Posizionamento del prodotto

Quelli che una volta erano luoghi anonimi e freddi si sono trasformati in spazi dalla shopping experience innovativa, vere e proprie destinazioni polivalenti.

a cura di Progettomenodue

All’interno di ogni città, la farmacia rappresenta un punto di riferimento.

Quel neon verde, a forma di croce, brilla inesorabile e costante. Un porto sicuro per alcuni, un’esigenza data dalle circostanze per altri. Ma in cui tutti, almeno una volta nella vita, ci ritroviamo a varcarne la soglia.

E se apparentemente può sembrare un posto sempre uguale a sé stesso dove, a seconda del look, dominano luci asettiche e linee pulite o, viceversa, credenze in mogano che contengono ancora barattoli in ceramica di verbena e melissa, ad un’osservazione più attenta, si può notare come abbia subito un vero e proprio restyling.

Un update in chiave moderna che di fatto l’ha trasformata in un punto vendita a tutti gli effetti.

Con strategie di marketing, interventi di visual merchandising, suddivisione accurata degli spazi che non ha nulla da invidiare agli altri canali retail.

Un punto farmacia Walmart presso Elm Springs Road in Springdale Arkansas. Photo By Spencer Tirey

Negli anni si è assistito ad un processo che ha determinato l’abbandono progressivo delle tradizionali farmacie a conduzione familiare alle società di persone. Una vera e propria azienda in cui il farmacista, a volte socio, a volte dipendente, analizza e monitora dati di vendita e statistiche. Egli gode di una caratteristica unica ossia la fiducia pressoché incondizionata del proprio cliente data dal fatto che tratta il bene più prezioso: la nostra salute e quella dei nostri cari. Ecco perché difficilmente la clientela cambia ed ecco perché una farmacia di nuova apertura impiega anni a conquistare il suo pubblico.

Basti pensare che, in termini di customer satisfaction, il farmacista è tradizionalmente un top performer; questo rapporto privilegiato gli permette di fidelizzare il cliente e non essere scalfito dalla vendita di farmaci e affini sull’online, generalmente guardati con sospetto in quanto sconosciuti e non consigliati da persona esperta.

Una delle mosse più furbe e azzeccate che sta diventando una regolare realtà di molte farmacie è la sottoscrizione di una fidelity card.

Come una tessera punti del supermercato, il cliente accumula sconti e offerte personalizzate in base alla cronologia dei suoi acquisti.

La figura del farmacista diventa perciò molto simile a quella dello store manager: tanto più è in grado di conoscere la persona che ha di fronte tanto più sarà in grado di proporre prodotti su misura e complementari.

Il farmacista sempre più counselor

L’altro segnale di cui tenere conto è l’incidenza delle vendite del farmaco con prescrizione che oggi si attesta soltanto al 35%, una percentuale molto più bassa rispetto ai decenni precedenti e che dimostra come i servizi “aggiuntivi” possano determinare il buon andamento o meno dell’attività. L’offerta deve essere ampia e mirata perché altrettanto ampia è la sua clientela. Si passa dai cosiddetti Silver, persone che per questioni fisiologiche si recano in farmacia più spesso, ai Boomer con figli fino alle new entry come i Millenials.

La consapevolezza di condurre uno stile di vita più equilibrato, un’attenzione maggiore alla propria persona ha provocato una trasformazione nei comportamenti del consumatore, che oggi si reca in farmacia non solo per esigenza ma per consigli di personal care e soluzioni preventive.

Vengono perciò organizzati tutta una serie di eventi promozionali, dal mese dell’udito a quello della vista, dal controllo della pressione ai corner di ascolto con professionisti su intolleranze e allergie alimentari.

Tutti servizi aggiuntivi (e quasi sempre gratuiti) che stimolano il cliente ad aver cura di sé, a sottoporsi a controlli periodici, a entrare per semplice curiosità o per avere un parere tecnico.

E’ un cambiamento davvero significativo questo che porta alla vendita di prodotti che prima venivano acquistati su altri canali o, sì in farmacia, ma solo in presenza di determinate patologie.

Dalle creme specifiche per pelli mature, agli integratori vitaminici per i più anziani, dai colluttori speciali per la dentatura dei bambini ai corner beauty con prodotti make-up senza parabeni.

Il beauty rappresenta il nuovo spotlight per una farmacia, in grado di attirare anche le generazioni più giovani, oggi attente all’origine e alle composizioni di fondotinta e rossetti.

Packaging accattivante, trasparente, green e certificato: prodotti di piccoli laboratori iperspecializzati che, nella grande distribuzione, faticherebbero ad avere il proprio posto al sole. Unito ai consigli del farmacista o della beauty counselor che a volte affianca questi point of sale, esso rappresenta una variabile che può portare a margini di profitto molto consistenti.

Packaging pillole

Sicuramente in Italia la trasformazione della farmacia sta avvenendo in maniera più lenta, forse perché la tradizione dei drugstores in stile Cvs o Boots non ha mai attecchito e c’è sempre stata una differenza netta tra medicina e cura personale. Oltreoceano vediamo infatti esempi lampanti di come la farmacia abbia fatto proprie strategie di business retail: banchi scenografici che enfatizzano la sensazione di laboratorio tecnologico/alchemico come Molecure Pharmacy a Taiwan, progetto di Waterfront Design dove la scala al centro ricorda l’elica del dna e il bancone poggia su tronco di albero secolare.



Sempre più frequenti sono i totem didascalici con domande dirette o storytelling mirato che indirizzano il cliente nel suo percorso all’interno del negozio o interi scaffali dedicati alle maschere di bellezza coreane, note per essere le più efficaci.

Quelli che una volta erano luoghi anonimi e freddi si sono trasformati in spazi dalla shopping experience innovativa, vere e proprie destinazioni polivalenti in grado di soddisfare un’ampia audience.

La confusione è il primo nemico di una buona vetrina. È fondamentale essere precisi ed ordinati non solo nell’allestimento – evitando quindi elementi fuori posto o in disordine – ma anche nei messaggi.

