Le interviste

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L'handmade nel settore della pelle nel nostro Paese ha ancora molto da dire, tra personalizzazione e lavori di pregio.

a cura di Davide Pellegrini


Il settore industriale non è l’unica possibilità nel mondo del design di prodotto. Partendo da una passione per la manualità e l’approccio artigianale d’alta gamma, ha sviluppato un marchio Italian Handcrafted per la lavorazione di accessori in pelle per il mondo bike, nautico, per la moda e l’arredamento.
 
 
Come ti è venuta in mente l’idea di Skinclò Italian Handcrafted? 
 
Ti potrei romanticamente dire davanti ad un camino in un giorno di freddo mentre toccavo con le mani il cuoio della poltrona su cui ero seduto. E non ti direi tutto sommato una bugia. Perché alla base del progetto Skinclò non manca la passione per i materiali naturali, per un approccio personale e sentimentale agli oggetti che disegno e produco in esemplari per lo più unici, e soprattutto per un modo di lavorare che rispetti le capacità creative e l’impegno mentale e manuale di chi come me ha scelto di lavorare esclusivamente a mano. Skinclò è in fondo un marchio che crede nel recupero una forma di lavoro “antica”. Ma che sa adattarsi al modo di comunicare contemporaneo. Rispetto della tradizione del lavoro manuale, la tradizione della lavorazione di materie prime uniche e naturali, la manualità dell’artigiano, la possibilità di esprimersi creativamente. Ma anche la conoscenza delle dinamiche “social” questo è Skinclò.
 
Tutto nasce dall’unione di questa visione del prodotto e della produzione con l’esperienza di comunicazione acquisita in oltre vent’anni di attività di consulente nell’ideazione di campagne pubblicitarie, eventi, progetti editoriali. Come copywriter e giornalista pubblicista, poi direttore creativo per piccole aziende, ho imparato a gestire forma e contenuto della comunicazione fino a decidere che quel know-how avrei potuto utilizzarlo per il progetto Skinclò. Insieme a quel sogno di indipendenza e di manualità che evidentemente avevo perso nella confusione del mio cassetto.

Skinclò per Late Elvis


 
Parliamo dell’unione di una passione, il mondo dello sport, con la vocazione alla lavorazione artigianale di manufatti in pelle. Sellini, rivestimenti per manubri, borse, ma anche d’altro. Una lavorazione di pregio che, volutamente, segue le regole delle tiratura ed edizioni limitate. Mentre il mondo bike si organizza per rafforzarsi al livello industriale c’è chi punta sulla personalizzazione e sulla qualità dell’handmade. Ci spieghi il modello?
 
Credo che la logica dei grandi numeri faccia percorrere ai grandi imprenditori strade differenti rispetto a chi punta alla produzione di numeri piccoli o addirittura “dedicati”, ossia realizzati esclusivamente sui desideri specifici dei consumatori finali. Ciò accade praticamente in ogni settore merceologico. Puoi acquistare una bici standard, ma il mercato ti offre una straordinaria  offerta di telai e bici “custom” o addirittura fatte solo per te, sulle misure del tuo corpo. Credo quindi che esistano perlomeno due figure di utente, l’utilizzatore ed il cultore. Io preferisco pensare e realizzate oggetti, prodotti, idee, rivestimenti per questo secondo cliente-tipo. Ritengo che entrambe le visioni d’impresa contribuiscano alla crescita di un mercato solido e strutturato per quel dato prodotto. Hai fatto riferimento al mondo della bicicletta in cui da un lato si punta sull’aumento della domanda globale complessiva con nobili fini di sostenibilità e salute personale e ambientale. Ricordo in proposito la mia esperienza quinquennale terminata di recente per un operatore statunitense del turismo in bici dal nome molto italiano, Ciclismo Classico. Da questa azienda e dalle sue guide ho imparato e consolidato la mia esperienza di ciclista, di guida e di piccolo imprenditore cercando di analizzare le passioni e gli interessi degli ospiti che accompagnavo in magnifici tour. Questa è stata anche l’occasione per confermare a me stesso che ci sono dei profili di utenza molto differenti quando si entra nella personalità.
Per avvicinarsi al prodotto bici questo profilo non si accontenta del mezzo ma ne ricerca l’eccellenza nei materiali, nelle performance, nei dettagli e talvolta anche nelle personalizzazioni. Anche perché spesso ne è un utilizzatore più frequente.
 
E non mi riferisco solo alla guerra tra aziende per il telaio più leggero e affidabile, frutto in parte della stessa domanda di esclusività e prestazioni da parte di un certo mercato. Ci sono infatti appassionati che scoprono la bici della passione navigando tra i ricordi di quando erano ragazzini e che sono disposti a spendere molto per modelli vintage. I miei prospect sono per lo più questi. Clienti prima, amici subito dopo, con cui si discute di restauro, di rifiniture personalizzate in cuoio, di accessori, di rivestimenti per pieghe manubrio, di borse da corriere, di progetti in generale.
 
L’handmade nel settore della pelle e nel nostro Paese in particolare penso abbia ancora molto da dire, fermo restando che i passi da gigante fatti dalle tecnologie e dai nuovi materiali sanno conquistare un pubblico molto più vasto ed hanno ovviamente una capacità di penetrazione del mercato che l’artigianato non arriva ad avere spesso nemmeno come settore. L’artigianato di eccellenza non può e non vuole considerare il concetto di scalabilità oltre certe soglie, perché lo stesso concetto esclude o limita molto l’intervento manuale umano. Intervento che fa la differenza. La personalizzazione ad hoc, lavorando sui concetti di esclusività ed unicità, avrà sempre un suo pubblico da soddisfare.


 
Parlando mi spiegavi che sei organizzato in modo molto particolare. Una fidelizzazione del target one to one che avviene attraverso i social network. Direi, quindi, che hai decisamente puntato sull’online e sull’e-commerce. Come avviene il processo di produzione, vendita e distribuzione?
 
Il marchio Skinclò Italian Handcrafted opera o meglio ha l’ambizione di riuscire ad operare in quattro differenti settori: nautica, bici, arredamento, moda. La nautica è sicuramente quello trainante. Ho sviluppato un concetto, prima ancora che un prodotto. Quello di dedicare un sito di e-commerce con il più vasto assortimento di pelli e colori per un oggetto molto caro ai velisti: il rivestimento in pelle delle ruote timone.
Poche le esperienze nel mondo, ho sfruttato questo canale di nicchia per iniziare a stabilire un rapporto di fiducia, qualità e servizio con armatori, aziende e cantieri che operano nella nautica. Ho sempre creduto di poter comunicare con questo target in modo semplice e senza troppi investimenti economici, cominciando dal rivolgermi direttamente agli appassionati online con il mio profilo personale. Da artigiano ho rimandato i miei contatti alla pagina Facebook , al profilo Instagram aziendale e ai siti skinclo.it e skincloshop.it per fare scoprire la mia produzione e la mia idea. Non ho mai raggiunto grandi numeri ma certamente conservo un rapporto uno-a-uno con tutte le persone che ho incontrato in gruppi di appassionati on line. La produzione segue gli ordinativi nel concetto di personalizzazione totale. La distribuzione ancora non strutturata come nei miei progetti, prevede nel caso della nautica alcuni espositori off-line, messi nel mondo reale dei pdv nautici, che consentono ai potenziali clienti di conoscere marchio e prodotto. Poi tutto il resto avviene online.
Differente è il discorso su per i settori bici d’epoca, moda, casa. Dalla trousse sottosella in cuoio di vacchetta Toscana, passando per la lampada da arredo e fino alla borsa per signora ho stabilito pochi e selezionati rapporti con negozi che si aprono a piccole realtà come la mia e che preferiscono proporre selezioni accurate di prodotto piuttosto che seguire i rumori e le tendenze moda dettate dai grandi nomi.

