Mercati

Gli scenari futuri del negozio, il marketing territoriale, la privacy e la concorrenza sleale sono stati i temi principali condivisi con una platea di oltre 700 persone.

a cura di Redazione

Il 13 e 14 gennaio si è svolta la terza edizione di Bici Academy, il meeting nazionale del negoziante di bici, un evento, un momento di incontro e formazione per chi lavora in questo settore.

Dal sito di Bici Academy 2019
Dal sito Bici Academy 2019

Al Palacongressi di Rimini, tanti i temi trattati durante la Plenaria del primo giorno che ha visto protagonisti Piero Nigrelli, Direttore Settore Ciclo Confindustria ANCMA, Andrea Boaretto, Professore di Multichannel Marketing al Politecnico di Milano, Davide Cavalieri, General Manager Cavalieri Retail e l’Avvocato Ivan Marchetto.

Gli scenari futuri del negozio, il marketing territoriale, la privacy e la concorrenza sleale sono stati i temi principali condivisi con una platea di oltre 700 persone.

Davide Cavalieri, con 30 anni di esperienza nel mondo retail, è intervenuto individuando e approfondendo i 7 punti cruciali per avere successo con i propri clienti e aumentare le vendite. Nello specifico ha analizzato come identificare e definire il posizionamento dei propri clienti target; come gestire una comunicazione efficace all’interno e all’esterno del punto vendita facendo coniugare armonicamente tutti i canali online e offline. Il tutto senza trascurare come disegnare e rendere efficace la propria offerta commerciale, come rendere unico il servizio ad un cliente sempre più esigente ed informato e per concludere, il CRM (Customer Relationship Management), ovvero come gestire le relazioni con i clienti durante il customer journey, il loro “viaggio” nell’acquisizione di un prodotto o di un servizio.

A rendere ancora più interessanti i temi della giornata è stata la somministrazione di un questionario online su un’app sviluppata per l’occasione, che ha fornito ai relatori un termometro del sentiment del pubblico, in termini di esperienze nei propri punti vendita e di metodologie applicate.

Molte le curiosità e domande dei partecipanti al termine degli interventi dei relatori e durante le apposite sessioni “Q&A”, di domande e risposte.

La seconda giornata di Bici Academy si è svolta attraverso numerosi workshop tematici per fornire un supporto concreto ed immediato ai negozianti e alle aziende partecipanti, in termini di gestione del punto vendita, visual merchandising, social media, web e molti altri argomenti.

Noi di Cavalieri Retail ci siamo focalizzati su 3 workshop:

1) “Come applicare la tecnologia al tuo negozio di bici” a cura di Davide Cavalieri e Daniele Dini, Product Manager nel settore IT e dei servizi.

2) “Gli indicatori chiave per capire l’andamento del tuo negozio” con Vincenzo Abatematteo, Retail Consultant.

3) “La vendita addizionale di abbigliamento e accessori. Il cross selling” a cura di Maria Villano, Retail Consultant.

In attesa di una quarta edizione, ecco il video di chiusura dell’evento di Davide Cavalieri e una citazione che riteniamo centrata sull’argomento perché il settore bici è in costante crescita e ha ancora moltissime opportunità da cogliere.

Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.” A. Einstein

Un'applicazione che facilita la lettura degli ingredienti a partire dal riconoscimento del codice di prodotto. Ecco come la tecnologia cambia il mercato alimentare.

a cura di Redazione

Il mercato dell’alimentazione sta cambiando. Entrano ormai in gioco applicazioni e piattaforme che, al di là dei servizi, offrono contenuti, come ad esempio le informazioni per essere più consapevoli di ciò che si mangia. Abbiamo intervistato Luciano Venezia, co-founder di EDO.

Sembra davvero esploso il mercato delle app per facilitare la comprensione della sana alimentazione e della cultura dei prodotti che usualmente consumiamo. Come vi è venuta l’idea e che riscontri sta avendo?

