Storie di brand

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Il digital signage è una forma di comunicazione di prossimità sul punto vendita. Il problema è da sempre di tipo tecnico. Caricare video, audio, programmare le sequenze. Ecco la proposta dio Tailoradio.

a cura di Davide Pellegrini
Tailoradio, produzioni video e audio per lo store empowerment e per il client engagement. Intervista a Massimo Petrella, Ceo del gruppo.

Quando nasce l’idea e come hai fatto a individuare uno spazio di mercato per servizi così customizzati?

Tailoradio è nata due volte, la prima 14 anni fa sull’idea di creare “Brand Radio”, ovvero radio web e In Store per grandi marchi, caratterizzate da un elevato tasso di qualità e personalizzazione. La seconda nascita 5 anni fa, capendo che i negozi necessitano di un approccio alla comunicazione e al coinvolgimento dei clienti più integrato e ricco, che coinvolga più sensi del solo udito e più finalità della promozione e atmosfera: in una parola strumenti per la Retail Experience più che solo della Comunicazione In Store. Da qui la nuova nascita di Tailoradio come tech company votata allo sviluppo di piattaforme per gestire audio, video, luci e ogni altro strumento di interazione in modo orchestrato e personalizzabile sul singolo negozio e singolo cliente. Con massicci e costanti investimenti in R&D, ben oltre il 10% del fatturato, che oggi ci ha portato ad essere uno dei protagonisti del mercato della Retail Experience.

 

Il digital signage è una forma di comunicazione di prossimità sul punto vendita. Il problema è da sempre di tipo tecnico. Caricare video, audio, programmare le sequenze. Voi proponete soluzioni cloud. Ci spieghi il valore aggiunto di questa convergenza di tecnicalities? 

La nostra è una scelta che si fonda su due principi: la semplicità di utilizzo, che deve sempre essere posta al centro di ogni soluzione sviluppata per il marketing delle aziende, e la leggerezza tecnologica, che deve permettere ai reparti tecnici delle aziende la più facile ed economica adozione degli strumenti. Non a caso la nostra piattaforma proprietaria di digital signage si chiama videoMOOD, Digital Signage made easy! Una piattaforma cloud based per gestire al meglio l’aggiornamento dei contenuti video da remoto e possibilità di gestire l’uploading da parte di account con diversi livelli di accesso e modifica dei file. In più, la comodità di un unico repository, che raccoglie i materiali e li distribuisce ai Client di destinazione. Un unico caricamento di un contenuto sarà sufficiente ad una delivery indirizzata a una moltitudine di monitor, con gestione ottimizzata, con Client che riceveranno solo i contenuti adatti allo specifico formato del monitor, ad esempio il formato 4K se il monitor è 4k, o un full HD verticale se il monitor è appunto ruotato in modalità Portrait. Semplice no? 

Vorrei parlare del valore dei servizi di Tailoradio. Mi spiego: quanto è importante per uno store rafforzare la propria identità con un efficace modo di comunicare? Video e musica possono davvero aiutare a costruire il giusto mood e rendere un brand riconoscibile?

Oggi l’esperienza di acquisto è cruciale per un brand nei suoi punti fisici di contatto con i clienti. Ecco perché l’accento si è spostato sull’arricchimento della Retail Experience, mettendo al centro il cliente e integrando diverse soluzioni multimediali. In questo quadro sono in fortissima crescita gli investimenti per il rinnovamento dei punti vendita, dove video, musica e ancor di più una nuova cultura della progettazione degli spazi integrati con questi strumenti tecnologici sono pensati per veicolare ai visitatori i valori dei brand, mixando segni di identità con intrattenimento e promozione.

Voi, oltre alle soluzioni tecnologiche vi occupate anche della parte di produzioni video e sound design. La multisensorialità passa, quindi, per il design di un format. Come avviene questo processo e chi realizza le produzioni?

Per Tailoradio, un Solution Provider è vincente se si pone come interlocutore di riferimento per i Retailer, con la capacità di dare risposte ad ogni livello della comunicazione In Store. Fornire servizi come Radio In Store e Digital signage, significa allora essere anche in grado di dare, in una unica soluzione, contenuti di qualità, a prezzi competitivi. Abbiamo quindi dedicato un’area della nostra struttura alla produzione di contenuti audio, dalla creatività alla realizzazione, oltre ad acquisire One Vision, la società del gruppo Tailoradio specializzata in produzioni e post-produzioni video, animazioni grafiche 2D/3D e localizzazioni internazionali. Il risultato è un totale controllo della catena del valore, dallo strumento di fruizione di un contenuto multimediale, al contenuto stesso! Ma altrettanto importante è il supporto sin dalle fasi della progettazione degli store format, dove sempre più spesso ci confrontiamo con architetti e progettisti e non solo con Marketing e IT.

 

Un ambiente costruito ad hoc può davvero aiutare i negozi a coinvolgere emotivamente un cliente e spingerlo a comportamenti di acquisto e consumo diversi?

