Strategie

Lego Serious Play è un metodo di facilitazione che aiuta le persone a far emergere talenti e abilità per la ricerca di soluzioni a problemi anche complessi. Giorgio Beltrami spiega il metodo.

a cura di Davide Pellegrini

Lego Serious Play è una metodologia di facilitazione ormai riconosciuta. Utilizzando il modello della costruzione con il celebre mattoncino, questo approccio consente di lavorare sulla crescita di skills e abilità progettuali e collaborative, consentendo a ognuno di trovare soluzioni a problemi anche complessi. Ecco cosa ne pensa Giorgio Beltrami, Lecturer all’Università Bicocca di Milano, Innovation Designer, Facilitatore di LEGO SERIOUS PLAY e autore di un saggio sul metodo.

Giorgio Beltrami

Da tempo ti occupi di formazione nel settore dell’innovazione. Com’è cambiato il modello dell’apprendimento nelle aziende e quali sono gli asset strategici su cui sarebbe meglio investire?

Mi pare sia ormai matura e consolidata la consapevolezza che il processo di apprendimento è tanto più efficace quanto più riesce a rendere i partecipanti parte attiva del processo di apprendimento stesso. In tal senso, quindi, si assiste a una crescita quotidiana di metodologie e strumenti che hanno come obiettivo il pieno ingaggio dei partecipanti. Ciò che non è cambiato è il senso dei modelli formativi: da uno, portatore di know how (il docente) a molti che sono chiamati a fare proprio quel know how. In tal senso la facilitazione inverte la formula: a fronte di una domanda, una domanda potente, sono i molti (i partecipanti) a sviluppare soluzioni e contenuti.



La formazione è sempre più sostituita con la facilitazione. Da uno schema più tradizionale e, se vogliamo, univoco di trasmissione delle conoscenze e di consolidamento delle competenze ad approcci aperti, flessibili, partecipati. In che consiste davvero la facilitazione professionale?

La facilitazione professionale o esperta consiste nella capacità di creare un ambiente “safe” (sicuro) in cui la persona possa fornire il suo personale e originale contributo nella ricerca di una soluzione condivisa. In tal senso è cruciale il ruolo del facilitatore come colui che porta le regole, governa il processo e crea le condizioni per un confronto orientato alla ricerca di soluzioni, evitando derive come la personalizzazione del confronto o della discussione.



Sei ormai un riconosciuto esperto della metodologia Lego Serious Play. Perché è utile e come riesce questo strumento a favorire approcci di team building?

Il metodo LEGO SERIOUS PLAY in realtà non è un metodo di team building, ma di risoluzione di problemi. Il focus non è quindi sulle dinamiche che caratterizzano la vita di un team, ma sulla ricerca di soluzioni attraverso il team e le risorse presenti nel team. Ovviamente, tra le soluzioni che si possono cercare vi sono anche quelle per rendere un team più efficace, veloce, concreto e performante. Ed è nello stesso processo di esplorazione di soluzioni condivise che il team si edifica, cresce e si consolida diventando il miglior team possibile. Potremmo dire, quindi, che si fa squadra lavorando a una soluzione: un piacevole “effetto collaterale”.



Rispetto al nostro tema, il team building appunto, e vista anche la vastità di campi a cui è possibile applicarlo, come è cambiata negli anni la cosiddetta formazione ludico-esperienziale?

Forse è maturata la consapevolezza che un’attività di team building che non sia intenzionale o capace di generare soluzioni concrete può risultare sterile o una bella giornata diversa dalla routine. È pur vero che si assiste a una sorta di paradosso. Da un lato, le organizzazioni sempre più selettive e alla ricerca di proposte di qualità: una ricerca che non può che fare bene alla crescita qualitativa delle proposte stesse che non possono essere approssimative o improvvisate. Dall’altro lato, la selettività di cui si diceva non ha impedito la crescita esponenziale di metodi e strumenti che, pur garantendo la copertura di qualsiasi esigenza organizzativa, rischiano però di aumentare la complessità e la confusione del processo di selection. Una ricchezza e una confusione che possono indurre a scelte più dettate dalla moda del momento che dall’effettivo bisogno organizzativo. Insomma, bisognerebbe trovare il giusto compromesso tra necessità di qualità e selettività e ricerca di metodo e strumenti innovativi, creativi e capaci di portare una ventata di novità.



Ci parli del tuo saggio su Lego Serious Play?

Edito da Franco Angeli nel 2017, LEGO SERIOUS PLAY: pensare con le mani è nato dalla necessità di far conoscere il metodo LSP attraverso punti di vista originali che, proponendo un’ampia casistica, offrano al lettore la possibilità di cogliere tutte le potenzialità del metodo e poter rispondere alla seguente domanda: “questo metodo potrebbe fare per me, per il mio team o la mia organizzazione?”. Tra i tanti spunti presenti nel libro, mi piace ricordare in particolare il capito dedicato alle mani come “organo dell’intelligenza”, una definizione presa da Maria Montessori, le cui considerazioni sull’uso delle mani, dell’immaginazione e della creatività a favore del processo di apprendimento rivestono un ruolo centrale per la piena comprensione del metodo LSP.

Dalle classiche agenzie di viaggio che proponevano pacchetti standard al concetto del viaggio motu proprio.

a cura di Progettomenodue

L’ industria del turismo gode di ottima salute. Secondo i dati dell’OMT (organizzazione mondiale del turismo) il 2018 ha registrato una crescita del 6%. E’ uno dei settori che forse è riuscito a rispondere in maniera più adeguata alle nuove richieste, consapevole del fatto che il modo di viaggiare sia radicalmente cambiato negli ultimi vent’anni.

Dalle classiche agenzie di viaggio che proponevano pacchetti standard e la presenza di un mediatore, con l’avvento di internet si è passati al concetto del viaggio motu proprio.

La possibilità di organizzarsi autonomamente, il digitale e i costi più abbordabili di voli e sistemazioni, hanno di fatto contribuito a creare un nuovo modello di viaggiatore e di viaggio, tagliato su misura di esigenze e interessi personali.

Le destinazioni, come le imprese, devono perciò adattarsi ad essi per essere competitive e offrire esperienze di viaggio significative.

E’ ancora una volta il a tenere traccia di questi cambiamenti. I nuovi hotel si contraddistinguono per un ritrovato minimalismo: colori caldi, linee pulite, legni robusti e non trattati che pongono l’accento sull’essenziale e sull’idea di prendersi del tempo per esplorare i dintorni.

