Mercati

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Che rapporto c'è tra mondo del retail e start up innovative? A leggere i dati dei trend, le prospettive sembrano essere davvero molto incoraggianti.

a cura di redazione

Dalle soluzioni di realtà virtuale per provarsi un vestito a quelle per fare acquisti al supermercato senza passare dalla cassa, dai pagamenti resi più veloci ai processi diventati più semplici, fino alle proposte per far giocare il cliente o garantire la sicurezza delle merci: sono innovazioni di cui il mondo del retail avrà sempre più bisogno negli anni a venire. E, spesso, provengono dalle startup.  Come ha rilevato l’ultima edizione dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail della School of Management del Politecnico di Milano, ci sono più di 1600 startup innovative italiane che potenzialmente si occupano di retail, circa il 17% delle oltre 9.700 iscritte nell’apposito registro, quindi quasi una su cinque. 

Di queste il 43,5% si occupa di eCommerce, il 16,3% di intelligenza artificiale, l’11,3% di Internet of Things, il 10,9% di Big Data, il 9,7% logistica, il 3,7% di vendita al dettaglio e GDO, il 2,7% di Bot e Chatbot e l’1,9% fidelity e loyalty program.

Ecco alcuni esempi di startup innovative.

RetAPPs è una startup specializzata in soluzioni tecnologiche innovative per il settore retail basate sull’impiego di smartphone e tablet nel processo di acquisto in-store e out-of-store. In particolare RetAPPs sviluppa e distribuisce SmartBip, un piattaforma software che consente ai retailer di integrare in un’unica applicazione modulare i servizi di Mobile Self Scanning, Mobile Payment, Shopping List Management, Select&Collect, Mobile Promotions & Couponing. L’azienda, fondata nel 2012 da Alessandro Tiretta, esperto IT del settore retail in Italia, e da Superpartes, innovativo incubatore di impresa con sede a Brescia, ha tra i suoi clienti Auchan Italia, che l’ha utilizzata per lo sviluppo della app di mobile payment AuchanSpeedy. Si tratta di un servizio innovativo che permette di saltare del tutto il passaggio in cassa, grazie a un’applicazione su smartphone.

ReteApps

Papèm è un marketplace per retailers della moda e del design che punta a collegare i negozi online e i negozi fisici. I retailer possono promuovere i loro prodotti online e i clienti possono confrontare opportunità, ottenere sconti speciali o comprare direttamente online dai migliori negozi. È stata lanciata a inizio 2016 da Alberto Lo Bue, il CEO che è stato data scientist di Rocket Internet, Carlo Alberto Lipari e Roberto Pirrone, CSO e anche componente del direttivo del Gruppo Giovani imprenditori di Confcommercio Palermo. 

Papèm

Stentle è una startup innovativa nata nel 2015 e acquisita di recente da M-Cube Digital Engagement, gruppo italiano impegnato nella realizzazione di soluzioni audiovisive per il marketing instore. Stentle punta a fornire ai propri clienti gli strumenti per poter affrontare iniziative omnicanali nel mondo del retail, GDO e del turismo. Ad esempio, Just Commerce – questo il suo nome – è un kit di strumenti come servizi cloud e app mobile per le catene retail. Le soluzioni di Stentle, integrandosi con i sistemi legacy del brand cliente, permettono di supportare il personale del punto vendita in tutto il processo commerciale, dal riconoscimento del cliente fino al percorso personalizzato che ripropone le logiche del mondo online all’interno del negozio fisico.

Stentle

Checkout Technologies è un’azienda che sviluppa reti neurali convoluzionali per la Computer Vision, che consentiranno ai clienti dei punti vendita di fare acquisti senza passare dalla cassa. Fondata a Milano nel 2017 ha raccolto 850mila euro in un round di finanziamento. Ha sedi anche a San Francisco e Monaco di baviera. Nel 2018 è stata premiata a Pechino come migliore startup europea, un riconoscimento che non ha un risvolto economico immediato ma che sta contribuendo a raggiungere un maggior numero di clienti e ad attirare nuovi investitori. A ottobre 2018 ha vinto l’Open-Inn Retail Award, riconoscimento annuale per premiare progetti di Open Innovation nelle aziende Retail, per la categoria “Startup in fase di seed”. KikiLab ha assegnato il premio per Fast Checkout & Full Automated Storesoluzione multiprodotto per l’automazione dei processi di acquisto all’interno dei supermercati. Full Automated Store consente al negozio di riconoscere automaticamente prodotti, persone, movimenti e azioni. 

Checkout Technologies

Intribe realizza progetti di customer insight data intelligence per produrre analisi evolute su esigenze, stili di vita, abitudini ed evoluzioni dei consumatori. Attraverso attività di gamification (giochi e contest) con tecnologie di Intelligenza Artificiale e machine learning, InTribe rende la partecipazione alle indagini di mercato interattiva e coinvolgente. InTribe è tra le vincitrici di MIA – Miss In Action, il primo acceleratore in Italia per startup e pmi innovative al femminile.