Il trend che vede i consumatori sempre più attenti verso ciò che mangiano è in costante crescita da anni e trova la sua massima espressione quando incontra la tecnologia. Lo strumento tecnologico più diffuso in questo momento storico sono gli smartphone, cosa che rende le app il mezzo ideale per comunicare con le persone. Edo ha iniziato a muovere i primi passi nel 2014 e, nel corso degli anni, ha avuto un riscontro sempre maggiore, fino a raggiungere ad oggi 500mila utenti registrati in Italia. Una community attiva che contribuisce al successo dell’app e che viene utilizzata sia durante la spesa al supermercato che a casa. È stato positivo anche il nostro “esperimento” inglese, un mercato sicuramente meno sensibile di quello italiano ma forse tecnologicamente più preparato.

Edo, applicazione per la consapevolezza

Per il design di un’applicazione così specifica immagino ci siano volute competenze quanto più eterogenee. Da chi si occupa della programmazione della digital user experience ai contenuti veri e propri. Nutrizionisti, dietologi, content manager. Ci descrivi che tipo di professionisti avete coinvolto?

Il team di Edo è fortemente eterogeneo: le due componenti fondamentali sono sicuramente quelle legate al mondo “nutrition” e al mondo “tech”. Nel primo caso parliamo di tecnologi alimentari e dietisti, supportati dalla facoltà di Scienze e Tecnologie Alimentari di Cesena. Il mondo tech coinvolge invece gli sviluppatori che hanno costruito l’app, a cui si sono affiancati specialisti nella UX/UI per ottenere un risultato ottimale e che tiene conto delle necessità degli utenti. Fondamentale è stata anche la gestione finanziaria, critica per una startup che si trova a dover gestire tutto con poche risorse.

Un’applicazione del genere mancava sul panorama. Tendenzialmente facilita la lettura degli ingredienti a partire dal riconoscimento del codice di prodotto. Come avete raggiunto un accordo con le catene di distribuzione o i produttori? 

La difficoltà principale l’abbiamo avuta proprio nella costruzione del database dei prodotti. Creare un canale di comunicazione con tutti i produttori o con le catene è molto complesso, sia da un punto di vista gestionale che strutturale: c’è una mancanza di digitalizzazione notevole, bisognerebbe cambiare radicalmente il modo di lavorare nel settore. Questi motivi ci hanno spinto dunque a chiedere anche il supporto dei nostri utenti nel recupero delle informazioni: tramite l’app ci vengono inviate le foto dei nuovi prodotti, che vengono prontamente inserite nei nostri sistemi da persone specializzate. La qualità del dato è per noi imprescindibile, visto che trattiamo tematiche delicate come allergie o intolleranze: oggi è sicuramente un asset aziendale di gran valore e che mettiamo a disposizione anche di altre aziende.

Abbiamo detto che c’è nel pubblico maggior necessità di consapevolezza circa l’alimentazione, ma la mia curiosità è: qual è il business model di un protetto del genere?

Il business model è sempre la parte più delicata di un progetto: inizialmente siamo partiti con un modello B2C, orientato a monetizzare su contenuti avanzati forniti agli utenti. Ci siamo però accorti che non era un modello sostenibile, per questo motivo ci siamo spostati progressivamente verso il mondo B2B, offrendo alle aziende le competenze che abbiamo maturato nel corso di questi anni. L’obiettivo finale è vedere Edo incorporato all’interno delle GDO, per offrire un’esperienza di acquisto innovativa e tecnologicamente avanzata. Stiamo lavorando in questa direzione e speriamo di raggiungere accordi importanti durante il corso dell’anno.

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dati di natale

Dagli auricolari wireless ai televisori di ultima generazione continuando con macchine per il caffè, cam Go-pro e spumanti. Previsioni di crescita per le spese di Natale, con picchi evidenti che riguardano sia l’elettronica, sia gli spumanti. Crescita, però, che risulta ancora lontana dal dato del 2009 quando la spesa ha raggiunto i 243 euro procapite.

I dati presenti nel rapporto «Consumi di dicembre e previsioni di spesa di Natale» elaborato dall’Ufficio Studi di Confcommercio parlano di una spesa media procapite di 171 euro, contro i 168 euro dello scorso anno.

La crescita esponenziale nelle vendite si registrerà, secondo la proiezione diMonclick (operatore web puro, attivo dal 2005 nel comparto dell’elettronica di consumo e degli elettrodomestici) con elettronica ed elettrodomestici. Il boom, secondo lo studio riguarderà i televisori dove si registrerà un +150% sul 2017.