Set Bici in vacchetta Toscana


Il retail sta puntando ormai da tempo sull’omnichannel, cercando di integrare alle tradizionali strategie commerciali altre pratiche, vedi ad esempio il ricorso sempre maggiore all’experience design o alla customer experience. Mi viene in mente che non esiste nulla, in realtà di più autentico del modo artigianale di fare mercato. Quali altri eventi o attività utilizzi, ad esempio, per rafforzare le relazioni con potenziali clienti?
 
Dare una sua dignità e personalizzazione ad un prodotto che fino a ieri non lo aveva è stato il punto di partenza di un processo “imprenditoriale”. Direi lo spirito animatore.
Ho in programma l’organizzazione di appuntamenti dedicati al tema dei rivestimenti nautici, in accordo con negozi, marine, aziende di rigging, cantieri nautici, proprio per fare conoscere questa tecnica antica e totalmente manuale al panorama degli addetti ai lavori ma anche e soprattutto ai potenziali clienti finali. Chiamiamoli workshop.
 
Ognuno di noi sa riconoscere nel design i due tipi di sforzo che lo compongono: l’idea e la realizzazione. Le capacità di attrazione che hanno questi due fattori sono straordinarie. Bisogna individuare i canali migliori per farli emergere al meglio. I social media e una solida conferma ben articolata nell’offerta comunicativa online (siti web, presenza in portali specializzati, interviste su blog di moda, cultura e artigianato) se ben utilizzati danno ottimi frutti. Non ultimo il vantaggio di presenziare una categoria merceologica direi non proprio presa d’assalto.
 
 
 
Progetti futuri?
 
A lungo termine li chiamo sogni, a breve progetti. I sogni sono quelli legati ad una sempre crescente costruzione di personalità del marchio Skinclò, attraverso l’espansione delle sue capacità di individuare e soddisfare il pubblico di riferimento e di costruirsi un’immagine molto personale.
I progetti sono tantissimi. E crescono ogni mese. Sto lavorando alla preparazione  di una pubblicazione dedicata ai rivestimenti nautici in pelle che sarà non soltanto on-line ma anche fisicamente nei porti, nelle marine, negli yacht club italiani.
Nel settore degli accessori moda sono stato scelto per realizzare il design di speciali cover dedicate a innovativi device che permettono il “fumo senza combustione”, prodotti da una delle principali multinazionali del tabacco. Un motivo di orgoglio in più per non smettere mai di pensare, progettare, realizzare e comunicare, anche per e con grandi aziende.
 
È molto recente la collaborazione con un’azienda italiana, la Tompoma di Verbania. Hanno inventato e brevettato una stampella rivoluzionaria nel design e nelle performance che offre un nuovo standard di sicurezza, supporto ed affidabilità nella deambulazione. Sono molto contento di fargli pubblicità perché lavorano ad un prodotto che cambia la vita di tutte quelle persone che possono avere qualche difficoltà in più nel quotidiano. Con la Tompoma è appunto allo studio una serie di personalizzazioni in pelle per i loro prodotti. Con chi parli ma anche che lingue parli.
 
Ho da sempre a cuore l’esigenza di comunicare in più lingue per fare conoscere le mie idee e le realizzazioni del marchio Skinclò ad un pubblico ancora più ampio. Uno sforzo che dovrò concretizzare presto attraverso il web. La sorpresa è stata avere già contatti con tutto il mondo, nonostante le barriere linguistiche. La comunicazione del prodotto e del suo spirito emergono evidentemente anche dalle immagini e dal “sapore” personale che in qualche modo si evince in ogni realizzazione documentata on-line.

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In tempi non sospetti, quando la televisione non era ancora terra di conquista di food show di tutti i tipi, DonPasta comincia a lavorare sul tema della divulgazione della cultura alimentare con progetti di scrittura, spettacoli, performance.

Foto di Tamara Casula
a cura di Davide Pellegrini

Daniele De Michele è un precursore. Quando ancora non se ne parlava ha avuto l’intuizione e il merito di aprire il settore del food performing, ha cominciato a divulgare il verbo della sana alimentazione e dell’importanza delle tradizioni culinaria, alternando come artista, gastronomo e divulgatore. Per tutti è DonPasta.

Partiamo dall’inizio. In tempi non sospetti, quando la televisione non era ancora terra di conquista di food show di tutti i tipi, DonPasta comincia a lavorare sul tema della divulgazione della cultura con progetti di scrittura, spettacoli, performance. Food Sound System risale al 2001 e cinque anni dopo diventa un libro. Ci racconti quale è la filosofia di DonPasta e come hai ideato il format del cooking dj set?

Cooking Dj Set

In effetti a quei tempi c’erano pochi spazi per parlare di cibo. Slow Food e Gambero Rosso iniziavano la loro ricerca sulle eccellenze. Io per predisposizione personale già da allora mi contentavo di raccontare le piccole emozioni delle feste tra amici con i Sud Sound System tra reggae e friselle. Mi piaceva raccontare della cucina popolare, della cultura millenaria che c’era dietro. Avevo come ispirazione i racconti a Barcellona di Montalbano, di Izzo a Marsiglia e di Erri De Luca a Napoli. L’idea buffa di unire i miei vinili e la cucina delle nonne è uscita in modo molto spontaneo, ma mi accorsi che aveva un suo senso simbolico e estetico. Da li nacque Donpasta, da una festa tra amici tra parmigiane, reggae, terre incontaminate e pesce appena preso da una piccola barchetta. Il mio sud insomma. 

Sei un economista con un Master in scienze gastronomiche e una vocazione antropologica. Conosci il valore economico del cibo ma, soprattutto, hai fatto ricerche importanti sulle culture tradizionali e sulle tipicità locali. Dalle Nonne d’Italia al ricettario di cucina Artusi Remix del 2014 hai collezionato storie e piatti. Cosa lega questa memoria popolare alle nuove urgenze di innovazione, sostenibilità ed economia circolare?

Artusi Remix

Sono di quelli che pensano che il modello capitalistico così come è non è sano in generale per la distribuzione delle ricchezze e per gli effetti sul pianeta terra. Uso il mondo del cibo per dare una prova approfondita degli effetti nefasti dell’industria agroalimentare su un popolo, sulla terra, sui mestieri, sulla salute, sulle economie locali. Mi sono concentrato dunque sull’investigazione della cucina popolari prima con la scrittura di Artusi Remix in cui ho raccolto 500 ricette tradizionali da nord a sud, poi ho filmato tante nonnine che cucinavano per me, per finire con il film I Villani. Il senso di questa operazione è che la cucina popolare si svela come modello di economia più sano al modello capitalistico di cucina se si osserva il rapporto con la salute (dieta mediterranea), con il commercio (una filiera corta ante-litteram), l’ambiente (il rispetto delle stagioni). 