Non sono hotel che ambiscono ad essere protagonisti, né sui social né per sé; piuttosto rispondono alla domanda di viaggiare senza superfluo, in località a volte poco conosciute, in grado di rilassare sia il corpo che la mente.

Enso Ago è un hotel a Kyoto che amplifica il concetto di dispersione e di wanderlust: cinque edifici, tutti separati da un tragitto di almeno dieci minuti obbligando di fatto gli ospiti a spostarsi e, nel mentre, imbattersi in un giardino buddista con sessioni di meditazione o corsi di cucina locale.

Sperimentare il silenzio, trovare un rifugio accogliente, una sauna tradizionale e camminare alla scoperta di librerie indipendenti lo si può fare anche nelle grandi metropoli. A New York, lo scorso anno, ha aperto nel Lower East Side Sister City Hotel, un nuovo concept lean luxury di Ace Hotel dove le duecento stanze rifuggono da piscine, lounge opulente e bagni in marmo. Less, but better è il loro claim.

I confini tra interno ed esterno si fanno sempre più sottili: il contatto con la natura e il design green hanno creato nuovi spazi che enfatizzano un lifestyle bucolico, in cui si invita il viaggiatore ad apprezzare la bellezza della natura.

Dal Mandrake di Londra col suo cortile di gelsomini e fiori della passione e un bar che serve cocktail botanici, all’ Habitas di Tulum in Messico, un edificio completamente in vetro che permette una vista a 360 gradi sull’oceano.

O, a pochi chilometri da Cortina, si può prenotare la Starlight Room, una camera in vetro a duemila metri di altezza con vista sul cielo stellato. Una baita moderna, dotata di tutti i comfort: dal letto motorizzato per trovare la prospettiva migliore per ammirare le Dolomiti, alle cuffie con playlist musicale selezionata, alla cioccolata e ai mignon di grappe.

Ultimo arrivato a livello di proposta è il bed&tree, ossia la possibilità di dormire in una casetta sugli alberi.

Già sperimentato con successo in Svezia dove il Tree Hotel offre sei casette di varia forma e dimensione, sospese a quattro metri di altezza. Biancheria e arredamento sono in stile scandinavo. Ogni casetta è stata progettata per essere a impatto zero. Dormirci però non è per tutte le tasche visto che una notte costa circa tremila euro. Che, se fortunati, risultano ben spesi a fronte dello spettacolo dell’aurora boreale.

In Italia, il primo bed&tree è stato aperto a Biccari, in provincia di Foggia, all’interno del parco naturalistico dei Monti Dauni.

Apprezzabile il fatto che sia nato proprio in Puglia, all’interno del festival del turismo sostenibile, in una regione in cui il turismo selvaggio degli ultimi anni ha creato ecomostri e conseguenze devastanti per il paesaggio.

A questa vague minimalista fa da contraltare un’altra estetica in cui colori e forme eclettiche giocano un ruolo fondamentale.

Queste strutture strizzano l’occhio ad una fetta importante di viaggiatori ai quali l’industria del turismo si sta rivolgendo sempre di più: i Millenials.

Millenials

Generazione che adora viaggiare e che muove circa 180 miliardi di dollari all’anno. E dato che si tratta di persone che stanno progressivamente raggiungendo il picco delle loro entrate, il turismo dovrà essere in grado di offrire esperienze uniche e personalizzate, aldilà delle semplici amenità tipiche di un hotel. Oltre che spostarsi, adorano condividere sui social tutti gli aspetti della loro travel experience. Ecco perché molte sistemazioni sembrano dei veri e propri set fotografici.

Come l’Art Hotel di Ibiza, un trionfo di rosa, ispirato alla Miami degli anni Settanta e al radicalismo di Archizoom. Neon, tropical vibes e carte da parati chiassose riempiono i feed Instagram dei millenials che cercano nel viaggio un’estensione di se stessi: giovani, decisi, connessi e carefree.

Dei veri e propri nomadi, non solo digitali, che ultimamente hanno riscoperto il viaggio on the road. Il motel è infatti una formula che è stata riscoperta ed ha subito un grosso restyling.

Rifacendosi allo spirito della beat generation e caratterizzato da un design nostalgico mid-century, le furono stanze anonime si sono tinte di colori pastello.

Il più gettonato è il Drifter a New Orleans, sorto sulle ceneri di un motel degli anni Cinquanta, oggi super frequentato (e fotografato) per la sua piscina che ospita eventi, foodtrucks con cibo e birre artigianali, in partnership con piccole brewery del posto.

Drifter Hotel

Il turismo rappresenta un settore cruciale per l’economia di molti paesi, ecco perché l’offerta nei prossimi anni dovrà essere elaborata con estrema cura e molto diversificata tenendo conto di tutte le nicchie di mercato.

Identità, passione e visione sono le colonne fondamentali su cui ogni azienda dovrebbe lavorare costantemente:

A cura di Redazione

La gestione di un marchio è un’attività particolarmente complessa e articolata che però rappresenta la chiave del successo per un prodotto e per un’intera azienda. Occorre monitorare in maniera costante vari elementi distintivi del brand come: la notorietà del marchio, la qualità del percepito, la fedeltà dei clienti e l’associazione di valori.

Fare Brand Management significa coordinare l’insieme di tutte queste attività per creare una relazione solida e duratura tra l’azienda e il consumatore. 

Abbiamo rivolto alcune domande a Davide Cavalieri, General Manager di Cavalieri Retail, per avere una visione più ampia sullo sviluppo di un Brand e le sfide del futuro.

Come si valorizza un marchio?

Qualsiasi azienda lavora per costruire valore nella propria marca che, come una catena, permette di incrementare anche il valore percepito dei propri prodotti o servizi. Per creare e rafforzare questo valore occorre lavorare su tre aree specifiche: la brand awareness, la conoscenza o consapevolezza di un marchio, la brand reputation, ovvero il livello di reputazione di cui il brand gode, e infine la desiderabilità e attrattività del marchio.

Brand Awareness
Brand Reputation

                                                                                                                                           Esistono brand molto targettizzati e altri invece più trasversali. Può farci qualche esempio?

Di fatto ogni generazione ha dei brand in cui si riconosce di più e che apprezza maggiormente. Sicuramente un caso da citare è “Off-White”, un brand di streetwear che si ispira alla cultura contemporanea per creare linea di abbigliamento per i più giovani, diventando per loro un brand di riferimento e di forte attrattività. Gucci, invece è uno dei pochi marchi che ha saputo posizionarsi trasversalmente su più generazioni, dai babyboomers alla generazione Z.

