Strategie

Sono tanti i nuovi dispositivi e prodotti hi tech per ciclisti. Dal wearable ai tools per migliorare la sicurezza. Alcuni esempi.

a cura di redazione

La startup, Clara Swiss Tech, un piccolo miracolo italo-svizzero, ha già vinto diversi premi nella categoria dei wearables, la tecnologia da indossare. Clara produce un gilet per ciclisti e runner all’interno del quale vengono termosaldate delle luci ledche si illuminano come le frecce dell’auto quando si gira a destra o sinistra. Si attivano tramite un dispositivo wireless, posizionato sul manubrio della bici, che permette anche di scegliere la modalità di illuminazione: fissa o stroboscopica (utile soprattutto per chi fa jogging). Il tessuto sintetico è impermeabile e anti shock e tutte le componenti sono prodotte in Italia, dal Veneto all’Emilia Romagna.

Clara

La startup ha stretto una collaborazione con Taurus, lo storico marchio italiano delle biciclette che nel 2016 è stato acquisito da Protom e si è lanciato nel mercato delle ebike. Il gilet Clara, con un design esclusivo, e al prezzo di 199 euro, può essere pre ordinato sul sito di Taurus.

Hovding Helmet

Sono tanti i prodotti per il mercato wearable. Il casco svedese Hövding, in pratica un airbag da bici che si gonfia in caso di caduta, proteggendo testa e collo del ciclista. Costa 299 euro e viene definito il casco più sicuro al mondo.

See Sense

Non mancano le luci smart, per esempio quelle prodotte dalla nordirlandese See Sense che usano l’intelligenza artificiale per capire quando rendere l’illuminazione più forte o pulsante, facendo in modo di dare massima visibilità al ciclista.

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Gestire contenuti, inventarli, declinarli sui vari mezzi, cercare di dare ai lettori dei contenuti per primi. Ecco la nuova strategia per essere leader di settore nel food. E non solo.

a cura di Davide Pellegrini

Intervista a , professione publisher e content manager tra i più apprezzati nel settore culturale del paese, tra arte e food.

Pur provenendo dal settore bancario hai consolidato negli anni una importante competenza nel content management. Per dirla chiaramente, sei un professionista che lavora nella progettazione dei contenuti dall’arte al food. In cosa consiste esattamente il tuo lavoro e come è cambiato nel tempo?

Massimiliano Tonelli

Esattamente questo. Gestire contenuti, inventarli, declinarli sui vari mezzi, cercare di dare ai lettori dei contenuti per primo nei settori in cui opero. Negli anni l’approccio non è cambiato. Si è adeguato un po’ il linguaggio, si è affinata la conoscenza dei vari ambiti e si è messo in linea il tono di voce con quello che l’ecosistema mediatico in cui siamo necessita: una grande differenza è stata determinata dallo strapotere, peraltro ora in fase di assestamento, dei social media.  

Da lungo tempo ormai hai un rapporto con il gruppo Gambero Rosso. da Artribune, magazine online dedicato all’arte contemporanea e ormai leader indiscusso di settore alla rivista del Gambero. Quale è la strategia editoriale del gruppo e con quale logica sei riuscito a cucire interessi così eterogenei? 

La strategia è stata piuttosto lungimirante direi. Ovvero mettere la stessa persona ad occuparsi di due temi che qualche anno fa (2012) sembravano distanti ma che negli ultimi anni sono arrivati ad un livello straordinario di convergenza. Oggi la griglia semantica del mondo del cibo e quella del mondo dell’arte sono quasi sovrapponibili, si tratta in entrambi i casi di raccontare nuovi progetti, nuove aperture, nuove tendenze, nuovi e meno nuovi talenti e soprattutto si parla di raccontare la creatività e i processi creativi che la determinano. In maniera intercambiabile sui due settori e molto stesso in sinergia. 


Parliamo del food. Grande inflazione di contenuti di ogni tipo. Dai canali istituzionali tradizionali ai media cosiddetti informali. Dalla TV a YouTube. Guru, cooking shows, telericettari ovunque. Non ti sembra che la scena sia un poco troppo inflazionata? In un panorama simile come può un utente selezionare la qualità del contenuto?

È una bellissima sfida per noi che siamo un media verticale in questo mondo. Gran parte del “nostro” lavoro, di quello che abbiamo fatto come Gambero Rosso per decenni, oggi lo fanno altri visto che tutti parlano di cibo dalla tv ai grandi prodotti editoriali generalisti. Questo ci spinge ai margini del discorso, fuori dal cuore main stream. E questo è super stimolante: significa cercare contenuti, inventare contenuti, avere una visione che i media generalisti non possono e non vogliono avere. Chi vuole contenuti rassicuranti e normali ha tantissime fonti, chi vuole fare scoperte e scovare chicche deve venire da noi. Naturalmente siamo nicchia, ma una nicchia fertile, evoluta, di grandissimo valore.  