Intribe

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Per il retail si apre una fase di grande concorrenza per chi prima riuscirà a modernizzarsi utilizzando la digitalizzazione come elemento distintivo.

Durante la Digital Week di Milano, intervenuto nella conferenza “Future Store, what’s next?” Enrico Trovati, direttore merchant services and solutions di Nexi, spiega il suo punto di vista su come cambierà il modo di fare acquisti nei prossimi anni: “Lo store del futuro, che vediamo in alcuni casi innovativi già oggi, prevede molta più interazione del cliente all’interno del negozio, una full immersion esperienziale che per quanto riguarda il merchant riuscirà a dare grande valore al proprio brand. L’incremento di tecnologia digitale a supporto dei pagamenti sta andando nella direzione di includere, quasi senza accorgersi, il pagamento all’interno dei processi di acquisto. Credo che in Italia, come nel resto del mondo, la tecnologia sullo smartphone sarà il picco di questa esperienza, perché il cellulare è sempre con noi, penso quindi che il trittico: applicazione dei merchant, pagamento simless all’interno dell’applicazione ed esperienza digitale a tutto tondo, saranno i tre elementi di successo per chi vorrà fare distribuzione innovativa nel futuro“.

Una rivoluzione tecnologica senza precedenti con diverse opportunità sia per il comparto che per Ia clientela, come sottolineato da Mauro Bussoni segretario generale di Confesercenti: “Per il comparto si apre una fase di grande concorrenza ovvero chi prima riuscirà a modernizzarsi utilizzando la digitalizzazione come elemento concorrenziale positivo vincerà. Per la clientela ci saranno maggiori opportunità, migliori servizi. E’ un mondo che sta cambiando molto velocemente: cambiano le abitudini dei consumatori, cambia il modo di fare la spesa, i pagamenti diventeranno anche virtuali in modi completamente differenti rispetto ad oggi”.

Un cambiamento nella vendita che sarà sempre più interattiva, come sottolineato da Vittorio Carena (Founder Vittorio Carena Studio): “L’evoluzione principale sarà la commistione e l’implementazione di tutti i sistemi digitali, che saranno molteplici (piattaforme di vendita, strumenti digitali, elementi e metodi di vendita nuovi che si fonderanno con lo spazio fisico esistente che rimarrà comunque fondamentale per l’accessibilità alla vendita stessa. Il negozio tradizionale non sparirà ma si evolverà”.

Per raccontare meglio l’evoluzione dei pagamenti digitali nei punti vendita negli ultimi 15 anni, Nexi ha allestito un percorso esperienziale nella sede della Cariplo Factory a Milano, denominato ‘Future Store, what’s next?’, che consente di vivere in prima persona il futuro dei pagamenti digitali. All’interno del percorso interattivo il visitatore ripercorre i cambiamenti del modo di acquistare prodotti nei vari punti vendita. Nella prima sala, detta ‘Caos’, un mare di scontrini e di vari modelli dei primi pos riassume il primo passo verso la tecnologia digitale con diversi apparecchi utilizzati per vari servizi (taxi, buoni pasto, ecc) spesso non efficienti a causa delle connessioni lente. Nella stanza successiva, dei “Gatti”, assistiamo all’avvento dei pos contact-less nel quale i pagamenti sono più semplici e veloci, spesso associati all’uso sempre più quotidiano dello smartphone.

Secondo il Word Economic Forum l’attenzione per l'essere umano sarà la chiave di volta per la quarta rivoluzione industriale.

a cura di Progettomenodue

Il Salone del Mobile è ai blocchi di partenza.

Tra un mese, a Milano, si svolgerà la più importante fiera a livello mondiale dedicata al design. 

Ogni anno migliaia di visitatori da tutto il mondo partecipano ai numerosi eventi in programma. In particolare quelli del Fuorisalone, nato nei primi anni Ottanta e diventato col tempo una manifestazione quasi parallela, che coinvolge gli ambiti più disparati: tecnologia, automotive, arte moda e food.

Di fatto è diventata la vetrina più prestigiosa sia per realtà emergenti che per nomi già famosi.

La sensazione che si prova è di trovarsi nell’ombelico del mondo, un autentico think thank dove i cosiddetti ricercatori di tendenza si muovono tra un quartiere e l’altro per scovare le ultime novità.

Ma come nasce un trend? Perché in un determinato momento tutti portano un certo tipo di pantaloni e decorano le case con certe finiture? O in vetrina si vedono sempre gli stessi elementi?

A volte, ci sono tendenze che esplodono in pochissimo tempo ma, come nascono velocemente, altrettanto muoiono. Altre, invece, rimangono in sordina e sono solo le le aziende di trend scouting a percepirle, anche con due anni di anticipo. Prima sono accenni, che diventano via via più marcati fino a diventare fenomeni globali che coinvolgono una vasta gamma di settori.

