Storie di brand

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La tecnologia immersiva andrà gradualmente ad abbracciare qualsiasi aspetto della nostra quotidianità, dalla gestione dei rifiuti alla mobilità, alla distribuzione dell’acqua, alla pianificazione delle città.

a cura di Davide Pellegrini

Abbiamo rivolto alcune domande all’ormai noto studio di carlo ratti. L’idea è una testimonianza sul futuro che avanza. Ecco cosa ci hanno detto.

La tecnologia sta cambiando radicalmente il modo di produrre, distribuire e consumare prodotti. Molti studi di settore hanno dato spazio a un conflitto tra retail fisico e grandi ecosistemi digitali. Oggi, però, sembra che l’omnichannel stia evolvendo in strategie più forti e precise. Che ruolo può avere la tecnologia immersa?

Crediamo che nel prossimo futuro andremo in contro a una biforcazione nei nostri modi di fare la spesa. Da un lato una parte dei prodotti che acquistiamo, in particolare quelli generici e di uso routinario, ci arriveranno a casa in automatico: possiamo persino immaginare futuri servizi digitali come il “Kindle Unlimited” di Amazon – applicato non più solo ai libri, ma a carta igienica o detersivo lavapiatti! Mentre dall’altro lato avremo aree curate ed esperienziali per le cose che ci interessano di più: alimenti pregiati, ingredienti particolari, ortaggi freschi. Dove scoprire sapori e odori ogni volta nuovi. Un po’ come accade in una scena di un bel romanzo di Italo Calvino, nella quale il protagonista, il signor Palomar, entra in un negozio di formaggi a Parigi e all’improvviso, davanti a tanta ricchezza e varietà ed espressione di tradizioni e culture culinarie, si sente come se si trovasse in un museo. In quanto progettisti, l’aspetto dell’esperienza ci interessa molto, perché implica la creazione di nuovi spazi non soltanto di vendita ma anche di incontro sociale

Supermarket del futuro

Con la Realtà Aumentata e l’incontro tra esplorazione digitale di un luogo fisico e Big data si ottiene un rafforzamento dell’esperienza utente. Come sarà il supermercato del futuro?

Sarà un supermercato che userà i dati per garantire un’esperienza più immersiva, e al contempo per incoraggiarci ad adottare stili di consumo più sostenibili. Con il progetto del Future Food District, creato per Coop Italia all’Expo 205 di Milano, abbiamo usato la tecnologia per permettere a ogni prodotto alimentare di narrare la propria storia. E proprio qui entra in gioco il ruolo dei dati: dati che ci permettono di conoscere meglio la storia di quello che compriamo. La speranza è quella che, andando a confrontarsi con i meccanismi e le dinamiche delle varie filiere, i clienti diventino più consapevoli dei limiti delle risorse naturali, andando a privilegiare, quando possibile, prodotti freschi e locali. I dati quindi possono essere un importante motore di cambiamento del nostro comportamento, come dicevamo già prima. All’interno del Future Food District, tavoli interattivi permettono di visualizzare una specie di “etichetta aumentata” per ciascun prodotto – cioè una serie di indicazioni che includono l’origine delle materie prime, la tracciabilità, la presenza di allergeni, le istruzioni per lo smaltimento, o altro ancora. Il tutto funziona in modo molto semplice: basta che il consumatore avvicini la mano a un prodotto, per poterne conoscere la storia, che compare su alcuni schermi posizionati al di sopra dei banconi alimentari.



Voi siete un grande studio di architettura o, meglio. di soluzioni progettuali di vario tipo. Come si sta trasformando la user experience e perché oggi si parla davvero di disegnare nuove esperienze al limite dell’intrattenimento e del divertimento?

Con CRA, che ha sedi tra Torino, New York e Londra, ci definiamo uno studio di “design e innovazione”. I nostri progetti partono sempre dai bisogni e dall’esperienza dell’utente.

Ho letto un articolo che parlava di alcuni vostri progetti, come tavoli che cuociono e forni che parlano. Siamo nel mondo IOT. che percezione ne hanno gli utenti e in che tempi cambiare il nostro modo di utilizzare questo tipo di tecnologie?

Negli ultimi abbiamo assistito all’inizio di una grande rivoluzione tecnologica. Internet ha iniziato ad entrare nello spazio fisico nel quale viviamo e si sta trasformando Internet delle cose. Questo processo andrà gradualmente ad abbracciare qualsiasi aspetto della nostra quotidianità, dalla gestione dei rifiuti alla mobilità, alla distribuzione dell’acqua, alla pianificazione delle città – fin dentro alle nostre cucine. Ci piace pensare che questo processo avvenga in modo graduale: è la vittoria della “tecnologia calma”, così diffusa e onnipresente da riuscire a “recedere sullo sfondo delle nostre vite”, per usare la bella definizione di un grande informatico americano, Mark Weiser.

Driverless Drink Healing Robotic Bar

I vostri prossimi progetti.

Per il Salone del Mobile di Milano di aprile abbiamo lavorato con Eni, preparando una grande installazione che parla di economia circolare, e che esperimenta l’uso di un materiale costruttivo molto speciale: i funghi, o meglio il micelio, la radice fibrosa dei funghi. Si tratta di un prototipo con il quale immaginare un’architettura davvero “circolare”, perché nata dalla natura e destinata a ritornarci. Alla fine dell’installazione all’Orto Botanico, infatti, le strutture organiche che compongono il Padiglione verranno smantellate, tornando alla terra e dando inizio a un nuovo ciclo naturale.

ETT negli anni si è espansa in Italia e oltremanica pur fermamente decisa a mantenere il suo cuore pulsante nel quartiere del Ponente Genovese dimostrando come si possa fare impresa rimanendo un’eccellenza tutta italiana.

a cura di Matteo Bonanno

ETT: DA GENOVA A LONDRA SOLUZIONI TECNOLOGICHE A 360°

Giovanni Verreschi

Nel 1996 nel quartiere di Sestri Ponente, a Genova, nasce uno studio associato di ingegneria, in pratica uno spin-off dell’Università di Genova – come lo definisce Giovanni Verreschi socio fondatore dell’azienda – che nel giro di soli quattro anni si trasforma in un’impresa che oggi dà lavoro a 130 persone.