Balzo di asciugatrici e elettrodomestici
Impennata anche per altri elettrodomestici: la vendita delle asciugatrici sarà più che triplicata con un +220%, perché «i prezzi sono ormai accessibili e gli italiani sentono sempre più il bisogno di questo elettrodomestico in casa» sottolinea Massimo Visone, Sales&Marketing Director di Monclick che ha monitorato le tendenze in vista delle festività. Riscontri positivi anche nelle vendite di forni e lavastoviglie, sostituiti non solo per necessità ma anche per per ottimizzare i consumi energetici.

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Il volume del «chimico umanista», presidente di illycaffè e della Fondazione Altagamma (Italia Felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere, Piemme, euro 18,50, pp. 228), frutto di una conversazione con il giornalista Francesco Antonioli.

Andrea Illy alza l’asticella, vuole bene al nostro claudicante Paese, ne vede ricchezze e potenzialità. Soprattutto attraverso una narrazione positiva, ma non per questo ingenua o irreale.
E così il volume del «chimico umanista», presidente di illycaffè e della Fondazione Altagamma (Italia Felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere, Piemme, euro 18,50, pp. 228), frutto di una conversazione con il giornalista Francesco Antonioli, diventa una sorta di manifesto politico ed economico nel senso più alto del termine.


Il valore della

Otto capitoli, uno dei quali dedicato ai Millennials, un ragionamento ad alta voce su economia, finanza, scuola e «mappe per il futuro», approfondimenti sulle scienze più avanzate e cultura classica. Con una innervazione civica costante: l’impegno per il bene comune. Innesco inedito è il tema della felicità: «Parlarne è importante», secondol’imprenditore triestino, impegnato da tempo a sostenere il World Happiness Report. «È sempre utile per me, può esserlo per chiunque. E il fine ultimo della felicità è l’altruismo: va condivisa. Troppo ottimista? No, tutt’altro. La felicità si declina in tante virtù. E deve diventare un buon ingrediente civile del nostro modo di vivere. È “utile” ciò che comporta la maggior felicità del maggior numero di individui».

I doveri dell’industria

Si tratta di un invito forte alla corresponsabilità: di tutti, dal semplice cittadino al decisore pubblico, per dire che la «la felicità è sia un diritto sia un ». Sprovveduto? Naïf? Fortunato? «No», insiste Andrea Illy. «Vuol dire, al contrario, essere consapevoli delle nostre capacità e delle nostre potenzialità. E l’Italia ne ha tantissime. Per uscire dalla crisi e tornare a sorridere». Il volume – passato tra l’altro al vaglio preventivo di docenti come Mario Noera, Domenico De Masi e del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco – mette in primo piano i doveri dell’industria, che deve essere attenta allo sviluppo del territorio, all’impatto sociale, alla centralità delle relazioni. Quasi un appello alla formazione di classi dirigenti che sappiano guardare lungo.

L’importanza di un no (oltre la cultura del no)

Guai, dunque, agli interessi particolari o alla cultura del no. «Intendiamoci», spiega l’mprenditore del caffè «Saper dire “no”, in campo educativo e non solo, è molto importante. È dannoso il no a prescindere che diventa egoismo: il no a un’opera pubblica utile, per esempio. Dobbiamo coltivare al meglio i nostri talenti e metterli a disposizione degli altri». Nel volume racconta ad Antonioli, nel dirsi contrario alla logica «nimby» (not in my backyard, non nel mio giardino), che preferisce tenere sul comodino il Candide di Voltaire, proprio perché invita – nel proprio giardino – a coltivare talenti da mettere a disposizione degli altri. E dunque: infrastrutture, via della seta, immigrati gestiti con buon senso e messi a risorsa.

Ritorno a Walt Disney: «Se puoi sognarlo, puoi farlo»

Osserva il governo giallo-verde, ma nel volume – chiuso a fine estate – non si esprime se non dicendo, appunto, che «osserva». La domanda rimane: potremo tornare a sorridere e uscire dalla crisi? «Noi adulti – conclude Illy – dobbiamo trovare buone motivazioni per dire soprattutto ai giovani, ai nostri figli e ai nostri nipoti: vi vogliamo bene, restate in Italia perché merita. S’inizia anche imparando a “raccontare” l’Italia delle eccellenze, della gente che fa bene. Ce n’è molta di più di quanto non immaginiamo. Si costruisce una «Italia Felix» partendo da qui: valorizzando il bello e il buono. Che cosa diceva un grande come Walt Disney? «Se puoi sognarlo, puoi farlo».