Off White

Come si costruisce l’attrattività di un brand?

Attraverso l’identificazione di quelli che sono i canoni e i valori percepiti dal target del brand, in termini di benefit, effetto emulativo e persuasivo. Grazie a questa capacità un brand può davvero assumere un valore determinante per il target di riferimento. Quindi, in sostanza, il vero valore per un marchio è la capacità di creare attrattività legata alla sua immagine e ai suoi prodotti.

Quali sono le sfide del futuro per i brand?

La sfida più importante che si sta già giocando oggi, è la capacità di definire una forte identità, notorietà e valore del brand che però non devono essere costruiti seguendo modelli standard o banali, ma progettati su canoni e codici ben precisi. Il brand non deve far nascere un desiderio di acquisto ma stimolare il “non posso non averlo!”. Riassumendo, il valore di una marca è strettamente collegato alla sua identità: più quest’ultima è solida e coerente, più i valori aziendali saranno chiari e semplici da comunicare.                                      

Identità, passione e visione sono le colonne fondamentali su cui ogni azienda dovrebbe lavorare costantemente: nel primo capitolo di “Un desiderio chiamato retail”, Davide Cavalieri affronta in modo semplice ma approfondito queste tematiche, arricchite da numerose case study e aneddoti raccolti nei anni 30 anni di esperienza nel mondo retail.

Per maggiori informazioni: http://bit.ly/UnDesiderioChiamatoRetail

Monster Manor è un gioco gratuito che aiuta le famiglie con bambini affetti da diabete di tipo 1 a monitorare il loro stato di salute.

a cura di Matteo Bonanno

Monster Manor è un gioco gratuito che aiuta le famiglie con bambini affetti da diabete di tipo 1 a monitorare il loro stato di salute e a seguire le tabelle di terapia. Il suo obiettivo è quello di coinvolgerli nella gestione del proprio stato di salute e farli partecipare consapevolmente al processo di cura giocando e divertendosi.

Il gioco è integrato con l’applicazione per il tracking del diabete BlueLoop, che permette ai bambini di inserire facilmente i propri dati sul diabete permettendo ai genitori di controllarli sempre e ovunque.

Ogni volta che il bambino inserisce i dati su BlueLoop ottiene una ‘pinata’ da poter rompere su Monster Manor. Le pinatas contengono ogni sorta di cose divertenti, dai ‘Beanz’ che lo aiutano a collezionare nuovi mostri ai ‘Gold’ con cui acquistare nuovi pet per i loro mostri.

Sempre nell’ottica di premiare i bambini i genitori possono intervenire sul gioco con specifiche e regali al conseguimento di importanti risultati. Possono, per esempio, inviare ‘pinatas’ aggiuntive.

Il tutto è progettato per permettere ai genitori di supportare i bambini giornalmente e aiutarli ad occuparsi attivamente del diabete.

Schermate da Monster Manor

Il gioco è attualmente in closed beta ed è scaricabile qui:

Le linee guida neuroscientifiche sono di enorme supporto nel “sensory branding”. Gli utenti sono sempre al centro. È il loro viaggio che conta.

a cura di Davide Pellegrini

Come stanno evolvendo le tecnologie interattive per i brand? Tra interaction design e sensory branding, lo abbiamo chiesto a Mick Odelli, founder di DrawLight.

Mick Odelli

Mick Odelli, sei il founder di Drawlight, una company di alto valore tecnologico che opera, per riassumere nel migliore dei modi, nell’interactive design. Mi sembra di capire che, nonostante la quantità di servizi, dalla produzione e postproduzione video alla realtà immersiva, dalle installazioni interattive al videomapping, il fil rouge sia l’engagement degli utenti. Come descriveresti quello che fate?

Siamo sempre stati una realtà camaleontica, spinta da passione e innovazione. Due fattori che impongono elasticità e continuo cambiamento in relazione alle nuove tendenze e tecnologie. Ad oggi DrawLight è diventata molto matura nella realizzazione di Esperienze ad alto contenuto emozionale. Utilizziamo creatività, arte, tecnologia e neuroscienze per provocare stati d’animo e memorie nelle persone. L’engagement è sicuramente parte integrante degli ingredienti, e punto forte fin dal nostro passato. Ma ad oggi siamo più concentrati a creare un legame duraturo tra il visitatore e il brand, che vada oltre il contesto del momento. Le linee guida neuroscientifiche sono di enorme supporto in questo obiettivo. Riassunto in una parola, possiamo dire di fare “sensory branding” in modo molto spinto! Gli utenti, certamente, sono sempre al centro. Questo concetto è chiave. È il loro viaggio che conta.



Mi sembra di capire che la contrapposizione tra realtà fisica e mondo digitale possa alla fine risolversi con l’idea di integrare contenuti amplificati e interattivi nell’esperienza quotidiana delle persone. Come immagini il futuro della realtà aumentata?

C’è un termine che inizia a circolare: esperienze “Phygital“. Fa sempre un po’ sorridere vedere spuntare nuovi termini di continuo. Ma ha un suo perché. La realtà aumentata implica tendenzialmente che serva un device per vedere un mondo digitale sovrapposto a quello reale, sia esso un cellulare o un caschetto virtuale. Le esperienze che creiamo nel mio studio sfruttano principalmente la luce indiretta di videoproiettori particolari, proiettata direttamente sul mondo reale. Nessuna tecnologia da indossare o utilizzare. La proiezione interagisce con le geometrie. La luce non è diretta, ma riflessa, e quindi non invadente. E l’esperienza del visitatore è libera da vincoli, ed è naturale. Il futuro va in questa direzione. Ambienti fisici costruiti per accogliere una luce dinamica ed interattiva, in grado di far comunicare gli spazi indoor, siano essi retail, museali, wellness, hotels, ospedali o aeroporti. Ciò che vivremo sempre più sarà l’esperienza di interazione. Un’esperienza passiva, non data da un utente costretto a “cliccare” per interagire, ma dove la tecnologia possa leggere in modo non invasivo il comportamento fisico ed emozionale delle persone, e reagire di conseguenza. Ambienti che si relazionano al battito cardiaco del visitatore, e ne influenzino il rallentamento sincronizzandosi con esso, attraverso esperienze visuali sovrapposte all’architettura reale, di modo da provocare relax e benessere.Spazi che si adattano in funzione dei gusti e necessità delle persone. Abbiamo realizzato un esperimento neuroscientifico nel 2018 dove abbiamo dimostrato come un ambiente “augmentato” da queste esperienze audiovisive possa di fatto influenzare in modo estremamente positivo lo stato d’animo di chi le vive. E siamo riusciti a farlo con rigore scientifico e con un’attendibilità dei dati del 99%. La tecnologia c’è e i tempi sono maturi.