Una domanda provocatoria. Come giudichi il proliferare di trasmissioni televisive e show dedicati al food? Non c’è, secondo te, il pericolo che l’eccessiva spettacolarizzazione possa contribuire a inflazionare il settore abbassando gli standard qualitativi effettivi della cultura alimentare?

La cosa è controversa. Prima che arrivasse Slow Food i grandi supermercati stavano per diventare imperanti. Prima che i grandi cuochi arrivassero nei media la moda era il sushi. appassionarsi alla cucina non è così male. Ciò che contesto è che non può reggere l’impatto della globalizzazione una cucina mediatica, avanguardista, uguale ovunque nel mondo. Credere di dimenticare l’origine della cucina italiana, che abbiamo ereditato da millenni di scambi culturali è pressoché folle, oltre che assai deleterio. La cucina così come si è costruita è un fatto sociale e culturale, non un fatto tecnico e edonista. 

Hai partecipato a numerose trasmissioni tv pur mantenendo autonomia creativa in progetti di performance, scrittura (con numerosa pubblicazione di libri) e altre forme artistiche. Mi ha incuriosito molto la gestazione de I Villani. Ce ne parli?

I Villani sono stati la mia dolce tortura. Da un punto di vista personale posso attestare che la moda della cucina mediatica si è poco interessata a questa ricerca. Avrei tanti di quegli aneddoti da raccontare sugli hipster della tv che provavano a prendere la mia idea e edulcorarla per renderla digeribile a un pubblico televisivo. Provarono a fare una forma di sussunzione dei contenuti in un certo senso e se si vede come sta cambiando il modo di comunicare il cibo adesso quelle mie intuizioni compaiono sempre di più nella narrazione attuale. Dal canto mio non potevo mediare il lavoro, perché era per sua natura scritto nel solco delle ricerche di De Martino e Gramsci da un punto di vista teorico e nelle ricerche dei maestri della cultura come De Seta, Olmi e tutti gli altri. Non c’era possibilità di alleggerire, imbellire, patinare. Il cinema documentario restava l’ultima soluzione ma in un certo senso la migliore, perché permette di sintetizzare formalmente tutta una ricerca in una ora e quarto. La gestazione è stata lunghissima ma piena di emozioni grazie al contributo di maestri del cinema italiano come Andrea Segre, Giogiò Franchini e grazie al prezioso supporto di Rai Cinema. 

Sei attivo anche sul fronte della formazione e, a quanto leggo, come ambassador di messaggi di innovazione sociale. Cosa è esattamente United Food of Milano?

Osservando i modelli evolutivi della cucina dell’occidente se si paragona ai processi storici passati si desume facilmente che la cucina popolare è intrinsecamente dinamica e meticcia. Si evolve per scambi e assimilazione di innovazioni altrui. Gran parte delle ricette italiane sono frutto evidente di scambi tra popoli (cous cous di pesce, sarde in saor, carciofi alla giudia, risotto alla milanese, etc). Questo perché se uno studia la cucina popolare italiana e la raffronta con le altre cucine popolari si accorge che i codici che sottengono i comportamenti attorno al cibo sono identici ovunque, dal Salento al Trentino, dal Vietnam all’Algeria, dalla Francia alla Giamaica. Le grandi metropoli occidentali raccontano questa strana contraddizione tra civilizzazione occidentale e culture ancestrali. Rifiutare questa evidenza è antistorico oltre che frutto di una degenerazione della tenuta di una democrazia. Il mio attivismo sull’antirazzismo va di pari passo a quella per la salvaguardia delle tradizioni, contro la vulgata generale che vede la tradizione in pericolo se messa in contatto con altre culture. La differenza è che io ho studiato per un decennio prima di formalizzare un pensiero di questo genere, loro no. 

Grazie e… hai in mente qualcosa su Torino? Nel caso, noi ci siamo!

Grazie per il supporto. Purtroppo ho presentato il film da poco, non so come e quando ci saranno occasioni. Ora ricomincio con il tour internazionale e con quello dei miei spettacoli. Vi aggiorno.

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Gli imprenditori dovrebbero ricordarsi che vivono in un Mondo vissuto da altre persone e che, direttamente o indirettamente, un giorno ne potrebbero essere coinvolte.

Intervista a Cristiano Bilucaglia, founder di Scelgo Zero
a cura di Davide Pellegrini
Cristiano Bilucaglia

Buongiorno, Cristiano Bilucaglia viene da un’importante esperienza imprenditoriale in ambito di reselling di forniture elettriche e gas naturale. Alla competenza manageriale unisce, però, da sempre una sensibilità per i temi dell’economia circolare e della filantropia. Comincio con chiedervi informazioni circa questo progetto di moneta complementare, l’Eurocredito. Da cosa nasce l’idea?

Già nel 2008 guidavo una Società per Azioni nel settore delle . Ed è proprio in questo periodo che, raccogliendo le considerazioni di colleghi imprenditori, ho iniziato a notare l’indisponibilità di numerose Banche nel concedere credito alle Aziende. In considerazione che la Grande Recessione è nata negli Stati Uniti nel 2007 con la nota crisi dei Subprime, è facile comprendere come già nel 2008 la crisi aveva già raggiunto dimensioni globali.

È in questa fase che ho iniziato ad esplorare sistemi di credito alternativi che dessero alle aziende credito senza l’uso delle Banche. Con questo principio è nato il primo circuito di Mutuo Credito in Italia la cui moneta complementare sottostante si chiama Eurocredito. In pratica ogni Azienda aderente al Circuito poteva acquistare e vendere nel circuito: senza denaro, ma utilizzando gli Eurocrediti. Gli eurocrediti venivano “generati” dalla vendita di beni e servizi ad altri partecipanti al circuito, creando così un circolo virtuoso disintermediando la moneta corrente Euro.

Ho voluto cominciare con l’Eurocredito perché mi sembra importante introdurre il tema della riflessione che gli imprenditori dovrebbero favore su questioni importanti come il benessere sociale. Mi vengono in mente le nuove configurazioni giuridiche nel mondo dell’impresa come le B-Corp e altre. Perché è importante, anche ai fini della crescita imprenditoriale, darsi degli obiettivi sociali e rispettarli?

Dopo oltre ventanni di attività imprenditoriale, ho ben compreso che così come gli insetti volano di fiore in fiore per cibarsi del loro nettare favorendo l’impollinazione, anche gli imprenditori dovrebbero ricordarsi che vivono in un Mondo vissuto da altre persone estranee al proprio business: ma che, direttamente o indirettamente, un giorno ne potrebbero essere coinvolte. Fare le cose con responsabilità, trasparente e sostenibile significa tenerne conto ed aprirsi a questa possibilità, sapendo che il guadagno è solo una conseguenza di un lavoro ben fatto, non il fine.