Certamente, anche se la dinamica che regola il rapporto tra cliente e negozio può essere letta da due punti di vista, entrambi importanti da interpretare. Da un lato, la capacità del punto vendita di sorprendere e coinvolgere, influenzando la shopping experience degli utenti, dall’altro, l’identificazione e l’analisi del comportamento e dei bisogni dei visitatori, per adattare al meglio la comunicazione In Store. Su questo punto stiamo sempre più integrando strumenti dedicati alla misurazione nel punto vendita, per conoscere al meglio i clienti presenti in negozio, ma anche valutare in modo puntuale le performance di ogni area del punto vendita, in diverse fasce orarie.

 

 

 

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Le strategie di Ikea, tra storytelling, customer experience e attivismo. Ne abbiamo parlato con Alessandro Aquilio, Country Communication Manager Ikea Retail Italy.

a cura di Davide Pellegrini
Quali sono le strategie che caratterizzando il gruppo Ikea.  Ne abbiamo parlato con Alessandro Aquilio, Country Communication Manager Ikea Retail Italy.

Si parla di storytelling. Mi piace pensare a Ikea in riferimento a un film del 2003, Kitchen Stories, che raccontava le indagini osservanti che si facevano in Svezia negli anni ’50 per studiare l’ergonomia e le comodità dello spazio domestico. Ikea da sempre ha avuto e ha la forza di costruire strategie di comunicazione importanti, piene di valore e di senso. Chi costruisce la creatività delle campagne?

Il ricordo del film di Bent Hamer fa sorridere, perché rappresenta con ironia grottesca cosa accade alle relazioni fra persone quando l’efficienza e l’ottimizzazione economica svuotano il fattore umano. È emblematica la scena in cui l’uomo norvegese mangia in cucina una tavoletta di cioccolato e spegnendo la luce tenta inutilmente di sottrarsi allo sguardo dell’osservatore straniero che, seduto su un tavolo sopra di lui, non lo perde certo di vista.

 IKEA ha una cultura propria, vissuta fino in fondo e in tutti gli aspetti, anche nello storytelling. Quando un brand come IKEA ha una forte identità culturale, la creatività di una campagna di comunicazione ne diventa una logica conseguenza. Tutte le campagne IKEA sono sempre il frutto di una riflessione e di una creatività interna all’azienda.

Dopodiché, l’idea viene declinata con il supporto di altre professionalità esterne, se necessario. Per IKEA è importante che i concept nascano sempre all’interno dell’azienda e non fuori, proprio come elaborazione di una cultura aziendale, fatta di una mission e una vision chiare a tutti i dipendenti di ogni settore, creatività compresa.

 

Veniamo al digital. IKEA e l’omnichannel, il vero argomento portante del mondo retail. Come avviene la convergenza del punto fisico con il canale digitale?

 IKEA vuole rendere più comoda la vita dei propri clienti. Questo significa raggiungerli attraverso i canali più utilizzati ed essere compatibili con gli stili di vita più diffusi, mutevoli e flessibili. La strategia multicanale di IKEA parte dal servizio “Clicca e ritira”, che permette di acquistare online e di ritirare il prodotto scelto in uno dei 21 store, dopo appena 4 ore. In tutta Italia abbiamo poi 93 punti di ritiro, che permettono di prelevare gli acquisti compiuti online a una tariffa agevolata rispetto alla consegna a domicilio.

Per avvicinare ulteriormente il mondo IKEA a chi risiede lontano dai nostri negozi abbiamo aperto di recente gli spazi “Progetta & Arreda” all’interno di alcuni centri commerciali ad Albenga (Savona), Arese (Milano), Bolzano, Marcon (Venezia), Palermo e Roma. All’interno, i visitatori possono disegnare i nuovi ambienti di casa, trovare informazioni sulle soluzioni di arredo IKEA e finalizzare il progetto, effettuando direttamente un ordine con il supporto dei nostri esperti. La consulenza gratuita diventa così un percorso di accompagnamento dal digitale fino all’acquisto, dal virtuale al reale.

 La scorsa estate, abbiamo inoltre avviato a Milano una “prima” nazionale sperimentando i “Locker”. Sono i nuovi armadietti blu IKEA, che funzionano come punti di ritiro self service degli acquisti fatti online. Sono grandi abbastanza da contenere un letto e si aprono 24 ore su 24 digitando un codice inviato sul telefono. I negozi di Milano di Carugate, Corsico e San Giuliano Milanese sono stati scelti per sperimentare questo servizio che permette di gestire in piena autonomia gli acquisti 24/7.

 Ricordo inoltre che a Roma siamo presenti con due pop-up store. Il primo nella centralissima piazza San Silvestro è dedicato al mondo della cucina e un secondo che aprirà prossimamente negli spazi di Eataly Ostiense. Anche qui sarà possibile progettare l’arredo più adatto per la propria casa, attraverso un moodboard wall all’interno di una cocreation area unica in Italia.

