Mercati

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Il volume del «chimico umanista», presidente di illycaffè e della Fondazione Altagamma (Italia Felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere, Piemme, euro 18,50, pp. 228), frutto di una conversazione con il giornalista Francesco Antonioli.

Andrea Illy alza l’asticella, vuole bene al nostro claudicante Paese, ne vede ricchezze e potenzialità. Soprattutto attraverso una narrazione positiva, ma non per questo ingenua o irreale.
E così il volume del «chimico umanista», presidente di illycaffè e della Fondazione Altagamma (Italia Felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere, Piemme, euro 18,50, pp. 228), frutto di una conversazione con il giornalista Francesco Antonioli, diventa una sorta di manifesto politico ed economico nel senso più alto del termine.


Il valore della

Otto capitoli, uno dei quali dedicato ai Millennials, un ragionamento ad alta voce su economia, finanza, scuola e «mappe per il futuro», approfondimenti sulle scienze più avanzate e cultura classica. Con una innervazione civica costante: l’impegno per il bene comune. Innesco inedito è il tema della felicità: «Parlarne è importante», secondol’imprenditore triestino, impegnato da tempo a sostenere il World Happiness Report. «È sempre utile per me, può esserlo per chiunque. E il fine ultimo della felicità è l’altruismo: va condivisa. Troppo ottimista? No, tutt’altro. La felicità si declina in tante virtù. E deve diventare un buon ingrediente civile del nostro modo di vivere. È “utile” ciò che comporta la maggior felicità del maggior numero di individui».

I doveri dell’industria

Si tratta di un invito forte alla corresponsabilità: di tutti, dal semplice cittadino al decisore pubblico, per dire che la «la felicità è sia un diritto sia un ». Sprovveduto? Naïf? Fortunato? «No», insiste Andrea Illy. «Vuol dire, al contrario, essere consapevoli delle nostre capacità e delle nostre potenzialità. E l’Italia ne ha tantissime. Per uscire dalla crisi e tornare a sorridere». Il volume – passato tra l’altro al vaglio preventivo di docenti come Mario Noera, Domenico De Masi e del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco – mette in primo piano i doveri dell’industria, che deve essere attenta allo sviluppo del territorio, all’impatto sociale, alla centralità delle relazioni. Quasi un appello alla formazione di classi dirigenti che sappiano guardare lungo.

L’importanza di un no (oltre la cultura del no)

Guai, dunque, agli interessi particolari o alla cultura del no. «Intendiamoci», spiega l’mprenditore del caffè «Saper dire “no”, in campo educativo e non solo, è molto importante. È dannoso il no a prescindere che diventa egoismo: il no a un’opera pubblica utile, per esempio. Dobbiamo coltivare al meglio i nostri talenti e metterli a disposizione degli altri». Nel volume racconta ad Antonioli, nel dirsi contrario alla logica «nimby» (not in my backyard, non nel mio giardino), che preferisce tenere sul comodino il Candide di Voltaire, proprio perché invita – nel proprio giardino – a coltivare talenti da mettere a disposizione degli altri. E dunque: infrastrutture, via della seta, immigrati gestiti con buon senso e messi a risorsa.

Ritorno a Walt Disney: «Se puoi sognarlo, puoi farlo»

Osserva il governo giallo-verde, ma nel volume – chiuso a fine estate – non si esprime se non dicendo, appunto, che «osserva». La domanda rimane: potremo tornare a sorridere e uscire dalla crisi? «Noi adulti – conclude Illy – dobbiamo trovare buone motivazioni per dire soprattutto ai giovani, ai nostri figli e ai nostri nipoti: vi vogliamo bene, restate in Italia perché merita. S’inizia anche imparando a “raccontare” l’Italia delle eccellenze, della gente che fa bene. Ce n’è molta di più di quanto non immaginiamo. Si costruisce una «Italia Felix» partendo da qui: valorizzando il bello e il buono. Che cosa diceva un grande come Walt Disney? «Se puoi sognarlo, puoi farlo».

 

Curated from La felicità secondo Illy

 

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Come sarà il lavoro nel 2025

 

 

Entro sette anni i robot svolgeranno più di metà dei lavori attualmente esistenti, eppure nessuno dovrà rimanere disoccupato. A rassicurare il mercato sono le proiezioni raccolte in uno studio del World Economic Forum, il quale prevede in cinque anni la creazione di 133 milioni di nuove posizioni lavorative, a fronte dell’automazione di 75 milioni di mansioni. Un conto netto di 58 milioni di nuovi posti, più specializzati, a patto però che gli Stati investano nella formazione dei lavoratori.