Il Gambero, ricordo la Città del Gusto, è un precursore di format. Cooking shows, food theatre, formazione esperienziale e grande attitudine al coinvolgimento di una community di appassionati. Come sei riuscito a trasportare questo mood (curioso, la correzione automatica trasforma mood in modo) nella rivista attuale?

La rivista attuale è stata progettata guardando molto a quello che il Gambero Rosso faceva negli anni Ottanta e soprattutto Novanta. Quello che stiamo cercando di fare è un newsmagazine culturale, che utilizza il mondo del cibo, del vino, del territorio, dei produttori, degli allevatori, dei viaggi come dispositivo culturale. Come scusa per parlare di impresa, di paesaggio, di creatività.  

Città del gusto

Ci parli del nuovo Gambero Rosso? Stile editoriale, idee, taglio degli articoli. Che cosa i sei inventato stavolta?

Una rivista completamente rivoluzionata che, puntando su firme di qualità (ne abbiamo fatte entrare decine in questo primo anno post restyling), si poggia su tre pilastri: belle foto fatte appositamente per noi, illustrazioni e infografiche e mappe. Un giornale utile, da usare, che ogni volta che si compra “insegni” qualcosa. Senza rinunciare alla piacevolezza della lettura e a imponenti supporti iconografici. Una sfida ambiziosa necessariamente low cost (oggi è molto complicato investire su riviste di carta, come si sa) ma che ha avuto un bel riscontro sia in termini di vendite e abbonamenti sia in un bel ritorno di pubblicità, inserzioni e progetti realizzati assieme con le aziende.  

Obiettivi futuri?

Per quanto riguarda Artribune vorrei creare una scuola di formazione. Per quanto riguarda invece il Gambero vorrei portare sul nostro sito web tutte le tante guide gastronomiche che l’azienda edita. Ecco i due obbiettivi per il 2019 

Creare valore con le Gift card, uno strumento che permette di tracciare dati e fidelizzare i clienti rendendoli allo stesso tempo soddisfatti.

Intervista a Gaetano Giannetto, founder Epipoli
A cura di Redazione

Abbiamo intervista Gaetano Giannetto, che ha consolidato negli anni un florido mercato grazie alle Gift Card, uno strumento ormai molto utilizzato dai consumatori che, oltre a contenere dati, permette di fidelizzare un cliente con la massima efficacia lasciandolo a un tempo soddisfatto.

Buongiorno, lei ha una vasta esperienza nel settore del retail. La prima domanda riguarda lo scenario. Si parla molto di difficoltà del retail fisico a vantaggio del mondo digital. Altri indicano l’integrazione dell’uno con l’altro come l’orizzonte più probabile. Ci sono, poi, quelli che urlano alla concorrenza sleale rispetti ai grandi marketplace di digital retail. Lei cosa ne pensa?

Il mercato del retail non sta andando bene. Ce lo confermano esempi illustri che non riescono a raggiungere il budget previsto.

Il segmento maggiormente in crisi è quello dell’elettronica di consumo che ha rincorso Amazon e le altre principali aziende dell’e-commerce sulla battaglia di prezzo mentre avrebbero dovuto lavorare sul servizio e sull’ampliamento offerta. Le Gift Card sono uno strumento che sta registrando delle crescite a due cifre e si prestano perfettamente al multichannel. Anche sul fronte della loyalty dal mio punto di vista sono state sprecate delle occasioni: Epipoli ha sviluppato un programma che integra la funzione pagamento con quella di accumulo punti e vantaggi (deals, copuon) che potrebbe rappresentare un vantaggio competitivo importante. Ci vuole però una struttura decisionale snella e coraggiosa per intraprendere strade di investimento e non di pura difesa. Peraltro ci si difende contro un player che gode di indubbi vantaggi.

L’omnichannel. Se ne parla davvero molto. L’idea di seguire il cliente per mezzo di un approccio cross-channel è senza dubbio suggestiva. La personalizzazione dell’esperienza, le e gli strumenti di remarketing, la customizzazione dei messaggi e del content sui diversi device. Eppure in questa diffusione di dati sensibili molti vedono dei punti deboli. Con i Big Data quindi cresce l’urgenza di garantire il rispetto delle informazioni. Quale è la sua idea in merito?

Il GDPR avrebbe dovuto, nelle intenzioni, alleggerire la gestione della privacy nella direzione dell’uso decisamente più disinvolto che ne fanno altri mercati come per esempio gli USA. Nella realtà non sono certo che l’obiettivo sia stato raggiunto. In ogni caso temo che la difesa della privacy sia una battaglia luddista: oggi non è sostenibile con i Big Data e l’intelligenza artificiale. D’altro canto se penso all’ingenuità con cui si mettono foto private sui social network, privandosi di fatto della loro proprietà capisco che poi alla fine il tema della privacy non sia così percepito. L’effetto positivo è che con un buon utilizzo della A. I. riceveremmo solo messaggi ai quali siamo interessati. Noi stiamo lavorando per Groupalia con SAS esattamente in questa direzione con grande soddisfazione di tutti.

Parliamo di , di cui lei è specialista. Lei ha fondato MyGiftcard. Ce lo racconta?

