

Non è semplice muoversi oggi tra le centinaia di migliaia di utenti online che sono soliti definirsi, a torto o ragione, influencer. La mappatura delle figure utili da seguire, quelle realmente in grado di svolgere un ruolo da trendsetter, è quindi complessa, un’attività che necessita di know-how e dei giusti strumenti.

Tool dedicati all’influencer marketing come Launchmetrics, totalmente verticale al mondo fashion, Klear, Talkwalker, Blogmeter che permettono di:

  • fare outreach degli influencer, filtrandoli per parametri utili come ambito, canale, demografica follower, ecc.;
  • analizzarne i profili e i contenuti trovati;
  • monitorare la loro attività con i brand.

Parliamo di fenomeni che per “accendersi” hanno bisogno di un forte riverbero, elementi che spingono a concentrarsi su figure da un’audience estesa. Senza un buon numero di follower non è infatti pensabile che si accenda quella spinta dal basso che porta l’influencer a lanciare un trend.

Altro elemento di selezione è l’analisi dei contenuti prodotti dagli influencer, così da identificarne i tratti stilistici utilizzati: capi, colori, persino modi particolari di indossare un abito possono essere decisivi.

Individuare i trend tramite l’analisi delle conversazioni online

Essendo, per significato stesso, un fenomeno di massa, i trend sono fortemente connessi a una diffusione collettiva. I social diventano quindi perfetto specchio per il racconto di tendenze e simili, esprimendole attraverso immagini, testi, video, Stories.

Proprio per questo le analisi delle conversazioni che avvengono online (social, siti, testate online, forum, ecc.) rappresentano probabilmente la metodologia più scientifica e data driven per evidenziarle e, in molti casi, poterle intercettare nelle loro fasi iniziali.

I contenuti online rappresentano un potenziale di grandissimo valore per le aziende, essendo rappresentazione spontanea delle opinioni, dei gusti e dei pensieri degli utenti e, quindi, dei consumatori.

Questo tipo di analisi possono essere realizzate grazie a strumenti dedicati in grado di trovare quei contenuti online che rispondono a particolari parole chiave da noi impostate. Potremo così sapere volume delle conversazioni (il numero di contenuti creati su quel topic), il sentiment, gli argomenti connessi e le parole più utilizzate, la distribuzione geografica.

Di seguito alcuni elementi di un’analisi fatta in Italia sul tema “sneaker”.

Argomenti connessi
Parole più utilizzate
Distribuzione geografica

Facile comprendere quanto questi insight possano risultare decisivi nel comprendere la nascita di un trend, permettendoci inoltre di condurre analisi fortemente clusterizzate (uomo/donna, età, luogo, ecc.) e quindi ancor più utili. Perché è indubbio che trend e stili cambino profondamente a seconda che si tratti di donne o uomini o, ad esempio, di un pubblico under o over 30.

Basta uno sguardo al tema sneaker per comprendere quanto siano evidenti tali cambiamenti



Tali strumenti negli ultimi anni hanno aggiunto inoltre ulteriori funzioni di grande valore. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale permette infatti classificazioni dei contenuti in tempi brevi e con forte risparmio economico, per un lavoro che sino a ieri era gioco forza destinato ad analisti umani, ma che adesso può venire automatizzato. Ne nascono analisi estremamente complesse ed evolute che possono andare a indagare i reali driver che caratterizzano alcuni temi:





Quali contenuti sul tema sneaker trattano del colore? Quali del costo? Quali del materiale? Risposte di un’importanza capitale per valutare future tendenze.

L’altra grande innovazione è la capacità da parte dei tool di riconoscere le immagini, in quello che viene definito come image recognition. Non solo quindi il tool è in grado di trovare contenuti testuali su una particolare keyword, ma anche immagini, ampliando notevolmente la portata delle analisi. Anche in questo caso l’AI e il suo corretto addestramento permettono di limitare al minimo gli errori e rendere i dati ottenuti assolutamente credibili.

Essendo le mode una questione sociale, come detto, il consiglio è di non limitare le analisi solo ai temi legati al mondo fashion, ma di ampliarle. Partono spesso da lontano quegli input che condizionano la società prima e la moda poi.

Scoprire attraverso l’ascolto delle conversazioni che c’è un forte buzz sui temi legati alla sostenibilità è una spinta a possibili utilizzi, per esempio, di materiali eco in abiti e calzature.

Digitale sì, ma con criterio

Il mondo online e i tanti strumenti ad esso collegati mettono a disposizione dei brand strumenti e risorse dalle grandi potenzialità, permettendo di lavorare quanto mai in modo data driven, guidati dai dati seguendo realmente opinioni e pensieri del cliente finale.

Detto questo, non dobbiamo mai scordare il valore dell’esperienza e, soprattutto, che il tool più importante resta la capacità dei professionisti di dare contesto e creatività alla miriade di insight oggi disponibili.