È già stata ribattezzata «quarta rivoluzione industriale» e negli ultimi anni è stata causa di apprensione tra chi teme di vedere il proprio lavoro sostituito da una macchina. Ma la storia si ripete e, come in passato, l’evoluzione delle tecniche di produzione potrebbe avere l’effetto di creare molti più posti di lavoro di quanti non se ne perdano. Ne sono convinti i responsabili delle risorse umane e i top strategy executive di 12 industrie e 20 economie sviluppate ed emergenti (che insieme rappresentano il 70% del PIL globale), sulle cui analisi si basa lo studio.

Il futuro è degli scienziati

Più 133 milioni di posti di lavoro entro il 2022: l’evoluzione del mercato del lavoro porterà con sé una grande espansione dei ruoli legati all’information technology. I più richiesti, secondo le proiezioni del Wef, saranno gli esperti di analisi dei dati e gli scienziati, seguiti da esperti in intelligenza artificiale e manager gestionali. A seguire gli sviluppatori di software e i professionisti dei settori vendite e marketing.

A scomparire invece saranno 75 milioni di posti di lavoro, a partire dagli addetti all’inserimento manuale dei dati in sistemi informatici e a chi svolge compiti amministrativi come la gestione delle buste paga e dei libri contabili. Mansioni di facile apprendimento per le macchine che, in un contesto di scalabilità dei costi, più lavorano e meno costano.

Gli straordinari di un robot

In termini di ore di lavoro, oggi il rapporto uomo-macchina è di 71 a 29. Ovvero, solo il 29 per cento del lavoro complessivo è svolto da robot, mentre il 71 per cento è ancora in mano a esseri umani. Ma secondo le previsioni del Wef, entro il 2025 questa proporzione cambierà sensibilmente e il 52 per cento delle ore di lavoro saranno svolte da sistemi automatizzati.

Tra questi, a diffondersi maggiormente saranno i macchinari statici (37%), già molto utilizzati nel mercato automobilistico e aerospaziale, così come i robot di terra (33%), capaci di spostare automaticamente i componenti della produzione all’interno degli stabilimenti. Nel settore dei servizi finanziari e d’investimento si prevede invece la crescente diffusione di robot umanoidi (23%), che grazie all’intelligenza artificiale e alla disponibilità dei big data, sono in grado di fare previsioni economiche e comporre strategie finanziare grazie all’applicazione di modelli statistici.

 

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Le famiglie tendono a passare il tempo libero nei centri commerciali. Durante il sabato e la domenica sono ormai molti i casi di sovraffollamento di outlet o di ipermarket.

Negli anni ’90, quando è comincia l’era del consumo, si chiamavano nuove centralità urbane, quasi a intendere che fossero il centro, il fulcro della vita di un intero quartiere. Nella filosofia dello sviluppo urbano di quel periodo, il centro in periferia veniva sostituito da un luogo di intrattenimento commerciale, per usare una formula oggi molto chiara. L’operazione, in un certo senso, era quella di costruire un valore intangibile di crescita personale in un luogo concepito per la vendita di prodotto.

Nulla di scorretto, ma fuori fuoco l’obiettivo. Una volta terminate le necessità primarie, soprattutto in un momento di crisi economica, le famiglie hanno cominciato a frequentare outlet e centri commerciali come spazi di relazione e di comunità, senza necessariamente dedicarsi al consumo commerciale.

Magari alla ricerca di tutti i corredi necessari e i servizi collaterali per divertirsi, passare del tempo, e far giocare i figli. Nella memoria culturale del nostro popolo lo struscio è qualcosa di istintivo, di innato e resistente. Siamo cresciuti più o meno tutti con l’idea della “passeggiata”, l’esplorazione a cui dedicare quello scampolo di tempo libero per concentrare sempre più gli obiettivi di acquisto nei circuiti e nei canali decisamente meno impegnativi dell’online.

Il 3 ottobre 2018, sul sito di Confesercenti Nazionale escono i dati Istat sul commercio. Sono allarmanti, ma parlano in modo schietto.

Dati Istat

I redditi crescono, i consumi no. Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici, nel secondo trimestre, e’ aumentato dell’1,3% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,1%. Lo rende noto l’Istat, la quale spiega che “il marcato aumento del reddito non si è trasferito sui consumi, risultati quasi stagnanti”. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è risultata superiore di 1,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, salendo all’8,6%. Inoltre, sempre secondo l’Istat, a fronte di un incremento dello 0,1% del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto delle famiglie è cresciuto dell’1,2% rispetto al trimestre precedente Il marcato aumento del reddito disponibile, spiega l’Istat, è “in ampia parte spiegato dal concentrarsi dell’effetto degli incrementi retributivi del pubblico impiego”.