 

Curated from La felicità secondo Illy

 

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Come sarà il lavoro nel 2025

 

 

Entro sette anni i robot svolgeranno più di metà dei lavori attualmente esistenti, eppure nessuno dovrà rimanere disoccupato. A rassicurare il mercato sono le proiezioni raccolte in uno studio del World Economic Forum, il quale prevede in cinque anni la creazione di 133 milioni di nuove posizioni lavorative, a fronte dell’automazione di 75 milioni di mansioni. Un conto netto di 58 milioni di nuovi posti, più specializzati, a patto però che gli Stati investano nella formazione dei lavoratori.

È già stata ribattezzata «quarta rivoluzione industriale» e negli ultimi anni è stata causa di apprensione tra chi teme di vedere il proprio lavoro sostituito da una macchina. Ma la storia si ripete e, come in passato, l’evoluzione delle tecniche di produzione potrebbe avere l’effetto di creare molti più posti di lavoro di quanti non se ne perdano. Ne sono convinti i responsabili delle risorse umane e i top strategy executive di 12 industrie e 20 economie sviluppate ed emergenti (che insieme rappresentano il 70% del PIL globale), sulle cui analisi si basa lo studio.

Il futuro è degli scienziati

Più 133 milioni di posti di lavoro entro il 2022: l’evoluzione del mercato del lavoro porterà con sé una grande espansione dei ruoli legati all’information technology. I più richiesti, secondo le proiezioni del Wef, saranno gli esperti di analisi dei dati e gli scienziati, seguiti da esperti in intelligenza artificiale e manager gestionali. A seguire gli sviluppatori di software e i professionisti dei settori vendite e marketing.

A scomparire invece saranno 75 milioni di posti di lavoro, a partire dagli addetti all’inserimento manuale dei dati in sistemi informatici e a chi svolge compiti amministrativi come la gestione delle buste paga e dei libri contabili. Mansioni di facile apprendimento per le macchine che, in un contesto di scalabilità dei costi, più lavorano e meno costano.

Gli straordinari di un robot

In termini di ore di lavoro, oggi il rapporto uomo-macchina è di 71 a 29. Ovvero, solo il 29 per cento del lavoro complessivo è svolto da robot, mentre il 71 per cento è ancora in mano a esseri umani. Ma secondo le previsioni del Wef, entro il 2025 questa proporzione cambierà sensibilmente e il 52 per cento delle ore di lavoro saranno svolte da sistemi automatizzati.

Tra questi, a diffondersi maggiormente saranno i macchinari statici (37%), già molto utilizzati nel mercato automobilistico e aerospaziale, così come i robot di terra (33%), capaci di spostare automaticamente i componenti della produzione all’interno degli stabilimenti. Nel settore dei servizi finanziari e d’investimento si prevede invece la crescente diffusione di robot umanoidi (23%), che grazie all’intelligenza artificiale e alla disponibilità dei big data, sono in grado di fare previsioni economiche e comporre strategie finanziare grazie all’applicazione di modelli statistici.

 

Le famiglie tendono a passare il tempo libero nei centri commerciali. Durante il sabato e la domenica sono ormai molti i casi di sovraffollamento di outlet o di ipermarket.

Negli anni ’90, quando è comincia l’era del consumo, si chiamavano nuove centralità urbane, quasi a intendere che fossero il centro, il fulcro della vita di un intero quartiere. Nella filosofia dello sviluppo urbano di quel periodo, il centro in periferia veniva sostituito da un luogo di intrattenimento commerciale, per usare una formula oggi molto chiara. L’operazione, in un certo senso, era quella di costruire un valore intangibile di crescita personale in un luogo concepito per la vendita di prodotto.

Nulla di scorretto, ma fuori fuoco l’obiettivo. Una volta terminate le necessità primarie, soprattutto in un momento di crisi economica, le famiglie hanno cominciato a frequentare outlet e centri commerciali come spazi di relazione e di comunità, senza necessariamente dedicarsi al consumo commerciale.