A cura di Redazione Cavalieri Retail

Sarà vero che in uno store costruito come si deve “anche l’occhio vuole la sua parte”? Senza dubbio gli elementi visivi – il cosiddetto visual merchandising – sono fondamentali per rendere un punto vendita attrattivo ed efficace.

In un contesto di sempre maggior concorrenza (offline e online) una cura degli elementi visivi consente di rafforzare l’immagine del brand, di incentivare gli ingressi nello store e di stimolare gli acquisti, in un redditizio circolo virtuoso.

Non possiamo però affidarci alla sola valutazione estetica per capire l’utilità dell’impatto visivo di un punto vendita: è impensabile valutare una vetrina di uno store Prada con gli stessi criteri che adotteremmo per una tela di Modigliani, è invece necessario comprendere in profondità gli scopi e le potenzialità di tutti gli elementi visivi di un punto vendita, per sfruttarli al meglio e raggiungere il cliente.

La vetrina

La vetrina di uno store è senza dubbio l’elemento con il potenziale più alto: è il primo punto di contatto fisico con il cliente, e può essere cruciale per veicolare il proprio messaggio. Ha lo scopo di instaurare una relazione tra il pubblico e il punto vendita, catturando l’attenzione dei passanti e raccontando in maniera chiara, diretta e enfatica i valori, lo stile e la personalità dello store. La sfida è sempre più complicata: negli ultimi anni infatti il pubblico è sempre meno sensibile alle vetrine, complice probabilmente la sovraesposizione.

Allestimento vetrina

Secondo uno studio osservazionale condotto da Cavalieri Retail in 3 centri storici italiani nel 2000 il 9,5% del pubblico che si trovava a passeggiare davanti a uno store sceglieva di fermarsi ad osservarne la vetrina; nel 2018 questa percentuale scende al 3,2%.

Certamente l’impostazione e l’allestimento di una vetrina dipende in gran parte dal tipo di storetarget, tipologia di prodotto, posizione – esistono però principi generali validi quasi universalmente, per sfruttare al meglio lo spazio più visibile del punto vendita.

  • LA VETRINA È UN MEDIA, NON UN CATALOGO

Uno degli errori più ricorrenti nell’impostazione di una vetrina è la scelta di esporre troppi articoli. Sarà capitato a tutti di passare davanti a vetrine sovraffollate, cariche di prodotti di ogni tipo, senza una logica o un principio di fondo.

L’allestimento dovrebbe essere capace di creare un punto focale dove far cadere lo sguardo del cliente. La vetrina non è un catalogo: non serve a mostrare ai potenziali clienti tutto l’assortimento dello store; il suo scopo, piuttosto, è raccontare una storia che coinvolga il pubblico e lo invogli ad entrare.

Il protagonista della vetrina non sono i prodotti, ma è il messaggio che si vuole veicolare: i prodotti diventano così strumenti al servizio della narrazione.

  • COMUNICA UN MESSAGGIO

La confusione è il primo nemico di una buona vetrina. È fondamentale essere precisi ed ordinati non solo nell’allestimento – evitando quindi elementi fuori posto o in disordine – ma anche nei messaggi. Una vetrina efficace trasmette un solo messaggio, chiaro ed efficace, che possibilmente coinvolga emozionalmente il pubblico.

Una buona pratica è cambiare molto spesso la vetrina, adattandola a momenti particolari del calendario (Halloween, San Valentino) o a caratteristiche particolari della collezione – senza mai sovrapporre i messaggi.

Cercare di dire troppe cose significa, in sostanza, non dirne nessuna: meglio scegliere un messaggio forte e dedicargli il giusto spazio.

  •  TRASMETTI IL TUO DNA

Mostrami la tua vetrina e ti dirò chi sei: un buon allestimento trasmette immediatamente l’identità dello store a cui appartiene, il suo DNA. Alcuni brand hanno fatto delle loro vetrine elementi di posizionamento e di riconoscibilità del brand: una vetrina Louis Vuitton, ad esempio, è immediatamente riconoscibile, anche senza nessun logo o indicazione specifica, e vale lo stesso per brand totalmente diversi, come Tiger o Intimissimi. I colori, le forme, i caratteri di una vetrina devono riflettere il DNA dello store, e imprimerli nella memoria del pubblico.

  • PARLA AL TUO TARGET

Anche se è posizionata nel punto più trafficato della via più frequentata della città, la tua vetrina non può parlare a tutti.

Coerentemente con tutti gli elementi di comunicazione del brand, anche la vetrina deve avere un target ben preciso su cui veicolare i propri messaggi.

Lo scopo dell’esposizione deve essere far entrare chiunque dentro lo store, ma essere un driver per portare verso l’acquisto il segmento di pubblico in target – e quindi più propenso alla conversione in acquisti.

L’allestimento interno

Gli elementi visivi di uno store ovviamente non si esauriscono con la vetrina, ma anzi trovano la loro massima espressione nei numerosi elementi di allestimento interno. Pannelli espositivi, totem digitali, manichini: tutto deve concorrere ad un’immagine coerente e che serva da supporto al cliente nella sua in-store experience. Un buon allestimento, a volte, può anche sostituire in parte il lavoro degli assistenti alle vendite, soprattutto nei momenti di maggiore affluenza di clientela. Anche per gli elementi interni di visual merchandising esistono principi di base, validi per ogni tipo di store.

Allestimento interno
  • CREA UN AMBIENTE ACCOGLIENTE

Cosa vede il cliente appena entra nel punto vendita? Ogni elemento è potenzialmente decisivo perché prosegua nella sua shopping experience, arrivando fino al momento dell’acquisto. Gli elementi visivi devono proiettare il pubblico in un ambiente dove possa trovarsi a suo agio e mai spaesato: servono indicazioni chiare, spazi ordinati e comprensibili, e coerenza con i messaggi trasmessi dall’allestimento della vetrina.

