L'analisi

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Quando noi leggiamo un report, ovvero un insieme di dati, numeri e tabelle, noi non facciamo altro che organizzare in un ragionamento degli elementi funzionali che prendono la forma di tabelle, grafici e numeri.

a cura di Davide Bennato
Gianni Rodari, La grammatica della fantasia

Avete mai giocato con le carte di Propp? Sono una delle grandi idee atte a stimolare la capacità di creare storie che Gianni Rodari inventa nel suo libro “La grammatica della fantasia”. Consistono in una serie di carte da gioco che riproducono alcune delle funzioni che lo studioso russo Vladimir Propp identificò nel suo famoso libro “Morfologia della fiaba” per classificare le innumerevoli fiabe russe.

Le carte di Propp si usano così: si dispone sul tavolo una sequenza di carte prese dal mazzo e poi si costruisce una storia a partire dalla successione degli elementi che sono stati estratti. Le carte di Propp sono un ottimo modo per comprendere che nell’arte di costruire storie – narratologia o storytelling che dir si voglia – quello che è importante non è solo la componente narrativa, ma la componente funzionale, ovvero la capacità che noi abbiamo di mettere insieme un gruppo di elementi più o meno eterogenei in modo tale che siano in grado di sviluppare una narrazione.



Detto altrimenti: noi siamo convinti che per raccontare storie ci sia bisogno delle parole. È vero, le parole sono importanti, ma ciò che serve sono degli elementi che fungano da impalcatura del nostro ragionamento.

Per esempio nell’oroscopo gli elementi funzionali sono i segni zodiacali attraverso cui viene sviluppato un discorso legato al futuro. Nel caso di un processo, gli elementi funzionali sono le prove che vengono collegate tra di loro per sviluppare un ragionamento di colpevolezza o di innocenza.

In pratica è questo lo storytelling, un discorso che mette insieme degli elementi funzionali per ottenere uno specifico effetto narrativo come insegnare – le favole – oppure prevedere – l’oroscopo – oppure argomentare – come nel caso del processo.

I numeri non sfuggono a questa regola. Quando noi leggiamo un report, ovvero un insieme di dati, numeri e tabelle, noi non facciamo altro che organizzare in un ragionamento degli elementi funzionali che prendono la forma di tabelle, grafici e numeri. E che siamo chiamati a interpretare, ovviamente rispettando le regole della matematica.

Concepts

Facciamo un esempio: la correlazione statistica. In statistica quando due variabili sono connesse, per esempio quando aumenta numericamente l’una e aumenta (o diminuisce) numericamente l’altra, si dice che sono correlate. Il problema è che la statistica dice che sono correlate (esistono un sacco di modi per calcolare la forza della correlazione) ma non dice perché: quello è il compito dell’analista che deve spiegare – ovvero trovare una narrazione – che giustifichi perché queste due variabili si comportano in questo modo strano.

E bisogna stare attenti, perché nella correlazione esistono oggetti strani – narrazioni paradossali se volessimo mantenere la metafora – come le correlazioni spurie. Queste particolari correlazioni dicono che due variabili sono legate, ma l’ipotesi che potrebbe spiegare il legame è talmente strana che sembra impossibile. Ed infatti lo è.

Tyler Virgen è un giovane data scientist che si è preso la briga di raccogliere le correlazioni più eccentriche (http://tylervigen.com/spurious-correlations), ovviamente spurie (nel senso che andrebbero spiegate meglio di quanto facciano). La mia preferita è quella che mette in correlazione la spesa negli USA in scienza, spazio e tecnologia con i suicidi per impiccagione, strangolamento o soffocamento: a leggere i dati, per ogni 5 miliardi di dollari investiti, i suicidi aumentano di 2000 unità. Quindi bisogna bloccare gli investimenti in ricerca scientifica-tecnologica per limitare le morti suicide? Evidentemente no, la storia che sta dietro questi dati è un po’ più complessa, o magari è semplicemente una coincidenza.

Ed è compito del ricercatore, dell’analista e di chi si occupa di lavorare con i dati di trovare la storia giusta.

È questo il data storytelling, raccontare storie attraverso i dati rispettando i vincoli matematici e di buon senso per dar vita ad una narrazione che rispetti la conoscenza scientifica ma anche l’eleganza del racconto. 