Magari alla ricerca di tutti i corredi necessari e i servizi collaterali per divertirsi, passare del tempo, e far giocare i figli. Nella memoria culturale del nostro popolo lo struscio è qualcosa di istintivo, di innato e resistente. Siamo cresciuti più o meno tutti con l’idea della “passeggiata”, l’esplorazione a cui dedicare quello scampolo di tempo libero per concentrare sempre più gli obiettivi di acquisto nei circuiti e nei canali decisamente meno impegnativi dell’online.

Il 3 ottobre 2018, sul sito di Confesercenti Nazionale escono i dati Istat sul commercio. Sono allarmanti, ma parlano in modo schietto.

Dati Istat

I redditi crescono, i consumi no. Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici, nel secondo trimestre, e’ aumentato dell’1,3% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,1%. Lo rende noto l’Istat, la quale spiega che “il marcato aumento del reddito non si è trasferito sui consumi, risultati quasi stagnanti”. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è risultata superiore di 1,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, salendo all’8,6%. Inoltre, sempre secondo l’Istat, a fronte di un incremento dello 0,1% del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto delle famiglie è cresciuto dell’1,2% rispetto al trimestre precedente Il marcato aumento del reddito disponibile, spiega l’Istat, è “in ampia parte spiegato dal concentrarsi dell’effetto degli incrementi retributivi del pubblico impiego”.

Il quadro, in effetti, appare chiaro. Motivo per cui il dibattito si sta sempre più spostando sul discorso politico, ovvero se la chiusura domenicale dei negozi sia un’opportunità o, come sembra, alla fine andrà ad acuire la crisi e a mettere in difficoltà la turnazione lavorativa degli impieghi a tempo.

La questione è complessa ma, da un altro punto di vista, pare che si apra un altro orizzonte di riflessione. Federico Moccia, scrittore molto noto all’industria dell’intrattenimento e autore di best selling di massa, in un articolo per Repubblica del 13 settembre 2018 dal titolo Roma, una domenica tra shopping e desideri al centro commerciale scrive:

Federico Moccia

In certi casi le aperture domenicali e in orari continuati sono l’unico momento per fare la spesa o acquisti vari, per alcune famiglie sono perfino l’unico vero momento per stare insieme. «Dai prepariamoci si va tutti al centro commerciale!» Invece alcuni politici sostengono che chiudere aiuterebbe le famiglie a passare più tempo insieme e restituirebbe al personale che lavora la libertà di una volta. Ma sarebbe davvero così? Chi stabilisce ad esempio qual è il modo migliore e oggettivo per una famiglia di interagire?  Alla fine l’acquisto della domenica è un’ opzione, non un obbligo tassativo né in un senso né nell’altro e, se gestito in modo etico e opportuno, è un’ulteriore possibilità di lavoro. Ha i suoi pro e contro e non è possibile essere radicali. 

Forse è venuto il momento di considerare i prodotti e i servizi come contenuti di alto livello, e pensare all’utente come a un partner di cui prendersi cura offrendo la massima qualità, la migliore cura e attenzione, il comfort e il rispetto che merita. Non è un caso, oggi, che a parte la convergenza tra luoghi fisici con canali digitali il focus dei tanti argomenti dedicati al mondo retail tocchi soprattutto la questione culturale.

Come rinnovare un luogo commerciale facendo in modo che diventi un’occasione di crescita, di appagamento, di soddisfazione e solo in seconda battuta uno strumento di vendita e consumo?

Come fare in modo che l’acquisto sia una delle tante opzioni di un nuovo modo di fare esperienza stando assieme e costruendo delle comunità di relazione?

Sono temi importanti, ma il fatto certo è che non bastano più lo store design, le strategie di vendita, l’attenzione spasmodica e meccanica alla customer experience. Ora si parla di valori e di passioni, ora è il momento di quelle spinte emotive che rendano un’esperienza davvero esclusiva e irripetibile. Storytelling o cos’altro. A noi piace chiamarla motivazione, tutto quello che facilità l’empatia e l’identificarsi con l’altro in modo utile, comodo, necessario.

 

 

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E la Banca diventa Experience Design

Che futuro si prospetta per i professionisti che puntano a una carriera lavorativa nel settore bancario?