 A livello globale vanno sottolineate due novità che avvicinano ulteriormente il reale alle potenzialità del digitale: il lancio dell’app IKEA Place per iPhone e l’acquisto della start up Task Rabbit.

 

IKEA ha acquisito Task Rabbit, per offrire un servizio migliore e, permettimi di dirlo, perché riesce a stare sul pezzo nel mondo innovazione. Cosa caratterizza le strategie di service design dell’azienda?

 Il servizio IKEA al cliente si basa su semplicità, accessibilità, immediatezza e chiarezza. Questo vale sempre, anche quando si tratta di comunicare attraverso un cartellone o di sfruttare le tecnologie all’avanguardia applicate all’arredamento. Task Rabbit sposa questa impostazione perché attraverso un’app mette in contatto i consumatori con i lavoratori freelance disponibili a sbrigare piccoli lavori domestici, come montare i mobili appunto.

Non solo. IKEA è stata la prima a rendere disponibile la realtà virtuale a una platea enorme di clienti. La nuova app IKEA Place lanciata in Italia pochi mesi fa permette ai clienti di visualizzare come arredo di casa il proprio oggetto dei desideri, un tavolo, un comò o un tappeto, semplicemente inquadrando la stanza con l’iPhone. Questa idea rende il design ancora più democratico e accessibile.

 

Questo numero è dedicato ai lavori del retail. Cosa fa un Corporate Communication Manager e come si traduce la strategia di una multinazionale in un contesto locale come quello italiano?

 Credo sia imprescindibile quando si parla di IKEA, partire dal suo portato valoriale. IKEA nel mondo è una realtà presente da 75 anni, la sua storia di espansione nel mondo passa attraverso l’idea del suo fondatore Ingvar Kamprad, un innovatore che partito dalla Svezia ha portato il Design Democratico scandinavo in tutti i continenti. IKEA oggi è riconosciuta sicuramente per i suoi prodotti ma anche come un’azienda pioniera sui temi della sostenibilità e dell’attivismo sociale. Basti pensare alla campagna  del 2017 volta a sensibilizzare il pubblico italiano sul fenomeno della violenza di genere domestica e a creare un momento di confronto aperto utilizzando gli Store come un vero e proprio Media.

 Siamo partiti da alcuni dati di fatto: in Italia una donna su tre ha subito violenza domestica e la casa è nell’80% dei casi il luogo in cui avvengono soprusi fisici, psicologici ed economici. Al tempo stesso, 40 milioni di italiani ogni anno visitano un negozio IKEA, esplorando diverse idee e soluzioni per una casa confortevole. Quindi, abbiamo preso posizione, visto che il 59% dei nostri visitatori sono donne.

Così, per raccontare questa realtà nascosta abbiamo persino fatto ‘parlare’ i muri dello Store di Torino e gli arredamenti IKEA, che in casa diventano muti testimoni di queste violenze. Ci siamo riusciti grazie alla collaborazione con la ONG Telefono Donna, che sei mesi dopo la campagna ha registrato un aumento del 20% di casi di abuso riferiti.

 

 

 

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La storia di Manufactum parte nel 1987, quando Thomas Hoof, un esperto di retail, decide di tornare in Germania per combattere la cultura esasperata del consumismo di bassa qualità.

8500 prodotti, dagli oggetti di design per la casa all’arredamento, dall’abbigliamento al food, dalla valigeria e articoli di pelle al body care. Quello che contraddistingue Manufactum, come del resto evoca sul suo nome, è la filosofia di commercio.

Markus Althaus, che scrive i cataloghi e si occupa dei contenuti del sito rivela: il nostro obiettivo è rendere la vita più bella e gradevole. Ad esempio, un catalogo creato con gusto e impaginato con cura diventa un oggetto di design, un volume da sfogliare piacevolmente. Gli ordini online arrivano sempre dopo.

Il Managing Director Max Heimann ha come obiettivo la creazione e di un’esperienza totalmente integrata con il luogo per l’utente. Anche se il catalogo e l’online sono importanti, gli spazi di mattoni e malta dei negozi di questo bellissimo luogo restano il vero punto di forza, dove si nascono strategie e servizi mirati per il coinvolgimento attivo dei clienti. Manufactum ormai sta aprendo il 10 punto vendita ed è un Retailer affidabile e conosciuto.

L’headquarter del gruppo è nella città di Waltrop, a nord di Dortmund, in un edificio di grande pregio storico culturale costruito nel 1902. Alla volta della sua dismissione dall’originaria attività che qui si svolgeva, nel 1979, furono in molti a investire nella città. Lo stesso Hoof decise di costruire qua il suo brand. La ristrutturazione, completata nel 1996 collezionò diversi premi come miglior esempio di recupero di uno spazio industriale riconvertito in attività produttiva.