Da designer per il retail, per noi, è fondamentale riuscire a intercettare queste novità: i brand vogliono essere al passo coi tempi e comunicare in maniera attuale coi propri clienti.

Sicuramente, durante la prossima Design Week, saranno di tendenza questi macro-temi:

  • L’intelligenza emozionale
    • La biofilia
    • L’empowerment personale in particolare quello femminile

Il filo rouge è uno solo: l’essere umano.



Secondo il Word Economic Forum l’attenzione per esso sarà la chiave di volta per la quarta rivoluzione industriale.

Progettare basandosi su cosa pensa l’uomo e, soprattutto, su cosa prova sarà alla base di tutto: future is feeling.

I designer dovranno concentrarsi anche sul dare un’anima alla tecnologia perché come gli esseri umani stanno diventando sempre più di digitali, così la tecnologia dovrà essere in grado di umanizzarsi, replicandone emozioni, imperfezioni e capacità.

Il processo sarà simbiotico perché i confini tra digitale e reale diventeranno sempre più labili.

Replika, ad esempio, è un chatbot dove l’intelligenza artificiale è in grado di imparare e mimare le espressioni dei suoi utilizzatori.



O Moodo, un diffusore di essenze smart, capace di captare gli stati d’animo e diffondere aromi che assecondano o leniscono l’umore del momento.



Le personalità artificiali si alterneranno a quelle in carne e ossa: già tre anni fa, Louis Vuitton utilizzò come sua testimonial Lighting, eroina di Final Fantasy.

Lil Miquela è una celebrity da 1 milione e mezzo di followers su Instagram. Nei suoi post la vediamo mentre mangia un gelato, ad un evento stampa, sul divano di casa.

Lil Miquela: The Digital Avatar Instagram Influencer

Cosa ha di particolare? E’un avatar.

L’interesse per le esperienze immersive crescerà, portando i designer a testare anche il potere dei sensi: allo scorso salone del mobile, Sony aveva presentato lo show Hidden Sense, dove oggetti di uso quotidiani erano stati modificati per una loro fruizione interattiva.

Di recente, è salita alla ribalta la notizia dell’artista Marina Abramovic e della sua prossima performance che avrà luogo a Londra nel 2020. Il suo corpo sarà caricato di corrente elettrica, aggiungendo energia sufficiente per essere in grado di spegnere una candela puntando semplicemente il dito su di essa.

Marina Abramovic

All’estremo opposto, la tendenza di adattarsi ai ritmi del corpo si sta già evidenziando nello store design: dagli spazi commerciali con musica ad alto volume, video wall e luce sparata, i nuovi negozi vengono progettati come dei santuari. Minimal, puliti, con display non invasivi, dalla luce calda e naturale.

Il punto vendita diventa quindi uno spazio in cui rilassarsi e riprendere fiato, tutto giocato su linee morbide e colori eterei.

Saranno prediletti format più piccoli, le grandi metrature risulteranno dispersive e caotiche. Con meno spazio per esporre il prodotto, i retailer dovranno fare uno sforzo ancora maggiore per catturare l’attenzione, ma potranno rispondere in maniera più mirata ai bisogni del consumatore.

Ikea e Nordstrom stanno già sperimentando questo tipo di strategia che permette loro di aprire negozi anche in centro città.

La possibilità di rallentare è il nuovo lusso: si sta assistendo ad una vague nostalgica per i tempi in cui tutto scorreva più lentamente e il design comincia a dare le prime risposte.

Strumenti che favoriscono l’attesa e lo slow down come Gudak, un’app dello studio coreano Screw Bar.



Ispirata alle macchine fotografiche Kodak, l’applicazione aggiunge un minuscolo obiettivo alla fotocamera del cellulare e non mostra le foto finché non sono “sviluppate” e, per farlo, ci impiegano tre giorni. Ciò conferisce un maggior valore agli scatti (come si faceva una volta) e una gratificazione non immediata, ma più esaustiva.

Anche il settore del turismo dovrà adattarsi alla voglia di lentezza; dovrà essere in grado di fornire soluzioni a contatto con la natura, tour a piedi o in località inusuali, lontani dalla folla.

E il legame con la natura è alla base di una nuova parola che si sente sempre più spesso.

Con biofilia si intende l’innata tendenza dell’essere umano a entrare in connessione con la natura. Incorporare elementi naturali nello spazio abitativo o lavorativo porta benessere e produttività. Le piante, per i designer biofilici, non sono semplici ornamenti ma migliorano il nostro stato di salute, assorbendo inquinamento e polvere. Legno, ceramica e fibre naturali saranno proposti nei prossimi anni dagli interior designer. Artificiale e naturale si fonderanno nuovamente, dando vita a materiali altamente tecnologici ma identici a quelli organici per forma e finitura.

E infine sarà importante la consapevolezza di sé, delle proprie azioni e del far sentire la propria voce. Soprattutto per le donne.