Se prendiamo in considerazione un recente studio, “Human Advantage: The Power of People”, commissionato da HSBC e sviluppato attraverso la mappatura dei principali effetti del cambiamento generato dalla tecnologia, ecco delinearsi in modo evidente l’importanza di “innovativi” profili esplicitamente orientati alla rivoluzione digitale.

Il settore bancario sta già utilizzando i chatbot per rispondere a semplici domande e raccogliere informazioni sulla propria clientela. La possibilità di “parlare” con le macchine e di aiutarle a interpretare i nostri bisogni necessita di interfacce conversazionali che dovranno via via trarre vantaggio dalle tecnologie di riconoscimento vocale e di testo.

Il Conversational Interface Designer è per l’appunto la figura che metterà a disposizione skill adatte a sviluppare interfacce naturali e “low-friction” per incontrare i desiderata dei clienti, mettendo in campo un mix di abilità creative, linguistiche e antropologiche.

Entrando nel merito delle figure da tenere in debita considerazione, il Mixed Reality Experience Designer è un esperto in materia di realtà mista o aumentata le cui competenze chiave contemplano la capacità di progettare interfacce tridimensionali fra mondo fisico e digitale e di renderle il più possibile veloci e intuitive.

Per lavorare in questo ambito serviranno competenze in fatto di design estetico, branding, user experience e meccanica 3D.

 

 

 

a cura di Mauro Minniti
Vi sono alcuni trend che sembrano ormai piuttosto evidenti nel tracciare lo sviluppo della demografia mondiale: persone che abiteranno sempre più prossime ai grandi centri urbani e nuclei famigliari sempre più piccoli, con la crescita di quelli composti da una sola persona.
Anche l’Italia non sembra sfuggire a questo trend, come sta a testimoniare l’andamento negli ultimi 15 anni di abitanti dell’area metropolitana milanese. Per il prossimo decennio (fino al 2025) l’ufficio statistica del Comune di Milano formula tre ipotesi: minima con + 88.000 abitanti, pari al +6,8%; media con + 147.000 abitanti, pari al +10,9% e massima con + 260.000 abitanti, pari al +19,2 %.
Anche le famiglie cambiano la loro struttura: nel volgere di vent’anni il numero medio di componenti in famiglia è sceso da 2,7 (media 1994-1995) a 2,4 (media 2014- 2015); a questo corrisponde un aumento delle famiglie unipersonali, passate dal 21,1 al 31,1 per cento del totale delle famiglie, e una riduzione delle famiglie di cinque o più componenti, passate dall’8,4 al 5,4 per cento.
In questo scenario di popolazione sempre più urbana e con famiglie unipersonali, va collocata la crescita di servizi che possono essere offerti per il tramite delle nuove piattaforme digitali, che di fatto rispondono a un grande bisogno: la comodità e il risparmio di tempo.
L’economia dei servizi e dell’esperienza che il web ha capitalizzato si rivolge a chi abita nei centri urbani per fornire servizi che scoprono nuovi insight: il lavaggio dell’auto a domicilio, la consegna di una bottiglia di vino, il tramezzino in pausa pranzo che arriva in ufficio, la verdura e la frutta bio che arriva a casa. Anche la baby sitter diventa un servizio che passa dal web, arriva al bisogno, last minute, e viene selezionata grazie alle recensioni delle esperienze di chi ha già usufruito del servizio.

In termini generali si tratta della prestazione di un servizio a domicilio o dell’acquisto di un prodotto che ci viene recapitato a casa. In realtà si tratta di una vera e propria esperienza che va oltre a quella di una semplice consegna.
Gli aspetti valoriali di questi acquisti riguardano anche la sfera ludica, e della piacevolezza di un acquisto il cui valore aggiunto sta nel servizio stesso, nella gratificazione che viene fornita dal fatto che la bottiglia che abbiamo scelto, in base al menu che stiamo preparando, ci viene portata proprio fino a casa, con un livello di personalizzazione che aumenta di per se la Customer Experience.
È così che le competenze manageriali di chi si occupa di Delivery devono passare dalla perfetta organizzazione logistica e dal rispetto dei tempi di consegna, ma devono tenere conto del livello di esperienza complessivo fornito, tenere conto delle aspettative dei clienti e superarle: quanto siamo contenti se la consegna prevista in 30 minuti in realtà avviene in soli 20 minuti!
E quali possibilità si aprono a chi, iniziando a conoscere i nostri gusti e le nostre preferenze, inizia a consigliarci prodotti similari o complementari per rendere un’esperienza semplice in una straordinaria.