L’ organizzazione di tour e visite ad altre realtà, a partire da una mirata e ben pianificata le attività di mistery client consentono di acquisire competenze importanti.

a cura di redazione

Come perfezionare il proprio business migliorando organizzazione e rendimento?

Uno strumento spesso sottovalutato, anche se efficace e innovativo è quello della formazione esperienziale. Non nel senso di team building tradizionale, ma come mezzo per mettere di fronte i collaboratori di un’azienda a casi studio reali.


L’ organizzazione di tour e visite ad altre realtà, a partire da una mirata e ben pianificata le attività di mistery client e di affiancamento nei punti vendita, consentono di massimizzare lo sforzo dell’apprendimento fino ad acquisire stimoli, e competenze necessari ad avere il pieno controllo della situazione e una visione completa della situazione.

Il caso GDA è emblematico. Società che opera con più canali distributivi per mezzo di diversi brand come Futura, Pick up, Conviene e Talento, il gruppo ha intrapreso un percorso di formazione e empowerment affiancato da Cavalieri Retail e dal suo team. Proprio grazie a una serie di azioni sul punto vendita, GDA ha potuto rafforzare i servizi del suo reparto gastronomia.

Durante le formazioni in aula si sono susseguite attività di vario tipo: degustazione di formaggi con un’esperta ONAF, simulazioni di vendita, allenamento all’osservazione e all’ascolto del cliente, presentazioni di casi pratici e decontestualizzati. Anche il coinvolgimento diretto di alcuni gastronomi della rete è stato un punto importantissimo della formazione.


I livelli di ingaggio e motivazione sono stati stimolati anche grazie a sistemi incentivanti: sfide tra i diversi punti vendita che hanno portato a ottimi risultati. In questo modo i collaboratori hanno sperimentato e acquisito in prima persona un nuovo modello di organizzazione e vendita e hanno potuto esprimere la propria curiosità e creatività, con l’obiettivo di crescere a un livello personale e professionale.

La Sitael è all’avanguardia su tecnologie rivoluzionarie dallo spazio all’e-mobility. Abbiamo parlato con Agostino De Angelis, Marketing & Business Development Manager

a cura di Davide Pellegrini

La Sitael è all’avanguardia su tecnologie rivoluzionarie dallo spazio all’e-mobility. Abbiamo parlato con Agostino De Angelis, Marketing & Business Development Manager, della loro e-bike, un prodotto che rivela la portata rivoluzionaria dell’approccio IoT.

Il concetto di e-bike potrebbe essere davvero rivoluzionario. In cosa consiste esattamente questa tipologia di prodotto?

Le e-bike stanno rivoluzionando il mercato del ciclo, con tassi di crescita a doppia cifra, trend di crescita che questo settore non vedeva da molto tempo. Questa nuova tipologia di veicolo aumenta le occasioni d’uso delle due ruote, nel caso del cosiddetto “commuting” (ovvero spostamento casa-lavoro o in città) combinando praticità, velocità ed economicità dei costi di gestione.

Le e-bike sono veicoli elettrici leggeri, quindi biciclette equipaggiate con sistema di assistenza alla pedalata grazie alla presenza di un motore e della relativa batteria. Grazie all’integrazione di diversi sensori a bordo, l’assistenza del motore viene attivata quando l’utente pedala, mentre viene disattivata se l’utente smette di pedalare oppure aziona i freni o ancora supera la velocità di 25 km/h. Per questo motivo vengono definite biciclette elettriche a pedalata assistita o PEDELEC. Per il codice della strada le pedelec sono equiparate a velocipedi (biciclette normali quindi) e sono esenti da tassa di proprietà e assicurazione a patto che rispettino i limiti in particolare “motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando il veicolo raggiunge i 25 km/h o prima se il ciclista smette di pedalare.”

Al di là dei tecnicismi è l’esperienza di utilizzo di una e-bike rispetto ad una bici tradizionale a fare la differenza in termini di sicurezza, di praticità, di benessere fisico https://www.nexum.bike/10-motivi-per-comprare-una-e-bike/

Ma non solo, esiste anche una dimensione emozionale, come conoscono bene i ciclisti che praticano e-Mountainbike e e-Roadbike. Con una e-MTB o una e-Road, pur con una preparazione fisica (molti atleti utilizzano le e-bike nella fase di defaticamento), si possono ampliare i propri limiti e raggiungere pendenze o distanze molto più elevate che non si potrebbero sperimentare se non attraverso un duro allenamento non perseguibile da qualsiasi persona, per esigenze di tempo e condizioni fisiche/età.

Smartika Casual
Smartika

Sembra evidente che un lavoro del genere sia strettamente connesso un approccio orientato al service design. Come riuscite a far convergere il design di prodotto con l’innovazione tecnologica e per raggiungere esattamente quali obiettivi?