Nel 2000, quindi, nasce a tutti gli effetti ETT, i suoi ingeneri si specializzano nello sviluppo di software per la pubblica amministrazione iniziando l’informatizzazione dei Centri per l’impiego grazie al Sistema Informativo Lavoro. Nel 2007 la piattaforma sviluppata da ETT viene adottata come modello dal Ministero del Lavoro e diventa punto di riferimento per tutta la pubblica amministrazione.

Il 2008 è l’anno della nascita della divisione New Media che da allora si occupa di allestimenti interattivi, digital heritage e comunicazione creativa.

I settori in cui le installazioni e le soluzioni sviluppate dall’azienda trovano spazio sono molti e vanno dagli eventi ai musei passando per il turismo e ovviamente per il retail. Gli strumenti utilizzati, poi, sono sempre studiati ad hoc per offrire la migliore esperienza possibile.

Realtà Virtuale, Digital Signage, Realtà Aumentata, Touch Technology e sviluppo di applicazioni la fanno da padrone nella progettazione delle soluzioni proposte dall’azienda.

Mirror Cube Bulgari, Design Week 2018

Negli anni ETT ha collaborato con alcuni dei più importanti brand italiani e internazionali. Dal mondo della moda con l’installazione per lo stand di Bulgari, durante la Milano Design Week 2018, di un cubo di specchi contenente fotocamere che permettevano lo scatto di un selfie a 360° al mercato delle supercar con l’allestimento del Museo Lamborghini a Sant’Agata Bolognese con un utilizzo massiccio di pannelli touch e contenuti in realtà virtuale e aumentata.



Due installazioni permanenti di Digital Signage create da ETT si possono trovare a FICO Eataly World a Bologna.

La prima è uno spazio creato per Noberasco – azienda ligure produttrice di frutta secca e disidratata – che si compone di uno stand di 20 metri quadrati completamente costruito in legno ed acciaio patinato. Le unità multimediali al suo interno raccontano la produzione di frutta secca nel corso dei più di cento anni di storia del brand.

Noberasco

 Il layout si compone di due postazioni touch con informazioni riguardanti le materie prime utilizzate nella produzione, quattro tablet per la realtà aumentata che, tramite scan di un QR code presente sul packaging dei prodotti ne mostrano le caratteristiche in maniera dettagliata, e un monitor con postazione di realtà virtuale che portano il visitatore in un tour degli impianti di produzione.

Il secondo grande stand è dedicato proprio a Lamborghini ed è un ‘world showcase’ che racconta la storia del marchio, la leggenda ed il Museo. Consiste in un’area di cinquantaquattro metri quadrati allestita con gusto contemporaneo in linea con l’immagine del brand ed offre un’esperienza multimediale.

Utilizzando video emozionanti, tre chioschi verticali raccontano la storia dei prodotti e spiegano le diverse autovetture. Due di questi mostrano, all’interno di teche, un volante da corsa e un cerchione, collegando l’installazione alla realtà, accompagnata da eleganti effetti di luce. Il tutto è coadiuvato da un touch-table su cui passano diversi contenuti riguardanti l’ecosostenibilità, il ciclo di produzione e tutte le novità riguardanti il Museo di Sant’Agata Bolognese.

ETT negli anni si è espansa in Italia ed oltremanica con diverse sedi, di cui una a Londra, ma nonostante questo è fermamente decisa a mantenere il suo cuore pulsante nel quartiere del Ponente Genovese, dimostrando come si possa fare impresa e innovazione rimanendo orgogliosamente un’eccellenza tutta italiana.

Cloud4Wi è una Start Up fondata nel febbraio 2014 da Andrea Calcagno, attuale CEO & Chairman, e Davide Quadrini, attuale CTO e Board Director. L’azienda offre una suite di prodotti guest WiFi, location analytics e location-based marketing disegnata per conoscere e ingaggiare i consumatori.

a cura di Matteo Bonanno

Il Prada Group utilizza i prodotti di Cloud4Wi per trasformare l’esperienza in-store dei clienti in oltre 500 Store in tutto il mondo.

Andrea Calcagno

Cloud4Wi è una Start Up fondata nel febbraio 2014 da Andrea Calcagno, attuale CEO & Chairman, e Davide Quadrini, attuale CTO e Board Director.

L’azienda offre una suite di prodotti guest WiFi, location analytics e location-based marketing disegnata per conoscere e ingaggiare i consumatori. Con la suite di prodotti di Cloud4Wi le aziende enterprise di diversi settori posso utilizzare le reti WiFi esistenti per potenziare il loro business.

Dal 2015 collabora con un gigante del Retail come il Prada Group, utilizzando un sistema tanto semplice quanto efficace per offrire ai clienti in-store un servizio di WiFi gratuito assieme ad una costumer experience personalizzata.

L’accesso alla rete del negozio può essere effettuato tramite i propri account social come Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Google+, Fousquare e Pinterest, oltre a VKontakte per i clienti russi ed altre piattaforme per i turisti cinesi.

Le informazioni di login raccolte da Cloud4Wi hanno permesso al Prada Group di accrescere il proprio database clienti aggiungendovi nuovi contatti – assegnando un’identità digitale al dispositivo del cliente al primo accesso. Quando il cliente successivamente visita un qualsiasi store, la rete riconosce il dispositivo, lo associa al profilo digitale e gli da accesso automatico al WiFi del punto vendita.

Utilizzando questo tipo di servizio, Prada Group ha avuto la possibilità di avere una visione globale di come i clienti utilizzano il WiFi in tutti gli store del loro brand.

Tramite il servizio di Location Analytics i direttori dei singoli punti vendita hanno potuto prendere decisioni strategiche in base ai dati raccolti dagli utenti come il numero di visitatori giornalieri, gli orari di maggiore affluenza e i reparti più frequentati.



Un altro fronte è quello dello sviluppo di un’app dedicata che mostri il catalogo prodotti dell’azienda direttamente sulla splash page. Questo è aggiornato rispetto alla presenza in stock dei prodotti in quello specifico store. In base agli acquisti precedenti del cliente – sia offline che online – e alle sue preferenze l’app promuove prodotti specifici presenti sul catalogo.

Le identità digitali così create sono poi integrate nel sistema CRM di Prada Group e vengono arricchite con dati utili come quali e quanti store il cliente ha visitato. Le informazioni sono connesse ai comportamenti online come quante mail apre il cliente e quanto spesso visitano il sito Prada Group. Combinando attività online e comportamenti in-store, Prada Group ha una visione più completa di chi sono i propri clienti e quali le loro preferenze.