Gateano Giannetto, founder Epipoli

Ho introdotto in Italia le Gift Card nel 2006. Sembravo un visionario. Abbiamo convinto alcuni partner – primo fra tutti Mondadori Abbonamenti e un grande retailer: Esselunga. Il primo anno abbiamo venduto qualche decina di Carte e abbiamo brindato. Oggi siamo a diversi  milioni… Non esistono quali i premi fisici, il mondo del welfare ha reso enorme il business. I retailer lo considerano il metro quadro più redditizio del punto vendita. Le nostre Prepagate Mastercard sono una forma di democratizzazione dell’accesso al web perché sono accessibili a tutti, anche ai non bancarizzati. Abbiamo lanciato le prime assicurazioni tramite Gift Card. Abbiamo lanciato la prima Gift Card di raccolta Fondi… insomma abbiamo rivoluzionato tante cose e siamo solo all’inizio. Questo è un mercato che si nutre di innovazione. 

Che valore ha nelle strategie di loyalty e fidelizzazione la creazione di una lift card e, simbolicamente, che valori porta al committente rispetto si suoi clienti?

La Gift Card è il prodotto icona per eccellenza. Mi piace pensare che sia una sorta di voto alla fiducia del Brand e quindi in qualche modo una misura della sua forza e capacità di attrazione. E poi è un eccellente generatore di traffico e un creatore di leads. 

Quali servizi collaterali offrite a supporto della gift card?

Noi seguiamo tutto il ciclo: dalla creazione di una Gift Card privativa o Closed Loop (si tratta elle carte emesse da una azienda e redimibili all’interno dei suoi punti vendita), alle RAN (Restricted Autorization Network) dei centri Commerciali, alle Gift card in vendita prezzo le terze parti: retailer fisici, retail digitali, e-tailer, alle Gift Card per il canale B2B.

Realizziamo tutto: dal motore del programma, cioè la soluzione tecnologica, alla creazione dell’artwork, alla scelta del formato, alla scelta della materia prima (plastica, cartone, carta) alla realizzazione dei planogrammi, alle consegne ai punti vendita, alla gestione dei merchanser, agli espositori, totem. Abbiamo trasformato un prodotto intangibile in una categoria merceologica di pari dignità dei più grandi prodotti di largo consumo. Con la differenza che l’insegna paga solo sul venduto.  Insomma molti ci sono venuti dietro e sono spuntati concorrenti da tutte le parti. Ma non esiste un concorrente che sia presente dappertutto, come noi. Per questo siamo considerati un punto di riferimento e un modello a livello internazionale.

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Se fai fatica a concentrarti sugli obiettivi che riguardano la tua sfera privata e professionale, hai bisogno di un coach che ti sproni e le app motivazionali sono l'alleato tech che ti serviva.

Portare a termine i compiti che ti hanno assegnato è un vero problema per te? Se fai fatica a concentrarti sugli obiettivi che riguardano la tua sfera privata e professionale, hai bisogno di un coach che ti sproni e le app motivazionali sono l’alleato tech che ti serviva.

Plant Nanny, l’app che ti motiva a bere di più

Più bevi, più la tua piantina virtuale cresce rigogliosa: non vorrai mica farla morire? Un’app gratuita che ti motiva a bere più acqua e che stimola anche il tuo pollice verde!

Sweatocoin, l’app che ti paga per camminare

Tu fai mille passi, questa app li traduce per te in un credito da sfruttare per shopping e acquisto di gadget: mica male come motivazione, no?

Fabulous Motivate Me, l’app che ti ricorda di meditare

Ti sei data come obiettivo quotidiano quello di prenderti alcuni minuti per te e il tuo benessere psicofisico? Questa app ti aiuta a mettere al primo posto il relax e la tua daily routine.

Alarmy, l’app che ti tira giù dal letto

La tua più grande sfida è alzarti ogni mattina? Quest’app ti costringe letteralmente ad aprire gli occhi: per disattivarla devi scattare una foto o risolvere un problema di matematica!

NonnaMobile, l’app che ti aiuta a non sbagliare in casa

Con cucina, lavatrici e lavori domestici sei un disastro? La nonna di questa app per i lavori domestici ti spinge a fare del tuo meglio in casa: ricca di consigli e spunti, ha un rimedio per tutto, non puoi sbagliare!

Strides, l’app che ti mette davanti alle scadenze

Quanto manca alla laurea? L’app Strides lo sa e te lo ricorda con notifiche e allarmi. Un po’ ansiogena, ma efficace.

Forest – Stay Focused, l’app che ti tiene lontano dai social

Se devi concentrarti su studio e lavoro ma Facebook ti distrae, pianta un albero su Forest e rimani fissa sulla schermata senza uscire per farla crescere. Se cadi in tentazione e cominci a navigare sul tuo smartphone, il tuo alberello non sarà affatto contento!

Get Sh*t Done, l’app che ti costringe a chiudere un progetto

Farlo o… farlo: per questa app non ci sono vie di mezzo. Mentre ti focalizzi su una task ti lancia messaggi minatori se ti distrai. Come farebbe un vero amico che ti vuole bene!