Dopo decenni di diktat su canoni estetici unilaterali, i brand dovranno essere in grado di dimostrarsi inclusivi proponendo nuovi modelli di femminilità, collezioni no gender e body positivity.

Alcune aziende di moda hanno già cominciato a lanciare questi messaggi scegliendo testimonials come Winnie Harlow, top model con la vitiligine, o Lea T, prima modella transgender a sfilare in passerella.

Winnie Harlow

I prodotti acquistano così valenza simbolica e sociale perché sfidano tabù e pregiudizi.

I lavori creativi, a volte, vengono considerati frivoli, ma è grazie ad essi se i cambiamenti avvengono passo passo e si diffondono fino a diventare pensiero mainstream.

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Riportiamo un estratto dell'articolo a cura di Valeria Sforzini del 14 febbario 2019 uscito su Il Sole 24 Ore, dal titolo Ogni euro investito in formazione aumenta il valore fino a tre volte...

a cura di redazione
Riportiamo un estratto dell’articolo a cura di Valeria Sforzini del 14 febbario 2019 uscito su Il Sole 24 Ore, dal titolo Ogni euro investito in formazione aumenta il valore fino a tre volte…

“Le tecnologie avanzano sempre più velocemente, ma le competenze faticano a stare al passo. La rivoluzionetecnologica 4.0 in ltalia sta portando con sé una serie di cambiamenti che hanno investito il paese a una velocità senza precedenti. La mancanza di competenze necessarie ad accogliere la trasformazione, tuttavia, potrebbe trasfonnarsi in un’arma a doppio taglio all’intemo del paese, facendosì che robotica e high-tech prendano il posto di manodopera non specializzata e comportino una perdita di posti dilavoro.

La nuova frontiera per risolvere il “mismatch” tra domanda e offerta che sta minacciando il futuro delle imprese, passa per la formazione e per lo sviluppo del “capitale psicologico”.



Dalla resilienza, alla capacità di auto determinarsi, passando per il controllo delle emozioni: se il modello di formazione delle capacità utilizzabili dalle aziende è diventato obsoleto, e nel mondo delle università stanno cominciando a svilupparsi le prime piattaforme miste che sfruttano le esperienze di campo, saranno le stesse qualità dei lavoratori a fare la differenza nel campo dell’applicazione delle nuove tecniche.

A dimostrarlo, come da documento in allegato, una ricerca condotta da EY e LA Sapienza di Roma, con dei dati assolotamente da tenere in considerazione.”

Scarica qui la ricerca, dalla rassegna stampa Sole 24 Ore

È in risposta a queste esigenze che vengono progettati i corsi della 24ore Business School, un’organizzazione che da oltre venticinque anni opera nel mercato dell’education offrendo.

Master in Retail Management

Cavalieri Retail partecipa al Master in Retail Management, per imprenditori, professionisti e manager che vogliono acquisire nuove competenze, sviluppare le proprie abilità e consolidare il proprio percorso di carriera. Gli incontri sono particolarmente stimolanti grazie all’eterogeneità dei partecipanti e delle loro esperienze in campi diversi: abbigliamento, ristorazione, GDO, cancelleria e gioielleria.

Davide Cavalieri,  General Manager Cavalieri Retail nei suoi interventi tocca diverse tematiche: strategie retail, indicatori di performance, definizione dei budget e temi di visual merchandising e communication.

L’obiettivo è sviluppare le competenze dei partecipanti, fornendo i giusti strumenti per ideare e costruire coinvolgenti customer experince. Durante gli incontri è fondamentale riuscire a spostare l’attenzione dei partecipanti sul proprio potenziale di vendita e crescita.  

Gli interventi sono strutturati con lezioni frontali, esercitazioni e interventi mirati per rispondere a quesiti soggettivi con lo scopo di fornire contributi innovativi e nuovi trend di mercato.

Gli scenari futuri del negozio, il marketing territoriale, la privacy e la concorrenza sleale sono stati i temi principali condivisi con una platea di oltre 700 persone.

a cura di Redazione

Il 13 e 14 gennaio si è svolta la terza edizione di Bici Academy, il meeting nazionale del negoziante di bici, un evento, un momento di incontro e formazione per chi lavora in questo settore.

Dal sito di Bici Academy 2019
Dal sito Bici Academy 2019

Al Palacongressi di Rimini, tanti i temi trattati durante la Plenaria del primo giorno che ha visto protagonisti Piero Nigrelli, Direttore Settore Ciclo Confindustria ANCMA, Andrea Boaretto, Professore di Multichannel Marketing al Politecnico di Milano, Davide Cavalieri, General Manager Cavalieri Retail e l’Avvocato Ivan Marchetto.

Gli scenari futuri del negozio, il marketing territoriale, la privacy e la concorrenza sleale sono stati i temi principali condivisi con una platea di oltre 700 persone.