All’attività di designer unisci quella di divulgatore video. Con un canale YouTube e un taglio molto originale parli di diverse tematiche, sempre con l’idea della divulgazione di alto livello. Una testimonianza di come YouTube stia riassumendo diverse finalità nell’unico linguaggio dell’entertainment. In un video hai descritto come cambiare o sta cambiando il retail? Cosa ci dici in proposito e che devono fare i retailers per allinearsi al futuro che avanza?

Il canale YouTube è un’espressione delle mie personali passioni, ma funge anche da manifesto di DrawLight. In merito al retail, stiamo vivendo un forte cambiamento di paradigma. L’online retail cresce del 24% l’anno, mentre nel 2017 hanno chiuso 8400 negozi solo negli Stati Uniti. Questo ci ha portati a un 2018 dove si è stati costretti a ripensare ai ruoli di questi due mondi, quello online e quello fisico. Il sito internet – il media – è diventato lo store. Usiamo internet per acquistare. Ma l’aspetto interessante è che lo store – il negozio – è pronto a diventare il media. Il touchpoint più importante tra persone e brand. Ci si è accorti che le dinamiche del comportamento d’acquisto online pongono il prodotto al centro, anziché un brand o le persone. E proprio per questo Amazon è un grande player. E se fino a poco tempo fa non si capiva come mai i millennials non rimanessero fedeli ai brand e continuassero invece a saltare tra differenti marchi, ora si è compreso come questo sia legato al fatto che l’ecosistema di internet non ha gli strumenti per creare legami duraturi tra le due parti. Lo shopping online presenta prodotti, funzionalità e prezzi. Non ha i mezzi per trasferire tutti i valori intangibili di un prodotto o di un brand. Per fare ciò serve un’esperienza d’acquisto differente, che coinvolga i sensi (altresì detto polisensualismo o LOTS – language of the senses) e che attivi delle emozioni nelle persone, in grado di creare in loro una memoria di esperienza appagante. Lo spazio fisico serve a questo. E i player più importanti lo hanno capito e si stanno organizzando per agire. Vedremo sempre più negozi diventare museo del brand, percorsi sensoriali dove il prodotto è totalmente secondario all’esperienza (3 su 4 millennials ha dichiarato di preferire esperienze a prodotti). I negozi saranno un’espressione di lifestyle, di ispirazione, dove il brand funge da mentore che accompagna l’eroe – il consumer – verso un percorso di esplorazione emozionale. Elementi come lo storytelling e il coinvolgimento dei sensi saranno essenziali. Ed ecco perché le neuroscienze giocano e giocheranno un ruolo molto importante in merito. Si dice che lo spazio retail perfetto sia quello che, come Tinder, si propone come piattaforma di incontro emozionale tra il consumer e il brand.



Che ruolo possono avere le tecnologie immersive, la realtà aumentata, gli allestimenti interattivi per potenziare l’offerta di uno store? Puoi raccontarci come, secondo te, si “disegna” un’esperienza end user?

Ogni nostro progetto è uno “special project” per cui tende ad avere un forte elemento di originalità. Il concept e il contenuto sono la chiave. La tecnologia è solo un mezzo. Quest’ultima però ci permette di lavorare con un nuovo canvas, costituito da 2 elementi principali: gli spazi architettonici dinamici, e la comunicazione bidirezionale tra spazi e persone (non solo negli store). Per spazi architettonici dinamici intendo ambienti dove le pareti cambiano aspetto in funzione di come si vuol far vivere l’ambiente. Noi le chiamiamo “atmosfere immersive”. Oltre a permettere un’esperienza emozionale di alto livello, grazie agli effetti ottici che possiamo creare con il digitale, uno store può cambiare pelle ogni qualvolta ne abbia bisogno. In funzione di una nuova collezione, di un momento importante, di un orario della giornata. Una vetrina può fare questo anche oltre l’orario di chiusura e far pulsare lo store senza sosta. La comunicazione bidirezionale è una conseguenza di tutto ciò. È possibile far comunicare consumer e architettura. Consumer e prodotto. Consumer e brand. E non solamente in modo univoco, come è sempre stato con l’advertising. Ad oggi siamo in grado di creare esperienze molto personali, relazionandoci alle biometriche, alla capacità di riconoscere gli stati d’animo delle persone (senza in alcun modo intaccare la privacy: non so chi sei, so solo che sorridi). Se in un angolo dello store vedi una borsa che ti piace, questa può reagire, e attraverso videoproiezioni che la avvolgono, può comunicare qualcosa di se stessa, come è stata realizzata, il concept con cui è nata, e così via. Il consumer ha una reazione, l’ambiente la percepisce e reagisce di conseguenza, e questo crea una continuità di comunicazione. Se poi il consumer gradisce che il brand sappia qualcosa di più dei propri gusti, come accade online, l’esperienza d’acquisto può essere estremamente personale, dove l’ambiente suggerisce uno stile, un colore, prodotti specifici, o ancora evidenzia solo le taglie disponibili simili a quella dell’utente. Se poi porto un capo nel camerino, questo può essere uno spazio intelligente, che riconosce tale capo e di conseguenza mi fa vivere un’esperienza molto più completa con il prodotto, proprio in un momento intimo in cui desidero conoscerlo meglio. Un’aspetto molto importante da tenere in considerazione nonostante tutto questo, è che prima di tutto il consumer deve vivere un percorso emozionale, che lo porti lentamente a dimenticare la frenesia della quotidianità, verso un momento di consapevolezza del sé e di benessere. Solo così, attraverso questo sincronismo, questo momento empatico, si può creare un forte legame (anche chimico) tra consumer e brand. Lo shopping ad alta frequenza continuerà ad esistere, ma per i brand che vogliono mantenere una posizione diversa, caratterizzata da prodotti di alto livello perché ricchi di valore intangibile, l’esperienza d’acquisto dev’essere un percorso di wellness, di rallentamento e di esplorazione.