Livestrong – My Quit Coach, l’app per smettere di fumare

Fumare è un vizio che vuoi proprio abbandonare, ma non riesci a farlo da sola? Quest’app ti sostiene nel tuo progetto di dire addio alle sigarette: evidenza i soldi risparmiati quando non fumi e i tuoi progressi come fosse un gioco, aiutandoti in questa grande sfida. Puoi farcela!

Buddyfy, l’app che ti costringe a prenderti il tuo tempo

La tua vita è frenetica e hai bisogno di un coach che ti ricordi di fermarti, qualche volta? Ecco l’app che fa per te: ti aiuta a tenere sotto controllo l’ansia e a riposarti, ogni tanto.

GoalMap, l’app che ti aiuta a vederci chiaro

Cosa vuoi fare da grande? Come pensi di realizzare i tuoi sogni? Quali sono le tue priorità? Questa app motivazionale è più un life coach che un alleato tecnologico. Però ti aiuta a fissare gli obiettivi giorno per giorno, il che non è malaccio.

Hold, l’app che ti aiuta a disintossicarti dallo smartphone

Può sembrarti un paradosso che a darti una mano a disintossicarti dal tuo telefono sia proprio un , ma Hold, creata da un gruppo di ricercatori norvegesi, serve proprio a motivarti a mollarlo, una volta tanto. Ti basta lasciare il cellulare a riposo il più possibile per guadagnare punti da sfruttare in cinema e altri sconti. Ti basta come gratificazione?

 

 

Strategie experience design

Quali strategie devono adottare i retailer per affrontare il grande cambiamento del digital? Jacopo Paoletti, professione digital marketer, fa il punto sulla situazione.
Hai lavorato nel retail prima di dedicarti alla comunicazione e al digital. Se dovessi mettere sotto analisi il settore, visto che si parla di crisi, quali sono gli elementi sui cui occorre lavorare?

Ho lavorato per 7 anni nel retail, probabilmente per il più grande player GDS di elettronica di consumo che c’è in Italia, prima nel fisico e poi nell’online. Credo che la crisi di questi anni dipenda principalmente da una miopia che c’è stata in questo mercato una decina di anni fa. Gli operatori della grande distribuzione hanno completamente sottovalutato la portata del cambiamento che avrebbe generato l’e-commerce e il conseguente effetto di desertificazione dei grandi centri commerciali determinato dalla diminuzione delle pedonabilità di questi spazi a vantaggio del più comodo “ordino a casa/ricevo a casa/provo a casa” a cui ci hanno abituato colossi come Amazon. L’online sta quindi cannibalizzando la grande distribuzione, esattamente come questa cannibalizzò gran parte del piccolo commercio con il suo avvento: si tratta di un fenomeno che è assolutamente ai suoi inizi, che lascerà sicuramente diversi “morti” sul campo, in particolare chi non saprà cogliere le opportunità di questa inevitabile trasformazione. Personalmente non credo che si tratti di una crisi del retail, ma di una necessaria mutazione genetica di quest’ultimo: se è vero che gli e-commerce stanno erodendo quote di mercato alla /GDS, è anche vero che questi stanno cercando di entrare sul fisico (acquisendo catene retail o aprendo direttamente dei loro punti vendita, come Amazon Go). Questo dovrebbe far capire agli operatori del retail che forse dovrebbero entrare anche loro massicciamente nell’e-commerce integrandolo con i loro punti fisici: questa sarà nel medio termine l’unica via di salvezza.

Si parla spesso di convergenza del punto fisico con il canale digitale. Ma, a guardare bene, in cosa consiste davvero una strategia omnicanale?

Per una vera integrazione fra online e offline, fra fisico e digitale, serve una terapia shock nel retail. Intanto va cambiato il punto di vista degli operatori GDO: bisogna passare dall’essere distribuzione-centrici all’essere realmente cliente-centrici: la prima inversione di paradigma da fare è questa, perché non è un solo un cambiamento di natura tecnologica ma proprio di approccio al mercato. In secondo luogo c’è un tema di digital trasformation, che passa dalla cultura aziendale dall’alto fino alle singole persone di una qualunque organizzazione, e che inevitabilmente arriva ad un cambio profondo di processi e strumenti che ormai non è più procrastinabile. E le parole chiave in questo senso sono sicuramente e-commerce e social media. Si deve davvero pensare il cliente in modo liquido: oggi le persone sono abituate a passare dal parlare con un addetto vendita in un nostro negozio, sulla nostra fanpage Facebook, in una stories su Instagram, o con un nostro call center, e vogliono avere in tutti i casi le stesse risposte, coerenti fra loro, e poter comprare partendo da ognuno di questi canali, sempre avendo una sensazione omogenea sull’esperienza, coerente e uniforme con il nostro brand, a prescindere quindi dal punto di contatto (di persona in negozio con un addetto vendita, al telefono con un nostro operatore, sui nostri canali social, sul nostro sito e-commerce, ecc) e di arrivo della merce (venduta in negozio o spedita direttamente a casa).