La personalizzazione della non si ferma qui: utilizzando una notifica, una mail o un messaggio può essere mandato al cliente fidelizzato appena entra nel punto vendita, dandogli il benvenuto e suggerendogli prodotti adatti al suo profilo. Anche gli addetti alle vendite vengono notificati nel momento dell’ingresso in store del cliente così da potergli offrire una maggiore attenzione.

In questo modo Prada Group è riuscito a personalizzare la propria customer experience per i propri clienti in store implementando la fidelizzazione e la creazione di relazioni più forti con la clientela.

Presentando questo progetto al Digital360 Awards 2017 Cloud4Wi ha vinto il Premio per il settore Fashion/Retail.

In 10 anni sono stati organizzate migliaia di TEDx nel mondo. Sulla piattaforma YouTube di TEDx sono fruibili oltre 100.000 talks per un totale di ben oltre 1 miliardo di visualizzazioni.

a cura di redazione

Come si progetta e organizza un TED? Dalla sua nascita, il brand TED è diventato sinonimo di divulgazione di temi e argomenti legati al mondo dell’innovazione. Migliaia di ore di interventi di speakers provenienti da tutto il mondo. Emilia Garito, responsabile TEDx Roma, ci racconta come si realizza un evento di questo tipo.

Dal 2013 curi il TED Roma. Partiamo dal concetto stesso di TED che, tornando alla storia del format, nasce come strumento di diffusione del sapere tecnologico e dell’innovazione. Secondo te a cosa si deve il successo di questo progetto?

Emilia Garito

Il successo del TED e’ dovuto a due fattori. Il primo la tipologia di format, che richiede agli speaker molta attenzione all’uso delle parole dal momento che la loro idea deve essere raccontata in meno di 18 minuti. L’esercizio di poter condensare un concetto, a volte anche complesso o molto tecnico, in poco tempo porta il relatore a porsi degli interrogativi, quali: come faccio a spiegare in poche parole e semplici quello che ho magari elaborato in anni di lavoro? Come faccio a fare in modo che questo interessi e soprattutto perché questa mia idea dovrebbe interessare? Queste e altra domande spingono i curatori dell’evento a fare molta attenzione alla qualità e all’autenticità delle idee che, proprio per questo, meritano di essere diffuse. Il secondo motivo risale a 10 anni fa, e cioè a quando TED ha lanciato il progetto TEDx, ovvero la possibilità per chiunque di ricevere gratuitamente la licenza TED per organizzare un evento locale, appunto TEDx, realizzato in maniera indipendente. In 10 anni sono stati organizzate decine di migliaia di eventi TEDx nel mondo e tutti i contributi video sono stati caricati sulla piattaforma YouTube di TEDx, così che oggi su questa piattaforma sono fruibili oltre 100.000 talks per un totale di ben oltre 1 miliardo di visualizzazioni.



Il TED è diventato, e non solo per operatori del settore, un brand piuttosto noto nel mondo dell’innovazione. Come una specie di libero franchising della conoscenza, si sono moltiplicate associazioni e città che ne organizzano almeno uno. Come si diventa di fatto Ambassador TED e qual è il manifesto di valori di questa potentissima piattaforma?

TEDx Ambassador

Credo che gli Ambassador siano persone che vengono un po’ osservate da TED per alcuni anni e poi a un certo punto, quando si tratta di scegliere, il team TED fa le sue valutazioni. Ma tali valutazioni  non hanno a che fare con meriti particolari, bensì con fattori anche riguardanti le dimensioni dell’evento che si organizza o il proprio contributo all’interno della Community del proprio paese e, soprattutto, in base alla disponibilità della persona  di farsi carico di ulteriori centinaia, se non migliaia, di richieste di informazioni da parte appunto della propria Community. 

Ma di sicuro i valori TED devo essere saldi per chiunque volesse abbracciare l’incarico di Ambassador nazionale. Questi valori sono in assoluto  il rispetto delle regole TED, quali la libertà nella curatela dell’evento, l’onestà nel portare avanti il proprio progetto senza interessi secondari; il coinvolgimento continuo del proprio team di volontari, trasferendo ad esso la passione e l’entusiasmo necessari;  e ancora, la missione di operare per creare una community locale di TEDxrs che vivano e comprendano l’importanza della diffusione delle idee libere e costruttive, con la finalità di stimolare il pensiero critico di ognuno. 

Molti altri sono ancora i valori del TED e del TEDx, ma credo che questi siano i pilastri fondativi di ogni scelta di essere TEDxr, non solo per gli Ambassador, ma per chiunque voglia intraprendere quest’avventura di divulgazione di idee che non cambiano il mondo, no, ma potrebbero renderlo più consapevole.

Curare un TED è come trasmettere una visione del mondo. Raccontare una serie di stimoli e di ispirazioni per mezzo di un calendario di ospiti. Come avviene praticamente il processo organizzativo di un appuntamento così importante?



Nel mondo TEDx questo è molto vario. Ci sono team che condividono il processo curatoriale, altri hanno un curatore esterno e altri ancora, la maggioranza, come nel caso del team che mi supporta, lasciano la guida della curatela all’Organizer licenziatario del brand. Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato che la curatela fosse una parte molto delicata e personale dell’organizzazione dell’evento, e per questo l’ho tenuta separata dal resto dell’organizzazione fin dalla scelta del tema e nelle varie fasi di sviluppo, ma con molti momenti di incontro e contaminazione con il team che, infatti, è stimolato a proporre speakers e a individuare belle storie, nuove e stimolanti. Tuttavia, ho sempre voluto gestirle direttamente la scelta della selezione delle proposte e della costruzione dei talks, assumendomene tutta la responsabilità. Spesso ho chiesto consiglio all’Advisory Board e al team, ma sono rimasta ferma sulle decisioni finali. Questo, credo, sia importante per dare maggiore coerenza al programma e, soprattutto, per poter presentare una visione chiara del tema scelto. Come per il curatore di una mostra di arte contemporanea che parte da un’idea, una visione propria, e cerca di rappresentarla grazie agli artisti che sceglie. Se poi la mostra non sarà così bella avrà meno pubblico, ma di sicuro si potrà seguire il filo logico che ha condotto alle scelte finali, e attribuirne chiaramente le responsabilità nel bene e nel male.

Il TED Roma è chiaramente annuale, tematico, innovativo. Ma in una città difficile come Roma, quanto è importante legare lo studio dei contenuti al dibattito in essere del luogo?