  • ACCOMPAGNA IL CLIENTE

Uno degli scopi dell’allestimento visivo è guidare il cliente, accompagnarlo in un percorso che gli faccia scoprire l’offerta dello store, attraversando tutte le sue aree ed esplorandone i valori. Per questo è indispensabile un allestimento chiaro, con zone ben definite e ordinate (per categoria, per brand, per modalità d’uso..) e con un corretto utilizzo di zone calde e fredde. In una shopping experience ideale il cliente dovrà essere incoraggiato ad esplorare gran parte dello spazio di vendita, e in ognuna di esse dovrà trovare coerenza e chiarezza.

  • COSTRUISCI UN’ESPERIENZA IMMERSIVA

Per portare un potenziale cliente verso l’acquisto è necessario costruire un percorso, che lo accompagni per il punto vendita, gli racconti i prodotti e lo proietti in un’esperienza in cui lui è al centro.

I prodotti devono essere messi in relazione tra loro, tramite allestimenti curati, pannelli integrativi o tool tecnologici, così da da rendere lo store non più un mero allestimento di oggetti, ma un luogo dove tutto è coerente e coordinato e dove il cliente può sentirsi protagonista.

Un ottimo esempio sono gli allestimenti IKEA, che costruiscono un ambiente immersivo che mette in relazione i prodotti, il cliente e i valori del brand. Il valore esperienziale dello store è quello che tra tutti può fare la differenza in maniera più incisiva rispetto alla concorrenza online.

  • EVITA IL SOVRAFFOLLAMENTO

Se un potenziale cliente esce dal negozio con la sensazione di non aver trovato “nulla di suo interesse”, probabilmente è perché c’erano troppi prodotti.

Un buon allestimento deve evidenziare ciò che è potenzialmente più interessante per il cliente target, aiutandolo a scegliere e motivandolo. Nell’allestimento mostrare troppo equivale a non trasmettere nulla

La cura del visual merchandising, insomma, è un processo che richiede precisione e metodo, prima ancora che creatività ed estro.  È necessario conoscere in profondità i valori del brand e quelli del pubblico di riferimento, e comunicare con coerenza, anche rispetto a tutte le altre aree di branded comunication, ricordando sempre che in ogni scelta di immagine e di allestimento, al centro deve esserci il cliente.

Nel retail si propongono soluzioni di audio branding legate al music design, la selezione della musica che maggiormente è in grado di rispecchiare l’immagine e il mood del marchio

A cura di Davide Pellegrini

Alessandro Franconetti, Sound Designer per i brand

Abbiamo intervistato Alessandro Franconetti, sound designer e creativo che, da tempo, mette al servizio il suo lavoro per una migliore definizione e posizionamento dell’identità dei brand. E lo fa con il suono. Dalle sue parole, chi è e cosa un brand sound designer.

L’Audio Branding è un fenomeno relativamente giovane. In un certo senso oggi, con la maggiore attenzione alle conoscenze nel campo del neuromarketing, sembra che si stia imponendo una maggiore attenzione all’ambiente in cui è immerso il cliente consumatore. Come definiresti di fatto l’audio branding, cosa fa chi fa il tuo mestiere?

L’Audio Branding è una branca del marketing sensoriale che propone un utilizzo strategico del suono all’interno dei processi comunicativi e di identity definition di un brand. La grande crescita di questo settore negli ultimi anni è dovuta, prevalentemente, a un dato molto importante: nella società odierna il sovraffollamento di stimoli visivi ha reso l’uso esclusivo della comunicazione visiva praticamente inefficace.

Proprio qualche giorno fa The Guardian riportava dei dati abbastanza significativi su questo tema, mostrando che dei tremilacinquecento messaggi visivi a cui siamo esposti mediamente in una giornata, solo l’1% viene ricordato ed ha un qualche impatto.

Chiaramente questo non significa, a mio avviso, che in futuro non si comunicherà più con l’immagine, ma solo che un brand, perché possa rimanere impresso, debba avere un appeal multi-sensoriale. In questo contesto, il suono emerge come uno strumento di fondamentale importanza a disposizione del brand, sebbene spesso il suo utilizzo sia ancora limitato se non addirittura lasciato al caso. Chi fa il mio mestiere si occupa proprio di questo: spingere il brand a includere strategie sonore nella definizione della propria identità e valorizzare quanti più touchpoint udibili a sua disposizione. Che spesso non sono sfruttati semplicemente perché non visibili.

Emotional branding

La forza dell’audio branding penso sia proprio quella di non limitarsi a supportare il messaggio visivo ma di riuscire ad arrivare dove l’immagine si ferma. Pensi al sonic brand di Intel che è in grado di attirare l’attenzione su un prodotto, un processore, che è nascosto dentro al computer e quindi addirittura invisibile. Quando si parla di audio branding non si parla comunque solo di strumenti sonori che agiscono sulla definizione del brand in sé, ma anche della definizione degli ambienti sonori che lo rappresentano.

Nel retail, ad esempio, si propongono soluzioni di audio branding legate al music design, ovvero la selezione della musica che maggiormente sia in grado di rispecchiare l’immagine ed il mood del marchio e che sia funzionale al raggiungimento di obiettivi specifici legati alla percezione dell’esperienza stessa (es. superato un certo numero di bpm la percezione dell’attesa alla cassa è inferiore rispetto alla stessa fila fatta con una musica lenta).





Mi sembra di capire che una competenza di base di debba esserci, non basta la passione per la musica. Come colleghi la vasta conoscenza del panorama musicale a un’operazione di brand awareness e alla costruzione di un sound mood aziendale?

In un’operazione di sonic branding il sound design è centrale dato che l’obiettivo è proprio quello di tradurre una strategia in suono. Nel progettare l’identità sonora di un brand sono coinvolte numerose figure e diverse: dagli strategists, ai sound designer, fino ad arrivare anche a psicologi il cui compito è di testare la capacità dei suoni prodotti di attivare le emozioni prese come target. Spesso il lavoro va avanti fino a che i risultati non raggiungono percentuali di corrispondenza molto elevati.