Nella nostra organizzazione in SITAEL la tecnologia è il driver del cambiamento, indispensabile in contesti innovativi e dinamici in cui operiamo: dallo spazio, con la realizzazione di satelliti, alla divisione IoT per l’eMobility e la Vending Industry.

L’esperienza di interazione con le nostre soluzioni è sottoposta ad un attento studio funzionale, per poi validare sul campo l’esperienza attesa da quella effettiva lungo tutti i cosiddetti touch points. Nel caso di soluzioni B2B questo processo è una parte di un processo più ampio di digital transformation che porta i nostri partner nel processo di cambiamento e innovazione della propria realtà.

Le e-bike Nexum riflettono questo DNA e sono le uniche e-bike commercializzate in Italia ad integrare la tecnologia proprietaria ESB che connette il veicolo alla piattaforma cloud.
Grazie a questa tecnologia di connettività il veicolo è equipaggiato di antifurto GPS e trasmissione dati sia GPRS che Bluetooth che ne consente la geolocalizzazione come nel caso della e-bike rubata e ritrovata recentemente (https://www.nexum.bike/e-bike-rubata-a-vienna-rintracciata-in-24-ore-grazie-al-sistema-di-connettivita-sitael/ ).
Inoltre nel caso in cui il sistema rilevi che il veicolo sia coinvolto in un potenziale incidente attiva un countdown che se non viene arrestato invia un messaggio di SOS ai numeri selezionati allegando la posizione del potenziale incidente, minimizzando così i tempi di soccorso.

Si parla spesso di IOT ma, a dire il vero, la maggior parte delle persone ancora oggi non ne ha un’idea chiara. I vantaggi della connessione sono comunque molti. Secondo voi è possibile pensare all’applicazione di prodotti così evoluti, ad esempio, per i servizi di bike sharing che molte città offrono?

Si certo, la tecnologia ESB integrata nelle e-bike Nexum è già disponibile per una configurazione Fleet per Small Rental (per strutture ricettive o flotte per small business) ed è anche in fase di rilascio per sistemi di Bike sharing.

Oltre alle funzionalità per l’utente finale, la tecnologia IoT integrata nelle ebike Nexum porta notevoli vantaggi anche sul lato business, infatti consente di ridurre i tempi di assistenza, grazie alla possibilità di effettuare diagnosi remota del veicolo e al contatto diretto via app, permettendo quindi di ottimizzare l’intera supply chain. Altro importante aspetto è il data-driven manufacturing, ovvero la progettazione di veicoli sulla base delle reali condizioni d’uso che vengono registrate dal sistema e subordinatamente al consenso dell’utente. Questo permette di migliorare continuamente la progettazione dei nuovi veicoli che vengono quindi realizzati in relazione alle esigenze reali degli utenti.

I vostri prodotti, essendo così sofisticati e di alta gamma, hanno costi molto elevati. Quali sono gli obiettivi di mercato di ebike? Mantenere una nicchia o puntare su una maggiore distribuzione del prodotto?

Non si comprano prodotti, ma esperienze, e questo è drammaticamente vero nel mondo delle e-bike. Il problema principale per chi possiede una e-bike oggi è proteggerla, diversamente il costo diventa davvero molto elevato.
In Nexum puntiamo alla qualità e alla costante innovazione delle nostre e-bike, per garantire una riding experience superiore. Il riconoscimento del mercato non si è fatto attendere.

Su cosa puntate per far conoscere i vostri prodotti? Esistono strategie di promozione e commercializzazione che prevedono approcci omnichannel?

La migliore strategia per far conoscere i nostri prodotti è prima di tutto il passa parola generato dalla loro qualità e performance. Oggi è inimmaginabile un processo di acquisto, soprattutto di un bene complesso come una e-bike, che non preveda una fase di acquisizione informativa online, quindi la strategia ominichannel è un obbligo. Attualmente le e-bike Nexum sono disponibili online e presto anche attraverso alcuni punti esperenziali molto selezionati.

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Si tratta di ospitare in casa di sconosciuti di cui si sa qualcosa attraverso i meccanismi di creazione di fiducia tipici dei social. Qualcosa di totalmente diverso dal ristorante.

Group of friends and family dining overhead view
a cura di Andrea Pugliese

Adorate cucinare, avere amici a tavola, capire come il cibo e la convivialità generino dinamiche di relazione, accoglienza, affetto e comprensione? Volete praticare le lingue in un contesto informale (casa vostra)? Il social eating fa per voi.

Si tratta di ospitare in casa di sconosciuti di cui si sa qualcosa attraverso i meccanismi di creazione di fiducia tipici dei social, con cui la naturale riservatezza viene compensata dalla curiosità e dalla sensazione di poter vivere qualcosa di unico. Qualcosa di totalmente diverso dal ristorante.  