Al TEDxRoma abbiamo fatto sempre una scelta meno locale e più globale. Questo perché l’obiettivo di tutti gli obiettivi del TEDxRoma è fare emergere l’internazionalità della Città. Fin dal primo anno non abbiamo mai voluto parlare delle questioni vicine, ma piuttosto scoprire quella Roma nascosta fatta di persone provenienti da oltre 40 paesi, (solo a Piazza Vittorio si parlano 60 lingue). Questo è stato vincente perché nella nostra giornata al TEDxRoma si incontrano persone che non si sarebbero mai incontrate, e si incrociano diverse culture e prospettive. Era questa la Roma che volevamo mostrare e i nostri speakers ogni anno sono meravigliosamente accolti da questa atmosfera.

Secondo te il TED può sostituire o completare un processo di manageriale e comportamentale per un’azienda?

Penso che il TED, non essendo uno strumento formativo strutturato, non possa da solo completare la formazione manageriale, ma può aiutare a costruire dei percorsi in cui grazie ai video TED è possibile introdurre i manager a un mondo più dinamico e ampio di quello che vivono ogni giorno. Penso che su questa percezione fatta di idee brillanti e controintuitive i manager, aiutati da professionisti, potrebbero costruire una propria visione del futuro, professionale o privata che sia, ma di sicuro più vicina al cambiamento sociale e culturale che stiamo vivendo e che TED, da sempre, è stato in grado di intercettare prima di chiunque altro.

Il sito di TEDX Roma

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Cigno è un marchio d'eccellenza nel bike design made in Italy. Rilevato dai Fratelli Bernardi produce bici d'autore fatte da maestri artigiani.

a cura di Redazione

ha alle spalle una storia piuttosto solida. nasce nel 1952 ma, fino al 2006 quando viene rilevata dai fratelli Bernardi, ancora non punta sul design delle biciclette. Come avviene questo passaggio e con quale modello organizzativo l’azienda ha cambiato la sua missione?

Cigno è il marchio impresso dal 1952 sulla maggior parte dei lucchetti per biciclette al telaio. Nato a Treviso e di proprietà della famiglia Dalla Pace, viene utilizzato sino al 2000, anno in cui la produzione dei lucchetti Cigno viene messa in discussione ed infine sospesa a causa dei costi troppo alti e di un mercato globale inebriato da prezzi di produzione e consumo sempre più bassi. A causa dell’alto grado di artigianalità, che impone volumi di produzione limitati e tutti numerati, i lucchetti Cigno diventano ben presto un vero e proprio oggetto del desiderio. Ed è qui che entrano in gioco Marco e Gianluca Bernardi, che hanno in mente un progetto ambizioso di rilancio del Brand: riversare la propria esperienza pluriennale nel mondo delle biciclette per crearne una unica ed inimitabile. Nasce così, nel 2007, la prima collezione di bici di alta gamma Cigno che si distingue da subito sul mercato per lo stile retrò interpretato in chiave contemporanea, per il processo di assemblaggio realizzato interamente a mano da artigiani italiani e per l’attenzione maniacale ai dettagli che fanno di ogni bicicletta Cigno un pezzo unico, dal valore pregiato.

Cigno oro special edition

Cigno ha puntato su un design molto sofisticato e si intuisce il posizionamento su alta gamma. Dalle versioni classic e sportive per uomo e donna, sviluppate in diverse cromie, si arriva alla Cigno Veloce, decisamente più casual e destinata ad altri target. Nel complesso e variegato panorama del mondo bike Cigno ha puntato decisamente sulla leadership del prodotto da passeggio. Sbaglio?

Marco e Gianluca Bernardi

Le biciclette Cigno sono un prodotto unico, difficilmente classificabile all’interno del mercato. Sicuramente quando parliamo di Cigno parliamo di un brand di fascia alta, posizionato nel cuore del settore luxury goods: un prodotto artigianale, realizzato con materiali di primissima scelta e sapientemente rifinito a mano, dal prezzo assolutamente compatibile con la sua qualità. La strategia di Cigno è semplicemente quella di promuovere i nostri prodotti rispetto ad un pubblico che ha la possibilità di apprezzarne il concetto, le caratteristiche tecniche e che vuole potersi permettere un pezzo di Made in Italy originale, elegante e prezioso.

Mi ha colpito la suggestiva strategia delle Esposizioni, che vi ha portato a partnership d’eccellenza come Paul Smith, Davide Cenci, Giò Moretti, Belstaff, Belsito, ecc. Ci spiega in cosa consiste?

Le nostre esposizioni sono il risultato di importanti collaborazioni con stilisti, gallerie storiche e addetti ai lavori del settore moda, con cui in precedenza aveva collaborato Gianluca Bernardi, che hanno più o meno avuto tutte la stessa origine: un incontro casuale, un colpo di fulmine che scatta e la voglia di portare valore aggiunto alle nostre biciclette, come alle cornici che di volta in volta ci hanno ospitato. È stato così per tutti i negozi in cui sono state esposte le biciclette Cigno ed è stato così per la collaborazione con Sir Paul Smith, della quale siamo stati davvero onorati, nelle sue Boutique di Londra e Parigi. Proprio per lui abbiamo realizzato una Edizione Limitata Gold Fixed, realizzata in soli 30 esemplari.

Parliamo della distribuzione. Un prodotto così sofisticato e di nicchia prevede come strategia negozi monomarca, partnership con centri commerciali d’élite o cos’altro?

Le biciclette Cigno sono disponibili esclusivamente su ordinazione, acquistabili direttamente sullo store online ufficiale www.cigno.it oppure, solo in alcuni periodi, in fashion store selezionati.

Cigno Veloce Bianca

Dal punto di vista delle strategie di comunicazione, come è organizzata Cigno?

Cigno è a tutti gli effetti un marchio di BRN Bike Parts. La comunicazione e la strategia commerciale legata al brand è gestita dal team marketing di BRN Bike Parts, grazie al prezioso supporto di un prestigioso Ufficio Stampa sito a Milano, da sempre capitale internazionale della moda e del design.

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L'Elaboratorio di Pasticceria nasce dalla necessità di realizzare prodotti con farine alternative, che soddisfino dal punto di vista edonistico e nutrizionale, in particolare abbiamo abbinato ricette tradizionali a tecniche tradizionali e innovative.

Intervista a Chicchisani, Elaboratorio di Pasticceria.

Ci racconta come nasce l’idea di un Elaboratorio di Pasticceria?