 

 

Una delle grandi lamentele dei retailer è la presunta concorrenza sleale di Amazon & Co. Una forza, quella del gruppo americano, che investe tutti gli aspetti dell’impresa innovativa, dal content al delivery. Secondo te, da esperto di comunicazione e digital, quale lezione dovremmo imparare da marketplace di questo tipo?

Le lamentazioni sono una pratica molto comune quando si subisce un cambiamento. Ma ogni cambiamento si può scegliere di subirlo o di cavalcarlo. L’e-commerce è un nuovo canale e come tale è una nuova opportunità anche per i retailer. È chiaro che ogni canale richiede investimenti e non si può pensare di avvicinarsi all’e-commerce senza farne. Quello che consiglio oggi ai retailer è di considerare attentamente quali sono i ritorni di investimento sul canale fisico e sul canale online al momento. Valutando il ROI le risposte sono già tutte lì: chi ha il fisico oggi deve diversificare online, non è una scelta ma una necessità. Ad esempio con Japal.it abbiamo convinto alcuni importanti brand del largo consumo ad ammortizzare l’investimento in e-commerce con un marketplace che mettesse a fattor comune IT, processo e logistica: ad oggi questa scelta si sta dimostrando vincente, perché ha permesso a questi grandi marchi di entrare in un nuovo canale senza dover affrontare grandi investimenti ma gestendo questi nuovi costi in ottica SaaS (Software as a Service), con un forte controllo sul ROI e in particolare sulle performance generate dalle vendite.

Il fatto di aver costruito immensi centri commerciali, come cattedrali nel deserto, non garantisce però che le persone spendano o consumino. C’è bisogno di costruire esperienze e in questo senso, al di là del service design, si cerca di lavorare su format e contenuti. da poco avete organizzato un hackaton sul mondo retail, ce ne parli?

È evidente che, oltre a curare il canale online, bisogna trovare nuove ragioni per portare le persone ad andare nel fisico. I retailer devono puntare sempre di più sullo showrooming (perché il try&buy è un concetto su cui gli e-commerce sono ancora deboli, almeno quanto sono forti nella gestione dei resi, spesso con politiche particolarmente aggressive), e soprattutto sull’innovare la offline. Da questo punto di vista i GDO/GDS (soprattutto nel caso dei grandi formati e delle grandi dimensioni) possono essere delle nuove agorà su cui costruire nuovi servizi ad alta marginalità, oltre alla mera vendita di prodotti massificati. Gli hackathon possono essere un modo per coinvolgere la propria clientela in questo percorso di co-creazione di questi nuovi spazi, e sono un primo passo per rimettere il cliente al centro. Soprattutto i millennials possono essere protagonisti in questa trasformazione se coinvolti nel modo opportuno.

 

 

Il prossimo trend allora saranno eventi, relazioni e spazi di comunità?

Sicuramente sì. Gli Apple Store sono un ottimo esempio di questa strategia basata sui VAS (Value added service, cioè sui servizi a valore aggiunto) dove ha costruito gran parte del suo successo in ambito retail: basti pensare alla posizione della Genius Bar all’interno dei loro negozi (per la gestione dei servizi di post-vendita) o dei Creative (che di fatto vendono corsi ai loro clienti più professionalizzati). Ma queste sono applicabili a qualsiasi target e settore merceologico, si tratta solo di trovare la chiave giusta per ogni contesto. Ed è qui gran parte della sfida per i retailer di domani.

 
 

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Jacopo Paoletti, Digital Marketer, Serial Entrepreneur, Startup Advisor. È stato manager e formatore in ambito digitale in aziende di medie e grandi dimensioni dove si è occupato principalmente di Digital Transformation ed eCommerce; oggi è Founder della holding del digitale Comunicatica, Co-Founder della prima startup italiana sull’Intelligenza Artificiale Userbot, e dell’eCommerce italiano dei grandi marchi Japal.it, nonché Investor nel principale operatore di food delivery nazionale Moovenda e Advisor di moltissime altre startup e PMI. Scrive di Marketing e Comunicazione sul suo blog.
 
 

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5 trend nel digital retail da tenere sotto controllo

Una ricerca di Salesforce ha analizzato le risposte di oltre 6.000 consumatori in 6 Paesi e 1,4 miliardi di visite ai principali portali di shopping online per stabilire come venga percepito il settore dell’.

Lo studio ha analizzato anche 1,4 miliardi di visite ai portali eCommerce in tutto il mondo, 200 casi di assistenza clienti e valutazioni di mystery shopping presso 70 negozi internazionali. I risultati della ricerca rivelano dove e come i clienti interagiscono, dove incontrano le maggiori difficoltà e come vengono interpretati i loro comportamenti dai retailer. Ecco le cinque principali tendenze rilevate:

1 – Gli acquisti online restano i favoriti dei consumatori. Nello specifico:

  • I siti di eCommerce multimarca hanno ricevuto punteggi migliori per quanto riguarda prezzo, varietà e disponibilità dei prodotti.
  • Queste aziende incontrano la preferenza dei consumatori per la qualità dei prodotti, l’innovazione e l’unicità.