Nel social eating le persone pagano per mangiare a casa tua. Tu fissi il prezzo e la piattaforma che mette in contatto e gestisce le transazioni ci aggiunge un 10% per il proprio servizio.

Il perché farlo e perché può a grandi linee dividere il modello in due grandi categorie:

I social chef ‘disinteressati’

Ti iscrivi con le tue credenziali social, descrivi l’ambiente della cucina, il fatto che a tavola potrebbero ritrovarsi anche bambini, metti foto di un po’ di piatti possibili a titolo di esempio. Non fai nulla di attivo, ti limiti a segnare le giornate in cui puoi ricevere ospiti. Puoi aggiungere se sei disponibile a farli cucinare con te o a ipotizzare un giro mattutino al mercato assieme. Una buona piattaforma internazionale per questa formula è www.eatwith.com 

Se tutto questo (unito alle recensione fatta su di te da ospiti precedenti) convince qualcuno, ti contattano e ti arriva una mail tipo “Nadine e 3 suoi amici vorrebbero cenare da te il 27, accetti?” Se il profilo di Nadine ti convince, e le sue eventuali  richieste anche (es celiaci, vegetariani, vegani), accetti e li aspetti nella sera e all’ora concordata.  Gli ospiti  sanno che sarete a tavola con loro a parlar di cinema, di Italia, viaggi, a dare consigli, a rispondere domande sul costo degli affitti nella mia zona, sulla provenienza dei porcini che hai accoppiato al pesce spada, sui quadri che hai alle pareti. Il cibo sarà una sorpresa per tutti.  Lo fai perché vuoi conoscere, sei curioso e vuoi parlare le lingue.

I social chef ‘semiprofessionali’

Organizzano, sempre a casa, cene più strutturate.

Una piattaforma italiana perfetta allo scopo è www.gnammo.it . In questo caso chi apre la propria casa a ospiti presenta la cena, in una data scelta,  per un menù esplicitato per intero dal principio. Spesso si tratta di eventi aperti a numeri maggiori (anche fino a 15-20 partecipanti).

Da Gnammo

Anche in questo caso, la reputazione conquistata con precedenti cene favorisce la scelta e rassicura tutti. L’organizzatore rilancia l’evento creato dalla piattaforma attraverso i propri social e con le proprie mailing list. Vi è dunque un serio lavoro di comunicazione non presente nel caso precedente e da cui spesso dipende la riuscita della serata.   Sono cene conviviali, dove i commensali tra loro spesso non si conoscono e, anzi, usano l’occasione per allargare la cerchia delle relazioni, sia in ambito professionale che amicale. Per questa ragione è più bassa la presenza di stranieri, al tavolo si parla più spesso italiano. In questa tipologia la regia della serata è più complessa, il cuoco più impegnato. In molti casi ciò è favorito dal fatto che le cene sono tematiche o c’è un ospite di riguardo (architetto, attore, …), e magari qualcuno che suona.

Responsabilità, fiscalità, rapporti con i vicini di casa? 

Come molte pratiche di Sharing Economy, il social eating intercetta bisogni e necessità reali e la realtà è anni avanti alla normativa, agli interessi corporativi, ai vuoti discorsi su certo turismo ‘esperienziale’ fatti dai teorici. Porta turisti nelle periferie e riempie di ricordi i carnet di viaggio. È bello, e mentre lo fai ti rendi conto che è intelligente, utile e mischia le idee generandone di nuove.   

E’ tutto poco definito nel dettaglio.

Sia chiaro: non si fa vera ristorazione ma si invitano persone a casa. 

Finché non c’è vero guadagno per chi ospita, si tratta di ricevere dai presenti un contributo al costo della spesa. Per chi invece guadagna – e lo fa spesso – esistono i commercialisti, le leggi e la propria coscienza. 

Come trasformare la gift experience creando buonumore, benessere e fatturato. Tiger, un Ikea dell'oggettistica che ricorda i bei tempi di Elio Fiorucci.

Migliorare l’umore tra il serio e il faceto, tra il design e il low cost intelligente
a cura di Progettomenodue

Il periodo natalizio è il momento ideale per raccontarvi una storia che sembra uscita da un libro di favole.

E quindi… c’era una volta Lennart Lajboschitz, un ragazzo danese, figlio di un venditore di asparagi e di una maestra d’asilo, che non si è mai laureato e che non ha nemmeno finito le scuole superiori.

Dopo aver passato la giovinezza a girare per il mondo con lo zaino in spalla, negli anni Ottanta, a Copenaghen, decide di aprire un negozio che chiama Zebra.

All’interno si trova un po’ di tutto: oggetti per la casa, giocattoli, articoli da regalo, cartoleria.