La sostenibilità e l’attenzione all’ambiente sono da sempre nella gamma di valori di Manufactum, così come la cura per il design dei servizi e la quasi maniacale centralità dell’utente.

L’interno di Manufactum è costituito da cubi di vetro, ognuno arredato con duo o quattro desk; la trasparenza non vuole essere un’imposizione, piuttosto ha l’obiettivo di riflettere la mentalità aperta del gruppo, l’idea di una gerarchia orizzontale fatta di fiducia, collaborazione e partecipazione. Tutto cose di cui ora si parla molto ma, quando è partito il progetto, la filosofia di questo brand era contro-cultura, già in qualche modo diversa e contraria alla nevrosi del consumo di massa che caratterizzava gli anni ’90 e i primi anni Duemila.

Gli articoli in vendita sono il risultati di ispirazioni raccolte in giro per il mondo, alla ricerca di esempi e idee tra artigianato e design, con la priorità di mantenere alto il livello della qualità delle realizzazione e dei materiali.

Oltre ai prodotti, poi, Manufactum ha costruito al suo interno dei veri e propri spazi sociali, come nel caso del ristorante (utilizzato anche come mensa per i dipendenti) Brot&Butter, con alimenti selezionatissimi realizzati secondo i principi della sostenibilità ambientale e dell’approccio green. Poi, c’è una libreria, per rilassarsi e leggere un buon libro e altri spazi di intrattenimento, dove magari fare relazioni e divertirsi.

Questa cultura del lavoro, questo rispetto per i propri collaboratori, trattati come risorse da valorizzare e far crescere, è fondamentale per Manufactum.

Grazie a questo tipo di complicità e fiducia, gli articoli in vendita vengono testati da tutti i membri dello staff, indossati, provati, vengono raccolte osservazioni, spunti di miglioramento; tutto questo per fare in modo che il consumatore finale sia sempre più consapevole e informato rispetto a ciò che compra, e al fatto che le modalità di produzione sono attente all’utente così come ai criteri di sostenibilità, con zero sprechi e la massima sensibilità rispetto ai materiali utilizzati.

Il cliente così non è più solo una compratore, ma entra a far parte di un modo di vedere il mondo, qualcosa che, rispetto alla spersonalizzazione tradizionale dei negozi, è un pò come sentirsi a casa.

 

 

 

I brand devono dedicarsi a contenuti ed esperienze

a cura di Davide Pellegrini
Il caso Amazon, Facebook, Google.

Mary Meeker di KCPB ha sviluppato la presentazione dei principali trend di Internet per il 2018. Anche se tutto sembra, tutto sommato prevedibile, vediamo di tracciare un quadro chiaro.Prima di tutto, è un fatto che siamo in piena convergenza del fisico con il digitale, avendo quest’ultimo aumentato la corsa alla smaterializzazione delle transazioni commerciali, grazie anche al continuo rafforzamento di veri e propri ecosistemi che, ormai maturi e al sicuro dalla lotta muscolare con i proprio competitor, si stanno concentrando nella raccolta e analisi di una grandissima quantità di dati.

L’approccio data driven è essenziale nello studio dell’utente e dei suoi comportamenti. Il digital, distante dalle indagini socio-antropologico di interviste e focus group, consente oggi un approfondimento verticale del profilo dei consumatori mediante altri e nuovi strumenti. Questa abilità anzi, questo vantaggiocompetitivo influenza il modello organizzativo delle imprese che, tra misurazione della performance e capacità di restare connessi ai propri utenti, devono puntare su nuove strategie.

Partiamo dal presupposto, quindi, che per ottenere un ritorno importante di immagine e di profitto molte piattaforme, alcune delle quali come ho già scritto sono ormai maturi ecosistemi orientati all’aggregazione di opportunità di business, stiano lavorando con spasmodico impegno sulla .   

Sono a tutti gli effetti di network persuasivi, sensibili all’interazione con una enorme quantità di dati. I cosiddetti pervasive sensor networks come Amazon, Facebook o Google funzionano anche in un altro modo, come enti di garanzia per la certificazione di parti terze.

Si tratta, cioè, di trusted advisors, secondo la definizione di John Hagel,  ovvero agenti intermediari tra gli utenti e i brand in grado di aiutare entrambi a muoversi in un overload informativo e commerciale.

In effetti, a pensarci, i marketplace di queste piattaforme funzionano grazie al costante monitoraggio e aggiornamento dei dati degli utenti, sono in grado di profilare, suggerire, supportare i comportamenti d’acquisto premiando a un tempo i brand e i distributori e agevolando i loro obiettivi di vendita e fidelizzazione del target.

Anche se tutti ormai hanno chiaro il pericolo della eccessiva monopolizzazione del mercato, vista anche la progressiva e incessante crescita delle tecnologie e alle porte dell’intelligenza artificiale e del machine learning (pensate ad esempio a come sta cambiando il mondo del digital adv), cerchiamo di prendere il lato positivo della questione.