2- I siti di eCommerce multimarca vincono per fidelizzazione e secondo acquisto. Nello specifico:

Trovandosi nella situazione di dover acquistare qualcosa per la prima volta, il 50% dei consumatori dichiara di effettuare il primo acquisto in negozio. Dovendo invece comprare di nuovo uno stesso prodotto, la storia cambia. Quando si tratta di fare acquisiti ripetuti, i siti multimarca e multi-categoria vincono senza fatica e il 47% dei clienti dichiara di sceglierli come canali d’acquisto per prodotti già comprati in precedenza. 

3 – I clienti in negozio usano il telefonino sempre di più, ma l’esperienza mobile non soddisfa. Nello specifico:

Il 71% dei clienti dichiara di utilizzare il proprio telefonino in negozio (percentuale che arriva all’83% per i consumatori di età compresa tra i 18 e i 44 anni), rispetto al 62% del 2017. Le attività svolte dai clienti che utilizzano il telefonino in negozio sono diverse e spaziano dall’acquisto alla lettura delle recensioni dei prodotti. Allo stesso tempo, nella ricerca di mystery shopping, il punteggio medio ottenuto dall’esperienza mobile in tutti i negozi è stata solamente di 1,74 su 5.

4 – Sta arrivando il fast retail: i clienti preferiscono rivenditori capaci di muoversi alla loro velocità. Nello specifico: 

Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di fast fashion. La ricerca svolta da Salesforce rivela che il fenomeno, nato per soddisfare sempre le aspettative dei consumatori, riguarda ora anche il mondo del retail, che punta a offrire esperienze d’acquisto e customer journey che si muovono alla stessa velocità di chi compra: il 69% dei consumatori afferma infatti che è importante vedere nuovi prodotti ogni volta che entra in un negozio o un sito per fare shopping.

Il 59% dei consumatori afferma di essere più incline a fare acquisti da aziende che offrono prodotti personalizzati. 

5. Le aziende vincono per valori, personalizzazione dell’offerta e servizio fornito. Nello specifico:

I consumatori premiano chi sa guardare oltre le transazioni commerciali e gli ordini effettuati allo scopo di dare valore anche alla relazione che si va a creare con il cliente.

Qual è il segreto? La condivisione di valori, la capacità personalizzazione e la qualità del servizio. Quindi concentrarsi su valori, personalizzazione e servizio restituisce importanza al contesto del retail poiché dimostrare di voler ascoltare il cliente, andando incontro ai suoi desideri, consolida le relazioni.

 

Gli store si trasformano, diventando dei veri e propri percorsi esperienziali il più possibili interattivi e coinvolgenti.

a cura di Michela Turco
La Nike Experience

Il settore del retail sta subendo un processo di cambiamento dettato da numerose variabili, e sta alla bravura e alla creatività dei brand e degli store di rimanere al passo con i tempi, di ricercare soluzioni innovative, in realtà che esigono sempre più genialità e dove il consumatore sembra sempre non accontentarsi mai.

Oggi si sente sempre più parla di Experience Design: si presta sempre più attenzione alla creazione e alla cura di spazi per renderli il più possibile stimolanti ed entusiasmanti per i consumatori.

Così gli store si trasformano, diventando dei veri e propri percorsi esperienziali il più possibili interattivi e coinvolgenti.

Il design accattivante e gli arredi particolari si accompagnano alle nuove tecnologie come le vetrine interattive, la realtà aumentata o i touchpoint. Ma non basta.

E’ questo il caso di Nike, colosso dell’abbigliamento sportivo conosciuto in tutto il mondo.

Nel Novembre del 2016 Nike ha aperto a New York, nel quartiere di Soho, un negozio all’insegna dell’esperienza personalizzata e dell’interattività, con un connubio perfetto tra servizi e prodotti, dove le parole coinvolgimento ed efficienza risultano essere chiave per questo successo.

Lo store si struttura in cinque piani per un totale di 6.000 mq ed ogni spazio è stato studiato al dettaglio per intrattenere, sorprendere ed emozionare chiunque vi entri. Il piano terra è denominato The Stands, è un’area  “salotto” che rappresenta il punto d’ incontro per il Nike Running Club: una zona dedicata agli eventi e alle conferenze. Altri sono gli spazi presenti nel negozio, come la Running Trial Zone (1° piano per le donne e 3° per gli uomini) che permette di allenarsi su tapis roulant di fronte a uno schermo che proietta immagini di Central Park.

 

In un diverso piano si trova la Soccer Trial Zone un’area in cui si estende un campo di 400 mq di erba sintetica, in cui il personale ti invita a giocare e nel frattempo spiega le caratteristiche e i vantaggi del prodotto che stai provando.

All’ ultimo piano è situata la Basketball Trial Zone, l’intera area è circondata da schermi che trasmettono immagini e suoni, in modo tale da regalare a chi sta giocando un coinvolgimento totale. In questo modo si possono provare le scarpe e allo stesso tempo fare delle esercitazioni personalizzate. Si possono seguire test di abilità dagli schermi digitali o dal personale mettendosi così alla prova per testare le proprie abilità.