Mettiamo a fuoco il progetto . Come funziona l’azzeramento delle bollette e perché è davvero una soluzione all’avanguardia e in che misura si parla di “fare del bene”?

SCELGO ZERO from Ivan Baudino on Vimeo.

Il Mercato dell’energia è uno dei più competitivi, complessi e poco trasparenti. Chiunque cerchi di comprendere la propria bolletta, alla fine si trova costretto a pagare senza porre alcuna obiezione. Se a questo aggiungiamo che gran parte del costo delle bollette è gravato da tasse e balzelli vari, ecco che da improbabile il risparmio diventa impossibile. Nonostante ciò, io e il mio socio fraterno Fabio Spallanzani abbiamo studiato una soluzione che consente realmente risparmi significativi fino al raggiungimento dell’azzeramento della bolletta. Per questo motivo l’abbiamo chiamata ScelgoZero, ed è un servizio che viene erogato dalla nostra azienda ‘uBroker Srl’. In pratica, anziché investire milioni di Euro in pubblicità e testimonial famosi ‘uBroker Srl’, con il serviziScelgoZero, riconosce ai clienti segnalatori uno sconto continuativo su ogni bolletta. Più clienti vengono segnalati, e più sconti si ottengono. È il classico progetto “porta un amico” che però è stato potenziato: perché gli sconti vengono riconosciuti ogni mese, per sempre. Abbiamo numerose famiglie intraprendenti che si sono date da fare per segnalare numerosi clienti, con il beneficio di ottenere l’azzeramento della bolletta ottenendo così un arricchimento in termini annuali di migliaia di euro.

Voi siete degli imprenditori atipici e lo dico nel senso migliore del termine. veniamo al tema della filantropia e dell’aiuto a chi non può godere dei vantaggi di una condizione stabile o, magari, è in stato di sofferenza. Quali sono le attività di cui vi occupate e con quali risultati?

Ci sono diversi progetti che seguiamo con continuità, e altri progetti che invece affrontiamo ad hoc.

In particolare ‘BeChildren’, un’organizzazione solidale che sosteniamo costantemente, con cui condividiamo l’obiettivo di aiutare i bambini delle aree più disagiate del Mondo a crescere attraverso lo sviluppo dell’alfabetizzazione e di competenze individuali finalizzate a creare adulti autonomi, competenti ed intraprendenti che saranno le fondamenta della loro nuova civiltà. Per rendere l’idea, come principio, preferiamo insegnare a coltivare un terreno piuttosto che fornire direttamente gli ortaggi. Ci sono, poi, altri numerosi progetti. In primis, il sostegno continuo – attraverso la donazione di pasta artigianale fatta produrre da aziende colpite dal sisma del 2016 in segno di fratellanza tra PMI, e panettoni tutti ottenuti con i risparmi delle bollette azzerate – al ‘Cenacolo Eucaristico della Trasfigurazione’, la Onlus caritatevole di Don Adriano Gennari, Superiore dei Sacerdoti dell’Ordine di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, presbitero in odore di santità per le straordinarie guarigioni miracolose che ottiene dal Signore, e per il quale al Monastero abbaziale di Casanova di Carmagnola, nel torinese, approdano fedeli da tutto il mondo, proprio come accadeva con padre Pio a Pietrelcina proprio per via della sua buona fama. Nel 2013, oltre ad aver donato centinaia di uova pasquali in baratto fra imprese agli oratori salesiani Don Bosco di Torino, ho finanziato un tour in baratto fra imprese, con gli Eurocrediti, donando concerti dello stimato cantautore e bluesman Andrea Mingardi & The RossoBlues Brothers Band ai comuni terremotati dell’Emilia per via del sisma del 2012, e a quelli italiani in crisi per via dell’effetto stringente del patto di stabilità di montiana memoria. Nello stesso anno ho finanziato il Monumento Nazionale alla Memoria del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 30° Anniversario dalla scomparsa: un busto che fa bella mostra di sé all’ingresso dell’area verde dello storico ex nosocomio di Collegno, realizzando così anche il sogno del giovane scultore piemontese di fama internazionale Francesco Marinaro di compiere la sua prima opera pubblica entro il 24° anno di età, proprio come fece anche il sommo Michelangelo. A giugno 2018, per la ricorrenza del 150° dalla fondazione, invece, con l’amico giornalista e benefattore Maurizio Scandurra, ho donato il candelabro artistico liturgico per l’altare di Maria Ausiliatrice, la grande basilica torinese sognata e costruita da San Giovanni Bosco, seconda solo a San Pietro in Vaticano per numero di visite annue.  L’opera è stata fusa dai Fratelli Armando e Pasquale della rinomata ‘Pontificia Fonderia Marinelli’, Sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO’, dall’Anno 1000 a oggi la prima e più antica fabbrica di campane e arte sacra al mondo. Dulcis in fundo, nell’estate del 2018 ho finanziato lo ‘Zero festival Beer’, rassegna estiva gratuita di grandi nomi del cabaret nazionale e della musica italiana a Pianezza, il comune del torinese in cui risiedo, e cui tengo molto a livello di rilancio e valorizzazione del territorio. E molto altro bolle in pentola anche per il 2019. Fare del bene fa bene.

Questo numero è dedicato al tema del regalo/del dono. Se doveste pensare a regalarci una visione, a tracciare uno scenario per contribuire a sostenere uno sviluppo sano dell’ecosistema imprenditoriale. Quale potrebbe essere l’auspicio?

Maggiore risorse per le Imprese significa ottenere maggiore benessere per tutti. Con la riduzione delle imposte e la riduzione del cuneo fiscale si otterrebbero stipendi più alti, oppure minor tempo dedicato al lavoro a parità di reddito. Si alimenterebbe così un circolo virtuoso che porterebbe l’Italia ad incrementare velocemente il PIL con conseguente aumento del gettito fiscale anche con una riduzione significativa delle aliquote. Pertanto, il dono lo chiedo al Governo a nome di tutti gli imprenditori italiani.

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Cosa si intende per sfida dal punto di vista della cultura aziendale? Può una sfida diventare il motore per una sana competizione e la crescita di un team verso obiettivi misurabili e condivisi?

Cosa si intende per sfida dal punto di vista della cultura aziendale? Può una sfida diventare il motore per una sana competizione e la crescita di un team verso obiettivi misurabili e condivisi? Lo abbiamo chiesto a Luca Bianco, senior consultant Cavalieri Retailing.

 

Cosa si intende per sfida e logica delle sfide?

Per sfida, intendendola nel suo senso più ampio, si intende un’attività di misurazione attraverso qualsiasi tipo di competizione, dove il più delle volte ci si confronta con gli altri, ma anche con se stessi. In uno scenario come quello aziendale, fatto di obiettivi, e di una strada non sempre in discesa, è formativo orientarsi su una strategia di questo tipo. Il desiderio di instaurare una sana competizione nella rete aziendale, permette di poter potenziare in maniera costante i livelli di concentrazione e di motivazione dei dipendenti, che fisiologicamente sono soggetti a continui aumenti e cali.

La sfida presenta una duplice funzionalità: da un lato permette di concentrarsi e di svolgere un’automisurazione di se stessi. Poter analizzare i risultati accumulatati in periodi precedenti e confrontarli con quelli attuali aiuta a prendere visione sugli andamenti personali e collettivi.