La ricerca di un’ottima performance digital oriented, per molti brand, si fa sempre più focalizzando i propri sforzi sull’uso efficace di ricchissime dashboard messe a disposizione dalle piattaforme a supporto del loro business. Gli investimenti sono, cioè, a carico dei network e sono loro a lavorare per semplificare le attività delle aziende.

Non si tratta quindi di acquisire competenze complesse, piuttosto di farsi guidare all’uso sapiente delle funzioni e degli strumenti che i programmi di affiliazione, di commercializzazione di prodotti e servizi e di analisi dati offrono.

I brand, quindi, si potranno concentrare su content design ed experience design per rendere più accattivanti le loro proposte, cercando a un tempo di combinare nel modo migliore e più redditizio le tante soluzioni presentate periodicamente da Google, Amazon, e Facebook.

 

 

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Come è possibile unire la sostenibilità all'innovazione, la circolarità al mercato?

Come è possibile unire la sostenibilità all’innovazione, la circolarità al mercato?

MUD Jeans offre un’opportunità unica ai consumatori: con un unico pagamento di 20 euro diventi socio e puoi “Affittare un Jeans” a 7,50 euro al mese, pagando 90 euro a rate invece di 98 per pagare il jeans in una soluzione. Dopo un anno hai tre opzioni. Puoi tenerti il tuo Jeans MUD – l’azienda ripara gratis i jeans affittati -, puoi riportarlo per il riciclo oppure puoi scambiarlo per un paio nuovo in affitto. Un voucher di €10 per un nuovo paio viene dato a tutti quelli che danno dentro jeans di qualsiasi marca, che MUD Jeans poi ripara e vende come “vintage”. Se il jeans è irrecuperabile l’azienda manda la stoffa ad una fabbrica in Spagna per il riciclaggio.

 

L’azienda vende i jeans online e tramite 260 negozi in 27 paesi, permette ai rivenditori di fare ordini piccoli per evitare la sovra-produzione e non fa mai saldi. Oggi circa 2mila clienti MUD affittano i loro jeans e rappresentano un quarto delle vendite. Secondo Van Son, la loro età media è 35 anni, tendono ad essere istruiti, con figli, amano viaggiare, mangiano cibo bio e sono aperti ad esperienze nuove.Lo stesso van Son nota che l’80% dei clienti rimandano i loro jeans vecchi per il riciclaggio, che siano affittati o comprati. Un paio tipico di Jeans MUD, come i Dunns Regolare che indossa, è composto da 23% jeans, 75% cotone organico e 2% elastam. E’ colorato con tinta indigo non tossica e ha un’etichetta stampata e non di cuoio per facilitare il riciclo. I jeans sono prodotti in Tunisia nella fabbrica Yousstex, le cui condizioni lavorative sono state controllate dalla Fair Wear Foundation.

L’azienda ha recentemente ricevuto un’iniezione di liquidi e know-how quando tre investitori esperti hanno comprato azioni: un “guru” dei jeans, un direttore vendite, e uno specialista del marketing dei social media. MUD ha una linea di credito operativo con Triodos, una banca che finanzia progetti per il cambiamento positivo, e un prestito dalla fondazione Doen. L’azienda si aspetta di raggiungere il break-even con un milione di euro di vendite nel 2017. “Puoi fare molto con l’acqua, l’argilla e la sabbia – mettili sulla faccia, costruisci case e poi ridalli a MUD (fango ndr),” riflette van Son, coprendo il tè appena fatto con una copriteiera fatta da sua madre 88enne con vecchi jeans e un cappotto. “ E dal fango potrà crescere un bellissimo fiore di loto.”

 

 

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La storia di Brunello Cucinelli e la costruzione dell'utopia Solomeo, il borgo della comunità ideale.

a cura di Michela Turco

La fiducia nell’esperienza e nella qualità dei prodotti italiani, sembrano essere un’arma potente per combattere la crisi. Tuttavia, non è solo una questione di qualità: in gioco ci sono anche la nostra storia antica e i nostri saperi. Il “Made in Italy” rappresenta un buon punto di partenza, ma è pur sempre una comunicazione da far esplodere, ampliare e dettagliare.

A questo riguardo, approfondiamo il caso di Brunello Cucinelli. L’imprenditore, che ha avuto la grande intuizione di colorare il cashmere, è diventato uno tra i più grandi produttori mondiali. “Il re del cashmere” da anni parla molto di recupero delle tradizioni e dei legami con il territorio.

Per questo, nel 1985, ha deciso di riunire nel borgo medievale di Solomeo, un borgo medievale, la famiglia e la stessa attività imprenditoriale, per “rendere il lavoro più umano e mettere l’uomo al suo centro”. In questa rocca medievale vi risiedono gli uffici ed i lavoratori dell’azienda. Gli operai vivono all’interno del borgo, realizzando un modello di azienda autosufficiente:

Ho ascoltato la parola sapiente e commossa di san Francesco, San Benedetto, Kant, Marco Aurelio, Socrate, Seneca, e ho capito che il valore economico è nullo senza quello umano, dal quale pertanto il primo non può prescindere”.