Davide Cavalieri, con 30 anni di esperienza nel mondo retail, è intervenuto individuando e approfondendo i 7 punti cruciali per avere successo con i propri clienti e aumentare le vendite. Nello specifico ha analizzato come identificare e definire il posizionamento dei propri clienti target; come gestire una comunicazione efficace all’interno e all’esterno del punto vendita facendo coniugare armonicamente tutti i canali online e offline. Il tutto senza trascurare come disegnare e rendere efficace la propria offerta commerciale, come rendere unico il servizio ad un cliente sempre più esigente ed informato e per concludere, il CRM (Customer Relationship Management), ovvero come gestire le relazioni con i clienti durante il customer journey, il loro “viaggio” nell’acquisizione di un prodotto o di un servizio.

A rendere ancora più interessanti i temi della giornata è stata la somministrazione di un questionario online su un’app sviluppata per l’occasione, che ha fornito ai relatori un termometro del sentiment del pubblico, in termini di esperienze nei propri punti vendita e di metodologie applicate.

Molte le curiosità e domande dei partecipanti al termine degli interventi dei relatori e durante le apposite sessioni “Q&A”, di domande e risposte.

La seconda giornata di Bici Academy si è svolta attraverso numerosi workshop tematici per fornire un supporto concreto ed immediato ai negozianti e alle aziende partecipanti, in termini di gestione del punto vendita, visual merchandising, social media, web e molti altri argomenti.

Noi di Cavalieri Retail ci siamo focalizzati su 3 workshop:

1) “Come applicare la tecnologia al tuo negozio di bici” a cura di Davide Cavalieri e Daniele Dini, Product Manager nel settore IT e dei servizi.

2) “Gli indicatori chiave per capire l’andamento del tuo negozio” con Vincenzo Abatematteo, Retail Consultant.

3) “La vendita addizionale di abbigliamento e accessori. Il cross selling” a cura di Maria Villano, Retail Consultant.

In attesa di una quarta edizione, ecco il video di chiusura dell’evento di Davide Cavalieri e una citazione che riteniamo centrata sull’argomento perché il settore bici è in costante crescita e ha ancora moltissime opportunità da cogliere.

Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.” A. Einstein

Un'applicazione che facilita la lettura degli ingredienti a partire dal riconoscimento del codice di prodotto. Ecco come la tecnologia cambia il mercato alimentare.

a cura di Redazione

Il mercato dell’alimentazione sta cambiando. Entrano ormai in gioco applicazioni e piattaforme che, al di là dei servizi, offrono contenuti, come ad esempio le informazioni per essere più consapevoli di ciò che si mangia. Abbiamo intervistato Luciano Venezia, co-founder di EDO.

Sembra davvero esploso il mercato delle app per facilitare la comprensione della sana alimentazione e della cultura dei prodotti che usualmente consumiamo. Come vi è venuta l’idea e che riscontri sta avendo?

Il trend che vede i consumatori sempre più attenti verso ciò che mangiano è in costante crescita da anni e trova la sua massima espressione quando incontra la tecnologia. Lo strumento tecnologico più diffuso in questo momento storico sono gli smartphone, cosa che rende le app il mezzo ideale per comunicare con le persone. Edo ha iniziato a muovere i primi passi nel 2014 e, nel corso degli anni, ha avuto un riscontro sempre maggiore, fino a raggiungere ad oggi 500mila utenti registrati in Italia. Una community attiva che contribuisce al successo dell’app e che viene utilizzata sia durante la spesa al supermercato che a casa. È stato positivo anche il nostro “esperimento” inglese, un mercato sicuramente meno sensibile di quello italiano ma forse tecnologicamente più preparato.

Edo, applicazione per la consapevolezza

Per il design di un’applicazione così specifica immagino ci siano volute competenze quanto più eterogenee. Da chi si occupa della programmazione della digital user experience ai contenuti veri e propri. Nutrizionisti, dietologi, content manager. Ci descrivi che tipo di professionisti avete coinvolto?

Il team di Edo è fortemente eterogeneo: le due componenti fondamentali sono sicuramente quelle legate al mondo “nutrition” e al mondo “tech”. Nel primo caso parliamo di tecnologi alimentari e dietisti, supportati dalla facoltà di Scienze e Tecnologie Alimentari di Cesena. Il mondo tech coinvolge invece gli sviluppatori che hanno costruito l’app, a cui si sono affiancati specialisti nella UX/UI per ottenere un risultato ottimale e che tiene conto delle necessità degli utenti. Fondamentale è stata anche la gestione finanziaria, critica per una startup che si trova a dover gestire tutto con poche risorse.

Un’applicazione del genere mancava sul panorama. Tendenzialmente facilita la lettura degli ingredienti a partire dal riconoscimento del codice di prodotto. Come avete raggiunto un accordo con le catene di distribuzione o i produttori? 