Lo studio di Draw Light

Che obiettivi di crescita per Drawlight?

Negli ultimi 2 anni DrawLight ha a suo modo vissuto un cambiamento. Abbiamo compreso il nostro Perché, il nostro Key Purpose. Siamo passati dal risolvere specifiche necessità per i nostri clienti, a proporre pro-attivamente un nuovo approccio ai progetti. Tendiamo a non essere più visti come un fornitore, bensì un partner, chiamato a tempo debito per affiancarsi al nostro cliente nel ragionare su come creare percorsi o situazioni immersive che possano veramente fare la differenza là fuori. La parte consulenziale e di pre-produzione sta diventando sempre più importante, ma rimaniamo anche una realtà che continua e continuerà a generare i contenuti audiovisivi in-house, in modo da avere il pieno controllo dell’aspetto qualitativo di ciò che offriamo. Vedo il nostro brand come un catalizzatore di differenti skills e risorse. La parte neuroscientifica ne è stata la prova. Siamo in un periodo storico nel quale solo un mix tra varie discipline può essere la vera chiave innovativa. Dal punto di vista della realizzazione dei progetti, il nostro obiettivo è quello di dimostrare misurazione, tangibilità. Il nostro lavoro è molto artistico. E questo da sempre ha significato che l’aspetto estetico di quello che realizziamo guidi le scelte. Ma non è corretto. L’estetica è soggettiva. Nell’ambito retail, per esempio, i brand hanno bisogno di risultati oggettivi. Ecco perché da 2 anni stiamo lavorando per creare ambientazioni che siano certamente appaganti a livello visivo, ma anche emozionalmente attivanti a livello più oggettivo possibile, con la scienza. Per i brand è importante sapere che qualcosa porti risultato. L’approccio artistico non basta.

Nei prossimi anni, per quanto ambizioso, il nostro obiettivo è quello di porci come punto di riferimento nell’ambito delle esperienze immersive, soprattutto in ambito retail. Non siamo uno studio che realizza 10 progetti al mese. Ci siamo sforzati di cambiare anche in questo. Vogliamo dimostrare con pochi visionari progetti, come le nostre realizzazioni funzionino veramente. E concentrarci nel cavalcare l’onda del cambiamento. Adattandoci ai trend, ma continuando a costruire solide basi che garantiscano che il nostro approccio è diverso, ma funziona.



Mick Odelli, founder DrawLight, innovation consultant with a strong urge of expressing himself through digital augmentation. He’s specialised in visual and interactive technologies. His team’s job is to research, ideate, propose, and deliver immersive experiences through innovation and technology.

La confusione è il primo nemico di una buona vetrina. È fondamentale essere precisi ed ordinati non solo nell’allestimento – evitando quindi elementi fuori posto o in disordine – ma anche nei messaggi.

A cura di Redazione Cavalieri Retail

Sarà vero che in uno store costruito come si deve “anche l’occhio vuole la sua parte”? Senza dubbio gli elementi visivi – il cosiddetto visual merchandising – sono fondamentali per rendere un punto vendita attrattivo ed efficace.

In un contesto di sempre maggior concorrenza (offline e online) una cura degli elementi visivi consente di rafforzare l’immagine del brand, di incentivare gli ingressi nello store e di stimolare gli acquisti, in un redditizio circolo virtuoso.

Non possiamo però affidarci alla sola valutazione estetica per capire l’utilità dell’impatto visivo di un punto vendita: è impensabile valutare una vetrina di uno store Prada con gli stessi criteri che adotteremmo per una tela di Modigliani, è invece necessario comprendere in profondità gli scopi e le potenzialità di tutti gli elementi visivi di un punto vendita, per sfruttarli al meglio e raggiungere il cliente.

La vetrina

La vetrina di uno store è senza dubbio l’elemento con il potenziale più alto: è il primo punto di contatto fisico con il cliente, e può essere cruciale per veicolare il proprio messaggio. Ha lo scopo di instaurare una relazione tra il pubblico e il punto vendita, catturando l’attenzione dei passanti e raccontando in maniera chiara, diretta e enfatica i valori, lo stile e la personalità dello store. La sfida è sempre più complicata: negli ultimi anni infatti il pubblico è sempre meno sensibile alle vetrine, complice probabilmente la sovraesposizione.

Allestimento vetrina

Secondo uno studio osservazionale condotto da Cavalieri Retail in 3 centri storici italiani nel 2000 il 9,5% del pubblico che si trovava a passeggiare davanti a uno store sceglieva di fermarsi ad osservarne la vetrina; nel 2018 questa percentuale scende al 3,2%.

Certamente l’impostazione e l’allestimento di una vetrina dipende in gran parte dal tipo di storetarget, tipologia di prodotto, posizione – esistono però principi generali validi quasi universalmente, per sfruttare al meglio lo spazio più visibile del punto vendita.

  • LA VETRINA È UN MEDIA, NON UN CATALOGO

Uno degli errori più ricorrenti nell’impostazione di una vetrina è la scelta di esporre troppi articoli. Sarà capitato a tutti di passare davanti a vetrine sovraffollate, cariche di prodotti di ogni tipo, senza una logica o un principio di fondo.

L’allestimento dovrebbe essere capace di creare un punto focale dove far cadere lo sguardo del cliente. La vetrina non è un catalogo: non serve a mostrare ai potenziali clienti tutto l’assortimento dello store; il suo scopo, piuttosto, è raccontare una storia che coinvolga il pubblico e lo invogli ad entrare.

Il protagonista della vetrina non sono i prodotti, ma è il messaggio che si vuole veicolare: i prodotti diventano così strumenti al servizio della narrazione.

  • COMUNICA UN MESSAGGIO

La confusione è il primo nemico di una buona vetrina. È fondamentale essere precisi ed ordinati non solo nell’allestimento – evitando quindi elementi fuori posto o in disordine – ma anche nei messaggi. Una vetrina efficace trasmette un solo messaggio, chiaro ed efficace, che possibilmente coinvolga emozionalmente il pubblico.

Una buona pratica è cambiare molto spesso la vetrina, adattandola a momenti particolari del calendario (Halloween, San Valentino) o a caratteristiche particolari della collezione – senza mai sovrapporre i messaggi.

Cercare di dire troppe cose significa, in sostanza, non dirne nessuna: meglio scegliere un messaggio forte e dedicargli il giusto spazio.