Ci sono davvero dati che dimostrano che la pianificazione di una playlist mirata all’interno di uno store aumentino la gradevolezza dell’esperienza d’acquisto? E perché in Italia ancora non decolla questa, che chiamerei, strategia di experience design?

Il music design di uno store è un elemento molto importante nella definizione di una esperienza di shopping. Molti brand utilizzano la musica addirittura per filtrare e restringere al target di riferimento gli ingressi in store.



Composed and Produced by Evoke The Spectrum – Video produced by 20 Mondi.

Composed by Maurizio D’Aniello/Elisa Rosselli & Produced by The Spectrum.



Più di frequente, la pianificazione musicale viene fatta semplicemente per garantire un’esperienza shopping positiva ed allegra. Ma, come già dicevo, la musica oltre ad avere l’incredibile potere di attivare scenari emotivi, è anche in grado di definire profondamente la nostra percezione di ciò che ci circonda. Non dimentichiamo che l’udito è il primo senso a svilupparsi in un feto e che il suono svolge i suoi processi comunicativi nell’emisfero limbico del nostro cervello quello che, per capirci, non solo processa le emozioni, ma in cui si definiscono i processi decisionali, come restare o uscire da un negozio, concedersi un regalo o lasciarlo al suo posto…

In Italia la crescita è più lenta rispetto ad altri paesi, ad esempio la Francia dove il sound branding è nato e dove ogni boutique affida ad un music designer la cura di questi aspetti. Ma anche qui, soprattutto negli ultimi due anni, non sono più solo i grandi brand a richiedere questo tipo di supporto, ma anche la piccola boutique che comprende l’importanza di non lasciare che sia il caso a guidare uno strumento di comunicazione così potente.

Evoke the Spectrum, agenzia di brand sound design


Ci descrivi il processo del tuo lavoro. Cosa avviene dopo l’incontro con un cliente?

Il primo passo è la stesura di una strategia e la traduzione in suono della stessa. In questa fase si scelgono strumentazione, timbro e melodia e si procede alla creazione di un paio di proposte da condividere con il cliente in quello che noi chiamiamo un sound workshop. Solitamente, da questo incontro si esce con numerosi feedback e si rientra in studio ad affinare il lavoro fatto. Una volta ottenuto il risultato desiderato dal cliente, si consegna un audio manual in cui è indicato in dettaglio l’utilizzo ideale degli strumenti sviluppati per il brand. Nel caso di campagne particolarmente mirate, procediamo anche ad una fase di testing affidando il compito ad un team di psicologi che crea di gruppi di ascolto e testa il nostro lavoro.

Prossimi obiettivi?

In questo momento molta attenzione è posta sulle possibilità legate alle tecnologie di 3D audio e, soprattutto, allo sviluppo di voice control technologies. Guardate in che direzione stanno puntando colossi come Amazon e Google e capirete il perché.

Qualche settimana fa, il CMO di Mastercard Raja Rajamannar, fresco di nomina a Global Marketer of The Year (dopo aver annunciato il sonic brand di Mastercard), ha dichiarato che entro il 2022 il 75% delle case sarà controllate da tecnologie vocali.

Sempre di più le aziende ci chiedono di implementare i loro processi con strumenti vocali e la selezione di una brand voice distintiva.

Alessandro Franconetti, Founder e Sound Branding Strategist Evoke The Spectrum

http://www.evokethespectrum.com

Il posizionamento è un elemento importante che abraccia l'identità di un brand e il patto fiduciario con il cliente, ormai parte integrante della catena del valore.

a cura di Davide Pellegrini

Come è possibile rinnovare un brand? È la domanda del momento. Di fronte alle sfide della contemporaneità, che mettono sempre più in crisi l’assetto tradizionale delle imprese, ci si chiede quanto e se sia possibile fare innovazione partendo dal valore storico di un marchio che si è conquistato una posizione solida sul mercato.

Un concetto chiave, quello del posizionamento. Qualcosa di complesso che comprende la notorietà dell’identità aziendale, la fidelizzazione di un target rispetto a prodotti e servizi, il patto fiduciario tra brand e cliente, ormai parte integrante della catena del valore.


Miroglio Group è un’azienda italiana di abbigliamento e tessuti con sede ad Alba, in provincia di Cuneo. A capo del settore abbigliamento c’è la società Miroglio Fashion che si compone di più marchi: Motivi, Oltre, Fiorella Rubino, Elena Mirò, Luisa Viola, Per te by Krizia, Caractère e Diana Gallesi.

Spazi rinnovati per Miroglio Fashion Group

Miroglio è senza dubbio un’azienda di grande qualità, con un riconoscimento importante rispetto alla qualità della produzione. La diversificazione in prodotti e brand documenta un’attenzione mirata ai gusti del cliente e ai trend del fashion.

In seguito a un riposizionamento di Motivi e Oltre, Miroglio Group si è appoggiata a Cavalieri Retail per il design di una nuova , un riallineamento delle risorse umane che ha avuto un impatto significativo sui nuovi standard stabiliti. Dopo gli incontri con gli store manager e lo staff dei punti vendita, Cavalieri ha organizzato in modo più specifico alcuni teamwork che hanno permesso l’individuazione delle key word dei brand per lavorare in modo concreto ed efficace sulla selling cerimony.

Uno degli store del Gruppo Miroglio
In due importanti eventi sono state formate 400 risorse. Le giornate sono state organizzate con una plenaria di apertura per creare un engagement sul progetto, una serie di workshop che hanno permesso ai partecipanti di interagire sulle tematiche affrontate e una plenaria di chiusura per consolidare il senso di appartenenza.

La capacità di razionalizzazione e di ottimizzazione dei brand è un’altro obiettivo di fondamentale importanza. Nel 2019 il brand Fiorella Rubino, linea fast fashion “curvy” di Miroglio Fashion, è stato accorpato alla divisione Retail Oltre e Motivi. Una strategia di riorganizzazione che prevede azioni di in aula e attività di accompagnamento sul campo nella modalità del coaching, e che ha portato alla definizione di una nuova figura lavorativa: l’area manager, necessaria per mediare i rapporti tra l’unico retail manager presente e i vari district manager presenti sul territorio.