Il quadro, in effetti, appare chiaro. Motivo per cui il dibattito si sta sempre più spostando sul discorso politico, ovvero se la chiusura domenicale dei negozi sia un’opportunità o, come sembra, alla fine andrà ad acuire la crisi e a mettere in difficoltà la turnazione lavorativa degli impieghi a tempo.

La questione è complessa ma, da un altro punto di vista, pare che si apra un altro orizzonte di riflessione. Federico Moccia, scrittore molto noto all’industria dell’intrattenimento e autore di best selling di massa, in un articolo per Repubblica del 13 settembre 2018 dal titolo Roma, una domenica tra shopping e desideri al centro commerciale scrive:

Federico Moccia

In certi casi le aperture domenicali e in orari continuati sono l’unico momento per fare la spesa o acquisti vari, per alcune famiglie sono perfino l’unico vero momento per stare insieme. «Dai prepariamoci si va tutti al centro commerciale!» Invece alcuni politici sostengono che chiudere aiuterebbe le famiglie a passare più tempo insieme e restituirebbe al personale che lavora la libertà di una volta. Ma sarebbe davvero così? Chi stabilisce ad esempio qual è il modo migliore e oggettivo per una famiglia di interagire?  Alla fine l’acquisto della domenica è un’ opzione, non un obbligo tassativo né in un senso né nell’altro e, se gestito in modo etico e opportuno, è un’ulteriore possibilità di lavoro. Ha i suoi pro e contro e non è possibile essere radicali. 

Forse è venuto il momento di considerare i prodotti e i servizi come contenuti di alto livello, e pensare all’utente come a un partner di cui prendersi cura offrendo la massima qualità, la migliore cura e attenzione, il comfort e il rispetto che merita. Non è un caso, oggi, che a parte la convergenza tra luoghi fisici con canali digitali il focus dei tanti argomenti dedicati al mondo retail tocchi soprattutto la questione culturale.

Come rinnovare un luogo commerciale facendo in modo che diventi un’occasione di crescita, di appagamento, di soddisfazione e solo in seconda battuta uno strumento di vendita e consumo?

Come fare in modo che l’acquisto sia una delle tante opzioni di un nuovo modo di fare esperienza stando assieme e costruendo delle comunità di relazione?

Sono temi importanti, ma il fatto certo è che non bastano più lo store design, le strategie di vendita, l’attenzione spasmodica e meccanica alla customer experience. Ora si parla di valori e di passioni, ora è il momento di quelle spinte emotive che rendano un’esperienza davvero esclusiva e irripetibile. Storytelling o cos’altro. A noi piace chiamarla motivazione, tutto quello che facilità l’empatia e l’identificarsi con l’altro in modo utile, comodo, necessario.

 

 

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E la Banca diventa Experience Design

Che futuro si prospetta per i professionisti che puntano a una carriera lavorativa nel settore bancario?

Se prendiamo in considerazione un recente studio, “Human Advantage: The Power of People”, commissionato da HSBC e sviluppato attraverso la mappatura dei principali effetti del cambiamento generato dalla tecnologia, ecco delinearsi in modo evidente l’importanza di “innovativi” profili esplicitamente orientati alla rivoluzione digitale.

Il settore bancario sta già utilizzando i chatbot per rispondere a semplici domande e raccogliere informazioni sulla propria clientela. La possibilità di “parlare” con le macchine e di aiutarle a interpretare i nostri bisogni necessita di interfacce conversazionali che dovranno via via trarre vantaggio dalle tecnologie di riconoscimento vocale e di testo.

Il Conversational Interface Designer è per l’appunto la figura che metterà a disposizione skill adatte a sviluppare interfacce naturali e “low-friction” per incontrare i desiderata dei clienti, mettendo in campo un mix di abilità creative, linguistiche e antropologiche.

Entrando nel merito delle figure da tenere in debita considerazione, il Mixed Reality Experience Designer è un esperto in materia di realtà mista o aumentata le cui competenze chiave contemplano la capacità di progettare interfacce tridimensionali fra mondo fisico e digitale e di renderle il più possibile veloci e intuitive.

Per lavorare in questo ambito serviranno competenze in fatto di design estetico, branding, user experience e meccanica 3D.