  •  TRASMETTI IL TUO DNA

Mostrami la tua vetrina e ti dirò chi sei: un buon allestimento trasmette immediatamente l’identità dello store a cui appartiene, il suo DNA. Alcuni brand hanno fatto delle loro vetrine elementi di posizionamento e di riconoscibilità del brand: una vetrina Louis Vuitton, ad esempio, è immediatamente riconoscibile, anche senza nessun logo o indicazione specifica, e vale lo stesso per brand totalmente diversi, come Tiger o Intimissimi. I colori, le forme, i caratteri di una vetrina devono riflettere il DNA dello store, e imprimerli nella memoria del pubblico.

  • PARLA AL TUO TARGET

Anche se è posizionata nel punto più trafficato della via più frequentata della città, la tua vetrina non può parlare a tutti.

Coerentemente con tutti gli elementi di comunicazione del brand, anche la vetrina deve avere un target ben preciso su cui veicolare i propri messaggi.

Lo scopo dell’esposizione deve essere far entrare chiunque dentro lo store, ma essere un driver per portare verso l’acquisto il segmento di pubblico in target – e quindi più propenso alla conversione in acquisti.

L’allestimento interno

Gli elementi visivi di uno store ovviamente non si esauriscono con la vetrina, ma anzi trovano la loro massima espressione nei numerosi elementi di allestimento interno. Pannelli espositivi, totem digitali, manichini: tutto deve concorrere ad un’immagine coerente e che serva da supporto al cliente nella sua in-store experience. Un buon allestimento, a volte, può anche sostituire in parte il lavoro degli assistenti alle vendite, soprattutto nei momenti di maggiore affluenza di clientela. Anche per gli elementi interni di visual merchandising esistono principi di base, validi per ogni tipo di store.

Allestimento interno
  • CREA UN AMBIENTE ACCOGLIENTE

Cosa vede il cliente appena entra nel punto vendita? Ogni elemento è potenzialmente decisivo perché prosegua nella sua shopping experience, arrivando fino al momento dell’acquisto. Gli elementi visivi devono proiettare il pubblico in un ambiente dove possa trovarsi a suo agio e mai spaesato: servono indicazioni chiare, spazi ordinati e comprensibili, e coerenza con i messaggi trasmessi dall’allestimento della vetrina.

  • ACCOMPAGNA IL CLIENTE

Uno degli scopi dell’allestimento visivo è guidare il cliente, accompagnarlo in un percorso che gli faccia scoprire l’offerta dello store, attraversando tutte le sue aree ed esplorandone i valori. Per questo è indispensabile un allestimento chiaro, con zone ben definite e ordinate (per categoria, per brand, per modalità d’uso..) e con un corretto utilizzo di zone calde e fredde. In una shopping experience ideale il cliente dovrà essere incoraggiato ad esplorare gran parte dello spazio di vendita, e in ognuna di esse dovrà trovare coerenza e chiarezza.

  • COSTRUISCI UN’ESPERIENZA IMMERSIVA

Per portare un potenziale cliente verso l’acquisto è necessario costruire un percorso, che lo accompagni per il punto vendita, gli racconti i prodotti e lo proietti in un’esperienza in cui lui è al centro.

I prodotti devono essere messi in relazione tra loro, tramite allestimenti curati, pannelli integrativi o tool tecnologici, così da da rendere lo store non più un mero allestimento di oggetti, ma un luogo dove tutto è coerente e coordinato e dove il cliente può sentirsi protagonista.

Un ottimo esempio sono gli allestimenti IKEA, che costruiscono un ambiente immersivo che mette in relazione i prodotti, il cliente e i valori del brand. Il valore esperienziale dello store è quello che tra tutti può fare la differenza in maniera più incisiva rispetto alla concorrenza online.

  • EVITA IL SOVRAFFOLLAMENTO

Se un potenziale cliente esce dal negozio con la sensazione di non aver trovato “nulla di suo interesse”, probabilmente è perché c’erano troppi prodotti.

Un buon allestimento deve evidenziare ciò che è potenzialmente più interessante per il cliente target, aiutandolo a scegliere e motivandolo. Nell’allestimento mostrare troppo equivale a non trasmettere nulla

La cura del visual merchandising, insomma, è un processo che richiede precisione e metodo, prima ancora che creatività ed estro.  È necessario conoscere in profondità i valori del brand e quelli del pubblico di riferimento, e comunicare con coerenza, anche rispetto a tutte le altre aree di branded comunication, ricordando sempre che in ogni scelta di immagine e di allestimento, al centro deve esserci il cliente.

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La presenza di un marchio su piattaforme on line e negozi consente di accumulare conoscenza e informazioni sulla clientela che possono essere alternativamente utili a un ambiente o all’altro.

a cura di Andrea Pugliese

La diffusione degli acquisti on line genera nuovi approcci e soluzioni per la vendita al dettaglio che sfruttano al massimo tecnologia e media digitali per coinvolgere e fidelizzare i clienti in esperienze intense e dinamiche fatte di costruttive e continue interazioni. Nella costruzione di comportamenti d’acquisto fluidi tra virtuale e reale centrale è il coinvolgimento e formazione dei dipendenti che diventano i primi ambasciatori del marchio.

Chi non cerca trova

Capita a tutti d’entrare in un grande magazzino per uscirne due ore dopo con articoli non previsti e senza aver trovato ciò per cui si era entrati. Per contrastare questo problema, si diffondono app di navigazione piattaforme che mappano il negozio e individuano esattamente dove si trovano prodotti e promozioni. L’app mette in evidenza il luogo e facilita un’esperienza rendendo lo shopping più semplice. Fa parte degli strumenti digitali che massimizzano il tempo nel negozio e aumentano la percezione di efficacia nei propri comportamenti d’acquisto, aumentando l’interazione, generando maggiori entrate.

Specchi e brame

Un altro componente di vendita al dettaglio, che gioca nel nostro naturale richiamo verso esperienze tattili, è la continua evoluzione di tablet e schermi interattivi. Utilizzati in moltissimi modi, i tablet fanno da tramite all’estensione dell’offerta nel negozio ampliandola col catalogo online. In tal modo si amplia la disponibilità di: taglie, colori, suggerimenti d’uso e le opportunità di personalizzazione.

Dal punto di vista dei dipendenti, i tablet possono essere utilizzati per erogare la formazione, ottimizzare la ricerca di prodotti, i controlli dell’inventario e il pagamento in mobilità.