ChicchiSani nasce dalla voglia di offrire prodotti capaci di soddisfare le esigenze di tutti. Il cibo è sinonimo di stare insieme e di convivialità: mangiare è un momento sociale. Nel nostro Elaboratorio, vengono utilizzate solo materie prime del territorio, o, comunque, prevalentemente italiane e addensanti naturali

ChicchiSani nasce dalla voglia di offrire prodotti capaci di soddisfare le esigenze di tutti. Il cibo è sinonimo di stare insieme e di convivialità: mangiare è un momento sociale.Vengono utilizzate solo materie prime del territorio, o comunque prevalentemente italiane, e addensanti naturali.

Da 10 anni fate ricerca per unire la tradizione dolciaria piemontese alla ricerca di elementi privi di allergeni. Quale è stata la risposta del mercato, in un periodo di massificazione della cultura alimentare?

Il mercato reagisce con curiosità, a volte incredulità ma, una volta provata l’eccellente qualità dei nostri prodotti, risponde con grande entusiasmo. La qualità, sia nella lavorazione che nella filiera va raccontata. Per raccontare questa qualità e il metodo Chicchisani, utilizziamo tutti i canali a nostra disposizione: comunicazione all’interno del nostro negozio, il web e i social media (Facebook e Instagram).


Mi piace molto l’unione della pasticceria con la cura del design. In cosa consiste questo metodo e che valore aggiunto dà ai prodotti?

All’interno del nostro punto vendita, oltre ad un grande monitor dove trasmettiamo un video che narra tutte le fasi di produzione, abbiamo scelto delle foto di prodotti e del nostro laboratorio, perché possono raccontare la nostra filosofia attraverso l’immediatezza di un’immagine. 

Ci descrive come è organizzata la produzione e la distribuzione dei prodotti? In cosa, secondo lei, un laboratorio artigianale ha oggi un valore in più?

Chicchisani vuole proporsi come pasticceria unica nel suo genere, non solo per la tipologia di prodotto ma anche per come questo viene venduto; da noi non troverete una bilancia, perché i nostri prodotti vengono venduti al pezzo, in confezioni di design, dalla taglia più piccola a quella più grande.Al momento abbiamo un’organizzazione in evoluzione data la forte richiesta di prodotti sempre più personalizzati. Nei prossimi mesi, infatti, verranno pianificati dei laboratori esperienziali in cui il cliente in prima persona potrà elaborare e produrre i prodotti, che poi consumerà a casa propria. Prenderà quindi coscienza delle materie prime utilizzate, scoprendo che Chicchisani vuol dire offrire un prodotto sano e buono per tutti, non solo senza glutine destinato ai celiaci.

Veniamo alle strategie di promozione e comunicazione. Cosa utilizzate per farvi conoscere?

Per farci conoscere ci avvaliamo di Cavalieri Retail, azienda specializzata da 30’anni nel mondo del retail e di un’agenzia di comunicazione, che ci supporta sui social media e nella realizzazione di mini eventi per aumentare la conoscenza del nostro brand.

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Moleskine è un platform brand, un veicolo per la self-expression, il luogo del processo creativo.

Intervista a Roberto Lobetti Bodoni, Chief Marketing Officer Moleskine
A cura di Davide Pellegrini

Cosa è ? Quale è il fattore chiave che attrae creativi e artisti e che rende così forti sul mercato i tradizionali prodotti della notissima azienda? Lo abbiamo chiesto a loro.

Moleskine non è un’azienda comune. Nasce da un’intuizione speciale come, del resto, si legge tra le righe della vostra corporate identity. Moleskine nasce come marca nel 1997, riproducendo il leggendario taccuino degli artisti e intellettuali degli ultimi due secoli, da Vincent Van Gogh a Pablo Picasso, da Ernest Hemingway a Bruce Chatwin. Un posizionamento molto chiaro ed efficace che propone un design di livello per prodotti destinati agli artisti. In che modo questa dichiarazione d’intenti ha contribuito a caratterizzare le scelte stilistiche e il tipo di prodotti proposti al pubblico?

Pablo Picasso mentre prende appunti

Ritengo che il restare fedeli ai valori fondanti del brand sia stato uno dei motivi che spiegano l’entusiasmo che le persone nutrono nei confronti di Moleskine. Abbiamo sempre ascoltato il nostro pubblico e cercato di creare oggetti che rispondessero ai loro bisogni e ai loro desideri. I nostri oggetti sono scelti da persone che amano esprimere la propria creatività, che non sono solo professionisti come architetti o pittori; la persona creativa per noi è una persona che trasforma un’idea in qualcosa, che sia pittore o medico.

Inutile descrivere la quantità di prodotti e variazioni sul tema. Mi piace, piuttosto, rimanere sul classico di un prodotto di punta come il taccuino per raccontare la versatilità di un’azienda che ha saputo trasformarsi in casa editrice, con i libri della notebook experience, in fondazione a sostegno di iniziative culturali e in factory di contenuti e mostre, vedi ad esempio il bellissimo progetto Detour, che espone taccuino d’artista. Qual è realmente l’obiettivo di Moleskine, possiamo considerarla a tutti gli effetti un media più che un’azienda che vende oggetti?

Moleskine è un platform brand, un veicolo per la self-expression, e nacque dal taccuino nero, che si ispira ai grandi artisti e scrittori del passato. Era ed è il taccuino dove annotare pensieri, disegnare schizzi, prendere semplici note o porre le basi di progetti che si svilupperanno nel tempo. È il luogo del processo creativo.

Da questo inizio, molti progetti sono nati.

Come la Moleskine Foundation, ad esempio, impegnata a fornire ai giovani strumenti ed esperienze educative non convenzionali, perché crede che la Creatività e l’Istruzione di Qualità siano gli elementi chiave per produrre un cambiamento sociale positivo e costruire il futuro.

Moleskine Hobbit, Tolkien, edizione limitata

O come i nostri libri che celebrano il lavoro di autori che provengono da ambiti molto diversi tra loro, ma dei quali raccontiamo sempre il processo creativo, qualunque sia la loro provenienza artistica. Possiamo definirci una marca che crea strumenti e servizi che permettono alle persone di creare, crescere, condividere e, posso affermare con certezza, che abbiamo intenzione di continuare in questo percorso di stimolo e ispirazione.