 

 

 

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a cura di Mauro Minniti
Vi sono alcuni trend che sembrano ormai piuttosto evidenti nel tracciare lo sviluppo della demografia mondiale: persone che abiteranno sempre più prossime ai grandi centri urbani e nuclei famigliari sempre più piccoli, con la crescita di quelli composti da una sola persona.
Anche l’Italia non sembra sfuggire a questo trend, come sta a testimoniare l’andamento negli ultimi 15 anni di abitanti dell’area metropolitana milanese. Per il prossimo decennio (fino al 2025) l’ufficio statistica del Comune di Milano formula tre ipotesi: minima con + 88.000 abitanti, pari al +6,8%; media con + 147.000 abitanti, pari al +10,9% e massima con + 260.000 abitanti, pari al +19,2 %.
Anche le famiglie cambiano la loro struttura: nel volgere di vent’anni il numero medio di componenti in famiglia è sceso da 2,7 (media 1994-1995) a 2,4 (media 2014- 2015); a questo corrisponde un aumento delle famiglie unipersonali, passate dal 21,1 al 31,1 per cento del totale delle famiglie, e una riduzione delle famiglie di cinque o più componenti, passate dall’8,4 al 5,4 per cento.
In questo scenario di popolazione sempre più urbana e con famiglie unipersonali, va collocata la crescita di servizi che possono essere offerti per il tramite delle nuove piattaforme digitali, che di fatto rispondono a un grande bisogno: la comodità e il risparmio di tempo.
L’economia dei servizi e dell’esperienza che il web ha capitalizzato si rivolge a chi abita nei centri urbani per fornire servizi che scoprono nuovi insight: il lavaggio dell’auto a domicilio, la consegna di una bottiglia di vino, il tramezzino in pausa pranzo che arriva in ufficio, la verdura e la frutta bio che arriva a casa. Anche la baby sitter diventa un servizio che passa dal web, arriva al bisogno, last minute, e viene selezionata grazie alle recensioni delle esperienze di chi ha già usufruito del servizio.

In termini generali si tratta della prestazione di un servizio a domicilio o dell’acquisto di un prodotto che ci viene recapitato a casa. In realtà si tratta di una vera e propria esperienza che va oltre a quella di una semplice consegna.
Gli aspetti valoriali di questi acquisti riguardano anche la sfera ludica, e della piacevolezza di un acquisto il cui valore aggiunto sta nel servizio stesso, nella gratificazione che viene fornita dal fatto che la bottiglia che abbiamo scelto, in base al menu che stiamo preparando, ci viene portata proprio fino a casa, con un livello di personalizzazione che aumenta di per se la Customer Experience.
È così che le competenze manageriali di chi si occupa di Delivery devono passare dalla perfetta organizzazione logistica e dal rispetto dei tempi di consegna, ma devono tenere conto del livello di esperienza complessivo fornito, tenere conto delle aspettative dei clienti e superarle: quanto siamo contenti se la consegna prevista in 30 minuti in realtà avviene in soli 20 minuti!
E quali possibilità si aprono a chi, iniziando a conoscere i nostri gusti e le nostre preferenze, inizia a consigliarci prodotti similari o complementari per rendere un’esperienza semplice in una straordinaria.

 
 
 

Un comparto in continua evoluzione che, "nonostante qualche situazione di difficoltà, sa innovarsi e innovare, adeguandosi ai cambiamenti del mercato e dei consumatori, cogliendo le opportunità offerte dal mondo digitale".

“Le Fiere italiane generano affari per 60 miliardi di euro dando origine al 50% dell’export delle aziende italiane che vi partecipano”.

Lo ha detto Ettore Riello, presidente di Aefi (Associazione esposizioni e fiere italiane), nel corso dell’evento ‘La Forza delle Fiere Italiane’, oggi a Roma, realizzato nell’ambito dell’appuntamento con la ‘Giornata mondiale delle Fiere’, nata nel 2016 per iniziativa di ‘Ufi-The Global association for the exhibition industry’ e da subito sostenuta da Aefi. Inoltre, per il 75,3% delle pmi italiane, ha spiegato Riello, le fiere sono uno strumento fondamentale di sviluppo. “Sarebbe riduttivo parlare del ruolo delle fiere nel mondo considerandone solo l’aspetto economico”, ha continuato Riello.

“La valenza del loro operare – ha rimarcato – va ben oltre e contribuisce alla diffusione dei nostri valori, delle nostre eccellenze, della creatività italiana che tutto il mondo ci invidia”.