Un giorno, mentre si trova all’estero per un viaggio, riceve la telefonata della cognata che non trova più il listino prezzi. Lennart le suggerisce allora di vendere tutto a 10 corone (circa un euro) e le vendite aumentano in maniera così vertiginosa che, al suo rientro, cambia nome al negozio che diventa Tiger, per assonanza con la parola tier, ossia dieci. Non passa molto tempo che decide di passare allo step successivo: vuole personalizzare la merce del negozio e perciò inizia a disegnare una bocca su una tazza, mette dei pois sulle copertine delle agende e un paio di occhi sulla T del suo negozio. E di nuovo profitti aumentano: il negozio si riempie e l’offerta è costante. Tre anni dopo di Tiger in Danimarca ce ne sono quaranta ed è allora che Lennart prova a replicare il successo anche all‘estero.

Prima in Islanda, poi nel Regno Unito, poi in Spagna che, oggi, è, assieme all’ Italia, uno dei mercati di riferimento del gruppo, presente in 26 paesi con più di 800 punti vendita.

Con una percentuale di crescita annua del 35% e un fatturato dichiarato di 670 milioni di euro. Secondo alcune stime ogni minuto entra un nuovo cliente che, solo nel 2% dei casi, esce senza aver acquistato nulla.

Qual è quindi il segreto del successo di questo format?

Dopotutto, al suo interno si trovano duplicati di cose che si hanno già.Ma in versione più “emozionale” perché a tutti scappa un sorriso guardando gli articoli. Con il lancio ogni settimana di trecento nuovi prodotti, fare un giro da Tiger somiglia molto ad una caccia al tesoro. Le persone entrano senza sapere esattamente cosa troveranno e passano in rassegna gli scaffali: la penna simpatica da regalare alla collega, il gioco di carte per il nipote per fargli passare il viaggio in treno, i piatti in carta dalla grafica accattivante per una festa dell’ultimo. Alcuni lo hanno paragonato ad un altro gigante del low cost nordico, Ikea: prezzi contenuti, design molto scandinavo ed un percorso clienti da cui non si scappa.

Ma le somiglianze si esauriscono in fretta perché qui è l’inutile a regnare, perché qui non si entra per comprare qualcosa di cui si ha necessità.

Se proprio volessimo fare un paragone, Tiger ricorda molto i negozi di Elio Fiorucci di qualche decennio fa: chi è di Milano ed è figlio degli anni Novanta ricorderà bene quel luogo magico in Galleria Passerella dove nanetti da giardino fluo si mescolavano a milioni di articoli per tutte le tasche e introvabili altrove.

Elio Fiorucci Store, la rivoluzione della shopping experience

Lo slogan era, non a caso, retail therapy: uno spazio concepito per migliorare l’umore giocando tra il serio e il faceto, tra il super kitsch e il buon gusto.

Tiger sorprende ancor di più se si pensa che è un esempio di successo off line: i volantini gratuiti posti all’ingresso che cambiano ogni sette giorni restano la migliore pubblicità insieme al passaparola. Pur avendo un’attività social ridotta ai minimi termini, conta un milione mezzo di followers su Instagram.

Il prodotto piace, la sua fama lo precede tanto da non aver bisogno di ulteriori comunicazioni.

Ma se è vero che, in maniera provocatoria, alcuni esperti di marketing sostengono che la chiave del suo successo sia stata quella di non avere strategie definite, è anche vero che a monte c’è un team attento alle richieste dei clienti e ai cambiamenti socio-comportamentali. Di recente, è stata attivata la prima loyalty card sotto forma di app, basata su un percorso di gamification (strategia di cui abbiamo parlato nel precedente articolo e che sta conquistando sempre più brand).

L’utente risulta infatti parte attiva, può scegliere il proprio avatar tra una serie di personaggi che possono crescere e svilupparsi, come un Pokèmon. Attraverso sorprese, badge e coupon l’avatar si plasma sugli interessi dell’utente i cui dati vengono poi elaborati per offrire contenuti e offerte personalizzate.

Perciò da Tiger troviamo tutto quello che viene definito on-point: un vero e proprio contenitore di shopping entertainment dove ironia, acquisto emozionale, costumizzazione, accessibilità si fondono tra loro.

Oggi Lennart si è dimesso dal ruolo di CEO e si dedica esclusivamente ai suoi quattro figli perché, come lui stesso ha dichiarato, è solo a loro che deve la capacità di continuare a vedere il mondo con gli occhi curiosi di un bambino e di essere riuscito a trasmettere la gioia di  fare un regalo. A se stessi e agli altri.

Il design può essere emozionale e coinvolgente? Può un brand essere in grado di spingere i propri clienti a migliorarsi? Un'analisi tra motivazione, coinvolgimento e gamification.

a cura di Progettomenodue
Corsi di life coaching, post Instagram con frasi ispirazionali, playlist musicali create ad hoc per lavorare al massimo.

Ultimamente, assistiamo ad un vero e proprio boom di che ci spingono a motivarci e a fare meglio. Complice, forse, la perdita di tante certezze nell’ultimo decennio e l’avere a che fare con un mondo tutto nuovo, globale e connesso, che ha impattato in tanti aspetti della nostra vita.