Davide Bennato insegna Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Sociologia dei media digitali presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania.
Diversi i suoi incarichi istituzionali: vicepresidente del corso di Laurea in Scienze e Lingue per la Comunicazione del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, membro del Consiglio del Centro Informatica Umanistica (CINUM) dell’Università di Catania, membro del Dottorato in Sistemi Complessi per le Scienze Fisiche, Socio-economiche e della Vita del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Catania, membro del consiglio di Amministrazione di Bench s.r.l., spin-off dell’Università di Catania specializzato in ricerche sociologiche e studi di mercato, dove si occupa di social media analytics.
I suoi interessi di ricerca sono relativi all’analisi dei comportamenti collettivi nei social media, all’etica dei Big data, al rapporto fra tecnologia e valori, ai modelli di comunicazione scientifica e tecnologica in rete. 
È autore dei volumi: Le metafore del computer. La costruzione sociale dell’informatica (Meltemi, 2002), Sociologia dei media digitali (Laterza, 2011), Il computer come macroscopio (Franco Angeli, 2015), Black Mirror. Distopia e antropologia digitale (a cura: Villaggio Maori, 2018). 
Fra i suoi saggi: (2010) La circolazione delle tecnologie, in Enciclopedia Treccani XXI Secolo, (2014) La dataveglianza di massa. Conseguenze etiche e relazionali delle scelte tecnologiche di Facebook (in “Pubbliche Intimità” a cura di G. Greco), (2014) Etica dei Big data. Le conseguenze sociali della raccolta massiva di informazioni (in “Studi Culturali”), (2016) Il rischio della datafrenia nell’analisi dei big data. Appunti a partire dal caso «Mafia capitale», (in “Sociologia e ricerca sociale”), (2017) La svolta della scienza dalla comunicazione pubblica alle relazioni pubbliche. Il caso Vaxxed (in “Journal of Science Communication”), (2018) Le conseguenze nefaste dell’autonomia degli algoritmi (in “Forward – Recenti progressi in medicina”).
Sui suoi interessi di ricerca cura il blog tecnoetica.it e scrive sulla testata agendadigitale.eu.

         

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Se lo spazio rimane il medesimo, nascono le formule in cui è l’offerta a cambiare radicalmente. Alcuni esempi dei più intriganti store.

A cura di redazione
Articolo del 18 marzo 2019, di Cristina Lazzati, da Repubblica Economia e Finanza

Stores. Se lo spazio rimane il medesimo, nascono le formule in cui è l’offerta a cambiare radicalmente, ogni due, tre mesi. Formule “ospitanti”, che selezionano brand sconosciuti con poca o nessuna esperienza nel commercio offline, dando loro non un mero spazio ma un contesto e mettendo in campo un’experience sempre diversa.

Batch. Il 15 marzo ha aperto l’attesissimo Hudson Yards, negozi, uffici, spazi di entertainment, opera raffinatissima e grandiosa, al termine della Highline, la passeggiata che corre dal meatmarket lungo l’Hudson, fino alla trentesima strada. Tra le insegne che hanno aperto da Hudson Yards c’è anche Batch Hello, la formula dell’insegna originaria di San Francisco che per  sei settimane mixa casa, bellezza, abbigliamento, accessori, pet, bevande e arte. Batch nasce come spazio per quei brand che pur avendo guadagnato spazio nel cuore (e nel portafoglio) dei clienti non li hanno mai incontrati “personalmente” perché vivono solo online, Batch offre loro uno spazio, seppur temporaneo, fisico.

Batch Hudson Retail Center

Showfields. Sempre a Manhattan, in Bond Street, c’è Showfield, circa 1.500 metro quadrati su quattro livelli, creato con l’obiettivo di offrire ai visitatori un’esperienza di vendita che combina due piani di shopping esperienziale a due piani con mostre d’arte a rotazione e un luogo di co-working ed eventi. L’idea di Showfields è portare brand e designer che non hanno mai avuto una presenza fisica prima e dare loro uno spazio. I brand si impegnano per quattro mesi, dopodiché si cambia e così ci si assicura contro la noia. Infine, al primo piano del negozio c’è lo spazio “influencer”.

Showfields

Story. “Ha il punto di vista di una rivista, cambia come una galleria, vende come un negozio” ecco come si racconta Story, che a maggio dello scorso anno è stato acquisito dal brand di departament store Macy’s.
Situato a Chelsea, Story, come il nome stesso dichiara, racconta sempre una storia, una sorta di “tema” che esprime attraverso l’experience proposta.

Story, Out-Office

Nel settore moda l’immagine gioca un ruolo chiave: i brand non soltanto devono vendere un prodotto ma anche un’esperienze esclusiva e personalizzata.

a cura di redazione
Davide Cavalieri

Il Fashion Retail è un settore in costaste trasformazione, soprattutto nell’era della digitalizzazione e dell’omnicanalità. Occorre dunque, rimanere costantemente aggiornati per non essere travolti dalle numerose trasformazioni in corso. 

Nel settore moda l’immagine gioca un ruolo chiave: i brand non soltanto devono vendere un prodotto ma anche un’esperienze esclusiva e personalizzata.

Ogni aspetto della comunicazione e della vendita deve essere curato e integrato in una visione globale, generando valore del marchio e offrendo un’immagine coerente su tutti i canali, sia online che offline.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Davide Cavalieri, General Manager di Cavalieri Retail per avere una visione a 360° del mondo fashion, individuando i prossimi trend del settore e comprendere le leve sulle quali puntare per costruire di successo.

Il mondo del retail è in continua evoluzione. Quali sfide dobbiamo affrontare oggi quando il cliente è messo davanti a continui input e scelte?