La Giornata mondiale delle Fiere rappresenta anche un’occasione per fare il punto su un comparto solido che offre anche numerose opportunità di carriera. Un comparto in continua evoluzione che, “nonostante qualche situazione di difficoltà, sa innovarsi e innovare, adeguandosi ai cambiamenti del mercato e dei consumatori, cogliendo le opportunità offerte dal mondo digitale per estendere il potenziale dell’evento oltre il momento espositivo”, ha proseguito Riello.

Sempre secondo Ufi, oltre il 70% dei quartieri e organizzatori di manifestazioni sta sviluppando nuove attività proprio per andare incontro a un mercato in continuo cambiamento, anche e soprattutto dal punto di vista geopolitico. ” L’escalation del protezionismo rischia di schiacciare la nostra economia, che in questo momento cresce grazie alle vendite all’estero, con manovre che potrebbero pesare per 3 punti sull’export. Basti pensare che solo con l’Iran, con cui siamo stati tra i primi a firmare un protocollo d’intesa, il nostro Paese ha diversi miliardi di export a rischio”, ha affermato Riello.

Per questo, Aefi è sempre più attiva nelle iniziative volte all’internazionalizzazione delle fiere e delle aziende che vi partecipano, con una Commissione dedicata per cogliere le nuove opportunità sul mercato mondiale e adattarsi con flessibilità a un contesto profondamente mutevole. Ma anche con partner istituzionali e di rilievo come l’Agenzia Ice, Sace e Simest, con la convinzione che le fiere rappresentino una grande opportunità di crescita soprattutto in un momento così complesso per il nostro made in Italy, che ha ancora molta strada da fare per vedere concretizzato tutto il suo potenziale.

“Il rapporto dell’Ice -ha affermato Michele Scannavini, presidente dell’Agenzia Ice- con il sistema italiano delle fiere è, e continua ad essere, un asse prioritario della promozione a sostegno dell’internazionalizzazione delle pmi italiane.

Nel 2017, l’Ice ha supportato 50 fiere, le più rappresentative del made in Italy nei rispettivi settori, coinvolgendo 5.700 operatori stranieri e realizzando 52.000 incontri b2b. Quest’anno l’obiettivo sarà superare i 6 mila operatori stranieri con un potenziamento del numero di incontri d’affari. Contiamo anche di rafforzare la collaborazione con Aefi e le singole manifestazioni per migliorare la loro visibilità all’estero”.

 

 

 

 

 

Le prospettive del made in Italy tra prodotto e genius loci

a cura di Davide Pellegrini
Fisico e online per scoprire il made in Italy

Il passaggio dall’acquisto dai canali tradizionali all’e-commerce ci pone di fronte a una questione generazionale. Se il made in Italy raccoglie il massimo consenso grazie all’esperienza in loco (inutile dire che la componente artigianale del genius loci a volte può essere il vero valore aggiunto), d’altro canto nel tempo dei Millenials i confini tra la fruizione fisica e l’online si vanno assottigliando.

Elena Azzola, in un bell’articolo intitolato L’era della convergenza, apparso su The Good Life di aprile-maggio 2018, con una serie di interviste a operatori di settore mette il punto.

L’e-commerce, prima di tutto, consente una più facile espansione all’estero, come sostiene Laura Angius che, con Simone Panfilo e Vincenzo Cannata, ha fondato nel 2012 LoveTheSign, portale di e-commerce focalizzato sull’arredamento e il design made in italy. In seconda istanza, le azioni di marketing che una piattaforma digitale può mettere in campo seguono logiche di grande flusso, avendo ancora dalla loro la massimizzazione di una funzione di catalogo  che permette ai consumatori di ottenere in poco tempo informazioni utili, anche tecniche, per valutare l’opportunità di acquisto in termini di costo, risparmio, vantaggio.

Certo, rispetto all’esclusiva digitale, l’optimum sarebbe la convergenza con il punto fisico, e cercare di portare l’utente a interagire con entrambi i canali, fisico e virtuale.

Marco Mornata, esponente della storica famiglia con negozi di mobili a Milano, ha fondato Design Republic proprio per rafforzare il mercato tradizionale con un’offerta online. Va detto che chi usa il digitale è solitamente più giovane della media dei consumatori, è abituato allo studio e ha un approccio culturale e interdisciplinare che in rete è ancora possibile. Il sito, infatti, non è più solo una vetrina, ma diventa in questo senso una comunità d’interesse e un’opportunità di approfondimento rispetto a temi appassionanti. Un ecosistema di contenuti che concentrano sfumature importanti che vanno dai materiali alle lavorazioni, dalle filiere produttive ai modelli di design, dal rapporto dei manufatti all’interno del dibattito sull’arte contemporanea alle ricerche specifiche di settore.