 

Ovviamente all’ interno del negozio si possono acquistare vari prodotti, abbigliamento e scarpe, con una zona dedicata all’ esposizione di quest’ultime.

La particolarità sta nella scelta dell’esposizione, le scarpe infatti si trovano dentro teche di vetro. Questa è la capacità di Nike di generare in chi compra una sensazione di esclusività della marca, quando in realtà quest’ultima è tra le più popolari e vendute.

In un’epoca in cui i negozi fisici stanno scomparendo, Nike è riuscita a trovare un giusto equilibrio tra fisico e digitale, delineando la strada dei nuovi store nell’era dell’omnicanalità.

Naturalmente il personale in store gioca un ruolo fondamentale. All’ interno del negozio, dei veri e proprio esperti di stile aiutano il cliente a scoprire il proprio look ginnico ideale.

L’ esperienza del cliente, fa dunque da protagonista in questo nuovo modo di fare retail, dove nulla viene lasciato al caso e chi entra non trova dei semplici commessi, ma del personale esperto, che sa guidare e consigliare il prodotto ideale, perché come dice Heidi O’Neill, Direct to Consumer alla Nike, “lo store offre un’esperienza sportiva personalizzata.”

 

 

 

di Andrea Pugliese

C’è stato un momento nell’ultimo decennio in cui i musei hanno spesso di avere diritto d’esistere in quanto tali. Da quel giorno ci si è cominciati a interrogare sulla loro sostenibilità economica, sul numero di biglietti venduti, sul loro costo, sul “A cosa servono?”

È la classica domanda che segna la fine di un’epoca. Non più dunque santuari della cultura e luoghi necessari ma contenitori che devono giustificare la loro esistenza.

Da lì in poi tutto è cambiato.

La trasformazione in atto è evidente, e i musei che non si adeguano a questa richiesta dell’opinione pubblica con soluzioni che aumentino i flussi, facciano audience development, vengono snobbati dai visitatori, dai flussi turistici, dalle scolaresche sempre meno abituate a concentrarsi e in cerca di esperienze.

Sono oggi cercati e benvenuti coloro che della collezione esposta non hanno alcune cognizione, tantomeno dei periodi storici, degli artisti, delle ragioni che hanno portato qualcuno 400 anni fa a scolpire la storia di una ninfa che per sfuggire a un dio stalker preferisce trasformarsi in un albero. Si tratta di semplici curiosi, flussi di visitatori indirizzati da un tour, da tripadvisor, da una moda.

Il museo dunque si apre a tutti e a tutti deve offrire qualcosa che sembri personalizzato.
Nel museo il visitatore si aspetta di essere stimolato, interessato, meglio ancora se divertito. Al senso delle opere vuole arrivare con esperienze, immersività, qualcosa lo metta al centro della scena e trasformi le collezioni e le opere d’arte in strumenti che diano senso alla sua di vita, in cui si riconosca, che gli forniscano risposte o – perlomeno – domande interessanti.

Come qualsiasi altra attività economica B2C, i musei stanno realizzando di dover essere prima di tutto editori 2.0. La narrazione che producono deve essere bidirezionale, alimentata dai visitatori stessi.

Devono intrecciare le biografie di un artista con quelle di un visitatore, porre il selfie sul livello dell’autoritratto, diventare il contesto ideale per un educational aziendale, per un gioco di ruolo, per coinvolgere, includere e fidelizzare. La tecnologia accorcia le distanze e crea familiarità per portare poi per mano verso mondi e temi sconosciuti.

Creando attorno a sé una community ovunque residente il Museo coltiva il bacino di affezionati che può – ad esempio – finanziarne progetti col crowdfunding o con l’art bonus, può trasformare i visitatori in ambasciatori, può dargli feedback che lo aiutino a rendere l’esposizione più interessante ma soprattutto i servizi accessori più vicini a quello che il visitatore desidera trovare.

 

Fino a modelli di business da osservare con attenzione, vicinissimi a quelli del retail, come quelli londinesi, dove gli ingressi ai principali musei sono tutti gratuiti e la visita è progettata per farti spendere uno sproposito mangiando bene, comprando merchandising fenomenale, partecipando a workshop esclusivi, consentendoti visite guidate premium, rendendoti felice di spendere per il ‘tuo’ museo.

a cura di Davide Pellegrini

Mi ha colpito molto un’intervista a Massimiliano Giorni, Direttore artistico del New Museum di New York, in cui diceva che i musei del domani andrebbero interpretati come “software” aperti.

Nel senso di immaginare un museo prima come spazio virtuale e ideale e poi come luogo fisico. Se pensiamo a una città, all’identità di ogni luogo, sia esso concepito per una proposta commerciale o per un’attività culturale, dobbiamo fare lo sforzo di individuare le dinamiche con il resto del territorio.

Quale funzione esercita un museo e quale un centro commerciale? Come possono integrarsi con il resto della città diventando parte della dialettica tra funzioni, attività, necessità dei cittadini e servizi?