Dall’altro lato invece, consente di cercare e trovare un confronto con i propri “avversari” innescando una gara per verificare chi sia il più efficiente.

In qualsiasi caso, la logica delle sfide è in grado di mantenere dei livelli motivazionali elevati, perché sprona qualsiasi persona che venga coinvolta a dare il meglio di sé, in quanto nessuno gradisce l’ultima posizione in classifica.

Quali sono i valori che vengono presi in considerazione per valutare l’operato di un dipendente?

Ovviamente tutti i valori che possono essere presi in considerazione in questa fase, sono determinati sulla base di obiettivi fissati precedentemente dall’azienda.

Generalmente, i valori possono essere scissi in due macrocategorie: sulla base di fattori quantitativi come ad esempio, l’attrattività, ovvero il riuscire a far convogliare il maggior numero di persone nel punto vendita, la capacità poi di convertire questo numero in capacità d’acquisto, la fidelizzazione ecc. L’altra macro categoria rappresenta invece gli aspetti qualitativi, che sono dedotti da attività come “challenge” o “mystery client”. Quest’ultima viene particolarmente utilizzata proprio nell’ambito della sfida, offrendo istantanee reali del negozio. Per quanto riguarda “challenge” invece, componendosi di un insieme di sfide mirate, limitate nel tempo e vicine fra loro, danno la possibilità a tutti coloro che non spiccano in una determinata gara di potersi rifare in quella successiva proprio per questa loro particolarità di essere circoscritte nel tempo, e quindi mantengono alta la volontà di impegnarsi per raggiungere i primi posti.

Come incide questa metodologia sul lavoro del singolo dipendente? E in che modo questo, si riflette sul lavoro complessivo di tutto il team?

Nella logica delle gare, la grandezza del gruppo di lavoro incide particolarmente sull’andamento di quest’ultimo. Il dipendente che partecipa ad una sfida in un gruppo composto da un numero di persone limitato avrà un livello di ingaggio maggiore. Infatti, in questo tipo di composizione, il senso di responsabilità e di volontà trionfare, viene avvertito con maggior enfasi. Si sente dunque, l’esigenza di far bene, di cercare il meglio, innescando dinamiche interne positive quali: l’aiutarsi l’un l’altro e il motivarsi a vicenda.

 

Questa metodologia può essere applicata indifferentemente a diversi settori?

La strategia delle sfide è molto versatile, in quanto può essere applicata in qualsiasi realtà aziendale. Sarà necessario variare solamente gli indicatori sulla base della merceologia e del canale di distribuzione (GDO, flagship, outlet ecc.)

 

Quale opportunità vengono fornite nel medio e lungo periodo alle aziende che decidono di intraprendere questo percorso di crescita interna?

Si possono delineare sicuramente due opportunità principali: il monitoraggio, che permette di individuare eventuali criticità dove, se presenti, effettuare azioni di correzione e controllare successivamente se quest’ultime sono andate a buon fine. L’ azione del monitoraggio ridà all’azienda una costante immagine di se stessa aggiornata, stimolandola ad un continuo miglioramento, non soltanto nel singolo punto vendita, ma nell’intera struttura.

Il secondo vantaggio è di creare e mantenere un alto livello di ingaggio in tutti i partecipanti. I dipendenti vengo stimolati, motivati, sentendosi responsabili personalmente dei successi aziendali.

Nella realtà odierna effettuare una semplice formazione non è più sufficiente, occorre lavorare sui singoli scenari per poter raggiungere gli obbiettivi desiderati.  

 

 

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Cosa fa un tourist manager? Ne abbiamo parlato con Marina Pizzorni.

Una professione in crescita, che coincide con il cambiamento dei mercati. Nella direzione dell’experience design, il management turistico è la competenza da integrare per outlet e centri commerciali. Ne abbiamo parlato con Marina Pizzorni.
Lei ha lavorato con McArthur Glen. Ci sono professioni di cui si conosce poco. Per i non addetti i lavori il commercio nella dimensione dell’Outlet si ferma all’hosting dei negozi. In realtà, sappiamo bene come sia necessario costruire contenuti per fare in modo di favorire un flusso di utenti e clienti. In cosa consiste la professione del Tourism Manager?

Il Tourism Manager in un outlet coordina tutta l’attività promozionale rivolta ai principali mercati di riferimento quali Cina, Sud Est Asia e Russia (nel caso ad esempio di Serravalle) per i quali vengono organizzate delle campagne marketing ad hoc che vengono promosse nei paesi di origine attraverso dei sales representatives così come con campagne digital mirate e promozione attraverso testate e riviste di turismo del lusso. Altro task molto importante del TM è lo sviluppo di tutte le partnership commerciali che possono favorire l’arrivo e l’esperienza del turista nel centro: gli accordi con le navette che effettuano servizio da Milano, i taxi, il car sharing così come gli accordi per il tax refund e la continua esplorazione di canali commerciali e promozionali volti ad incrementare il flusso di turisti nel centro. Gli accordi con i tour operator ed agenzie sono in parte seguiti da headoffice ed in parte dal TM a livello locale. 

McArthur Glen è uno dei principali attori nel settore del retail. Va da sé che, vista la peculiarità organizzativa degli outlet, spesso vengono realizzati in posti periferici, in aree non immediatamente connesse con il centro delle città. Come si costruisce una strategia di turismo verso un centro commerciale?

Un punto molto importante è creare l'”esperienza” di shopping, ossia dare una motivazione all’ospite per trascorrere la giornata in modo piacevole, senza fretta e con le dovute attenzioni. Lo shopping si trasforma in un’emozione da vivere con la famiglie, le amiche o il proprio compagno e in questo modo l’outlet diventa più “vicino” alla città. E’ l’escursione fuori porta e non la soddisfazione di un bisogno.
In alcuni centri, oltre ai numerosi punti food, aree relax e servizi quali l’hands free shopping (ossia puoi lasciare gli acquisti nei negozi e ti vengono consegnati prima della tua partenza dall’outlet), sono disponibili delle lounge riservate ad una selezione di clienti ove è possibile rilassarsi con un caffè o aperitivo e fruire di un personal shopper.
Chiaramente oltre all’esperienza, è poi fondamentale rendere il centro facilmente raggiungibile dalle città di riferimento più importanti. Per tutti gli outlet sono state create importanti partnership di servizio navetta che collega giornalmente i principali centri (es. Milano, Firenze, Napoli, ecc..) con l’outlet. L’offerta è poi stata arricchita, a seconda del centro, da accordi con i taxi per tariffe agevolate o transfer privati così come il car sharing.

Lei ora lavora per il FAI. Quali sono le competenze tecniche necessarie per fare questo lavoro ed esistono corsi di formazione specifici?