L’autorealizzazione non è però un concetto last minute: già nel 1954 lo psicologo Abraham Maslow aveva delineato la piramide dei bisogni, ossia i principali motori che spingono l’uomo all’azione, dividendoli tra quelli puramente fisiologi posti alla base e quelli più “nobili”.
In cima ad essa, c’è appunto la realizzazione del proprio potenziale.

Ma il design può essere emozionale e coinvolgente? Può un brand essere in grado di spingere i propri clienti a migliorarsi?

Dall’iconico Just do it di Nike, che ne ha fatto una filosofia di azienda e di vita, oggi volere è potere sembra essere diventato un mantra costante per tutti.

Wgsn, società leader in analisi e previsioni di trend futuri, mette in evidenza una evoluzione del consumo, sostenendo che entro il 2020 il marketing tradizionale, le strutture aziendali classiche e il consumo di massa verranno abbandonati.

La consapevolezza di ascoltare nuove voci, la formazione di una società dove i bisogni emozionali saranno sempre più importanti, la possibilità di introdurre un’anima nella tecnologia e il potere della generazione Z (nati tra il 1995 e il 2010) produrranno un cambiamento collettivo.

Nella pratica, questo bisogno di sentirsi coinvolti in un disegno più ampio, proiettato al miglioramento, trova espressione nel design partecipativo o co- design.

Nato nei paesi scandinavi alla fine degli anni Sessanta, è un approccio di progettazione che chiama in causa tutti i partecipanti al progetto per arrivare a ideare qualcosa di veramente utile, coinvolgente e fruibile.

Anche se in Italia questa forma mentis è ancora in fase di incubazione, si assiste progressivamente ad un orientamento verso questo approccio, soprattutto a livello urbanistico e di riqualificazione di quartieri: architetti che lavorano a braccetto con associazioni del territorio, artisti locali che ridanno linfa a luoghi semiabbandonati, semplici cittadini che aprono le porte delle proprie case per fare network.

Ne è un bell’esempio il lavoro fatto a Padova da un gruppo di giovani creativi che hanno ideato su Facebook la pagina di Arcellatown, dedicata al quartiere patavino considerato spesso problematico e critico.
Con tanto di logo, play off e post giornalieri sui tesori nascosti del quartiere, nel giro di pochi anni ha portato una ventata di novità e di fermento in un luogo dato per spacciato.
Eventi, mostre, nuovi spazi di aggregazioni, rinascita di commerci, piste ciclabili.
Centrando l’obiettivo di riuscire a risvegliare una comunità assopita e dargli una voce consapevole e fiera di riappropriarsi dei propri spazi.

Nell’ambito della progettazione, un altro aspetto innovativo è legato all’utilizzo della gamification.

Una volta individuato il target, lo scopo di questa tecnica è riuscire ad attivarlo, facendogli compiere delle azioni che provocano un maggior coinvolgimento e divertimento.
Il fine è infatti quello di proporre un prodotto facendo leva sulle emozioni e non sulla didascalia: nella maggior parte dei casi, si assiste ad un miglior tasso di adesione e di conversione, oltre che dei feedback precisi su quelli che sono i reali bisogni di chi lo utilizza.

Allo IED di Milano, lo scorso anno, è stato introdotto un master proprio sull’engagement & gamification il cui coordinatore, Fabio Viola, spiega come il gioco sia il miglior strumento per motivare le persone e incollarle ad uno schermo.
Ciò non significa trasformare un marchio in un videogioco, ma prendere le tecniche proprie del game design, come lo stimolo e la competizione, per far passare un messaggio in maniera meno noiosa e più avvincente.

Tra le aziende che hanno cominciato a utilizzare questo metodo cita la MSC Crociere che, nel campo delle risorse umane, ha messo in palio due posti di lavoro.
I candidati dovevano superare una serie di prove di logica che davano poi accesso alla fase finale, quella del recruiting vero e proprio.
Cosi facendo, l’azienda è riuscita a richiamare molti più profili rispetto ad un annuncio di lavoro classico e fare una scrematura naturale dei curricula.

O ancora Tuomuseo, un app sul turismo che vuole avvicinare le nuove generazioni ai musei e ai siti di interesse culturale.
Con una serie di missioni, come farsi un numero prestabilito di selfie all’interno di un sito o riuscire a convincere un amico a visitare una mostra assieme, si ottengono premi, sconti ed un posto in graduatoria che mostra gli utenti più attivi.

C’è chi sostiene che la vita sia fatta per il 10% da cosa ti accade e per il 90% da come reagisci.
In quest’ottica, il design attivo e partecipativo rivestirà un ruolo chiave per la creazione di una società più responsabile e attenta ai bisogni, fatta da persone, forse meno seriose, ma sicuramente più motivate e felici.