Lo stesso Davide Cavalieri ha dichiarato:

Le competenze manageriali sono un asset importante per ogni azienda.
Comprendere l’andamento del business, gestire le persone stimolando il loro contributo e la loro crescita professionale, migliorare la leadership che consente di far cambiare i comportamenti del proprio team, valorizzando al massimo le performance, sono soltanto alcune delle competenze che un manager deve possedere oggi.
Mission, vision e linee guida per costruire progetti per il futuro sono quelle competenze più strategiche e sofisticate su cui lavorare sempre con la formazione manageriale perché avere buoni manager, vuol dire riuscire ad ottenere il successo della propria azienda.

La Sitael è all’avanguardia su tecnologie rivoluzionarie dallo spazio all’e-mobility. Abbiamo parlato con Agostino De Angelis, Marketing & Business Development Manager

a cura di Davide Pellegrini

La Sitael è all’avanguardia su tecnologie rivoluzionarie dallo spazio all’e-mobility. Abbiamo parlato con Agostino De Angelis, Marketing & Business Development Manager, della loro e-bike, un prodotto che rivela la portata rivoluzionaria dell’approccio IoT.

Il concetto di e-bike potrebbe essere davvero rivoluzionario. In cosa consiste esattamente questa tipologia di prodotto?

Le e-bike stanno rivoluzionando il mercato del ciclo, con tassi di crescita a doppia cifra, trend di crescita che questo settore non vedeva da molto tempo. Questa nuova tipologia di veicolo aumenta le occasioni d’uso delle due ruote, nel caso del cosiddetto “commuting” (ovvero spostamento casa-lavoro o in città) combinando praticità, velocità ed economicità dei costi di gestione.

Le e-bike sono veicoli elettrici leggeri, quindi biciclette equipaggiate con sistema di assistenza alla pedalata grazie alla presenza di un motore e della relativa batteria. Grazie all’integrazione di diversi sensori a bordo, l’assistenza del motore viene attivata quando l’utente pedala, mentre viene disattivata se l’utente smette di pedalare oppure aziona i freni o ancora supera la velocità di 25 km/h. Per questo motivo vengono definite biciclette elettriche a pedalata assistita o PEDELEC. Per il codice della strada le pedelec sono equiparate a velocipedi (biciclette normali quindi) e sono esenti da tassa di proprietà e assicurazione a patto che rispettino i limiti in particolare “motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando il veicolo raggiunge i 25 km/h o prima se il ciclista smette di pedalare.”

Al di là dei tecnicismi è l’esperienza di utilizzo di una e-bike rispetto ad una bici tradizionale a fare la differenza in termini di sicurezza, di praticità, di benessere fisico https://www.nexum.bike/10-motivi-per-comprare-una-e-bike/

Ma non solo, esiste anche una dimensione emozionale, come conoscono bene i ciclisti che praticano e-Mountainbike e e-Roadbike. Con una e-MTB o una e-Road, pur con una preparazione fisica (molti atleti utilizzano le e-bike nella fase di defaticamento), si possono ampliare i propri limiti e raggiungere pendenze o distanze molto più elevate che non si potrebbero sperimentare se non attraverso un duro allenamento non perseguibile da qualsiasi persona, per esigenze di tempo e condizioni fisiche/età.

Smartika Casual
Smartika

Sembra evidente che un lavoro del genere sia strettamente connesso un approccio orientato al service design. Come riuscite a far convergere il design di prodotto con l’innovazione tecnologica e per raggiungere esattamente quali obiettivi?

Nella nostra organizzazione in SITAEL la tecnologia è il driver del cambiamento, indispensabile in contesti innovativi e dinamici in cui operiamo: dallo spazio, con la realizzazione di satelliti, alla divisione IoT per l’eMobility e la Vending Industry.

L’esperienza di interazione con le nostre soluzioni è sottoposta ad un attento studio funzionale, per poi validare sul campo l’esperienza attesa da quella effettiva lungo tutti i cosiddetti touch points. Nel caso di soluzioni B2B questo processo è una parte di un processo più ampio di digital transformation che porta i nostri partner nel processo di cambiamento e innovazione della propria realtà.

Le e-bike Nexum riflettono questo DNA e sono le uniche e-bike commercializzate in Italia ad integrare la tecnologia proprietaria ESB che connette il veicolo alla piattaforma cloud.
Grazie a questa tecnologia di connettività il veicolo è equipaggiato di antifurto GPS e trasmissione dati sia GPRS che Bluetooth che ne consente la geolocalizzazione come nel caso della e-bike rubata e ritrovata recentemente (https://www.nexum.bike/e-bike-rubata-a-vienna-rintracciata-in-24-ore-grazie-al-sistema-di-connettivita-sitael/ ).
Inoltre nel caso in cui il sistema rilevi che il veicolo sia coinvolto in un potenziale incidente attiva un countdown che se non viene arrestato invia un messaggio di SOS ai numeri selezionati allegando la posizione del potenziale incidente, minimizzando così i tempi di soccorso.

Si parla spesso di IOT ma, a dire il vero, la maggior parte delle persone ancora oggi non ne ha un’idea chiara. I vantaggi della connessione sono comunque molti. Secondo voi è possibile pensare all’applicazione di prodotti così evoluti, ad esempio, per i servizi di bike sharing che molte città offrono?

Si certo, la tecnologia ESB integrata nelle e-bike Nexum è già disponibile per una configurazione Fleet per Small Rental (per strutture ricettive o flotte per small business) ed è anche in fase di rilascio per sistemi di Bike sharing.