Non sono domande retoriche, semmai fanno riferimento all’idea di interpretare i processi di riqualificazione urbana al di fuori dei limiti del rapporto produzione consumo che, di fatto, hanno contribuito a popolare le nostre periferie di cattedrali nel deserto, centri commerciali spesso con poca personalità e poca offerta di contenuto. Le nuove centralità urbane, le dislocazioni periferiche non potranno più essere semplicemente dei centri espositivi. Bisognerà puntare ad altro.

Immaginare, ad esempio, luoghi aperti come zone franche d’incontro tra professionisti e persone, tra brand e utenti, tra imprenditori e start up. Luoghi in cui le aziende sposano manifesti di valore e rendono le offerte commerciali funzionali alle aspettative dei nuovi clienti. Perché, inutile ricordarlo, l’azienda che saprà mettere sullo stesso piano se stessa e la vita dell’uomo comune (in epoca di post millenials è davvero il valore chiave), avrà vinto. Sarà quello il brand del futuro in cui i prodotti sono solo una parte, una comodità, di una proposta che invece investe l’esistenza del singolo, il suo lavoro, la sua crescita, i interessi e bisogni. Un’azienda, che è anche un problem solver vincente.
L’auspicio è l’incontro tra il settore privato e i centri di ricerca che stanno lavorando sull’innovazione, in ogni forma che il futuro sta prendendo rispetto alla vita produttiva, sociale, culturale e, di conseguenza, rispetto ai modelli di esperienza e consumo della comunità.
Prendiamo il caso dell’Ars Electronica Center. Si legge sul sito:
Sin dalla sua fondazione nel 1996, Ars Electronica Futurelab è stata un laboratorio di ricerca e sviluppo incentrato su progetti che si ispirano a vicenda nell’innovazione artistica e tecnologica. Dai progetti espositivi alle installazioni fino alla cooperazione con le università e il settore privato, il team, che è unito nel suo metodo di lavoro transdisciplinare, persegue un ampio spettro di progetti.
 
Prendiamo il progetto Il Futuro del Lavoro. Nella primavera del 2017, l’AEC viene incaricato dal Centro di Addestramento Audi di Monaco di preparare un evento sul tema della digitalizzazione nell’ambito del Training centrale “incontrare il futuro”. La sfida era organizzare un percorso di formazione per dare ai partecipanti una visione del futuro della società e l’impatto che ciò comporta rispetto alla propria vita personale e professionale. Da sottolineare l’obiettivo:
qui non si tratta di studiare la possibile semplificazione di determinati flussi di produzione, piuttosto di creare un modello di raccolta dati per le fasi iniziali del product design, dal concept fino alla comparsa dei prodotti nelle nostre vite. 
Un modello di formazione e facilitazione, quindi, che partendo dall’idea di futuro cerca di indagare le necessità e le funzioni dei consumatori nell’ottica di offrire soluzioni e strumenti quanto mai innovativi e utili all’azienda così come agli utenti. 

 
 
 

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Applicare il blockchain all'e-commerce. Una formula rivoluzionaria per cambiare la certificazione di prodotti e transazioni.

Anche il Made in Italy, e in particolare il comparto food, sempre più spesso trova un forte alleato nella Blockchain, capace di garantire la qualità dei cibi attraverso una tracciabilità sicura e una certificazione affidabile, a garanzia dei consumatori ma anche dei produttori, che possono così difendersi dai casi di contraffazione.

LorenzoVinci.it, negozio on line di prodotti enogastronomici, lancia una piattaforma per tracciarli e certificarli con la catena dei blocchi. “L’Italia può competere con i grandi produttori internazionali solo se fa leva sulla qualità” dice il cofounder Walfredo Della Gherardesca. Presto l’ICO per finanziare il progetto.

Della Gherardesca spiega che il modello è basato su un processo di certificazione indirizzato al coinvolgimento di una serie di aziende selezionate con prodotti di alta qualità e tradizione. Per ogni prodotto viene definito uno specifico protocollo, che da una parte traccia il metodo produttivo e dall’altra le proprietà organolettiche del prodotto finale: insomma, si certifica (attraverso controlli in azienda e analisi di laboratorio) come si ottiene il prodotto e con quali ingredienti.

Il processo di rilevazione e controllo basato sulla Blockchain si aggancia anche alle attività di vendita attraverso la piattaforma B2B. Quando un partner decide di vendere i prodotti, viene invitato a implementare il sistema di pagamento, la soluzione che permette di accettare e scambiare i Token che rappresentano l’asset di valorizzazione del progetto per la gestione degli scambi. È attraverso i token che si consolida il legame con i partner e i clienti.

Il token è una forma di “remunerazione” per chi lascia la propria opinione, per chi contribuisce a far crescere la conoscenza sui prodotti e sulla loro qualità. Se la comunità poi cresce e con essa crescono gli scambi, cresce anche il valore dei token. Ecco che vengono premiati coloro che entrano a far parte della community e con questo “premio” sono incentivati a comprare i prodotti che preferiscono.