Nel panorama attuale sono numerose le sfide che ci attendono: una fra tutte è sicuramente l’integrazione del digitale in ambito esperienziale. Il cliente infatti, si muove costantemente tra fisico e digitale, cogliendo opportunità, identificando nuovi bisogni e desideri.

Ecco perché in questo nuovo scenario le aziende dovrebbero avere una filiera omnichannel funzionante e in grado di governare queste nuove logiche.

Come attirare nuovi clienti in negozio?

Sicuramente attraverso gli eventi che rappresentano un asset fondamentale su cui lavorare. Essi hanno infatti la caratteristica di attirare sempre nuovi visitatori e dunque nuovi possibili clienti.

Questi appuntamenti danno ai brand fashion la possibilità di presentare nuove collezioni, sperimentare e fare contaminazioni con altri settori, come ad esempio il beauty o il food.

Un altro elemento importante è creare suggestioni digitali: entrare in contatto con i consumatori lanciando loro continui stimoli, suggestioni e provocazioni, con l’obiettivo di trasformarli in nuovi clienti.

Quanto è importante creare una shopping experience di valore e quali sono secondo lei i tre fattori imprescindibili?

Certamente l’ambiente gioca un ruolo fondamentale nella costruzione della Shopping Experience: avere un negozio dinamico, con supporti digitali e specifiche modalità espositive è ormai imprescindibile.

Il secondo fattore chiave è il team: il personale non può più soltanto essere preparato ma deve essere in grado di consigliare e guidare i clienti, creando look e stili personalizzati.

L’ultimo elemento, ma non sicuramente quello meno importante, è saper scegliere bene il proprio target. Non è possibile infatti parlare a tutti, dobbiamo imparare ad identificare le persone che vogliamo raggiungere per costruire su di loro esperienze di acquisto memorabili.



Acquisti online o offline? Quali trend dobbiamo aspettarci?

Sicuramente la realtà aumenta, l’intelligenza artificiale e i Big Data per offrire esperienze nuove e pratiche, aiutando i retailer a sviluppare approcci ad hoc per ogni cliente perché saranno in grado di conoscerli più profondamente, orientando i loro acquisti.



Quanto è importante la formazione del personale in questo ambito?

Oggi la complessità maggiore per chi svolge questo lavoro è riuscire a modellarsi e adattarsi ai numerosi cambiamenti che si susseguono quotidianamente. La formazione del personale e il continuo aggiornamento delle competenze, sono pilastri essenziali per riuscire a gestire questi nuovi scenari ed anticipare i desideri dei clienti.

Il tema sostenibilità, in questo settore, è ormai divento un elemento importante. Secondo lei questo approccio è necessario? Come lo vede?

Ormai il tema della sostenibilità è diventato un elemento importante, capace di orientare le decisioni d’acquisto dei clienti, come la qualità dei prodotti.

Tuttavia sono ancora diversi i brand che si orientano verso materiali “low cost” e sono presenti numerosi consumatori alla continua ricerca di capi d’abbigliamento a basso prezzo, generando così un mercato che si autoalimenta.

Comunque, in Italia, è presente un numero importante di consumatori molto sensibili a questi temi che orientano i loro comportamenti d’acquisto e di conseguenza stimolano le aziende ad essere più attente e più sostenibili.

FiordiRisorse è una business community di manager e imprese. I punti forti sono una grande attenzione alla cultura del lavoro e alle risorse umane. ce lo spiega Osvaldo Danzi.

A cura di Davide Pellegrini
Osvaldo Danzi

FiordiRisorse, una business community nata come Associazione, che oggi conta 70 persone e 7000 sostenitori in molte regioni italiane. Obiettivo: ripensare la cultura del lavoro. Cambiare il modo di formare e sostenere le Persone nel loro collocamento nel mondo professionale. Lo abbiamo chiesto a Osvaldo Danzi, Executive Recruiter.

FiordiRisorse è una business community di manager e imprese ma, a ben vedere, il fil rouge che collega le vostre attività è una grande attenzione al valore delle persone. La cultura del lavoro e le risorse umane, due pilastri fondamentali della civiltà. Come è strutturata FiordiRisorse?

FiordiRisorse, da un punto di vista organizzativo, è un’Associazione. Di fatto è un gruppo di persone – operative nella realizzazione di eventi e incontri – circa 70. Il gruppo invece conta 7000 appassionati in tutta Italia – che hanno lavori e provenienze regionali estremamente varie. Imprenditori, direttori generali, liberi professionisti, responsabili commerciali e delle Risorse Umane, tecnici e ingegneri. In FdR si possono trovare ben rappresentate tutte le professioni, perché di fatto è una Community che si ritrova prima di tutto per il piacere di condividere esperienze, di far conoscere le persone fra loro, ma soprattutto per trasmettere modelli professionali moderni. Significa confrontarsi con e fra le Persone per comprendere al meglio cosa sta succedendo intorno a noi e mettere a fattor comune le competenze.

Toscana, Emilia Romagna, Marche, Veneto, Milano, Umbria e in arrivo Piemonte e Puglia sono i territori in cui c’è almeno un gruppo di FdR che organizza incontri di networking.