Il ruolo del Tourism Manager nel FAI è molto completo e necessità di esperienza e formazione in diversi ambiti. Le proprietà del FAI sono molto diverse tra loro: ville, castelli, monasteri, siti di archeologia industriale, siti puramente ambientali e abbracciano molte aree del turismo, da quello verde al MICE, da un turismo prettamente leisure a quello dei grandi eventi. Il mio ruolo è di coordinamento, supporto e sviluppo commerciale per tutti i beni gestiti dal FAI, oltre che di coordinamento delle attività marketing e promozionali rivolte al turista. E’ molto importante avere una formazione commerciale, marketing e digital, oltre che essere dotati di creatività e di “lateral thinking” in quanto essendo una fondazione senza scopo di lucro i budget marketing sono decisamente diversi rispetto a quelli di un outlet.
Ci sono oggi corsi di formazione per la gestione di beni culturali con un’ottica imprenditoriale (ne conosco uno organizzato dall’Università di Economia di Genova ad esempio) che possono essere un punto di partenza importante.

Il Tourism management è una disciplina complessa perché miscela competenze organizzative e gestioni con la creatività e il problem solving di chi deve inventare il servizio migliore per i clienti e utenti. Quanto parte ha in questo processo la customer experience?

La customer experience è al centro di ogni attività. Il turismo è prima di tutto fatto da persone e dalle persone. I servizi sono importanti ma quello che fa la differenza è sempre il rapporto di relazione che si crea tra il professionista a contatto con il pubblico ed il cliente/turista. Ho parlato di “professionista” perché così deve essere. Non si può più improvvisare. Ancora quando non si parlava di “customer experience” e mi occupavo di villaggi turistici, chi veramente creava l’esperienza, ossia la vacanza, era l’animazione. 

 

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Marina Pizzorni è Tourism and Business Development Manager Fai

 

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Silvia Minenti è una service designer. Lavora per l’agenzia DOING, oggi acquisita da Capgemini.

Doing è un’agenzia digitale molto nota sul mercato italiano, manterrà le sue caratteristiche sia nel rapporto con i clienti che nell’approccio alla delivery. Il loro portfolio servizi si integra perfettamente con la nostra value chain in ambito digitale e questo ci permetterà di rafforzare il nostro ruolo di partner full-line per accompagnare i nostri clienti nella loro trasformazione digitale. I nostri dipendenti saranno stimolati da questa ulteriore spinta all’innovazione,  ha affermato Andrea Falleni, Amministratore Delegato Capgemini Italia.

COSA È IL SERVICE DESIGN

Cominciamo con il dire che non credo esista sul pianeta terra un designer che ami particolarmente la definizione di service design. Vogliamo dare una definizione e, soprattutto, perché è diventata così importante la progettazione nell’ottica dell’esperienza utente?

I Designer non amano le etichette, ci piace definirci semplicemente progettisti per le persone e il mondo reale (come il libro di Papanek “progettare per il mondo reale), il service design, è la progettazione di un servizio, cioè un percorso co-prodotto costellato di elementi e persone che collaborano per raggiungere un obiettivo. Le persone per i designer sono sempre state importanti, si pensi all’ergonomia, nei servizi e nelle esperienze sono molto importanti in quanto un servizio è fatto anche di persone. 

Questa esasperazione del design user centred dipende anche in parte dall’eccessiva necessità dei brand di distinguersi su un mercato ormai di fatto troppo affollato di prodotti? Lavorare sulla user experience, alla fine, può essere una variante del marketing?

Assolutamente, in alcuni casi, se usato in maniera esasperata e con designer senza un giusto endorsement da parte dei decision maker lo è. Il designer deve analizzare, filtrare e sintetizzare i bisogni degli utenti, non soltanto raccoglierli e riportarli in maniera simmetrica, il nostro lavoro è proprio quello di analisi e sintesi, bisogna andare oltre e saper leggere tra le righe per poter essere davvero out of the box

 

 

Un tempo le agenzie si dotavano di una figura cosiddetta di strategic planner. Come studiate oggi i comportamenti e quali risultati porta?

Prendiamo in prestito tecniche etnografiche, come osservazione attiva, shadowing, interviste 1to1 e cerchiamo di unirle alla nostra cultura del progetto e innata curiosità verso le cose e le persone, i comportamenti sono il driver principale di un buon progetto, se rendi facile da usare qualcosa sarà più semplice la sua adozione, c’è magari un investimento iniziale più cospicuo, ma il ROI è assicurato!

Ci spieghi in due parole in cosa esattamente consiste il tuo lavoro e perché dovrebbe servire alle aziende?

Il mio lavoro è un lavoro di gruppo, fatto da designer, che parlano con persone che sanno di tecnologia e comunicazione, il nostro lavoro consiste nell’orchestrare gli elementi di un sistema, cioè mappare i sistemi che danno luogo ai servizi e alle esperienze per poi trovare dove e come migliorarli, introducendo o togliendo elementi disegniamo un servizio che funzioni, sia efficace e aggiungo anche piacevole da esperire. 

 

 

 

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I servizi digitali hanno cambiato per sempre la fisionomia del mondo della produzione e del consumo. Si parla di e-commerce e digital retail.

Gabriele Ferrieri è il Presidente dell’ANGI, Associazione Nazionale Giovani Imprenditori.

1 – I servizi digitali hanno cambiato per sempre la fisionomia del mondo della produzione e del consumo. Si parla di e-commerce, digital retail. Ed è un fatto che l’economy on demand abbia stravolto il commercio. Molti vedono in questa rivoluzione una minaccia. perché, invece, dobbiamo vederla come una grande opportunità?

Questa rivoluzione ha portato grandi cambiamenti nell’economia e nella vita quotidiana, influenzando anche le abitudini delle persone e in molti vedono questo cambiamento come un’opportunità ma anche come una minaccia. Il punto sta nella logica di sapere seguire questa trasformazione digitale a proprio vantaggio, avendo la lungimiranza e l’oculatezza di cavalcare questo paradigma che ha portato ad una crisi dei sistemi tradizionali per seguire le nuove innovazioni tecnologiche. Io personalmente spero che ognuno possa raccogliere questo cambiamento come una sfida al sapersi rinnovare e a rispondere ai grandi player internazionali che hanno saputo costruire le proprie fortune proprio sul mondo dei servizi digitali. La soluzione migliore credo la si possa trovare in un dialogo tra il pubblico e il privato, al fine di salvaguardare chi ha difficoltà a seguire questa rivoluzione e allo stesso tempo a favorire gli innovatori che intendono inseguire questa rivoluzione con rinnovato entusiasmo.

2 – Parliamo di delivery. Amazon ha anticipato da tempo il trend, affermando per bocca del suo fondatore Jeff Bezos che la supremazia delle imprese si sarebbe giocata sul versante della reale efficienza ed efficacia del servizio di distribuzione. Al di là, però, del Prime e di tanti altri strumenti volti a migliorare l’esperienza d’acquisto è un fatto che molto dipenda dalla fidelizzazione dell’utente, dalle strategie di persuasion e dalla capacità di avere un profilo degli utenti. Che ruolo avranno i Big Data?