La difficoltà principale l’abbiamo avuta proprio nella costruzione del database dei prodotti. Creare un canale di comunicazione con tutti i produttori o con le catene è molto complesso, sia da un punto di vista gestionale che strutturale: c’è una mancanza di digitalizzazione notevole, bisognerebbe cambiare radicalmente il modo di lavorare nel settore. Questi motivi ci hanno spinto dunque a chiedere anche il supporto dei nostri utenti nel recupero delle informazioni: tramite l’app ci vengono inviate le foto dei nuovi prodotti, che vengono prontamente inserite nei nostri sistemi da persone specializzate. La qualità del dato è per noi imprescindibile, visto che trattiamo tematiche delicate come allergie o intolleranze: oggi è sicuramente un asset aziendale di gran valore e che mettiamo a disposizione anche di altre aziende.

Abbiamo detto che c’è nel pubblico maggior necessità di consapevolezza circa l’alimentazione, ma la mia curiosità è: qual è il business model di un protetto del genere?

Il business model è sempre la parte più delicata di un progetto: inizialmente siamo partiti con un modello B2C, orientato a monetizzare su contenuti avanzati forniti agli utenti. Ci siamo però accorti che non era un modello sostenibile, per questo motivo ci siamo spostati progressivamente verso il mondo B2B, offrendo alle aziende le competenze che abbiamo maturato nel corso di questi anni. L’obiettivo finale è vedere Edo incorporato all’interno delle GDO, per offrire un’esperienza di acquisto innovativa e tecnologicamente avanzata. Stiamo lavorando in questa direzione e speriamo di raggiungere accordi importanti durante il corso dell’anno.

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dati di natale

Dagli auricolari wireless ai televisori di ultima generazione continuando con macchine per il caffè, cam Go-pro e spumanti. Previsioni di crescita per le spese di Natale, con picchi evidenti che riguardano sia l’elettronica, sia gli spumanti. Crescita, però, che risulta ancora lontana dal dato del 2009 quando la spesa ha raggiunto i 243 euro procapite.

I dati presenti nel rapporto «Consumi di dicembre e previsioni di spesa di Natale» elaborato dall’Ufficio Studi di Confcommercio parlano di una spesa media procapite di 171 euro, contro i 168 euro dello scorso anno.

La crescita esponenziale nelle vendite si registrerà, secondo la proiezione diMonclick (operatore web puro, attivo dal 2005 nel comparto dell’elettronica di consumo e degli elettrodomestici) con elettronica ed elettrodomestici. Il boom, secondo lo studio riguarderà i televisori dove si registrerà un +150% sul 2017.

Balzo di asciugatrici e elettrodomestici
Impennata anche per altri elettrodomestici: la vendita delle asciugatrici sarà più che triplicata con un +220%, perché «i prezzi sono ormai accessibili e gli italiani sentono sempre più il bisogno di questo elettrodomestico in casa» sottolinea Massimo Visone, Sales&Marketing Director di Monclick che ha monitorato le tendenze in vista delle festività. Riscontri positivi anche nelle vendite di forni e lavastoviglie, sostituiti non solo per necessità ma anche per per ottimizzare i consumi energetici.

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Il volume del «chimico umanista», presidente di illycaffè e della Fondazione Altagamma (Italia Felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere, Piemme, euro 18,50, pp. 228), frutto di una conversazione con il giornalista Francesco Antonioli.

Andrea Illy alza l’asticella, vuole bene al nostro claudicante Paese, ne vede ricchezze e potenzialità. Soprattutto attraverso una narrazione positiva, ma non per questo ingenua o irreale.
E così il volume del «chimico umanista», presidente di illycaffè e della Fondazione Altagamma (Italia Felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere, Piemme, euro 18,50, pp. 228), frutto di una conversazione con il giornalista Francesco Antonioli, diventa una sorta di manifesto politico ed economico nel senso più alto del termine.


Il valore della

Otto capitoli, uno dei quali dedicato ai Millennials, un ragionamento ad alta voce su economia, finanza, scuola e «mappe per il futuro», approfondimenti sulle scienze più avanzate e cultura classica. Con una innervazione civica costante: l’impegno per il bene comune. Innesco inedito è il tema della felicità: «Parlarne è importante», secondol’imprenditore triestino, impegnato da tempo a sostenere il World Happiness Report. «È sempre utile per me, può esserlo per chiunque. E il fine ultimo della felicità è l’altruismo: va condivisa. Troppo ottimista? No, tutt’altro. La felicità si declina in tante virtù. E deve diventare un buon ingrediente civile del nostro modo di vivere. È “utile” ciò che comporta la maggior felicità del maggior numero di individui».

I doveri dell’industria

Si tratta di un invito forte alla corresponsabilità: di tutti, dal semplice cittadino al decisore pubblico, per dire che la «la felicità è sia un diritto sia un ». Sprovveduto? Naïf? Fortunato? «No», insiste Andrea Illy. «Vuol dire, al contrario, essere consapevoli delle nostre capacità e delle nostre potenzialità. E l’Italia ne ha tantissime. Per uscire dalla crisi e tornare a sorridere». Il volume – passato tra l’altro al vaglio preventivo di docenti come Mario Noera, Domenico De Masi e del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco – mette in primo piano i doveri dell’industria, che deve essere attenta allo sviluppo del territorio, all’impatto sociale, alla centralità delle relazioni. Quasi un appello alla formazione di classi dirigenti che sappiano guardare lungo.