Cucinelli, definito l’imprenditore filosofo, è impegnato in una continua ricerca del Bello, i prezzi dei suoi vestiti sono il risultato della sua produzione iperlocale, dell’artigianalità e dell’utilizzo di materie prime che provengono da fonti sostenibili. La produzione, dislocata sul territorio italiano, avviene in laboratori altamente specializzati. Il Made in Italy esprime la massima attenzione alla qualità della materia prima, accompagnata da grande manualità e cura del dettaglio.

Il modo di fare impresa di Brunello Cucinelli riscopre i valori umani e segue il trend Back to the Origin, in cui il saper fare italiano torna protagonista.

Tale filosofia viene poi riportata nei punti vendita, dove si respira armonia, creatività e grande artigianalità italiana.

 

 

 

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Uno dei player della grande distribuzione in Italia si è appena messo a caccia di realtà innovative: Pam Panorama ha dato vita al Pam Innovation Lab, progetto elaborato negli ultimi mesi e presentato internamente proprio in questi giorni. Si tratta – spiegano in anteprima a EconomyUp Giovanni Blandino, Responsabile Sviluppo Commerciale, e Marco Moschini, Responsabile CRM – di un team cross funzionale di risorse appartenenti a vari dipartimenti (Operations/Vendite, Acquisti, Customer Engagement, IT, Risorse Umane) accomunati da un triplice obiettivo: guidare in maniera agile il cambiamento Digital, integrare il Digital all’interno del processo e della cultura aziendale e indirizzare gli investimenti sulle piattaforme e sulle competenze digitali.

Il player della GDO con 60 anni di esperienza alle spalle aveva già manifestato interesse nei confronti delle giovani realtà innovative del settore stringendo a febbraio scorso una partnership con Supermercato24, startup della spesa online con consegna a domicilio: un accordo per permettere  ai clienti di ricevere la spesa direttamente a casa, in giornata o anche entro un’ora, agli stessi prezzi del punto vendita scegliendo tra un vasto assortimento di oltre 5.600 referenze presenti sulla piattaforma.

Innovation Hub, composto da risorse di vari dipartimenti, individuerà aziende e startup promettenti e organizzerà hackathon. “Solo con un approccio aperto verso l’innovazione rimarremo protagonisti in un mercato così complesso” dicono i manager.

  • LA MISSION – Uno degli obiettivi del Pam Innovation Lab  – spiegano i responsabili – è quello di monitorare costantemente il mercato alla ricerca di realtà innovative da inserire in azienda.
  • LA GESTIONE – Il Pam Innovation Lab, spiegano i manager di Pam, è una struttura autonoma al cui interno volutamente non è stata creata alcuna organizzazione gerarchica. Il Lab ha un suo referente che risponde dell’operato e delle iniziative del team direttamente all’amministratore delegato di Pam Panorama, Gianpietro Corbari.

 

 

  • I MEMBRI – I profili aziendali selezionati per partecipare al Pam Innovation Lab sono quelli che maggiormente rispondono alle seguenti caratteristiche: ambasciatore del cambiamento digitale, rapidità di esecuzione e velocità, approccio “customer first”, capacità di relazione con i partner esterni (creatori di ecosistemi), creatori di valore.
  • L’OPERATIVITÀ – Ogni mese tutti i membri del Pam Innovation Lab si ritrovano per presentare schede sintetiche di analisi relative a startup o aziende che innovano nel settore. Successivamente quelle realtà che dimostrano di avere determinati requisiti vengono contattate per un incontro di approfondimento. Inoltre, grazie ad una relazione privilegiata con il mondo accademico, Pam Panorama collabora con più istituti universitari per avere un maggior supporto nel processo di scouting.
  • LE STARTUP  – La collaborazione avviata con la startup Supermercato24dimostra che il player della GDO è attratto dalle giovani realtà innovative ed è interessato a sfruttarne il potenziale. “Crediamo tanto nelle collaborazioni con le startup – dicono – perché ci danno la possibilità di accedere in modo rapido all’innovazione, comprendere i nuovi trend e testarli con un time to market velocissimo”.
  • GLI EVENTI – La società ha poi in programma l’organizzazione di eventi che puntino a stimolare l’open innovation, ad esempio con hackathon presso la sua sede. Durante questi hackathon alle startup partecipanti sarà data la possibilità di accedere ai dati di Pam Panorama via API e di collaborare con l’azienda al fine di individuare soluzioni innovative per determinati problemi presentati dai mentor durante l’evento.