Amazon rappresenta forse al meglio l’espressione proprio di come il mondo del digitale sia il futuro e di come si possa basare la crescita della propria impresa grazie all’avvento delle nuove tecnologie. La strategia da loro applicata fino ad oggi si è dimostrata vincente. I numeri dimostrano ampliamente questa mia affermazione e per il futuro sembrano destinanti a crescere sempre di più. Sul tema Big Data è importante fare una precisazione sulla definizione del termine. La traduzione grandi dati o grossi dati, infatti, fa pensare all’enorme quantità di dati oggi disponibili in diversi settori e che per rivoluzione Big Data si intendono le opportunità oggi disponibili di avere tante informazioni al servizio business. Questa conclusione è vera solo in minima parte perché esistono settori dove i dati non sono sempre disponibili a tutti e non vengono sempre condivisi. L’effettiva quantità di dati oggi generati è enorme, dai telefoni, alle carte di credito usate per gli acquisti, dalla televisione ai computer e così via. La vera rivoluzione parlando di Big Data è la capacità di usare tutti queste informazioni per elaborare, analizzare e trovare riscontri oggettivi su diverse tematiche con algoritmi capaci di trattare così tante variabili in poco tempo e con poche risorse computazionali. Il loro ruolo sarà di primaria importanza per il futuro specialmente con la crescita dei servizi digitali in tutto il mondo.

3 – Ti sei occupato per molto tempo di start up digitali. Con iCarry hai toccato il mondo del delivery e ora con un prestigioso incarico istituzionale, come presidente dell’ANGI, stai da tempo promuovendo la cultura dell’innovazione nel paese. Ti chiedo, perché start up milionarie (pochi giorni fa è stato il caso di Mosaicoon), in Italia non riescono a stare sul mercato. Siamo davvero così lontani dalla strategia dell’Unicorno?

Il mio impegno in iCarry fin dal giorno della sua nascita ad oggi è stato, e sempre sarà, dedicato alla crescita e allo sviluppo della mia impresa innovativa. Tuttavia non mi era sufficiente come unica sfida all’interno dello straordinario mondo dell’innovazione. Cosi con il mio ruolo di presidente dell’ANGI – Associazione Nazionale Giovani Innovatori, mi è permesso dare un contributo importante e concreto a favore dell’ecosistema italiano diffondendo il tema della cultura dell’innovazione in ognuna delle sue forme, a fianco dei diversi partner istituzionali nazionale ed europei che hanno sottoscritto il nostro manifesto e che si impegnano per sostenerci a favore dei giovani e del mondo innovazione. Sul caso Mosaicoon, mi è dispiaciuto molto per il loro epilogo, specialmente dopo l’impegno e la professionalità con cui avevano lavorato. Credo che la difficoltà maggiore per riuscire davvero a raggiungere le vette più alte per le nostre startup, sia di raggiungere il livello di attrazione di investimenti che hanno paesi con Francia o UK. Senza sottovalutare le competenze che i nostri giovani devono necessariamente possedere per poterla lanciare la loro idea d’impresa.

 

4 – Parliamo di mercato. Cosa pensi della convergenza tra mondo fisico e mondo digitale. Ormai non credo riguardi solo il retail. Questi due elementi combinati assieme sembrano essere la ricetta per il futuro. Ti chiedo, l’Omnichannel ci salverà?

Credo che il marketing omnichannel, con la sua peculiarità di orchestrare in un’unica regia le interazioni del cliente con il brand, automatizzando le interazioni attraverso tutti i canali di contatto disponibili, se dotato di una strategia ben pianificata, possano portare dei benefici importanti per le aziende, valorizzando la loro posizione sul mercato e rendendole più competitive rispetto alle altre concorrenti. Secondo alcuni dati che ho avuto modo di analizzare, si evince un’ottima propensione a questa tecnica innovativa: il 35% delle aziende dichiara di farne già uso, mentre il 27% esprime invece la volontà di integrarlo nella propria strategia.

Più del 70% pensa invece che sia un fattore strategico critico e cruciale, con l’aspettativa di aumentare i propri ricavi proprio grazie alla gestione integrata dei canali.

 

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Intervista a Dora Binnella, Retail Business Designer.
Chi sei e in cosa consiste esattamente il tuo lavoro?
 
Mi definisco una Retail Business Designer. Principalmente mi occupo di consulenza e formazione per le aziende di marca e della distribuzione. Il mio lavoro consiste dell’accompagnare le imprese in un percorso di design sulla catena del valore che si dipana da esse fino al cliente finale.

 
 Oggi la relazione tra azienda, prodotto e consumatore sta cambiando in modo radicale. Quale è secondo te l’elemento fondamentale di questa rivoluzione?
 
A mio parere gli elementi di questa rivoluzione sono tre e sono strettamente interconnessi:
Il primo elemento
1. Le persone sono al centro dei nuovi Modelli di Business. Nulla di nuovo sotto il sole, ma una maggiore consapevolezza che il cliente siamo noi e che non esiste un distinguo tra noi, addetti del settore, e loro.  Noi lavoriamo per le Persone e il loro Benessere, sondando maggiormente gli aspetti emozionali e cognitivi delle esperienze di Vita.
 
Il secondo elemento
2. La connessione data dal web e dalle tecnologie. I siti, i social, le App: la tecnologia ha creato e aperto dei canali diretti tra persone e le aziende (fatte esse stesse da persone), e ha messo uno di fronte  all’altro. Chi fornisce e chi ottiene. E lo scambio è diventato bidirezionale. L’azienda sviluppa, crea, vende, ma al contempo riceve feedback su cui migliorare ed evolversi. Dall’altra parte, le persone desiderano sapere sempre di più e questo mi pare una aspetto fantastico, perché dà valore al concetto di conoscenza.
 
Il terzo elemento
3. La gestione del Tempo nella società attuale. Viviamo in una fase storica dove il lavoro si sta trasformando, e comunque prende una buona fetta della nostra vita. Si sono ridimensionati di fatto i momenti liberi in cui possiamo dedicarci a noi stessi, agli altri e quindi agli acquisti, siano essi un prodotto o una vacanza, una visita a un museo o una cena al ristorante. Il tempo è un elemento cruciale che deve essere curato dal design. Questo fattore ha stretto ancora di più la relazione tra aziende in persone: entrambe esigono o desiderano che il momento in cui ci si relaziona sia di qualità, efficace, appagante, stimolante e arricchente.

 

Si parla di guerra aperta tra retail fisico e retail digitale. Lo sbarco di Amazon e Alibaba che da delivery cominciano a pensare a negozi monomarca e a produzioni proprie. A parte il digitale, in cosa è cambiata la percezione del consumatore?

 

Non è una guerra, c’è solo il legittimo timore dei player del mercato fisico per un cambiamento epocale e in continua e veloce evoluzione. Un cambiamento che bisogna imparare a conoscere, gestire e incorporare nel proprio modello di business.
Al contrario, il mondo del retail digitale ha capito che il contatto ravvicinato di prossimità è alla pari di due persone che dopo mesi di chat decidono di incontrarsi fiscalmente. Ovvero: il web è fantastico, ma per fattori ancestrali radicati nei nostri meccanismi cognitivi e fisiologici, noi esser umani concretizziamo un’esperienza realmente e totalmente appagante solo quando usiamo tutti i sensi.
 