FiordiRisorse

Voglio fare luce su un aspetto importante. Il cortocircuito tra professione, cultura e racconto. Ad esempio, trovo molto intelligente la Bussola del Lavoro e, allo stesso tempo, mi sembra notevole l’idea di un festival che racconti il lavoro come Nobilita.

Bussola del Lavoro

La Bussola del Lavoro è un progetto di supporto attivo alle Persone. Nato da un’idea di Coop in Emilia, poi ripreso anche da Auchan nelle Marche, ci fu chiesto circa 5 anni fa se eravamo in grado di organizzare un momento di incontro fra aziende e consumatori della Coop all’interno dei centri commerciali più grandi. Abbiamo fatto un passo in più: per due giorni consecutivi organizziamo stand di agenzie per il lavoro, società di orientamento professionale e corsi di , in cui le Persone che si trovano al supermercato per fare la spesa, possono portare il loro cv e trovano specialisti che li aiutano gratuitamente a rimettere a posto tutto il “set comunicativo”, piccoli corsi gratuiti di personal branding, un controllo del cv, utilizzo dei social network, come individuare annunci di lavoro farlocchi ed evitare di perdere tempo, e molto altro. Inoltre, organizziamo un momento di dibattito con alcune aziende del territorio in cui – a differenza dei bollitissimi quanto inutili career day –  le Persone possono dialogare e confrontarsi con i direttori del personale di importanti realtà aziendali del territorio.

Festival Nobilita

Nobìlita va oltre. Laddove il mondo del lavoro è davvero sempre più incomprensibile e in costante evoluzione, ci siamo inventati un Festival in cui le Persone possano venire ad ascoltare intellettuali, imprenditori, giornalisti, filosofi, autori di libri che spiegano loro in maniera non tecnica, informale e spesso addirittura divertente, come si sta trasformando il mondo del lavoro. Ogni anno individuiamo gli 8 temi “urgenti” e costruiamo dei panel con speaker davvero straordinari. Quest’anno abbiamo aggiunto addirittura una terza giornata tutta dedicata alla formazione manageriale in cui le Persone al costo di una pizza possono costruirsi un percorso di una giornata scegliendo fra 18 temi diversi.

Per posizionarsi efficacemente nel mondo del lavoro occorre essere differenti. Così recita il payoff della vostra sezione dedicata alle risorse umane. Come dire. Lavoriamo per fare emergere il meglio dei candidati. Dall’inventario di personalità alla palestra dei colloqui fino a consolidare il personal branding. Ci spieghi secondo te in come si fa oggi a essere davvero appetibili per un mondo del lavoro così complesso e spesso difficile?

Non ci sono trucchi, c’è solo un modo diverso e più complesso di essere percepiti e di riuscire ad arrivare alle aziende. C’è un sovraffollamento verbale e (dis)informativo notevole che richiede un’attenzione e una cura nel presidiare tutte le piattaforme più strategiche in cui far veicolare il proprio “brand”. Linkedin, una su tutte. Il networking è diventato fondamentale: essere nei posti giusti a conoscere le persone giuste. Purtroppo i posti sono quasi sempre sbagliati – e mi dispiace dirlo, ma quelli istituzionali e quelli più pubblicizzati sono spesso i più sbagliati di tutti – e bisogna riporre una cura e un’attenzione nello scegliere dove non perdere il proprio tempo, che richiede a sua volta molto tempo. Eviterei con cura incontri dove gli sponsor sono presenti anche sul palco o dove i politici la fanno da padrone, convegni estremamente accademici presidiati da professoroni universitari che parlano di lavoro, prediligendo luoghi dove invece vengono condivise esperienze. Sono i posti dove si incontrano storie di aziende, dove la concretezza è anche occasione di confronto, dove i contenuti non sono la scusa per farsi pubblicità ma un modo per raccontare la propria esperienza e offrire spunti alla platea.

Veniamo alla questione formazione. Voi proponete un Master, con quali obiettivi e come è organizzato? Altra questione: quali dovrebbero essere oggi secondo te le soft skills a cui puntare?

Il MUSTer nasce da una necessità “etica”. Stufo di sentirmi dire da alcuni dei miei candidati che in seguito al licenziamento da parte della loro azienda “per ricollocarsi avrebbero fatto un Muster in prestigiose business school” ai costi che ben conosciamo (15-30.000 euro), chiesi loro chi li avesse convinti a prendere questa decisione. Mi fecero vedere newsletter e brochure di molte business school, alcune anche estremamente ben posizionate, che promettevano facile ricollocamento grazie al proprio network. Ecco, siccome credo che una comunicazione del genere sia estremamente menzognera perché nessuno può garantire il lavoro a nessuno e a maggior ragione all’interno di blindatissimi circuiti accademici, unitamente al fatto che guardando i programmi di queste scuole non riesci mai a capire chi siano i docenti per poi scoprirne di talmente multidisciplinari che ti chiedi come sia possibile che possano qualitativamente parlare di trasformazione digitale, economics, management e tutto ciò che serve all’occorrenza, considerato anche che questi corsi costano un occhio della testa, credo fosse venuto il momento di ostacolare nel mio piccolo queste grandi cattedrali della cultura manageriale. 