 

 

 

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Il textile design tra studio del prodotto e scelta dei materiali.

a cura di Progettomedue
Vi è mai capitato di acquistare un capo perché siete rimasti colpiti dalla morbidezza del filato? Dalla sua leggerezza o ancora dal comfort che avete provato indossandolo?

Il prodotto che arriva sugli scaffali dei negozi è solo l’ultimo step di un lungo processo affidato non solo alla visione dello stilista o ad una determinata comunicazione, ma anche a tanti professionisti che lavorano dietro le quinte e, soprattutto, a monte della filiera produttiva.

Esperti che permettono la realizzazione di un prodotto con standard ben precisi e che operano in quello che viene chiamato textile design.

Aldilà di chi disegna i pattern o sceglie i filati, parliamo di figure professionali che si occupano di ricercare e sviluppare le materie prime, analizzare i processi produttivi e intercettare le ultime novità.

Assumono nomi diversi: dal material developer, al textile specialist, al responsabile della sicurezza chimica a seconda delle varie sfaccettature legate ai materiali.

E’ sicuramente una figura che, negli ultimi anni, sta assumendo un ruolo chiave all’interno delle aziende poiché il sistema moda si è ritrovato a fare i conti con nuovi vocaboli come sostenibilità, impatto ambientale, fashion technologies. Ne nasce una figura ibrida con un background di perito tecnico alle spalle, ma al tempo stesso, in grado di abbinare il suo know -how con una particolare attenzione alle evoluzioni e alle esigenze del mercato.

Nel caso di collezioni eco-friendly deve perciò conoscere alla perfezione i processi produttivi rispettosi dell’ambiente e lavorare a braccetto col reparto marketing per far sì che questa immagine green del brand sia comunicata correttamente.

Tra le sue mansioni rientrano anche la ricerca delle tendenze di colori e tessuti, test su nuovi materiali e fattori di rischio in campo dermatologico.

Nell’economia del nostro Paese, il design dei tessuti ha alle spalle una lunga tradizione. Distretti industriali come Prato e Como rappresentano un‘eccellenza e un perfetto mix tra artigianalità e industrializzazione dove arte, design e ingegneria si fondono tra loro.

L’innovazione tessile è alla base di tante start up che hanno come obiettivo la progettazione di tessuti più ecologici e performanti, in grado di ridurre il consumo di acqua ed energia, senza l’impiego di sostanze tossiche.

Tra le più interessanti c’è il progetto Orange Fiber della designer Adriana Santocito, vincitrice del premio Global Change Award, che impiega gli scarti della pressatura delle arance per dar vita ad un tessuto arricchito di sostanze nutrienti per la pelle.


Materiale che l’azienda Salvatore Ferragamo ha di recente utilizzato nella sua linea responsable.

O Pagurojeans che, consapevole del fatto che il denim sia tra i materiali più inquinanti, ha prodotto una linea con cotone riciclato che consuma il 60% in meno di acqua e i cui accessori come etichette e tasche sono ricavate da camicie riciclate.

Non solo green.

Smart è l’altro macro aspetto che il textile designer di oggi deve tenere in considerazione. Il giornalista inglese Bradley Quinn, autore di Textile Visionaries, sostiene che il concetto di tessuto così come lo conosciamo subirà un drastico cambiamento avvicinandosi sempre più a quello di wearable technology.

Materiali che cambiano al tatto, fibre intelligenti capaci di immagazzinare il calore del corpo e rilasciarlo col freddo, abiti al grafene o classici broccati che, al posto dei fili dorati ,utilizzano i neon.

Cute circuit è un’azienda pioniera in questo senso. Frutto della collaborazione tra una stilista italiana e un ingegnere inglese ha come obiettivo la creazione di abiti interattivi. Come quello indossato da Katy Perry al Met Gala composto da 3000 microled in grado di cambiare colore e creare sequenze di luci.

O ancora sensori per la misurazione della fatica inserite nella trama del filato che nell’industria sportiva ha già visto le prime applicazioni.

Gli abiti ci calzeranno come una seconda pelle e se ci sentiremo più protetti, più eco-compatibili e più smart il merito va certamente a queste figure professionali che, con impegno e creatività, fanno della ricerca la loro mission quotidiana.

 

 

 

I retailer odierni devono essere in grado di soddisfare un consumatore sempre più esigente che cerca un servizio comodo e di facile utilizzo, con informazioni dettagliate grazie a strumenti high tech che sembrano usciti da un film di fantascienza.

a cura di Progettomenodue
Una delle frasi più celebri di Bruno Munari, prolifico e poliedrico designer del Novecento, affermava che “complicare è facile e semplificare difficile”.

Raggiungere la semplicità è un processo delicato che implica il sapere esattamente cosa togliere per comunicare un prodotto nella sua essenza e, aggiungiamo, nella sua fruibilità.