Oltre alle funzionalità per l’utente finale, la tecnologia IoT integrata nelle ebike Nexum porta notevoli vantaggi anche sul lato business, infatti consente di ridurre i tempi di assistenza, grazie alla possibilità di effettuare diagnosi remota del veicolo e al contatto diretto via app, permettendo quindi di ottimizzare l’intera supply chain. Altro importante aspetto è il data-driven manufacturing, ovvero la progettazione di veicoli sulla base delle reali condizioni d’uso che vengono registrate dal sistema e subordinatamente al consenso dell’utente. Questo permette di migliorare continuamente la progettazione dei nuovi veicoli che vengono quindi realizzati in relazione alle esigenze reali degli utenti.

I vostri prodotti, essendo così sofisticati e di alta gamma, hanno costi molto elevati. Quali sono gli obiettivi di mercato di ebike? Mantenere una nicchia o puntare su una maggiore distribuzione del prodotto?

Non si comprano prodotti, ma esperienze, e questo è drammaticamente vero nel mondo delle e-bike. Il problema principale per chi possiede una e-bike oggi è proteggerla, diversamente il costo diventa davvero molto elevato.
In Nexum puntiamo alla qualità e alla costante innovazione delle nostre e-bike, per garantire una riding experience superiore. Il riconoscimento del mercato non si è fatto attendere.

Su cosa puntate per far conoscere i vostri prodotti? Esistono strategie di promozione e commercializzazione che prevedono approcci omnichannel?

La migliore strategia per far conoscere i nostri prodotti è prima di tutto il passa parola generato dalla loro qualità e performance. Oggi è inimmaginabile un processo di acquisto, soprattutto di un bene complesso come una e-bike, che non preveda una fase di acquisizione informativa online, quindi la strategia ominichannel è un obbligo. Attualmente le e-bike Nexum sono disponibili online e presto anche attraverso alcuni punti esperenziali molto selezionati.

Come trasformare la gift experience creando buonumore, benessere e fatturato. Tiger, un Ikea dell'oggettistica che ricorda i bei tempi di Elio Fiorucci.

Migliorare l’umore tra il serio e il faceto, tra il design e il low cost intelligente
a cura di Progettomenodue

Il periodo natalizio è il momento ideale per raccontarvi una storia che sembra uscita da un libro di favole.

E quindi… c’era una volta Lennart Lajboschitz, un ragazzo danese, figlio di un venditore di asparagi e di una maestra d’asilo, che non si è mai laureato e che non ha nemmeno finito le scuole superiori.

Dopo aver passato la giovinezza a girare per il mondo con lo zaino in spalla, negli anni Ottanta, a Copenaghen, decide di aprire un negozio che chiama Zebra.

All’interno si trova un po’ di tutto: oggetti per la casa, giocattoli, articoli da regalo, cartoleria.

Un giorno, mentre si trova all’estero per un viaggio, riceve la telefonata della cognata che non trova più il listino prezzi. Lennart le suggerisce allora di vendere tutto a 10 corone (circa un euro) e le vendite aumentano in maniera così vertiginosa che, al suo rientro, cambia nome al negozio che diventa Tiger, per assonanza con la parola tier, ossia dieci. Non passa molto tempo che decide di passare allo step successivo: vuole personalizzare la merce del negozio e perciò inizia a disegnare una bocca su una tazza, mette dei pois sulle copertine delle agende e un paio di occhi sulla T del suo negozio. E di nuovo profitti aumentano: il negozio si riempie e l’offerta è costante. Tre anni dopo di Tiger in Danimarca ce ne sono quaranta ed è allora che Lennart prova a replicare il successo anche all‘estero.

Prima in Islanda, poi nel Regno Unito, poi in Spagna che, oggi, è, assieme all’ Italia, uno dei mercati di riferimento del gruppo, presente in 26 paesi con più di 800 punti vendita.

Con una percentuale di crescita annua del 35% e un fatturato dichiarato di 670 milioni di euro. Secondo alcune stime ogni minuto entra un nuovo cliente che, solo nel 2% dei casi, esce senza aver acquistato nulla.

Qual è quindi il segreto del successo di questo format?

Dopotutto, al suo interno si trovano duplicati di cose che si hanno già.Ma in versione più “emozionale” perché a tutti scappa un sorriso guardando gli articoli. Con il lancio ogni settimana di trecento nuovi prodotti, fare un giro da Tiger somiglia molto ad una caccia al tesoro. Le persone entrano senza sapere esattamente cosa troveranno e passano in rassegna gli scaffali: la penna simpatica da regalare alla collega, il gioco di carte per il nipote per fargli passare il viaggio in treno, i piatti in carta dalla grafica accattivante per una festa dell’ultimo. Alcuni lo hanno paragonato ad un altro gigante del low cost nordico, Ikea: prezzi contenuti, design molto scandinavo ed un percorso clienti da cui non si scappa.

Ma le somiglianze si esauriscono in fretta perché qui è l’inutile a regnare, perché qui non si entra per comprare qualcosa di cui si ha necessità.

Se proprio volessimo fare un paragone, Tiger ricorda molto i negozi di Elio Fiorucci di qualche decennio fa: chi è di Milano ed è figlio degli anni Novanta ricorderà bene quel luogo magico in Galleria Passerella dove nanetti da giardino fluo si mescolavano a milioni di articoli per tutte le tasche e introvabili altrove.

Elio Fiorucci Store, la rivoluzione della shopping experience

Lo slogan era, non a caso, retail therapy: uno spazio concepito per migliorare l’umore giocando tra il serio e il faceto, tra il super kitsch e il buon gusto.

Tiger sorprende ancor di più se si pensa che è un esempio di successo off line: i volantini gratuiti posti all’ingresso che cambiano ogni sette giorni restano la migliore pubblicità insieme al passaparola. Pur avendo un’attività social ridotta ai minimi termini, conta un milione mezzo di followers su Instagram.

Il prodotto piace, la sua fama lo precede tanto da non aver bisogno di ulteriori comunicazioni.