L’importanza di un no (oltre la cultura del no)

Guai, dunque, agli interessi particolari o alla cultura del no. «Intendiamoci», spiega l’mprenditore del caffè «Saper dire “no”, in campo educativo e non solo, è molto importante. È dannoso il no a prescindere che diventa egoismo: il no a un’opera pubblica utile, per esempio. Dobbiamo coltivare al meglio i nostri talenti e metterli a disposizione degli altri». Nel volume racconta ad Antonioli, nel dirsi contrario alla logica «nimby» (not in my backyard, non nel mio giardino), che preferisce tenere sul comodino il Candide di Voltaire, proprio perché invita – nel proprio giardino – a coltivare talenti da mettere a disposizione degli altri. E dunque: infrastrutture, via della seta, immigrati gestiti con buon senso e messi a risorsa.

Ritorno a Walt Disney: «Se puoi sognarlo, puoi farlo»

Osserva il governo giallo-verde, ma nel volume – chiuso a fine estate – non si esprime se non dicendo, appunto, che «osserva». La domanda rimane: potremo tornare a sorridere e uscire dalla crisi? «Noi adulti – conclude Illy – dobbiamo trovare buone motivazioni per dire soprattutto ai giovani, ai nostri figli e ai nostri nipoti: vi vogliamo bene, restate in Italia perché merita. S’inizia anche imparando a “raccontare” l’Italia delle eccellenze, della gente che fa bene. Ce n’è molta di più di quanto non immaginiamo. Si costruisce una «Italia Felix» partendo da qui: valorizzando il bello e il buono. Che cosa diceva un grande come Walt Disney? «Se puoi sognarlo, puoi farlo».

 

Curated from La felicità secondo Illy

 

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Come sarà il lavoro nel 2025

 

 

Entro sette anni i robot svolgeranno più di metà dei lavori attualmente esistenti, eppure nessuno dovrà rimanere disoccupato. A rassicurare il mercato sono le proiezioni raccolte in uno studio del World Economic Forum, il quale prevede in cinque anni la creazione di 133 milioni di nuove posizioni lavorative, a fronte dell’automazione di 75 milioni di mansioni. Un conto netto di 58 milioni di nuovi posti, più specializzati, a patto però che gli Stati investano nella formazione dei lavoratori.

È già stata ribattezzata «quarta rivoluzione industriale» e negli ultimi anni è stata causa di apprensione tra chi teme di vedere il proprio lavoro sostituito da una macchina. Ma la storia si ripete e, come in passato, l’evoluzione delle tecniche di produzione potrebbe avere l’effetto di creare molti più posti di lavoro di quanti non se ne perdano. Ne sono convinti i responsabili delle risorse umane e i top strategy executive di 12 industrie e 20 economie sviluppate ed emergenti (che insieme rappresentano il 70% del PIL globale), sulle cui analisi si basa lo studio.

Il futuro è degli scienziati

Più 133 milioni di posti di lavoro entro il 2022: l’evoluzione del mercato del lavoro porterà con sé una grande espansione dei ruoli legati all’information technology. I più richiesti, secondo le proiezioni del Wef, saranno gli esperti di analisi dei dati e gli scienziati, seguiti da esperti in intelligenza artificiale e manager gestionali. A seguire gli sviluppatori di software e i professionisti dei settori vendite e marketing.

A scomparire invece saranno 75 milioni di posti di lavoro, a partire dagli addetti all’inserimento manuale dei dati in sistemi informatici e a chi svolge compiti amministrativi come la gestione delle buste paga e dei libri contabili. Mansioni di facile apprendimento per le macchine che, in un contesto di scalabilità dei costi, più lavorano e meno costano.

Gli straordinari di un robot

In termini di ore di lavoro, oggi il rapporto uomo-macchina è di 71 a 29. Ovvero, solo il 29 per cento del lavoro complessivo è svolto da robot, mentre il 71 per cento è ancora in mano a esseri umani. Ma secondo le previsioni del Wef, entro il 2025 questa proporzione cambierà sensibilmente e il 52 per cento delle ore di lavoro saranno svolte da sistemi automatizzati.

Tra questi, a diffondersi maggiormente saranno i macchinari statici (37%), già molto utilizzati nel mercato automobilistico e aerospaziale, così come i robot di terra (33%), capaci di spostare automaticamente i componenti della produzione all’interno degli stabilimenti. Nel settore dei servizi finanziari e d’investimento si prevede invece la crescente diffusione di robot umanoidi (23%), che grazie all’intelligenza artificiale e alla disponibilità dei big data, sono in grado di fare previsioni economiche e comporre strategie finanziare grazie all’applicazione di modelli statistici.