 

Le piattaforme diventano sempre più spesso magazine e hub dove è possibile apprendere, arricchire le proprie conoscenze, agire da consumatore evoluto, instaurare relazioni interessanti.
Genius loci e arte come valore aggiunto

Una delle componenti di fondamentale interesse nel rilancio del made in Italy è l’inevitabile contaminazione della produzione con la temperie culturale di luoghi che da soli detengono la maggior percentuale al mondo di ricchezza ed eredità storico artistica. Se oggetti come la Beetle Chair di GamFratesi per Gubi o la collezione Fat Fat di Patricia Urquiola risolvono prevalentemente problemi funzionali, dal dopoguerra il nostro paese vanta il primato dell’art design con nomi come Gardella, Caccia, DominioniMegistretti, Bellini. I long seller dal gusto artistico dei nostri cerativi ci hanno regalato oggetti come Passiflora, la lampada di Superstudio del 1968, le opere di Sottsass, la serie Up di Gateano Pesce del 1969, Abitacolo di Bruno Munari del 1971, ecc.

Tutto ciò ha un significato assai specifico nel nostro discorso.

In Italia, la vocazione turistica che dal Grand Tour settecentesco porta gli stranieri a godere delle meraviglie del nostro territorio non è mai del tutto tramontata anzi, a dirla tutta è cresciuta e si è consolidato il mito del quality lifestyle che si traduce essenzialmente nel legare al consumo di ogni tipologia di prodotto immaginabile il consumo di un’esperienza indimenticabile, tale da favorire nell’ospite quella particolare sinestesia dei sensi che in termini semplificati vogliamo chiamare souvenir. Il ricordo indimenticabile, le mirabilia che restano nell’immaginario di chi scopre le bellezze del nostro paese trovano nell’artigiano geniale, nell’artifex rinascimentale la conferma della straordinarietà e della qualità dei nostri prodotti e del nostro vivere.

Ecco perché, qualora si desideri puntare a una maggior presenza nel circuito digitale, occorre tenere sempre a mente l’importanza del contenuto, l’accuratezza progettuale di una strategia efficace di storytelling che sappia dare all’impresa e ai suoi prodotti la giusta collocazione all’interno di un’adeguato e valido contesto territoriale, culturale, sociale.

 

 

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Dal retail brand alla b-corp

a cura di Andrea Pugliese
Come i brand si trasformano in hub a responsabilità sociale.
Forse non è stata tra le leggi ad aver maggiore platea mediatica, ma la Legge di Stabilità 2016 che ha introdotto in Italia le Società Benefit comincia a produrre effetti virtuosi sul mercato e a definire i suoi primi champion.

Le Società Benefit sono società profit, Srl o Spa, che introducono nella loro missione statutaria anche obiettivi non economici e dunque ambientali, sociale o occupazionali. Ecco che in loro la responsabilità aziendale non diventa più discrezionale e casuale, legata al budget o alle scelte del momento, come con la CSR, ma è connaturata al business ed è elemento di cui rendere conto a azionisti, mercato, finanza e stakeholder.

Le Società Benefit sono definite dalla normativa solo in una trentina di stati USA e in Italia. Sono figlie della certificazione Benefit Corporation (BCorp) che coinvolge migliaia di aziende nel mondo e che fissa i requisiti sostanziali per essere Società Benefit.

Essere una BCorp significa creare più valore di quanto si distrugge. Fare impresa allarga la propria ragione dal solo profitto al migliorare il mondo. Per certificate vengono esaminate con un poderoso assessment di centinaia di domande varie aree: la Governance, i rapporti con i Dipendenti, con i Fornitori, con il Territorio e la Comunità, col Mercato.
Essere certificati BCorp (e, da poco, anche nascere o trasformarsi in Società Benefit) significa presentarsi al mondo come un’azienda orientata a:

a. Valorizzare aspetti non economici del business;
b. Entrare in un processo continuo di autovalutazione e di relazione col cliente;
c. Strutturare nel tempo la propria reputazione in valore misurabile verso clienti, fornitori, territorio e comunità;
d. Collaborare con altre B Corp per attivare reti virtuose di innovazione, fornitura e collaborazione;
e. Attrarre i talenti interessati a al cambiamento in un luogo di lavoro dove l’interesse aziendale è coniugato in ogni aspetto con quello dell’ambiente e della società;
f. Favorire il processo di internazionalizzazione, specie verso i paesi dove maggiore è la sensibilità del mercato ai valori etici, sociali e ambientali;
g. Certificare requisiti utili per accedere alla finanza, sempre più attenta a questi aspetti.