Iniziando dal fatto che nessuno in venti anni di carriera come recruiter per profili medio-alti mi abbia mai chiesto un “direttore di funzione col Master”.

Ho dunque deciso di creare un percorso che avesse tre caratteristiche fondamentali: costasse poco e fosse quindi accessibile sia alle aziende che hanno bisogno di aggiornare alcuni collaboratori strategici, che a coloro che in questo momento non possono permettersi spese ingenti per ricollocarsi. Un percorso che offra agli iscritti di conoscere da vicino le esperienze delle aziende, e questo non lo puoi fare invitando un fantoccio in aula con le slide, ma devi far vivere l’azienda, la sua temperatura, il suo management, le Persone che collaborano fra di loro e che raccontano la loro esperienza e soprattutto i loro progetti concreti: “come hanno fatto a…” . Dunque, il MUSTer è itinerante e i MUSTeristi incontrano di persona gli AD e i collaboratori dell’azienda che ospita tutta la giornata. Infine, il tema scelto deve essere trattato non a livello accademico, ma molto concretamente: sono i manager dell’azienda che ci ospita a trasformarsi in docenti a cui naturalmente io affianco un formatore, un intellettuale, un autore che riprenda poi il tema con una panoramica più generalista e riprenda il filo del discorso.

Sei un divulgatore d’eccezione. Hai partecipato a un TED e hai scritto un best selling che si chiama Community Manager. Ce ne parli? 



Prima di dire “best seller”, aspettiamo di conoscere i dati di vendita! 

Mi piace parlare con le Persone, incontrare chi può stimolarmi ad approfondire temi o ad aprire celle nella mia testa. Mi piace non accontentarmi dell’informazione mainstream, di chi segue ciecamente modelli “innovativi” per poi scoprire che invece si sta regredendo di 100 anni. 

Mi spiego: per fare un esempio, sono attivamente impegnato nel riconoscimento dei diritti dei lavoratori digitali supportando l’assessore al lavoro di Bologna che primo in Italia ha definito una carta dei diritti per queste categorie (cosa che a Milano, “patria del digitale”, si guardano bene dal fare!) Penso che non sia etico né assolutamente innovativo permettere ad aziende come le multinazionali del food delivery di operare in maniera piratesca come stanno facendo ad oggi. Ci sono ragazzi che hanno subito l’amputazione di una gamba per essere finiti sotto un autobus, gente investita dai riders che sono scappati perché l’azienda non tutela i suoi lavoratori, ritenendoli “liberi professionisti” e scaricando tutte le responsabilità su di loro. Tuttavia li controlla e li utilizza come se fossero lavoratori dipendenti. 

Ecco, non è questa l’innovazione che intendo io, come non lo è a mio avviso quella degli incubatori, delle startup all’Amatriciana, dei coworking spinti dalla politica e di tutto un contesto troppo dozzinale intellettualmente e fin troppo conveniente economicamente solo per alcuni, per cui continuerò a battermi fin che posso per far ragionare le Persone, soprattutto i più giovani, che non stanno facendo altro che riportare i loro diritti e il loro futuro verso un passato che abbiamo già visto e avremmo dovuto già superare. E per fortuna, come in occasione del recentissimo TEDx di Torino, al termine dell’intervento sono stato preso d’assalto da tantissimi di questi ragazzi che hanno condiviso con me le stesse preoccupazioni.

Il sito di FiodiRisorse

Il sito del Festival Nobilita

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Le biciclette nel 2017 hanno segnato un leggero calo delle vendite a 1,54 milioni di pezzi. Ma le e-bike hanno messo a segno un balzo del 19% a 148mila unità. E le previsioni indicano un mercato potenziale da tre milioni di bici.

a cura di redazione

Genova da un paio d’anni l’acquisto di veicoli elettrici a due ruote viene sostenuto con mille euro, mentre Milano, nell’ambito del bando per la nuova Area B, si prepara a offrire un bonus del 50% del valore fino a 2mila euro per la rottamazione dei mezzi vecchi e l’acquisto non solo di auto, ma anche di moto e biciclette elettriche (anche se per il momento con un massimale di 20mila euro di reddito Isee). In più i comuni più piccoli, fino a 20mila abitanti, hanno tempo fino al 15 maggio per presentare progetti di mobilità sostenibile da finanziare nell’ambito dei 400 milioni di euro stanziati dalla Finanziaria. Pur tra luci e ombre, le due ruote conquistano posizioni nell’agenda politica delle amministrazioni locali assumendo un ruolo di primo piano nei piani di mobilità integrata, non solo nelle grandi città ma anche nei centri più piccoli. Anzi spesso è la provincia a osare di più. Reggio Emilia ha da tempo puntato sulla bicicletta per decongestionare il centro abitato ed è in testa per infrastrutture per la ciclabilità con oltre 40 metri equivalenti di piste ciclabili per abitante, ma Mantova e Cremona arrivano a 32 metri. E, lasciando da parte Milano, anche Bergamo, Cremona e Brescia concorrono per bici e utenti dei servizi di sharing.