 

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Le famiglie tendono a passare il tempo libero nei centri commerciali. Durante il sabato e la domenica sono ormai molti i casi di sovraffollamento di outlet o di ipermarket.

Negli anni ’90, quando è comincia l’era del consumo, si chiamavano nuove centralità urbane, quasi a intendere che fossero il centro, il fulcro della vita di un intero quartiere. Nella filosofia dello sviluppo urbano di quel periodo, il centro in periferia veniva sostituito da un luogo di intrattenimento commerciale, per usare una formula oggi molto chiara. L’operazione, in un certo senso, era quella di costruire un valore intangibile di crescita personale in un luogo concepito per la vendita di prodotto.

Nulla di scorretto, ma fuori fuoco l’obiettivo. Una volta terminate le necessità primarie, soprattutto in un momento di crisi economica, le famiglie hanno cominciato a frequentare outlet e centri commerciali come spazi di relazione e di comunità, senza necessariamente dedicarsi al consumo commerciale.

Magari alla ricerca di tutti i corredi necessari e i servizi collaterali per divertirsi, passare del tempo, e far giocare i figli. Nella memoria culturale del nostro popolo lo struscio è qualcosa di istintivo, di innato e resistente. Siamo cresciuti più o meno tutti con l’idea della “passeggiata”, l’esplorazione a cui dedicare quello scampolo di tempo libero per concentrare sempre più gli obiettivi di acquisto nei circuiti e nei canali decisamente meno impegnativi dell’online.

Il 3 ottobre 2018, sul sito di Confesercenti Nazionale escono i dati Istat sul commercio. Sono allarmanti, ma parlano in modo schietto.

Dati Istat

I redditi crescono, i consumi no. Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici, nel secondo trimestre, e’ aumentato dell’1,3% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,1%. Lo rende noto l’Istat, la quale spiega che “il marcato aumento del reddito non si è trasferito sui consumi, risultati quasi stagnanti”. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è risultata superiore di 1,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, salendo all’8,6%. Inoltre, sempre secondo l’Istat, a fronte di un incremento dello 0,1% del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto delle famiglie è cresciuto dell’1,2% rispetto al trimestre precedente Il marcato aumento del reddito disponibile, spiega l’Istat, è “in ampia parte spiegato dal concentrarsi dell’effetto degli incrementi retributivi del pubblico impiego”.

Il quadro, in effetti, appare chiaro. Motivo per cui il dibattito si sta sempre più spostando sul discorso politico, ovvero se la chiusura domenicale dei negozi sia un’opportunità o, come sembra, alla fine andrà ad acuire la crisi e a mettere in difficoltà la turnazione lavorativa degli impieghi a tempo.

La questione è complessa ma, da un altro punto di vista, pare che si apra un altro orizzonte di riflessione. Federico Moccia, scrittore molto noto all’industria dell’intrattenimento e autore di best selling di massa, in un articolo per Repubblica del 13 settembre 2018 dal titolo Roma, una domenica tra shopping e desideri al centro commerciale scrive:

Federico Moccia

In certi casi le aperture domenicali e in orari continuati sono l’unico momento per fare la spesa o acquisti vari, per alcune famiglie sono perfino l’unico vero momento per stare insieme. «Dai prepariamoci si va tutti al centro commerciale!» Invece alcuni politici sostengono che chiudere aiuterebbe le famiglie a passare più tempo insieme e restituirebbe al personale che lavora la libertà di una volta. Ma sarebbe davvero così? Chi stabilisce ad esempio qual è il modo migliore e oggettivo per una famiglia di interagire?  Alla fine l’acquisto della domenica è un’ opzione, non un obbligo tassativo né in un senso né nell’altro e, se gestito in modo etico e opportuno, è un’ulteriore possibilità di lavoro. Ha i suoi pro e contro e non è possibile essere radicali. 

Forse è venuto il momento di considerare i prodotti e i servizi come contenuti di alto livello, e pensare all’utente come a un partner di cui prendersi cura offrendo la massima qualità, la migliore cura e attenzione, il comfort e il rispetto che merita. Non è un caso, oggi, che a parte la convergenza tra luoghi fisici con canali digitali il focus dei tanti argomenti dedicati al mondo retail tocchi soprattutto la questione culturale.

Come rinnovare un luogo commerciale facendo in modo che diventi un’occasione di crescita, di appagamento, di soddisfazione e solo in seconda battuta uno strumento di vendita e consumo?

Come fare in modo che l’acquisto sia una delle tante opzioni di un nuovo modo di fare esperienza stando assieme e costruendo delle comunità di relazione?

Sono temi importanti, ma il fatto certo è che non bastano più lo store design, le strategie di vendita, l’attenzione spasmodica e meccanica alla customer experience. Ora si parla di valori e di passioni, ora è il momento di quelle spinte emotive che rendano un’esperienza davvero esclusiva e irripetibile. Storytelling o cos’altro. A noi piace chiamarla motivazione, tutto quello che facilità l’empatia e l’identificarsi con l’altro in modo utile, comodo, necessario.