Facciamo per un momento riferimento alla customer experience che, a mio modo di vedere, è un altro importante aspetto per descrivere l’approccio umanistico da cui parte Moleskine. Dal contest MyTour fino all’integrazione con i nuovi strumenti digital. Come avviene nella vostra azienda la convergenza del tema innovazione con il fattore culturale?

Moleskine Smart Writing System

L’innovazione è un elemento fondamentale per l’evoluzione culturale. Il nostro Smart Writing System ne è proprio l’esempio. È un sistema composto da un taccuino, una smartpen intelligente, e da un’app che consente a chi lo usa di trasferire in tempo reale quello che scrive a mano direttamente sul proprio device: appunti e schizzi possono essere condivisi con amici o colleghi toccando semplicemente l’icona nell’angolo destro della pagina del taccuino, mentre l’app consente di trasformare note scritte a mano in testo digitale. Questo sistema unisce due mondi apparentemente opposti, esattamente come cultura e tecnologia, che continuano a crescere ed evolversi insieme.

Sempre per quel che concerne il rapporto con i customer ho notato la creazione di una sorta di Gift Guide, ce ne parli?

La Gift Guide è stata creata per parlare al nostro pubblico in un modo divertente ma ben organizzato, in modo che possano trovare facilmente i loro oggetti Moleskine preferiti, scoprendone anche di nuovi, proprio nel momento in cui è sempre utile qualche suggerimento per la scelta dei regali.  È anche un modo per celebrare e condividere alcuni dei temi cari a Moleskine, come creatività, viaggio.

Da poco è nata la Moleskine Foundation con obiettivi importanti e attività in essere in equilibrio tra responsabilità sociale e promozione cella cultura e dell’arte. Quale sarà il ruolo della Fondazione e in che modo andrà a rafforzare le atti vita di casa madre?

La Moleskine Foundation è un’organizzazione non-profit che opera in modo totalmente indipendente da Moleskine, da un punto di visto organizzativo e operativo, nonostante sia supportata da un contributo finanziario dell’azienda. La Fondazione si focalizza su tre aree di intervento principali: istruzione innovativa; arte e cultura per la trasformazione sociale; attività di sensibilizzazione a sostegno dello scambio interculturale. L’impegno della Fondazione è quello di fornire ai giovani svantaggiati strumenti didattici ed esperienze formative non convenzionali, incentrati sulla creatività, una dei valori fondamentali del brand, che incoraggino il pensiero critico, il fare creativo e l’apprendimento permanente, con particolare attenzione alle comunità segnate da carenze socio-culturali.

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Il digital signage è una forma di comunicazione di prossimità sul punto vendita. Il problema è da sempre di tipo tecnico. Caricare video, audio, programmare le sequenze. Ecco la proposta dio Tailoradio.

a cura di Davide Pellegrini
Tailoradio, produzioni video e audio per lo store empowerment e per il client engagement. Intervista a Massimo Petrella, Ceo del gruppo.

Quando nasce l’idea e come hai fatto a individuare uno spazio di mercato per servizi così customizzati?

Tailoradio è nata due volte, la prima 14 anni fa sull’idea di creare “Brand Radio”, ovvero radio web e In Store per grandi marchi, caratterizzate da un elevato tasso di qualità e personalizzazione. La seconda nascita 5 anni fa, capendo che i negozi necessitano di un approccio alla comunicazione e al coinvolgimento dei clienti più integrato e ricco, che coinvolga più sensi del solo udito e più finalità della promozione e atmosfera: in una parola strumenti per la Retail Experience più che solo della Comunicazione In Store. Da qui la nuova nascita di Tailoradio come tech company votata allo sviluppo di piattaforme per gestire audio, video, luci e ogni altro strumento di interazione in modo orchestrato e personalizzabile sul singolo negozio e singolo cliente. Con massicci e costanti investimenti in R&D, ben oltre il 10% del fatturato, che oggi ci ha portato ad essere uno dei protagonisti del mercato della Retail Experience.

 

Il digital signage è una forma di comunicazione di prossimità sul punto vendita. Il problema è da sempre di tipo tecnico. Caricare video, audio, programmare le sequenze. Voi proponete soluzioni cloud. Ci spieghi il valore aggiunto di questa convergenza di tecnicalities? 

La nostra è una scelta che si fonda su due principi: la semplicità di utilizzo, che deve sempre essere posta al centro di ogni soluzione sviluppata per il marketing delle aziende, e la leggerezza tecnologica, che deve permettere ai reparti tecnici delle aziende la più facile ed economica adozione degli strumenti. Non a caso la nostra piattaforma proprietaria di digital signage si chiama videoMOOD, Digital Signage made easy! Una piattaforma cloud based per gestire al meglio l’aggiornamento dei contenuti video da remoto e possibilità di gestire l’uploading da parte di account con diversi livelli di accesso e modifica dei file. In più, la comodità di un unico repository, che raccoglie i materiali e li distribuisce ai Client di destinazione. Un unico caricamento di un contenuto sarà sufficiente ad una delivery indirizzata a una moltitudine di monitor, con gestione ottimizzata, con Client che riceveranno solo i contenuti adatti allo specifico formato del monitor, ad esempio il formato 4K se il monitor è 4k, o un full HD verticale se il monitor è appunto ruotato in modalità Portrait. Semplice no? 

Vorrei parlare del valore dei servizi di Tailoradio. Mi spiego: quanto è importante per uno store rafforzare la propria identità con un efficace modo di comunicare? Video e musica possono davvero aiutare a costruire il giusto mood e rendere un brand riconoscibile?

Oggi l’esperienza di acquisto è cruciale per un brand nei suoi punti fisici di contatto con i clienti. Ecco perché l’accento si è spostato sull’arricchimento della Retail Experience, mettendo al centro il cliente e integrando diverse soluzioni multimediali. In questo quadro sono in fortissima crescita gli investimenti per il rinnovamento dei punti vendita, dove video, musica e ancor di più una nuova cultura della progettazione degli spazi integrati con questi strumenti tecnologici sono pensati per veicolare ai visitatori i valori dei brand, mixando segni di identità con intrattenimento e promozione.

Voi, oltre alle soluzioni tecnologiche vi occupate anche della parte di produzioni video e sound design. La multisensorialità passa, quindi, per il design di un format. Come avviene questo processo e chi realizza le produzioni?