L’attenzione delle amministrazioni locali si concretizza nei dati snocciolati sul triennio 2015-2017: la disponibilità media di piste ciclabili e zone a velocità limitata sale del 9% a 7,82 metri equivalenti; le città dove è consentito trasportare le bici sui mezzi pubblici sono lievitate del 31%; i Comuni con bike sharing sono cresciuti del 6% e quelli con stazioni di interscambio con la ferrovia crescono dal 69 al 73%. Per contro diminuiscono (dal 75 al 65%) i Comuni che hanno inserito misure per il miglioramento della sicurezza a due ruote nel Piano di mobilità mentre la possibilità di accesso alle corsie riservate ai mezzi pubblici rimane stabile al 20%.

Il mercato tiene: le due ruote a motore hanno segnato un aumento del 5,3% a 240mila delle immatricolazioni (trainate dalle moto con +12,7%), mentre le biciclette nel 2017 hanno segnato un leggero calo delle vendite a 1,54 milioni di pezzi. Ma le e-bike hanno messo a segno un balzo del 19% a 148mila unità. E le previsioni più ottimistiche indicano un mercato potenziale da tre milioni di bici elettriche per l’Italia.

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Di cosa parliamo quando parliamo di food

a cura di Progettomenodue

Il cibo è fonte di energia, sostentamento e piacere. Che da esso dipenda il nostro benessere psicofisico l’avevano già capito gli antichi.

Dal mens sana in corpore sano passando per l’uomo è ciò che mangia di Feuerbach, oggi la svolta salutista sembra aver conquistato tutti.

Se negli anni del boom economico i nostri supermercati, sulla scia di quelli americani, si riempivano di cibo surgelato, precotto e in scatola, simboli di ritrovato benessere, oggi, tra le corsie, è un tripudio di etichette trasparenti e grosse scritte degli elementi bannati (RIP olio di palma).

Nelle capitali europee sono spuntati come funghi nuovi modelli di ristorazione dove dal classico panino o dal croissant si è passati a insalate di quinoa e granola.

Eppure, questo nuovo stile di vita non può essere catalogato come moda del momento: si tratta del risultato di un lungo percorso, caratterizzato dalla progressiva consapevolezza che, di fatto, ciò che ingeriamo influisce sul nostro organismo. Nel film-documentario del 2004, Supersize Me, il regista, Morgan Spurlock, si prestò a far da cavia per un esperimento: mangiare solo da McDonald’s per un mese e nella variante menù XL.

Gli effetti sul suo corpo, aldilà dell’aumento di peso, sono impressionanti.

All’interno del mondo si possono distinguere almeno tre macrogruppi.

I fast-eaters, persone che cercano un pasto bilanciato, comodo e veloce. Precursore in questo campo è stata la catena inglese Pret-a-manger che, con frutta porzionata, zuppe del giorno e ingredienti bio rappresentava un’alternativa salutista nel panorama dei fast food. Da lì si sono poi sviluppati concept molto simili: Natoo, Viva, Sweet Green, Jamba Juice.

Pret – a – manger

Evoluzione di questo fenomeno è rappresentato dal delivery in chiave salubre: c’è That’s Vapore, dove la cucina a vapore, in grado di preservare sapore e principi dei materiali originari, può essere gustata grazie alle partnership con Deliveroo e Foodora. Oppure Nutribees, ancora più specializzato visto che il menù è fatto su misura del cliente.

E’ forse tra le start-up più originali, nata in Italia dall’intuizione di un giovane barese, Mario Villani, che, dopo un’esperienza all’estero, torna in patria per consegnare cibo sano e personalizzato a domicilio. Il cliente, accedendo alla piattaforma, può scegliere se inserire il proprio piano redatto dal suo nutrizionista oppure affidarsi ad un algoritmo (messo a punto da un dietologo) per capire di cosa ha bisogno. Una squadra di cuochi professionisti prepara poi i piatti che vengono consegnati a casa.

Del secondo gruppo fanno parte invece quelli che privilegiano il km zero, convinti che questi prodotti siano più genuini e rispettosi del ciclo stagionale, oltre che sostenere un’economia circolare ed evitare gli sprechi.

Dai ristoranti con orto e/o allevamento incorporato ai GAS (gruppi di acquisto solidali), rete di persone che ordinano direttamente al produttore, creando rapporti di fiducia e di sostegno. Nell’ e-commerce si distingue Cortilia, servizio di spesa a domicilio che, con 110 mila utenti e 70 agricoltori coinvolti, spedisce cassette di frutta e verdura, rigorosamente di stagione e local.

Cortilia

E infine, c’è la variante deluxe, coloro che anche nel mangiare sono disposti a spendere e tanto. Selettivi, ricercati, attenti agli ingredienti del momento.