A livello mondiale le BCorp sono circa 2500. Per citarne alcune di assoluto rilievo: Patagonia, leader dell’abbigliamento sportivo di qualità; Kickstarter, maggiore piattaforma di crowdfunding; Danone, colosso alimentare; Singularity University, formazione.

 

Kickstarter

 

In Italia sono oltre 100. Tra le altre: Olio Carli, tra le prime a certificarsi BCorp e ora Società Benefit; Alessi, portabandiera del design; ETT, leader smart government e allestimenti new media; Zordan, arredamenti d’alta gamma; Arkage, comunicazione digitale.

Operano in ogni settore, sono impegnate in B2B e B2C. Il loro numero è in costante crescita perché la nicchia di clienti interessata all’impatto di una Società sul mondo è sempre più ampia.

Molte società scoprono presto di avere già le caratteristiche per certificarsi. Per altre diventa un modo per riflettere su se stessi e ridefinirsi per un mercato – anche finanziario – sempre più attento alla dimensione etica e valoriale.

 

 

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Il RETAIL è un settore in pieno sviluppo. “Vedremo più trasformazioni nei prossimi dieci anni di Retail di quante viste nei precedenti mille”, afferma Doug Stephens, fondatore del sito internet Retail Prophet e autore di The Retail Revival: Re-Imagining business for the New Age of Consumerism (re-immaginare il business per la nuova era del consumismo). Stephens ha recentemente pubblicato le sue 10 previsioni su come il Retail cambierà nel futuro prossimo. Ecco i 10 punti:

1. Nuovi metodi per l’analisi del consumatore (ricerca senza precedenti)

“Neurobiologi tedeschi stanno mappando le onde cerebrali in risposta al prezzo del prodotto per scoprire come il cervello umano percepisce i prezzi e il valore” – scrive Stephens – “I retailer hanno ora opportunità senza precedenti di utilizzare la tecnologia e i dati e favorire la comprensione del consumatore (non su ciò che egli dice di voler fare, ma su quello che realmente fa)”.

2. Consegna in 1 giorno (o poche ore)

Amazon sta testando la consegna via drone in 30 minuti. Forse l’idea può sembrare bizzarra e fantascientifica, ma ciò che sorprende è che i consumatori in realtà attendono questo momento con entusiasmo. “Per competere nella vendita al dettaglio on-line, i negozi potrebbero iniziare ad usare le loro posizioni come centri di distribuzione” dice Stephens.

3. I negozi tradizionali avranno la stessa intelligenza analitica del mondo online

“La conoscenza di chi è nel negozio, dove si muove e con quali prodotti interagisce, verrà calcolata in tempo reale” dice Stephens. “Quando entriamo in un negozio fisico, la nostra cronologia di navigazione ci seguirà, informando il retailer sulla nostra shopping esperienze”. Apple ha recentemente implementato la tecnologia bluetooth che rileva chi è presente nel negozio.

4. Le società dei Media inizieranno a vendere prodotti

Il ruolo tradizionale dei media come inserzionisti sta mutando, infatti stanno iniziando a vendere i prodotti stessi. Per esempio, gran parte dei prodotti presenti sulla Rivista Harper’s Bazaar è già acquistabile online sul loro sito web. Le Riviste cambieranno. La TV cambierà. “Gli spettacoli televisivi non solo pubblicizzeranno prodotti (come già fanno) ma genereranno ricavi per la vendita reale dei prodotti”.

5. Ci sarà una “nuova rivoluzione industriale

In risposta agli scioperi per salari migliori, le aziende low cost come McDonald e Wal-Mart inizieranno ad automatizzare le attività di vendita. Questo è già il presente, ad esempio in Wal-Mart con l’installazione di 10.000 sistemi self-checkout, e in McDonald Europa con 7.000 touchscreen.Nella foto, il Chiosco Vini Self-service già presente nella catena americana Wal-Mart.

6. Sparirà la linea di demarcazione tra on-line e offline

A fine 2013 eBay ha lanciato le “vetrine digitali” a New York e San Francisco, che hanno permesso ai clienti di ordinare prodotti-online da un touchscreen presente in un vero negozio-facciata lungo la strada; con consegna il giorno stesso. Stephens dice che questo è un modo semplice per i rivenditori di impressionare i clienti . “Non solo questi impianti aggiungono un elemento di sorpresa e di varietà per i clienti, ma permettono ai marchi di aprire un negozio in sedi opportune e spesso meno convenzionali. Sono Negozi che non hanno bisogno di personale, né di un inventario annuale, né di supporto tecnico periodico”.