 

 

 

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a cura di Antonio Citterio

Beniamino Bonetto di origine veneta ultimo di una numerosa famiglia di falegnami, si trasferisce agli inizi negli anni 50 nel distretto produttivo dell’arredamento brianzolo.

Si forma sul campo e frequentando scuole professionali di disegno ed ebanisteria.

All’inizio degli anni 60 si trasferisce a Chieri per prendere in gestione il negozio di famiglia, trasformandolo da mobilificio a show-room di arredamento. Cambia la linea aziendale introducendo le migliori aziende del design italiano partendo da Flexform, B.B, Zanotta, Flos, Arflex, Cassina, Poltronova e altre, diventando un punto di riferimento per il nord ovest. E’ in quel periodo che Bonetto conosce gli architetti Sergio Jaretti e Elio Luzi ultimi grandi protagonisti della scena architettonica torinese del dopoguerra. E’ dall’incontro con loro nasce, nel 1967, la Collezione Bonetto.

ll nome Bonetto viene legato ai grandi nomi dei designer torinesi del periodo. Ed è in quegli anni che la Collezione è apprezzata e scelta dall’architetto Giò Ponti per essere esposta al 4°Eurodomus di Torino del 1972, venendo poi pubblicata su riviste come Abitare, Domus e Interni. La Collezione Bonetto inizia quindi a da fare da traino al marchio a livello internazionale, arrivando sino in America ed Hollywood, esposta all’Ice Palace di Los Angeles.

Ed è in quell’esposizione che Mel Bourne, lo scenografo di Woody Allen per il film Manhattan del 1979 ha scovato uno dei pezzi della collezione, “La Cambusa”, per l’ambientazione degli interni di una delle scene.

I pezzi della Collezione hanno acquisito lo status di “icone del design” entrando nelle gallerie di collezionisti e appassionati a livello internazionale. Una Collezione che non smette di stupire, nonostante abbia compiuto 40 anni e si prefigge di evolversi restando un’icona di stile anni 70 che prende spunto dalla contemporaneità e si arricchisce di nuovi elementi. E’ così che nasce la sedia “Collaborazione Immaginaria” in omaggio ai celebri architetti torinesi Carlo Mollino e

Aldo Morbelli.

La Collezione è ora stata scelta per arredare, in esposizione permanente, lo storico palazzo Ceriana Mayneri di Torino, sede del Circolo della Stampa e visitabile al pubblico.

Art director dell’azienda che ha sede a Chieri, in vicolo della Madonnetta 1, è Beniamino Bonetto coadiuvato dai figli Federica, Matteo e Giuseppe.

 Qui, all’ombra dei palazzi medioevali del centro storico chierese, sedendosi tra i mobili della Collezione, ci si può fermare per parlare di design e arredamento, mettendo in primo piano che “il progetto di una casa privata è il progetto del sogno di una vita del cliente”.

 

 

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Le incertezze sul futuro tornano a preoccupare i sindacati dell’azienda dolciaria

Annuvolamenti improvvisi continuano ad attraversare il cielo della Melegatti, l’azienda dolciaria veronese sulla quale fatica a stabilirsi il sereno.

I lavoratori dei pandori e panettoni sono tornati sul piede di guerra e oggi hanno proclamato una giornata di sciopero, manifestando contro i ritardi e le incertezze che hanno impedito di far partire l’annunciata campagna pasquale.

D’altra parte, la vicenda della Melegatti ha sì conquistato i social e il supporto dei consumatori, elementi che però non bastano per spazzare via le debolezze finanziarie.

L’ultimo episodio: in una nota i sindacati Cgil-Cisl-Uil hanno lanciato accuse nei confronti della proprietà. “Nel tardo pomeriggio di ieri abbiamo ricevuto una telefonata da parte della Prefettura nella quale si comunicava che l’incontro previsto per oggi veniva slittato alla fine della prossima settimana. E’ incredibile”, denunciano i rappresentanti dei lavoratori. “La richiesta di spostare il tavolo è stata avanzata dalla presidente Emanuela Perazzoli proprio nel pomeriggio, dopo che la stessa per tutto il giorno ha minacciato i lavoratori contrariata dalla decisione di proclamare una giornata di sciopero per il 23 gennaio”.

Secondo i rappresentanti sindacali i vertici di Melegatti “invece di preoccuparsi di far ripartire l’azienda che dovrebbe essere la preoccupazione primaria, ancora una volta investono energie per infierire sui lavoratori”.

Questa mattina i delegati delle Rsu sono stati comunque ricevuti in Prefettura, in attesa di sviluppi nell’intesa che Melegatti ha siglato con il fondo maltese Abalone, che dopo aver finanziato la mini-campagna natalizia dovrà sostenere, con 10 milioni di euro, anche quella pasquale, fondamentale per il rilancio dell’azienda che ha brevettato il pandoro.