Se fino a poco tempo postavano su Instagram i loro smoothies di cavolo nero oggi sono alga spirulina e curcuma i nuovi must-have dei bar.

A Los Angeles, la nuova mania delle star di Hollywood sono i cosiddetti wellness shots, da bere in un sorso. Al posto della tequila, le nuove “ombre” sono concentrati di enzimi e vitamine. C’è anche chi li vende on line: 10 shots di curcuma, descritti come 60 ml di benessere quotidiano, costano 53 dollari. All’interno di questo gruppo, menzione a parte merita Plato, ristorante meneghino, dove, all’interno di un contesto elegante e raffinato, si può consumare un pasto a base di superfood, quei cibi che possiedono un quantitativo molto più elevato di proprietà nutrienti.

Plato, Superfood

Un menù per chic food lovers in cui sapori della tradizione si mescolano a ingredienti poco conosciuti come la moringa, una pianta indiana ricca di vitamina C (sette volte più di un’arancia). Specialità della casa sono i cosiddetti veli: sfoglie di farine speciali, senza lievito né glutine, farciti con ingredienti dolci o salati.Uno snack leggero e benefico che non dimentica il gusto e propone abbinamenti degni di un ristorante stellato.

Nutrire il corpo in maniera consapevole, scegliendo alimenti giusti che, allo stesso tempo, soddisfino il palato oggi è più facile.

Bisogna ammettere che noi italiani, in questo, siamo fortunati: la cultura alimentare e la biodiversità a tavola fanno parte del nostro patrimonio e non è un caso che alcune tra le persone più longeve al mondo vivano proprio nel Bel Paese. E’infatti la Sardegna a ospitare la più alta concentrazione di ultracentenari, i quali svelano che il segreto dell’elisir di lunga vita stia in un’alimentazione frugale, frutta e ortaggi autoctoni e un buon bicchiere di vino. Rigorosamente sardo.

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Siamo sicuri che i regali siano solo cose? Ci sono parecchi elementi che possono ricondurre a un focus maggiore sulla persona che riceve un regalo.

A cura di Andrea Pugliese

Da tempo predichiamo come un importante obiettivo del Retail nel 21° secolo sia quello di vendere esperienze rappresentate da prodotti e servizi, e come questo riesca meglio se inserito dentro narrazioni che nel tempo diventano strumenti di fidelizzazione.

In questo quadro cos’è un regalo? Quali bisogni reali soddisfa? Come motivarne la posizione in vetrina e poi spingerlo verso le casse? E, magari, come usarlo per crearsi nuovi clienti?

Fatto salva l’ormai diffusa possibilità di regalare esperienze in senso stretto, nella forma – ad esempio – di buoni per spettacoli, vaucher per weekend alle terme o massaggi, prepagati per mongolfiere e corsi di fotografia, è utile interrogarsi su come un oggetto, un capo, un gioiello, un libro, un gioco, possano portarsi dietro la componente narrativa quando in realtà viene acquistato da terzi e consegnato per essere aperto qualche volta all’istante e molte altre sotto un albero illuminato a festa.

In un’ipotetica mappatura dei regali sulla piramide dei bisogni, se presi nella loro essenza materiale quasi tutti si collocano fuori dalla classificazione, o meglio sono piuttosto inutili. Se non sono inutili, sono comunque ridondanti, sono l’ennesimo maglione, gioiello, cravatta, profumo, liquore, libro. Forse proprio un’occhiata alla piramide aiuterebbe a centrarli meglio, collocandoli dentro una qualche costruzione di senso.

La piramide di Maslow

Ci sono parecchi elementi che possono ricondurre a un focus maggiore sulla persona che riceve, che del regalo sia davvero soddisfatta:

  • Il packaging: crea l’attesa, deve farsi notare, non essere solo un involucro protettivo ma un vero preliminare. Importanti sono i materiali, efficaci quelli naturali, meno plasticosi e banali. Il nastro poi, non l’ovvio nastrino rosso o oro; magari più largo, di stoffa. Sempre d’effetto sono aggiunte che facciano pensare che il regalo è stato ragionato e personalizzato, come inserti di fiori secchi, un pendaglio, una foto. Un packaging valorizzato in tal senso può diventare un servizio accessorio e uno strumento di branding.
  • Il biglietto: intanto la sua esistenza non è più da considerarsi ovvia e dunque è importante ci sia. Scritto a mano, con parole che vadano oltre le solite frasi d’auguri, per rifasciare di significato il contenuto del pacchetto. Scrivere, soprattutto a mano, è di grande effetto e concretizza i sentimenti con un’efficacia spesso sconosciuta. Uno sforzo in tal senso è sempre premiante e da solo si trasforma in chi lo riceve un’esperienza particolare. Regalate nei negozi il biglietto da compilare, sviluppate tutorial per scriverlo, suggerite percorsi di senso.
  • Il contenuto: rischia di essere l’elemento meno emozionante soprattutto quando è già atteso, richiesto, per nulla inaspettato, o quando è neutro, casuale, solo un rituale necessario ad adempiere un compito. Diventa vincente quando significa qualcosa nella relazione tra chi dona e chi riceve: quando il libro porta risposte; le scarpe servono ad andare assieme in un luogo desiderato; il maglione diventa il posto perfetto dove annidare le coccole, il gioco da tavolo sarà giocato assieme, il computer connetterà, il profumo evocherà. Formare il personale di vendita a porre domande legate ai bisogni e alle relazioni umane, piuttosto che a scandagliare mere indicazioni biogafiche su sesso, età e hobby, può cambiare del tutto il vostro posizionamento e la vostra utilità percepita.