Per Tailoradio, un Solution Provider è vincente se si pone come interlocutore di riferimento per i Retailer, con la capacità di dare risposte ad ogni livello della comunicazione In Store. Fornire servizi come Radio In Store e Digital signage, significa allora essere anche in grado di dare, in una unica soluzione, contenuti di qualità, a prezzi competitivi. Abbiamo quindi dedicato un’area della nostra struttura alla produzione di contenuti audio, dalla creatività alla realizzazione, oltre ad acquisire One Vision, la società del gruppo Tailoradio specializzata in produzioni e post-produzioni video, animazioni grafiche 2D/3D e localizzazioni internazionali. Il risultato è un totale controllo della catena del valore, dallo strumento di fruizione di un contenuto multimediale, al contenuto stesso! Ma altrettanto importante è il supporto sin dalle fasi della progettazione degli store format, dove sempre più spesso ci confrontiamo con architetti e progettisti e non solo con Marketing e IT.

 

Un ambiente costruito ad hoc può davvero aiutare i negozi a coinvolgere emotivamente un cliente e spingerlo a comportamenti di acquisto e consumo diversi?

Certamente, anche se la dinamica che regola il rapporto tra cliente e negozio può essere letta da due punti di vista, entrambi importanti da interpretare. Da un lato, la capacità del punto vendita di sorprendere e coinvolgere, influenzando la shopping experience degli utenti, dall’altro, l’identificazione e l’analisi del comportamento e dei bisogni dei visitatori, per adattare al meglio la comunicazione In Store. Su questo punto stiamo sempre più integrando strumenti dedicati alla misurazione nel punto vendita, per conoscere al meglio i clienti presenti in negozio, ma anche valutare in modo puntuale le performance di ogni area del punto vendita, in diverse fasce orarie.

 

 

 

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Le strategie di Ikea, tra storytelling, customer experience e attivismo. Ne abbiamo parlato con Alessandro Aquilio, Country Communication Manager Ikea Retail Italy.

a cura di Davide Pellegrini
Quali sono le strategie che caratterizzando il gruppo Ikea.  Ne abbiamo parlato con Alessandro Aquilio, Country Communication Manager Ikea Retail Italy.

Si parla di storytelling. Mi piace pensare a Ikea in riferimento a un film del 2003, Kitchen Stories, che raccontava le indagini osservanti che si facevano in Svezia negli anni ’50 per studiare l’ergonomia e le comodità dello spazio domestico. Ikea da sempre ha avuto e ha la forza di costruire strategie di comunicazione importanti, piene di valore e di senso. Chi costruisce la creatività delle campagne?

Il ricordo del film di Bent Hamer fa sorridere, perché rappresenta con ironia grottesca cosa accade alle relazioni fra persone quando l’efficienza e l’ottimizzazione economica svuotano il fattore umano. È emblematica la scena in cui l’uomo norvegese mangia in cucina una tavoletta di cioccolato e spegnendo la luce tenta inutilmente di sottrarsi allo sguardo dell’osservatore straniero che, seduto su un tavolo sopra di lui, non lo perde certo di vista.

 IKEA ha una cultura propria, vissuta fino in fondo e in tutti gli aspetti, anche nello storytelling. Quando un brand come IKEA ha una forte identità culturale, la creatività di una campagna di comunicazione ne diventa una logica conseguenza. Tutte le campagne IKEA sono sempre il frutto di una riflessione e di una creatività interna all’azienda.

Dopodiché, l’idea viene declinata con il supporto di altre professionalità esterne, se necessario. Per IKEA è importante che i concept nascano sempre all’interno dell’azienda e non fuori, proprio come elaborazione di una cultura aziendale, fatta di una mission e una vision chiare a tutti i dipendenti di ogni settore, creatività compresa.

 

Veniamo al digital. IKEA e l’omnichannel, il vero argomento portante del mondo retail. Come avviene la convergenza del punto fisico con il canale digitale?

 IKEA vuole rendere più comoda la vita dei propri clienti. Questo significa raggiungerli attraverso i canali più utilizzati ed essere compatibili con gli stili di vita più diffusi, mutevoli e flessibili. La strategia multicanale di IKEA parte dal servizio “Clicca e ritira”, che permette di acquistare online e di ritirare il prodotto scelto in uno dei 21 store, dopo appena 4 ore. In tutta Italia abbiamo poi 93 punti di ritiro, che permettono di prelevare gli acquisti compiuti online a una tariffa agevolata rispetto alla consegna a domicilio.

Per avvicinare ulteriormente il mondo IKEA a chi risiede lontano dai nostri negozi abbiamo aperto di recente gli spazi “Progetta & Arreda” all’interno di alcuni centri commerciali ad Albenga (Savona), Arese (Milano), Bolzano, Marcon (Venezia), Palermo e Roma. All’interno, i visitatori possono disegnare i nuovi ambienti di casa, trovare informazioni sulle soluzioni di arredo IKEA e finalizzare il progetto, effettuando direttamente un ordine con il supporto dei nostri esperti. La consulenza gratuita diventa così un percorso di accompagnamento dal digitale fino all’acquisto, dal virtuale al reale.

 La scorsa estate, abbiamo inoltre avviato a Milano una “prima” nazionale sperimentando i “Locker”. Sono i nuovi armadietti blu IKEA, che funzionano come punti di ritiro self service degli acquisti fatti online. Sono grandi abbastanza da contenere un letto e si aprono 24 ore su 24 digitando un codice inviato sul telefono. I negozi di Milano di Carugate, Corsico e San Giuliano Milanese sono stati scelti per sperimentare questo servizio che permette di gestire in piena autonomia gli acquisti 24/7.

 Ricordo inoltre che a Roma siamo presenti con due pop-up store. Il primo nella centralissima piazza San Silvestro è dedicato al mondo della cucina e un secondo che aprirà prossimamente negli spazi di Eataly Ostiense. Anche qui sarà possibile progettare l’arredo più adatto per la propria casa, attraverso un moodboard wall all’interno di una cocreation area unica in Italia.

 A livello globale vanno sottolineate due novità che avvicinano ulteriormente il reale alle potenzialità del digitale: il lancio dell’app IKEA Place per iPhone e l’acquisto della start up Task Rabbit.

 

IKEA ha acquisito Task Rabbit, per offrire un servizio migliore e, permettimi di dirlo, perché riesce a stare sul pezzo nel mondo innovazione. Cosa caratterizza le strategie di service design dell’azienda?