7. La Privacy diventerà un business

I consumatori sono sempre più preoccupati per la loro privacy mentre fanno shopping online, e inizieranno a pagare dei servizi per mantenere l’anonimato dell’acquisto. Inoltre, i rivenditori saranno costretti a fare molto di più per rassicurare i clienti che i loro dati di acquisto è sicuro.

8. Alle persone non interesserà più “possedere” un bene (sarà sufficiente utilizzarlo)

Mentre la classe media ha problemi economici e si adatta al vivere con meno, tutti i consumatori inizieranno sempre più a valutare il noleggio. “Auto, case, articoli per la casa ed elettrodomestici, e case di vacanza saranno sempre più condivise”, scrive Stephens. Rent The Runway, ad esempio consente già alle donne di affittare abiti che non potrebbero permettersi. Questa sarà la tendenza nel .

9. I Feedback Social saranno il fattore cruciale d’acquisto

Nordstrom ha recentemente lanciato un programma in cui si mostra la merce che su Pinterest è più popolare (più “pinnata”). In questo modo gli acquirenti possono essere condizionati da “ciò che la comunità web ritiene bello/interessante/alla moda”. Questo diventerà sempre più comune dal 2014 in poi. Sempre più, gli acquirenti cercheranno un confronto con recensioni e opinioni degli altri consumatori, i loro “like”, i “pin” o i “google+1” per avere un termine di paragone o un suggerimento su ciò che è “desiderato” in larga scala anche dal resto delle persone.

10. I prezzi potranno cambiare più volte in un’ora

I rivenditori inizieranno a testare il “prezzo dinamico” nei negozi, apportando a loro stessi il vantaggio competitivo di siti come Amazon e Priceline. “Aspettiamoci di vedere l’incorporazione di altri dati quali tempo e prezzi competitivi nel carrello online del cliente” afferma Stephens.

 

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Per quanto riguarda nello specifico i Digital Design Days, «Milano diverrà per qualche giorno il luogo dove sviluppatori, designer e brand di tutto il mondo potranno incontrarsi e scambiare idee, trovare occasioni di collaborazione e avviare progetti di innovazione», spiega Spiezia. «In un contesto mondiale dove tutto è guidato, alimentato, supportato dal software e non esiste più alcun tipo di business che non abbia una base digitale, anche minima ma destinata ad aumentare sempre di più, gli sviluppatori diventano una risorsa preziosissima. Tuttavia, i servizi digitali non possono in alcun modo trascurare “la componente umana” ossia l’interfaccia di interazione, di utilizzo dei servizi da parte delle persone, la user experience: ecco che entrano quindi in gioco designer e creativi».

«Purtroppo oggi in Italia ci sono pochi istituti qualificati a garantire una formazione in linea con il “mondo moderno”, dove il digitale domina ormai qualsiasi disciplina e professione», osserva con un po’ di rammarico Spiezia il quale cavalca però con entusiasmo iniziative come quelle della Milano Digital Week: «si tratta di un momento di educazione, formazione e dibattito che porta a Milano il meglio della cultura digitale italiana ed internazionale».

Come anticipato nel servizio dedicato ai Digita Design Days, la creatività e l’ingegno che spaziano tra arte, architettura e design, sempre più “contaminati” dall’innovazione digitale, avranno un ruolo da protagonista. Abbiamo voluto approfondire l’importanza di questi temi e discipline con Filippo Spiezia, Co-Founder & Creative Director dei Digital Design Days, cercando di capirne l’importanza anche da un punto di vista più ampio, quello dell’innovazione del nostro paese.

Città caratterizzata da una forte cultura legata al design e all’innovazione, Milano mette a calendario una settimana dedicata al mondo digitale, la Milano Digital Week che inizierà a prendere ufficialmente “forma” tra pochissimi giorni, il 15 marzo, sotto un claim che ne esplicita gli obiettivi:

In concomitanza con l’avvio ufficiale della Milano Digital Week intervistiamo Filippo Spiezia, Co-Founder & Creative Director dei Digital Design Days – in programma tra il 16 ed il 18 marzo all’interno del programma della Milano Digital Week – e torniamo a parlare di InnovationFirst per accelerare ed intensificare il ruolo della politica italiana nei confronti dell’innovazione digitale