Questo metodo progettuale, che agisce per difetto, si applica a sorpresa ad un retail che sembra sempre più pieno di funzioni, opportunità e supporti. Per far sì che influenzi efficacemente e velocemente il potenziale acquirente deve essere in grado di dosare gli infiniti a disposizione per evitare il “Bello, ma a cosa serve?”.

Nel processo di acquisto si inserisce anche un altro fattore chiave: il tempo.

Se perfino un bimbo delle elementari, oggi come oggi, ha un’agenda ricca di impegni simile al più navigato dei quadri, si comprende bene che l’ottimizzazione del tempo diventi necessaria e quanto la comodità di un servizio sia in grado di creare una clientela soddisfatta e fidelizzata.

Sull’online è stato stimato che il 68% di potenziali clienti abbandona il carrello senza concludere l’acquisto.

Questo può dipendere da una mancanza di chiarezza nelle modalità di spedizioni, da una lentezza del sito a caricarsi, dalla necessità di effettuare un login. Tutti elementi che scoraggiano una vendita, a volte cercata, ma, in tante altre occasioni, puramente d’impulso o di noia. Spesso si naviga in un sito di e-commerce in momenti morti della giornata: sui mezzi di trasporto, sul divano durante le pubblicità, nelle sale di attesa.

Ecco perché fornire un servizio pratico e fulmineo è la conditio sine qua none avviene il clic finale.

Aggiungere poi altre funzioni come una live chat, la possibilità di reso gratuito, la condivisione social o codici sconto non fanno che condizionare positivamente questo processo. I famosi suggerimenti di prodotti correlati sono tecniche utilizzate per portare il cliente verso l’acquisto di un prodotto di prezzo leggermente più elevato ma di qualità superiore, oppure per promuovere dei pacchetti dall’offerta più ampia. Alla ricerca di un utensile da cucina, su Amazon per esempio, si affianca sempre la proposta di un kit accessori completo che, nella maggior parte dei casi, verrà preso in considerazione.

Tutta questa immediatezza deve però trovare riscontro anche a livello dello store fisico dove ancora oggi passa l’85% delle transazioni. L ‘approccio tech-oriented strizza l’occhio alla clientela più giovane che con lo smartphone ci convive da quando è nata. Saper integrare le due cose comunica fin da subito un brand al passo coi tempi, in grado di fornire tutte le informazioni necessarie senza aiuti esterni.

E’ il caso di molte aziende del fast fashion, progettate principalmente per il libero servizio, dove l’interazione col personale di vendita si riduce al momento in cui si arriva in cassa.

Zara, nell’ultimo anno, ha investito milioni in realtà aumentata, cominciando da alcuni negozi selezionati. Utilizzando la sua app ufficiale e inquadrando dei cubi bianchi con la scritta Shop the look, sparsi nel punto vendita, appare una modella con un outfit completo che è possibile ordinare direttamente via cellulare. Gli specchi diventano anche assistenti virtuali in grado di riconoscere un determinato capo e suggerire combinazioni con accessori o altri vestiti. Esiste poi la possibilità di avere un sarto virtuale a propria disposizione dove si inseriscono dati precisi sulla propria conformazione fisica per vedere come realmente quel vestito ci cadrà addosso.


Sempre Zara, a Milano, durante il periodo di chiusura per lavori del suo flagship, ha trasformato l’ingresso in un click and collect store: pochi capi esposti pagabili attraverso Bluetooth o IWallet e spediti direttamente a casa, senza il fastidio di shopper ingombranti da trasportare.

E se nello shopping high street tutti gli sforzi sono indirizzati verso l’autonomia e la molteplicità dell’acquisto, nel settore lusso, il processo si concentra sul trasmettere l’esclusività e il valore del brand.

Un elemento come il packaging che, fino a pochi decenni fa, era considerato puramente funzionale, oggi viene utilizzato come un vero e proprio storyteller.

Tanto che la giovane fiera specializzata (Packaging Première) ha visto un aumento del 60% di visite rispetto all’anno precedente. Con pochi centimetri di materiale a disposizione, la scatola diventa contenuto mirato: dagli imballi anti sgualcimento all’inserimento di sistemi per la tracciabilità del prodotto. Attraverso filigrane digitali, numeri sequenziali è possibile verificare l’autenticità del prodotto.

Lo ha fatto di recente anche Gucci che si è attrezzato, in pochi mesi, con una digital card anticontraffazione: un’apposita app scaricabile dal sito legge l’etichetta e accerta se quello che abbiamo tra le mani non sia un fake.

I retailer odierni devono essere in grado di soddisfare un consumatore sempre più esigente che cerca un servizio comodo e di facile utilizzo, con informazioni dettagliate grazie a strumenti high tech che sembrano usciti da un film di fantascienza.

Il viaggio verso il retail del futuro è appena iniziato.

Don’t panic.