 Il servizio IKEA al cliente si basa su semplicità, accessibilità, immediatezza e chiarezza. Questo vale sempre, anche quando si tratta di comunicare attraverso un cartellone o di sfruttare le tecnologie all’avanguardia applicate all’arredamento. Task Rabbit sposa questa impostazione perché attraverso un’app mette in contatto i consumatori con i lavoratori freelance disponibili a sbrigare piccoli lavori domestici, come montare i mobili appunto.

Non solo. IKEA è stata la prima a rendere disponibile la realtà virtuale a una platea enorme di clienti. La nuova app IKEA Place lanciata in Italia pochi mesi fa permette ai clienti di visualizzare come arredo di casa il proprio oggetto dei desideri, un tavolo, un comò o un tappeto, semplicemente inquadrando la stanza con l’iPhone. Questa idea rende il design ancora più democratico e accessibile.

 

Questo numero è dedicato ai lavori del retail. Cosa fa un Corporate Communication Manager e come si traduce la strategia di una multinazionale in un contesto locale come quello italiano?

 Credo sia imprescindibile quando si parla di IKEA, partire dal suo portato valoriale. IKEA nel mondo è una realtà presente da 75 anni, la sua storia di espansione nel mondo passa attraverso l’idea del suo fondatore Ingvar Kamprad, un innovatore che partito dalla Svezia ha portato il Design Democratico scandinavo in tutti i continenti. IKEA oggi è riconosciuta sicuramente per i suoi prodotti ma anche come un’azienda pioniera sui temi della sostenibilità e dell’attivismo sociale. Basti pensare alla campagna  del 2017 volta a sensibilizzare il pubblico italiano sul fenomeno della violenza di genere domestica e a creare un momento di confronto aperto utilizzando gli Store come un vero e proprio Media.

 Siamo partiti da alcuni dati di fatto: in Italia una donna su tre ha subito violenza domestica e la casa è nell’80% dei casi il luogo in cui avvengono soprusi fisici, psicologici ed economici. Al tempo stesso, 40 milioni di italiani ogni anno visitano un negozio IKEA, esplorando diverse idee e soluzioni per una casa confortevole. Quindi, abbiamo preso posizione, visto che il 59% dei nostri visitatori sono donne.

Così, per raccontare questa realtà nascosta abbiamo persino fatto ‘parlare’ i muri dello Store di Torino e gli arredamenti IKEA, che in casa diventano muti testimoni di queste violenze. Ci siamo riusciti grazie alla collaborazione con la ONG Telefono Donna, che sei mesi dopo la campagna ha registrato un aumento del 20% di casi di abuso riferiti.

 

 

 

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La storia di Manufactum parte nel 1987, quando Thomas Hoof, un esperto di retail, decide di tornare in Germania per combattere la cultura esasperata del consumismo di bassa qualità.

8500 prodotti, dagli oggetti di design per la casa all’arredamento, dall’abbigliamento al food, dalla valigeria e articoli di pelle al body care. Quello che contraddistingue Manufactum, come del resto evoca sul suo nome, è la filosofia di commercio.

Markus Althaus, che scrive i cataloghi e si occupa dei contenuti del sito rivela: il nostro obiettivo è rendere la vita più bella e gradevole. Ad esempio, un catalogo creato con gusto e impaginato con cura diventa un oggetto di design, un volume da sfogliare piacevolmente. Gli ordini online arrivano sempre dopo.

Il Managing Director Max Heimann ha come obiettivo la creazione e di un’esperienza totalmente integrata con il luogo per l’utente. Anche se il catalogo e l’online sono importanti, gli spazi di mattoni e malta dei negozi di questo bellissimo luogo restano il vero punto di forza, dove si nascono strategie e servizi mirati per il coinvolgimento attivo dei clienti. Manufactum ormai sta aprendo il 10 punto vendita ed è un Retailer affidabile e conosciuto.

L’headquarter del gruppo è nella città di Waltrop, a nord di Dortmund, in un edificio di grande pregio storico culturale costruito nel 1902. Alla volta della sua dismissione dall’originaria attività che qui si svolgeva, nel 1979, furono in molti a investire nella città. Lo stesso Hoof decise di costruire qua il suo brand. La ristrutturazione, completata nel 1996 collezionò diversi premi come miglior esempio di recupero di uno spazio industriale riconvertito in attività produttiva.

La sostenibilità e l’attenzione all’ambiente sono da sempre nella gamma di valori di Manufactum, così come la cura per il design dei servizi e la quasi maniacale centralità dell’utente.

L’interno di Manufactum è costituito da cubi di vetro, ognuno arredato con duo o quattro desk; la trasparenza non vuole essere un’imposizione, piuttosto ha l’obiettivo di riflettere la mentalità aperta del gruppo, l’idea di una gerarchia orizzontale fatta di fiducia, collaborazione e partecipazione. Tutto cose di cui ora si parla molto ma, quando è partito il progetto, la filosofia di questo brand era contro-cultura, già in qualche modo diversa e contraria alla nevrosi del consumo di massa che caratterizzava gli anni ’90 e i primi anni Duemila.

Gli articoli in vendita sono il risultati di ispirazioni raccolte in giro per il mondo, alla ricerca di esempi e idee tra artigianato e design, con la priorità di mantenere alto il livello della qualità delle realizzazione e dei materiali.

Oltre ai prodotti, poi, Manufactum ha costruito al suo interno dei veri e propri spazi sociali, come nel caso del ristorante (utilizzato anche come mensa per i dipendenti) Brot&Butter, con alimenti selezionatissimi realizzati secondo i principi della sostenibilità ambientale e dell’approccio green. Poi, c’è una libreria, per rilassarsi e leggere un buon libro e altri spazi di intrattenimento, dove magari fare relazioni e divertirsi.

Questa cultura del lavoro, questo rispetto per i propri collaboratori, trattati come risorse da valorizzare e far crescere, è fondamentale per Manufactum.

Grazie a questo tipo di complicità e fiducia, gli articoli in vendita vengono testati da tutti i membri dello staff, indossati, provati, vengono raccolte osservazioni, spunti di miglioramento; tutto questo per fare in modo che il consumatore finale sia sempre più consapevole e informato rispetto a ciò che compra, e al fatto che le modalità di produzione sono attente all’utente così come ai criteri di sostenibilità, con zero sprechi e la massima sensibilità rispetto ai materiali utilizzati.

Il cliente così non è più solo una compratore, ma entra a far parte di un modo di vedere il mondo, qualcosa che, rispetto alla spersonalizzazione tradizionale dei negozi, è un pò come sentirsi a casa.