Ma se è vero che, in maniera provocatoria, alcuni esperti di marketing sostengono che la chiave del suo successo sia stata quella di non avere strategie definite, è anche vero che a monte c’è un team attento alle richieste dei clienti e ai cambiamenti socio-comportamentali. Di recente, è stata attivata la prima loyalty card sotto forma di app, basata su un percorso di gamification (strategia di cui abbiamo parlato nel precedente articolo e che sta conquistando sempre più brand).

L’utente risulta infatti parte attiva, può scegliere il proprio avatar tra una serie di personaggi che possono crescere e svilupparsi, come un Pokèmon. Attraverso sorprese, badge e coupon l’avatar si plasma sugli interessi dell’utente i cui dati vengono poi elaborati per offrire contenuti e offerte personalizzate.

Perciò da Tiger troviamo tutto quello che viene definito on-point: un vero e proprio contenitore di shopping entertainment dove ironia, acquisto emozionale, costumizzazione, accessibilità si fondono tra loro.

Oggi Lennart si è dimesso dal ruolo di CEO e si dedica esclusivamente ai suoi quattro figli perché, come lui stesso ha dichiarato, è solo a loro che deve la capacità di continuare a vedere il mondo con gli occhi curiosi di un bambino e di essere riuscito a trasmettere la gioia di  fare un regalo. A se stessi e agli altri.

Le prospettive del made in Italy tra prodotto e genius loci

a cura di Davide Pellegrini
Fisico e online per scoprire il made in Italy

Il passaggio dall’acquisto dai canali tradizionali all’e-commerce ci pone di fronte a una questione generazionale. Se il made in Italy raccoglie il massimo consenso grazie all’esperienza in loco (inutile dire che la componente artigianale del genius loci a volte può essere il vero valore aggiunto), d’altro canto nel tempo dei Millenials i confini tra la fruizione fisica e l’online si vanno assottigliando.

Elena Azzola, in un bell’articolo intitolato L’era della convergenza, apparso su The Good Life di aprile-maggio 2018, con una serie di interviste a operatori di settore mette il punto.

L’e-commerce, prima di tutto, consente una più facile espansione all’estero, come sostiene Laura Angius che, con Simone Panfilo e Vincenzo Cannata, ha fondato nel 2012 LoveTheSign, portale di e-commerce focalizzato sull’arredamento e il design made in italy. In seconda istanza, le azioni di marketing che una piattaforma digitale può mettere in campo seguono logiche di grande flusso, avendo ancora dalla loro la massimizzazione di una funzione di catalogo  che permette ai consumatori di ottenere in poco tempo informazioni utili, anche tecniche, per valutare l’opportunità di acquisto in termini di costo, risparmio, vantaggio.

Certo, rispetto all’esclusiva digitale, l’optimum sarebbe la convergenza con il punto fisico, e cercare di portare l’utente a interagire con entrambi i canali, fisico e virtuale.

Marco Mornata, esponente della storica famiglia con negozi di mobili a Milano, ha fondato Design Republic proprio per rafforzare il mercato tradizionale con un’offerta online. Va detto che chi usa il digitale è solitamente più giovane della media dei consumatori, è abituato allo studio e ha un approccio culturale e interdisciplinare che in rete è ancora possibile. Il sito, infatti, non è più solo una vetrina, ma diventa in questo senso una comunità d’interesse e un’opportunità di approfondimento rispetto a temi appassionanti. Un ecosistema di contenuti che concentrano sfumature importanti che vanno dai materiali alle lavorazioni, dalle filiere produttive ai modelli di design, dal rapporto dei manufatti all’interno del dibattito sull’arte contemporanea alle ricerche specifiche di settore.

 

Le piattaforme diventano sempre più spesso magazine e hub dove è possibile apprendere, arricchire le proprie conoscenze, agire da consumatore evoluto, instaurare relazioni interessanti.
Genius loci e arte come valore aggiunto

Una delle componenti di fondamentale interesse nel rilancio del made in Italy è l’inevitabile contaminazione della produzione con la temperie culturale di luoghi che da soli detengono la maggior percentuale al mondo di ricchezza ed eredità storico artistica. Se oggetti come la Beetle Chair di GamFratesi per Gubi o la collezione Fat Fat di Patricia Urquiola risolvono prevalentemente problemi funzionali, dal dopoguerra il nostro paese vanta il primato dell’art design con nomi come Gardella, Caccia, DominioniMegistretti, Bellini. I long seller dal gusto artistico dei nostri cerativi ci hanno regalato oggetti come Passiflora, la lampada di Superstudio del 1968, le opere di Sottsass, la serie Up di Gateano Pesce del 1969, Abitacolo di Bruno Munari del 1971, ecc.

Tutto ciò ha un significato assai specifico nel nostro discorso.

In Italia, la vocazione turistica che dal Grand Tour settecentesco porta gli stranieri a godere delle meraviglie del nostro territorio non è mai del tutto tramontata anzi, a dirla tutta è cresciuta e si è consolidato il mito del quality lifestyle che si traduce essenzialmente nel legare al consumo di ogni tipologia di prodotto immaginabile il consumo di un’esperienza indimenticabile, tale da favorire nell’ospite quella particolare sinestesia dei sensi che in termini semplificati vogliamo chiamare souvenir. Il ricordo indimenticabile, le mirabilia che restano nell’immaginario di chi scopre le bellezze del nostro paese trovano nell’artigiano geniale, nell’artifex rinascimentale la conferma della straordinarietà e della qualità dei nostri prodotti e del nostro vivere.

Ecco perché, qualora si desideri puntare a una maggior presenza nel circuito digitale, occorre tenere sempre a mente l’importanza del contenuto, l’accuratezza progettuale di una strategia efficace di storytelling che sappia dare all’impresa e ai suoi prodotti la giusta collocazione all’interno di un’adeguato e valido contesto territoriale, culturale, sociale.

 

 

a cura di Progettomenodue
Abbiamo sentito per la prima volta il termine RetroInnovazione leggendo un articolo sull’ascesa del consumo di un certo tipo di birra.