Persone personalizzabili

La presenza di un marchio su piattaforme on line e negozi consente di accumulare conoscenza e informazioni sulla clientela che possono essere alternativamente utili a un ambiente o all’altro.

È con le informazioni raccolte nel confronto diretto che possiamo ripensare il design e l’offerta, fino ad arrivare a co-design con Clienti Premium.

I marchi più innovativi e tecnologicamente avanzati utilizzeranno le informazioni dai negozi per definire le caratteristiche dei prodotti e le taglie online. I profili dei clienti rendono ancora più immediata la personalizzazione: sarà possibile offrire prodotti pertinenti alle persone che entrano in negozio in base agli acquisti precedenti, agli acquisti tipici della loro community di riferimento.

Già nelle vicinanze del negozio, i clienti potevano ricevere un coupon di sconto o la proposta a vedere gli articoli che nei giorni precedenti stavano valutando online, traslando così le informazioni dell’e-commerce nello spazio di vendita. E, anche con l’applicazione di algoritmi di Intelligenza Artificiale, saranno frequenti proposte legate agli acquisti già fatti, incrociati con le previsioni del tempo, la data di un compleanno, un ‘like’ messo a un influencer.



Attimi instagrammabili

La necessità di creare nel negozio momenti degni di un social media non è un concetto nuovo. Vedremo più negozi creare un senso di appartenenza per i loro clienti attraverso la connessione, la condivisione e il coinvolgimento. L’esistenza di una connessione wifi di facile accesso vale quanto l’esistenza del negozio stesso.

Occorrerà immaginare il processo di vendita come il ‘fare’ qualcosa, perché solo chi ‘fa’ qualcosa è portato a raccontarlo sui social.

I punti vendita dovranno dunque progettare azioni e conversazioni per coinvolgere i sostenitori del marchio con vantaggi aggiuntivi, attivazioni nel punto vendita e momenti da ricordare, facendo sì che i più fedeli diventino influencer verso comunità più ampie.

Il 96% dei Brand Fashion sono su Instagram – da Socialmedia Marketing Italia

I dipendenti, i motivator

Tutto questo è possibile con un’attenta strategia, il giusto investimento e, soprattutto, il coinvolgimento dei dipendenti che prima di tutto devono essere coinvolti e informati. Non solo esecutori ma progettisti essi stessi, sia perché della clientela ne sanno spesso molto più di tanti uffici marketing sia perché assumano sempre più il ruolo di influencer nella costruzione di reputazione del marchio. La loro formazione è un investimento cruciale dunque. Sono loro che possono vendere autostima al cliente (la merce più ricercata) dando sicurezza e cogliendo le ragioni dell’acquisto meglio del cliente stesso; hanno percezione dell’efficacia della tecnologia; sanno anche quali sono le playlist migliori da programmare alle diverse ore del giorno.

Il posizionamento è un elemento importante che abraccia l'identità di un brand e il patto fiduciario con il cliente, ormai parte integrante della catena del valore.

a cura di Davide Pellegrini

Come è possibile rinnovare un brand? È la domanda del momento. Di fronte alle sfide della contemporaneità, che mettono sempre più in crisi l’assetto tradizionale delle imprese, ci si chiede quanto e se sia possibile fare innovazione partendo dal valore storico di un marchio che si è conquistato una posizione solida sul mercato.

Un concetto chiave, quello del posizionamento. Qualcosa di complesso che comprende la notorietà dell’identità aziendale, la fidelizzazione di un target rispetto a prodotti e servizi, il patto fiduciario tra brand e cliente, ormai parte integrante della catena del valore.


Miroglio Group è un’azienda italiana di abbigliamento e tessuti con sede ad Alba, in provincia di Cuneo. A capo del settore abbigliamento c’è la società Miroglio Fashion che si compone di più marchi: Motivi, Oltre, Fiorella Rubino, Elena Mirò, Luisa Viola, Per te by Krizia, Caractère e Diana Gallesi.

Spazi rinnovati per Miroglio Fashion Group

Miroglio è senza dubbio un’azienda di grande qualità, con un riconoscimento importante rispetto alla qualità della produzione. La diversificazione in prodotti e brand documenta un’attenzione mirata ai gusti del cliente e ai trend del fashion.

In seguito a un riposizionamento di Motivi e Oltre, Miroglio Group si è appoggiata a Cavalieri Retail per il design di una nuova , un riallineamento delle risorse umane che ha avuto un impatto significativo sui nuovi standard stabiliti. Dopo gli incontri con gli store manager e lo staff dei punti vendita, Cavalieri ha organizzato in modo più specifico alcuni teamwork che hanno permesso l’individuazione delle key word dei brand per lavorare in modo concreto ed efficace sulla selling cerimony.

Uno degli store del Gruppo Miroglio
In due importanti eventi sono state formate 400 risorse. Le giornate sono state organizzate con una plenaria di apertura per creare un engagement sul progetto, una serie di workshop che hanno permesso ai partecipanti di interagire sulle tematiche affrontate e una plenaria di chiusura per consolidare il senso di appartenenza.

La capacità di razionalizzazione e di ottimizzazione dei brand è un’altro obiettivo di fondamentale importanza. Nel 2019 il brand Fiorella Rubino, linea fast fashion “curvy” di Miroglio Fashion, è stato accorpato alla divisione Retail Oltre e Motivi. Una strategia di riorganizzazione che prevede azioni di in aula e attività di accompagnamento sul campo nella modalità del coaching, e che ha portato alla definizione di una nuova figura lavorativa: l’area manager, necessaria per mediare i rapporti tra l’unico retail manager presente e i vari district manager presenti sul territorio.



Lo stesso Davide Cavalieri ha dichiarato:

Le competenze manageriali sono un asset importante per ogni azienda.
Comprendere l’andamento del business, gestire le persone stimolando il loro contributo e la loro crescita professionale, migliorare la leadership che consente di far cambiare i comportamenti del proprio team, valorizzando al massimo le performance, sono soltanto alcune delle competenze che un manager deve possedere oggi.
Mission, vision e linee guida per costruire progetti per il futuro sono quelle competenze più strategiche e sofisticate su cui lavorare sempre con la formazione manageriale perché avere buoni manager, vuol dire riuscire ad ottenere il successo della propria azienda.