Ai lavoratori è stato imposto il silenzio, mentre i sindacati parlano di “situazione grave, senza prospettive. Chi pagherà lo stipendio di gennaio? Sarà un’altra mensilità che andrà ad aggiungersi a quelle di agosto,settembre,ottobre e tredicesima già congelate?” hanno chiesto i rappresentanti Flai-Cgil, Fai-Cisl e Uila-Uil.

Sul caso Melegatti continueremo a pubblicare approfondimenti mirati perché pensiamo davvero possa essere un caso esemplare di un’urgenza nell’impresa italiana di cui spesso non si parla: la formazione della classe manageriale e delle dirigenze, evidentemente molto distanti dai temi attuali di responsabilità, valorizzazione delle risorse, condivisione dei risulti e costruzione di un patto di fiducia con i lavoratori. Un’azienda di riformare, senza dubbio.

 

See full story on Melegatti, lavoratori di nuovo preoccupati: sciopero di una giornata – Repubblica.it

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a cura di Progettomenodue
E’ un’eccellenza italiana. Se fosse un cibo, sarebbe il pregiato tartufo nero di Norcia ma anche una pasta e fagioli cucinata a fuoco lento, con ingredienti di qualità e un ottimo olio del Frantoio Batta di Perugia. Se fosse un vino, nomen omen, un robusto e longevo Brunello di Montalcino.

Parlare dell’azienda Brunello Cucinelli si può fare, ma solo partendo dal suo fondatore. Spesso definito l’imprenditore filosofo, il Socrate del cashmere, l’Adriano Olivetti del nuovo millennio.

Cucinelli si è specializzato in uno dei materiali più pregiati (per la sua produzione, infatti, viene utilizzata solo una piccola parte posta sotto la gola dell’animale) e col merito di averlo innovato. Negli anni Ottanta, per andare incontro ai gusti del pubblico femminile, l’intuizione di proporlo colorato, passando dai classici beige e grigio a nuances arcobaleno. Oggi nella sua cartella colori sono presenti circa settecento tonalità differenti.

Cucinelli è anche un perfetto esempio di racconto del lato intangibile del settore lusso. Quello absolute, quello che davvero in pochi possono permettersi. Parliamo di un prodotto di base esclusivo, caratterizzato per di più da una forte valenza simbolica. Acquistare un capo Cucinelli non significa solo avere la certezza di un manufatto eccellente ma significa anche entrare a far parte di un progetto più ampio dove valori come la dignità del lavoro e dell’uomo ne sono i cardini.

Solo con queste premesse si può giustificare un prezzo così elevato. Il costo di un maglione varia tra le 700 e le 2000 euro. Ma con esso si acquisisce tutto il valore intrinseco che porta. Si acquisisce la produzione locale (ogni capo è concepito e lavorato nel cuore pulsante dell’azienda, il trecentesco borgo umbro di Solomeo, da lui completamente ristrutturato), l’utilizzo di materie prime di qualità eccelsa, la costante ricerca tecnico-creativa e pure quel venti per cento in più, rispetto ai contratti nazionali, che viene dato in busta paga ai dipendenti. E a chi gli muove critiche sul fatto che i suoi prezzi siano da capogiro Cucinelli risponde, in maniera provocatoria, dicendo che occorrerebbe piuttosto farsi delle domande quando un maglione viene venduto sul mercato a 9,99 euro.

Sembra poi esserci una dicotomia tra le cifre sul cartellino e lo stile delle collezioni: un segmento del genere imporrebbe pezzi barocchi, eccessivi e invece i suoi capi sono un tributo all’informalità, alla sobrietà di linee che li rendono versatili, adatti ad ogni occasione e capaci di soddisfare consumatori molto diversi tra loro. Perché, il lusso, quello vero, è per sempre. Non ha logo, non è ostentato, non è effimero.

Vie prestigiose e luoghi di villeggiatura esclusivi come Porto Cervo o Cortina ospitano i suoi negozi. Il nuovo flagship, inaugurato in via Montenapoleone a Milano lo scorso gennaio, riflette perfettamente i valori del brand: colori caldi, legni chiari, arredi puliti e senza fronzoli e, al centro, la maxi stampa in bianco e nero del borgo di Solomeo per ricordare sempre il legame col territorio, da dove tutto parte.

Il negozio Cucinelli è concepito come un’oasi di tranquillità, lontano dai rumori e dalla frenesia della vita quotidiana, dove il tempo sembra rallentare. Anche i siti di e-commerce e corporate riflettono questo stile: alternanza di testi e immagini curatissime, citazioni filosofiche fino alla dichiarazione d’intenti in home page, La bellezza salverà il mondo. Cucinelli è, infatti, convinto che un ambiente bello stimoli la creatività ed elevi gli spiriti. Arte, cultura, tradizione e valori umanistici sono gli unici mezzi per costruire un futuro più giusto ed equo.

Un prodotto marchiato Cucinelli racchiude tutto questo e dimostra come un Made in Italy puro funzioni e sappia ancora affascinare.