 
 
 

Un comparto in continua evoluzione che, "nonostante qualche situazione di difficoltà, sa innovarsi e innovare, adeguandosi ai cambiamenti del mercato e dei consumatori, cogliendo le opportunità offerte dal mondo digitale".

“Le Fiere italiane generano affari per 60 miliardi di euro dando origine al 50% dell’export delle aziende italiane che vi partecipano”.

Lo ha detto Ettore Riello, presidente di Aefi (Associazione esposizioni e fiere italiane), nel corso dell’evento ‘La Forza delle Fiere Italiane’, oggi a Roma, realizzato nell’ambito dell’appuntamento con la ‘Giornata mondiale delle Fiere’, nata nel 2016 per iniziativa di ‘Ufi-The Global association for the exhibition industry’ e da subito sostenuta da Aefi. Inoltre, per il 75,3% delle pmi italiane, ha spiegato Riello, le fiere sono uno strumento fondamentale di sviluppo. “Sarebbe riduttivo parlare del ruolo delle fiere nel mondo considerandone solo l’aspetto economico”, ha continuato Riello.

“La valenza del loro operare – ha rimarcato – va ben oltre e contribuisce alla diffusione dei nostri valori, delle nostre eccellenze, della creatività italiana che tutto il mondo ci invidia”.

La Giornata mondiale delle Fiere rappresenta anche un’occasione per fare il punto su un comparto solido che offre anche numerose opportunità di carriera. Un comparto in continua evoluzione che, “nonostante qualche situazione di difficoltà, sa innovarsi e innovare, adeguandosi ai cambiamenti del mercato e dei consumatori, cogliendo le opportunità offerte dal mondo digitale per estendere il potenziale dell’evento oltre il momento espositivo”, ha proseguito Riello.

Sempre secondo Ufi, oltre il 70% dei quartieri e organizzatori di manifestazioni sta sviluppando nuove attività proprio per andare incontro a un mercato in continuo cambiamento, anche e soprattutto dal punto di vista geopolitico. ” L’escalation del protezionismo rischia di schiacciare la nostra economia, che in questo momento cresce grazie alle vendite all’estero, con manovre che potrebbero pesare per 3 punti sull’export. Basti pensare che solo con l’Iran, con cui siamo stati tra i primi a firmare un protocollo d’intesa, il nostro Paese ha diversi miliardi di export a rischio”, ha affermato Riello.

Per questo, Aefi è sempre più attiva nelle iniziative volte all’internazionalizzazione delle fiere e delle aziende che vi partecipano, con una Commissione dedicata per cogliere le nuove opportunità sul mercato mondiale e adattarsi con flessibilità a un contesto profondamente mutevole. Ma anche con partner istituzionali e di rilievo come l’Agenzia Ice, Sace e Simest, con la convinzione che le fiere rappresentino una grande opportunità di crescita soprattutto in un momento così complesso per il nostro made in Italy, che ha ancora molta strada da fare per vedere concretizzato tutto il suo potenziale.

“Il rapporto dell’Ice -ha affermato Michele Scannavini, presidente dell’Agenzia Ice- con il sistema italiano delle fiere è, e continua ad essere, un asse prioritario della promozione a sostegno dell’internazionalizzazione delle pmi italiane.

Nel 2017, l’Ice ha supportato 50 fiere, le più rappresentative del made in Italy nei rispettivi settori, coinvolgendo 5.700 operatori stranieri e realizzando 52.000 incontri b2b. Quest’anno l’obiettivo sarà superare i 6 mila operatori stranieri con un potenziamento del numero di incontri d’affari. Contiamo anche di rafforzare la collaborazione con Aefi e le singole manifestazioni per migliorare la loro visibilità all’estero”.

 

 

 

 

 

Le prospettive del made in Italy tra prodotto e genius loci

a cura di Davide Pellegrini
Fisico e online per scoprire il made in Italy

Il passaggio dall’acquisto dai canali tradizionali all’e-commerce ci pone di fronte a una questione generazionale. Se il made in Italy raccoglie il massimo consenso grazie all’esperienza in loco (inutile dire che la componente artigianale del genius loci a volte può essere il vero valore aggiunto), d’altro canto nel tempo dei Millenials i confini tra la fruizione fisica e l’online si vanno assottigliando.