Brand storici recuperati con etichette curatissime e dalle grafiche volutamente retrò, venduti in luoghi strategici come Eataly o nei pub più alla moda.

L’articolo riportava come esempio il caso di Italia Pilsen, azienda padovana fondata da Arrigo Olivieri che, negli anni Sessanta, arrivò a diventare il quarto produttore italiano di birra. Poi l’oblio. Nel 2016 Peroni, proprietaria del marchio, la rimette in produzione. “GUARDA CHI SI RIBEVE” dicono i cartelloni pubblicitari. E si ribeve tanto: oltre 400 mila bottiglie vendute in un anno con un tour in giro per festival e piazze su bici o van dell’epoca. Una grande operazione nostalgia dove l’aspetto amarcord agisce sulla memoria dei vecchi consumatori mentre quello vintage attira le giovani generazioni.


Il legame con il passato serve per avere la certezza di avere tra le mani un prodotto autentico e di qualità ma è necessario un ammodernamento per evitare il flop o l’effetto meteora.

In una parola, retroinnovazione.

Quindi per avere successo non basta recuperare un prodotto e rilanciarlo tout-court sul mercato, sarebbe troppo facile. Servono soldi e , un sapiente mix tra rispetto delle tradizioni e capacità di comunicarle in maniera attuale. Il fenomeno degli sleeping brands, è curioso: se è vero che le aziende nascono e muoiono nel corso degli anni, è pur vero che un marchio non muore mai. Viene addormentato. Congelato in una capsula del tempo. Poi all’improvviso riappare sul mercato. E spesso con nuovo vigore.

Possibile che in un mondo dalle infinite possibilità e varianti riescano a rivivere brand che pensavamo spacciati?

La risposta è sì, perché creare un marchio, e soprattutto un’identità, da zero è molto più difficile che recuperarne uno già conosciuto, dimenticato certo, ma proprio per questo capace di suscitare forti emozioni alla sua ricomparsa.

Sono tanti i nomi: Invicta, Mandarina duck, Champion, Fila.

E tutti con un unico comune denominatore: il prodotto ”icona che fu” rivisto con nuovi colori, nuovi materiali, nuove caratteristiche.

Così il caro Jolly Invicta, lo Zaino di intere generazioni, viene aggiornato con tessuti traspiranti, tasca porta laptop e power bank. Nel nuovo spot Il vecchio claim “Tutta la libertà” viene sostituito con “La città è un mondo da esplorare”. Restano quindi i tradizionali valori legati alla voglia di avventura (tanto che i protagonisti portano i nomi dei più famosi esploratori) ma cambia il contesto. Dai giri attorno al mondo a quelli tra le vie cittadine.

E così vediamo il Magellano del venerdì sera che inforca la sua bicicletta insieme agli amici per le strade di Milano o Vasco che prende per la prima volta la metropolitana da solo.

C’è poi chi è riuscito al meglio all’interno di questo filone e ci stiamo riferendo a Moncler. Dal Burghy di Piazza San Babila è arrivato alla Borsa di Piazza Affari. Dopo i fasti degli anni Ottanta il marchio ricompare nel 2005 alle soglie della bancarotta. Autore di questa rinascita è l’imprenditore Remo Ruffini. Grazie ad una oculata strategia capisce che Moncler deve sia riconquistarsi i clienti più affezionati che lo scelgono per la qualità tecnica e l’originario esprit des Alpes (da qui la linea Moncler Grenoble) sia parlare un linguaggio più urbano. Il piumino non è solo un capo da grande freddo ma può diventare un must-have trendy, grazie alle linee couture disegnate da stilisti come Giambattista Valli e Thom Browne. Questa capacità di targettizzare lo porta ad avere una delle clientele più eterogenee mai viste: dai principi di Monaco allo skater, dai rapper come Drake alla signora bene.

Al giorno d’oggi, i consumatori sono attenti ai dettagli e all’heritage.

Far leva sulla nostalgia di certo aiuta per competere con brand più giovani ma è da usare con cautela perché dall’ essere considerati old (s)c(h)ool a semplicemente old il passo è breve.

 

 

 

 

Lunga durata, galleggiante e robusto: il tablet senza paura per chi lavora in ambienti ostili (made in Treviso)

Un tablet “rugged”, che sta per robusto, solido, resistente. E’ un termine che viene usato per classificare un tablet che si discosta da quelli commerciali maggiormente diffusi proprio perché espressamente studiato per diversi ambiti: i cantieri, i soccorsi, l’ambito militare e altro ancora.

Il tablet robusto, battezzato AXONE Nemo, è nato a Treviso dall’esperienza di Texa, azienda da oltre 25 anni leader nella realizzazione di sofisticati strumenti per la diagnosi elettronica dei veicoli, settore in cui è tra i leader mondiali. Con Nemo, l’azienda veneta ha voluto espandere le proprie competenze realizzando un Pc “rugged” Made in Italy, che si rivolge particolarmente agli operatori che lavorano in ambienti ostili e/o speciali, necessitando di un supporto robusto e affidabile.

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Il colosso svedese dell’arredamento in comunicazione continua a non sbagliare un colpo e riesce a trasformare il debutto del nuovo catalogo 2018 e delle relative collezioni in evento rituale e goliardico. Nel video di presentazione tutto si gioca sul fatto che la rivista sia un vero e proprio oggetto del desiderio, attesissimo e come tale continuamente soggetto a furto.

Da qui l’idea di lanciare 10 finte copertine di magazine noiosissimi che mascherino l’estetica del catalogo, consentendo così al legittimo proprietario di godersene la lettura in santa pace. Uno spot ironico ed efficace, che si chiude con l’hashtag  e rinsalda la proficua collaborazione creativa tra  e l’agenzia Ddb Group Italy.

Le 10 copertine “di copertura” sono state distribuite agli eventi di lancio del catalogo andati in onda nei negozi Ikea dal 28 agosto al 3 settembre, ma sono anche disponibili sul sito del brand e scaricabili da casa grazie a un tool dedicato.