Sono tanti i nuovi dispositivi e prodotti hi tech per ciclisti. Dal wearable ai tools per migliorare la sicurezza. Alcuni esempi.

a cura di redazione

La startup, Clara Swiss Tech, un piccolo miracolo italo-svizzero, ha già vinto diversi premi nella categoria dei wearables, la tecnologia da indossare. Clara produce un gilet per ciclisti e runner all’interno del quale vengono termosaldate delle luci ledche si illuminano come le frecce dell’auto quando si gira a destra o sinistra. Si attivano tramite un dispositivo wireless, posizionato sul manubrio della bici, che permette anche di scegliere la modalità di illuminazione: fissa o stroboscopica (utile soprattutto per chi fa jogging). Il tessuto sintetico è impermeabile e anti shock e tutte le componenti sono prodotte in Italia, dal Veneto all’Emilia Romagna.

Clara

La startup ha stretto una collaborazione con Taurus, lo storico marchio italiano delle biciclette che nel 2016 è stato acquisito da Protom e si è lanciato nel mercato delle ebike. Il gilet Clara, con un design esclusivo, e al prezzo di 199 euro, può essere pre ordinato sul sito di Taurus.

Hovding Helmet

Sono tanti i prodotti per il mercato wearable. Il casco svedese Hövding, in pratica un airbag da bici che si gonfia in caso di caduta, proteggendo testa e collo del ciclista. Costa 299 euro e viene definito il casco più sicuro al mondo.

See Sense

Non mancano le luci smart, per esempio quelle prodotte dalla nordirlandese See Sense che usano l’intelligenza artificiale per capire quando rendere l’illuminazione più forte o pulsante, facendo in modo di dare massima visibilità al ciclista.

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Gestire contenuti, inventarli, declinarli sui vari mezzi, cercare di dare ai lettori dei contenuti per primi. Ecco la nuova strategia per essere leader di settore nel food. E non solo.

a cura di Davide Pellegrini

Intervista a , professione publisher e content manager tra i più apprezzati nel settore culturale del paese, tra arte e food.

Pur provenendo dal settore bancario hai consolidato negli anni una importante competenza nel content management. Per dirla chiaramente, sei un professionista che lavora nella progettazione dei contenuti dall’arte al food. In cosa consiste esattamente il tuo lavoro e come è cambiato nel tempo?

Massimiliano Tonelli

Esattamente questo. Gestire contenuti, inventarli, declinarli sui vari mezzi, cercare di dare ai lettori dei contenuti per primo nei settori in cui opero. Negli anni l’approccio non è cambiato. Si è adeguato un po’ il linguaggio, si è affinata la conoscenza dei vari ambiti e si è messo in linea il tono di voce con quello che l’ecosistema mediatico in cui siamo necessita: una grande differenza è stata determinata dallo strapotere, peraltro ora in fase di assestamento, dei social media.  

Da lungo tempo ormai hai un rapporto con il gruppo Gambero Rosso. da Artribune, magazine online dedicato all’arte contemporanea e ormai leader indiscusso di settore alla rivista del Gambero. Quale è la strategia editoriale del gruppo e con quale logica sei riuscito a cucire interessi così eterogenei? 

La strategia è stata piuttosto lungimirante direi. Ovvero mettere la stessa persona ad occuparsi di due temi che qualche anno fa (2012) sembravano distanti ma che negli ultimi anni sono arrivati ad un livello straordinario di convergenza. Oggi la griglia semantica del mondo del cibo e quella del mondo dell’arte sono quasi sovrapponibili, si tratta in entrambi i casi di raccontare nuovi progetti, nuove aperture, nuove tendenze, nuovi e meno nuovi talenti e soprattutto si parla di raccontare la creatività e i processi creativi che la determinano. In maniera intercambiabile sui due settori e molto stesso in sinergia. 


Parliamo del food. Grande inflazione di contenuti di ogni tipo. Dai canali istituzionali tradizionali ai media cosiddetti informali. Dalla TV a YouTube. Guru, cooking shows, telericettari ovunque. Non ti sembra che la scena sia un poco troppo inflazionata? In un panorama simile come può un utente selezionare la qualità del contenuto?

È una bellissima sfida per noi che siamo un media verticale in questo mondo. Gran parte del “nostro” lavoro, di quello che abbiamo fatto come Gambero Rosso per decenni, oggi lo fanno altri visto che tutti parlano di cibo dalla tv ai grandi prodotti editoriali generalisti. Questo ci spinge ai margini del discorso, fuori dal cuore main stream. E questo è super stimolante: significa cercare contenuti, inventare contenuti, avere una visione che i media generalisti non possono e non vogliono avere. Chi vuole contenuti rassicuranti e normali ha tantissime fonti, chi vuole fare scoperte e scovare chicche deve venire da noi. Naturalmente siamo nicchia, ma una nicchia fertile, evoluta, di grandissimo valore.  

Il Gambero, ricordo la Città del Gusto, è un precursore di format. Cooking shows, food theatre, formazione esperienziale e grande attitudine al coinvolgimento di una community di appassionati. Come sei riuscito a trasportare questo mood (curioso, la correzione automatica trasforma mood in modo) nella rivista attuale?

La rivista attuale è stata progettata guardando molto a quello che il Gambero Rosso faceva negli anni Ottanta e soprattutto Novanta. Quello che stiamo cercando di fare è un newsmagazine culturale, che utilizza il mondo del cibo, del vino, del territorio, dei produttori, degli allevatori, dei viaggi come dispositivo culturale. Come scusa per parlare di impresa, di paesaggio, di creatività.  

Città del gusto

Ci parli del nuovo Gambero Rosso? Stile editoriale, idee, taglio degli articoli. Che cosa i sei inventato stavolta?

Una rivista completamente rivoluzionata che, puntando su firme di qualità (ne abbiamo fatte entrare decine in questo primo anno post restyling), si poggia su tre pilastri: belle foto fatte appositamente per noi, illustrazioni e infografiche e mappe. Un giornale utile, da usare, che ogni volta che si compra “insegni” qualcosa. Senza rinunciare alla piacevolezza della lettura e a imponenti supporti iconografici. Una sfida ambiziosa necessariamente low cost (oggi è molto complicato investire su riviste di carta, come si sa) ma che ha avuto un bel riscontro sia in termini di vendite e abbonamenti sia in un bel ritorno di pubblicità, inserzioni e progetti realizzati assieme con le aziende.  

Obiettivi futuri?

Per quanto riguarda Artribune vorrei creare una scuola di formazione. Per quanto riguarda invece il Gambero vorrei portare sul nostro sito web tutte le tante guide gastronomiche che l’azienda edita. Ecco i due obbiettivi per il 2019