Elena Azzola, in un bell’articolo intitolato L’era della convergenza, apparso su The Good Life di aprile-maggio 2018, con una serie di interviste a operatori di settore mette il punto.

L’e-commerce, prima di tutto, consente una più facile espansione all’estero, come sostiene Laura Angius che, con Simone Panfilo e Vincenzo Cannata, ha fondato nel 2012 LoveTheSign, portale di e-commerce focalizzato sull’arredamento e il design made in italy. In seconda istanza, le azioni di marketing che una piattaforma digitale può mettere in campo seguono logiche di grande flusso, avendo ancora dalla loro la massimizzazione di una funzione di catalogo  che permette ai consumatori di ottenere in poco tempo informazioni utili, anche tecniche, per valutare l’opportunità di acquisto in termini di costo, risparmio, vantaggio.

Certo, rispetto all’esclusiva digitale, l’optimum sarebbe la convergenza con il punto fisico, e cercare di portare l’utente a interagire con entrambi i canali, fisico e virtuale.

Marco Mornata, esponente della storica famiglia con negozi di mobili a Milano, ha fondato Design Republic proprio per rafforzare il mercato tradizionale con un’offerta online. Va detto che chi usa il digitale è solitamente più giovane della media dei consumatori, è abituato allo studio e ha un approccio culturale e interdisciplinare che in rete è ancora possibile. Il sito, infatti, non è più solo una vetrina, ma diventa in questo senso una comunità d’interesse e un’opportunità di approfondimento rispetto a temi appassionanti. Un ecosistema di contenuti che concentrano sfumature importanti che vanno dai materiali alle lavorazioni, dalle filiere produttive ai modelli di design, dal rapporto dei manufatti all’interno del dibattito sull’arte contemporanea alle ricerche specifiche di settore.

 

Le piattaforme diventano sempre più spesso magazine e hub dove è possibile apprendere, arricchire le proprie conoscenze, agire da consumatore evoluto, instaurare relazioni interessanti.
Genius loci e arte come valore aggiunto

Una delle componenti di fondamentale interesse nel rilancio del made in Italy è l’inevitabile contaminazione della produzione con la temperie culturale di luoghi che da soli detengono la maggior percentuale al mondo di ricchezza ed eredità storico artistica. Se oggetti come la Beetle Chair di GamFratesi per Gubi o la collezione Fat Fat di Patricia Urquiola risolvono prevalentemente problemi funzionali, dal dopoguerra il nostro paese vanta il primato dell’art design con nomi come Gardella, Caccia, DominioniMegistretti, Bellini. I long seller dal gusto artistico dei nostri cerativi ci hanno regalato oggetti come Passiflora, la lampada di Superstudio del 1968, le opere di Sottsass, la serie Up di Gateano Pesce del 1969, Abitacolo di Bruno Munari del 1971, ecc.

Tutto ciò ha un significato assai specifico nel nostro discorso.

In Italia, la vocazione turistica che dal Grand Tour settecentesco porta gli stranieri a godere delle meraviglie del nostro territorio non è mai del tutto tramontata anzi, a dirla tutta è cresciuta e si è consolidato il mito del quality lifestyle che si traduce essenzialmente nel legare al consumo di ogni tipologia di prodotto immaginabile il consumo di un’esperienza indimenticabile, tale da favorire nell’ospite quella particolare sinestesia dei sensi che in termini semplificati vogliamo chiamare souvenir. Il ricordo indimenticabile, le mirabilia che restano nell’immaginario di chi scopre le bellezze del nostro paese trovano nell’artigiano geniale, nell’artifex rinascimentale la conferma della straordinarietà e della qualità dei nostri prodotti e del nostro vivere.

Ecco perché, qualora si desideri puntare a una maggior presenza nel circuito digitale, occorre tenere sempre a mente l’importanza del contenuto, l’accuratezza progettuale di una strategia efficace di storytelling che sappia dare all’impresa e ai suoi prodotti la giusta collocazione all’interno di un’adeguato e valido contesto territoriale, culturale, sociale.