Detto ciò ritengo che Amazon, al pari di altri player del web, quali ad esempio Alibaba, Ebay e Google, stiano studiando nuove formule ibride di shopping experience tra fisico e digitale, e ciò che ne emergerà sarà un nuovo modo di fare commercio.
La percezione quindi, è che la tecnologia supporti e acceleri la fase della scelta e dell’acquisto, lasciando anche spazio all’esperienza concreta. Per questo ritengo che gli spazi fisici continueranno ad esserci, ma saranno diversi, sempre più ibridi e sempre più spazi di Vita.
 
Parliamo di design. Prima ci si concentrava sul prodotto come condensato di valori simbolici, poi è venuta la volta degli spazi fisici e lo store design ha lanciato le sue formule. Ora si parla di experience design. Tu cosa ne pensi? Ci fai un esempio di design delle esperienze e ci spieghi perché è così importante oggi?

 

Non è possibile a mio parere disegnare ogni singolo istante di un’esperienza, perché siamo persone che si muovono per istinto, e ognuno con la propria identità e i propri bisogni e desideri. Però abbiamo delle caratteristiche che ci accomunano, quasi universali e quindi di certo si possono creare le migliori condizioni affinché si stimolino emozioni memorabili.
Porto da due casi relativi di un medesimo comparto, e situazione che mi capita di vivere molto spesso.

 

 

Scenario1: albergo a tre stelle 80 euro a notte con colazione. Arrivo alla reception dell’albergo e non mi accolgono particolare cortesia o sorrisi. Consegno il documento, firmo e frettolosamente mi danno una chiave rappezzata con lo scotch, senza informazioni aggiuntive. Devo

chiederle: parcheggio, orari colazione, password wifi. Salgo in camera e attraverso un corridoio di moquette che sa di prodotti super chimici da basso prezzo. Entro in camera e scopro che hanno arredato la camera con prodotti di risulta.
Altri dettagli:
Il materasso è vecchio e scomodo; il riscaldamento fa un grand rumore; la mattina Il buffet della colazione è composto da merendine del discount.
 
Scenario2: albergo a tre stelle 80 euro a notte con colazione. Arrivo, la receptionist mi sorride, e mi chiede come sto, come è andato il mio viaggio. Mi fornisce tutte le indicazioni anticipando le classiche domande su wifi, parcheggio e orari della colazione. Con il sorriso stampato in
faccia, salgo in camera.
Ascensore corridoio tirato a lucido. Entro in una camera semplice, ma molto accogliente dove osservo quanto ogni piccolo dettaglio sia stato curato: mi sento un po’ a casa. Dormo su un materasso comodo. La colazione è di vera di qualità.
 
Il tema è: quale dei due alberghi avrà le camere sempre prenotate? In quale dei due alberghi si creerà più fidelizzazione? Chi riceverà i migliori feedback?
Il design è semplicemente curare ogni singolo aspetto del progetto e questo vale per tute le attività che accolgono persone e vendono prodotti e servizi.
 

Gli strumenti del, diciamo, bravo designer quali sono?

1 – Osservazione
2 – Ascolto
3 – Ricerca
4 – Capacità di EMPATIA
 

 

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Un’intervista a Davide Cavalieri, titolare della Cavalieri Retailing sul tema della Customer Journey. Cosa dovranno fare negozi e commercianti per riuscire a trattenere il più possibile il cliente, costruendo con lui un rapporto di fiducia e di relazioni continui e in crescita?
Ecco cosa ne pensa Davide Cavalieri.

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Intervista a Andrea Mainetti, founder e CEO di Photosì, realtà di grande innovazione nel mercato delle stampe fotografiche di nuova generazione, con una rete di affiliati che conta 5000 punti vendita.

Non è facile portare innovazione in un settore come quello dei servizi di stampa fotografici. Prima di tutto c’è la concorrenza dei social network; poi verrebbe da pensare che, di fronte al digitale, la stampa stia perdendo terreno. Qual è la formula di Photosì e perché in realtà la stampa sta tornando con forza sul mercato?

Le persone scattano fino a 2500 fotografie all’anno, la nostra timeline di immagini cresce ma queste immagini non diventano dei ricordi. Per farlo devono diventare stampe, in quel momento diventano i momenti da ricordare, celebrare, rivivere. Inoltre la stampa non è più solo ricordare e celebrare; oggi è anche regalare, raccontare, comunicare se stessi.

Cosi sono nati i fotolibri, i fotocalendari, i fotoquadri, le cover smartphone e tanti altri prodotti. Abbiamo lavorato sui diversi target e sul il valore intrinseco di un prodotto stampato per allargare il mercato e così facendo lo abbiamo raddoppiato.

Studiando il sito di Photosì mi sono reso conto della vasta gamma di servizi che proponete. Mi sembra che l’intuizione sia nell’assecondare i comportamenti più attuali dei consumatori, unita a un uso davvero innovativo della piattaforma. Ci può spiegare il ruolo della tecnologia nei vostri servizi.

Le immagini sono file, per trasformarli in prodotti la tecnologia è l’unico mezzo possibile. Fare questo mestiere è fare tecnologia e la tecnologia deve essere piacevole da usare, divertente, facile…

Ci troviamo in un momento di grande cambiamento. Penso alla grande trasformazione portata da giganti come Amazon che hanno imposto in tutto il mondo la centralità dei servizi di delivery. Anche Photosì punta su questo aspetto?

Photosi, prima di chiunque alto ha creduto nel servizio Pick up, e nel farlo ha sviluppato una rete di punti vendita per il ritiro dei prodotti senza uguali in italia.

Sono più di 5000 oggi i negozi dove si possono ritirare i prodotti Photosi una volta creati sul web o via App, ma non solo: la formula vincente è stata “paghi solo al ritiro” una volta che hai il prodotto in mano. Photosi ha scelto di fidarsi dei suoi clienti, e il mercato l’ha ripagata.

Studiando il vostro business model appare evidente l’impiego del design. Questo vuol dire fare ricorso a grafici, art director, product designer, digital designer. Come funziona la vostra filiera e quali sono le risorse su cui puntate di più?

La nostra è un azienda completa, a tutto tondo. I prodotti vengono ideati, sviluppiamo la tecnologia per ordinarli, li lanciamo sul mercato, li produciamo e li consegniamo. Gestiamo tutto perché vogliamo essere certi dell’esperienza che fa il cliente, dall’inizio alla fine. Per farlo abbiamo dovuto attirare le competenze che fossero in grado di gestire tutti i processi.Siamo una vera e propria media company, un’azienda IT, una manifattura, una logistica ed oggi, con la multicanalità, siamo anche Retail

In tutto questo, come lavora Photosì sulla customer experience e che in che modo viene coinvolto l’utente. Fate ricorso a strategie di engagement come eventi, workshop o, magari, social media?

Focus group, eventi, questionari, customer interno; l’ascolto è una vocazione necessaria per chi vuole creare un mercato che ancora non esiste.

E’ parte di noi.

Sembra che Photosi rappresenti concretamente una delle prime realtà ad applicare realmente le nuove strategie omnichannel. Come è possibile integrare il fisico con il digitale? 

Il cliente è uno, i sensi sono 5. La multicanalità è la normalità, non l’eccezione. Sono le difficoltà ad applicarla che la rendono poco comune ma il futuro è solo di chi saprà applicarla.