Babbo Natale lo sa: i regali sono favole, non cose.

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È possibile sviluppare auto-motivazione nelle persone? Ne abbiamo parlato con il Professor Giuseppe Vercelli.

a cura di Davide Pellegrini
È possibile sviluppare auto-motivazione nelle persone? Ne abbiamo parlato con il Professor Giuseppe Vercelli, responsabile dell’Area Psicologica di Juventus Football Club. 

Negli anni abbiamo assistito all’ascesa di metodologie di empowerment come il . Oggi queste attività hanno subito una vera e propria inflazione, ma chi come lei viene da studi specifici di settore, come la psicologia e psicoterapia, ne riconosce l’importanza. Cosa vuole dire oggi “motivare” delle persone?

Il concetto di motivazione è stato erroneamente interpretato e applicato negli ultimi anni. Non è infatti possibile motivare una persona, ma è invece possibile creare un contesto che faciliti processi di automotivazione. Va ricordato, infatti, che le cosiddette “iniezioni di motivazione” hanno effetti positivi sul brevissimo termine, ma dopo circa quattro settimane si verifica un decadimento della performance, fino a risultare peggiore della prestazione di partenza. Ne consegue che per ottenere un successo prolungato non conta la leva motivazionale in sé, ma conta la stabilità della stessa. In questi termini, è più appropriato parlare di engagement, piuttosto che di motivazione.

Per quel che riguarda il coaching, rappresenta una procedura di empowerment che si basa sull’autonomia della persona, sul processo condiviso e sul come raggiungere concretamente l’obiettivo, prestando una maggiore attenzione al processo piuttosto che al risultato.

 

Quali sono le caratteristiche peculiari a un atleta e cosa determina il massimo livello in una prestazione?

La Psicologia dello Sport e della Prestazione si occupa della genialità dell’atleta. L’obiettivo è quello di lavorare su presupposti che siano diversi dal sentito dire o dal buon senso comune. La caratteristica fondamentale di un esperto della materia è porsi nella posizione di professionista specializzato, differenziandosi dagli opinionisti ingenui. Ciò è possibile, ad esempio, utilizzando un linguaggio semplice e concreto che sappia creare potenti immagini mentali, definendo chiaramente gli obiettivi e lavorando in funzione di essi, e infine prestando attenzione più alla procedura che al risultato, lavorando per piccoli passi nell’ottica del miglioramento continuo.

 

Mi perdonerà la sfacciataggine, ma credo che anche un impiegato, un collaboratore di azienda sia esposto a “prove atletiche”, un allenamento psicofisico volto al benessere individuale e organizzativo. Cosa ne pensa?

Ognuno di noi sta bene quando ha una sfida in atto, qualunque sia la prestazione che sta svolgendo. In questi termini è fondamentale il concetto di flow, lo stato in cui proviamo felicità durante una performance. Il flow si raggiunge quando vi è equilibrio tra il livello di impegno richiesto e quello delle capacità in nostro possesso, condizione nella quale si esprime anche il massimo grado di passione e soddisfazione per quello che stiamo facendo.

Differentemente quando l’impegno necessario è maggiore alle capacità possedute si sperimenta una condizione di stress. Al contrario, quando sono le capacità possedute a essere nettamente superiori si vive una spiacevole sensazione di noia. Lo studio dei sistemi di prestazione ci dice infatti che le persone preferiscono essere riconosciute, piuttosto che essere guidate.

 

Nell’ambito del coaching, lei ha inventato un approccio, un modello chiamato S.F.E.R.A. Ce ne parla?

Il Modello S.F.E.R.A., riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale e presentato a Marrakech nel 2009, nasce dal lavoro diretto con atleti professionisti, allenatori e preparatori atletici attivi in diverse settori sportivi. Nello specifico, dall’esperienza con la nazionale di sci italiana nella preparazione delle Olimpiadi del 2006. È un modello sia di analisi che di ottimizzazione della prestazione e riunisce in un acronimo i cinque fattori fondamentali di una performance. La Sincronia è la capacità di essere completamente presenti e concentrati su ciò che si sta facendo nel momento della prestazione. I Punti di Forza rappresentano le capacità e le abilità fisiche, tecniche e psicologiche che la persona riconosce di possedere ai fini di una prestazione di eccellenza. L’Energia è l’uso attivo della forza e della potenza, mentre il Ritmo è ciò che genera il giusto flusso nella sequenza di movimento. L’Attivazione, infine, è il motore motivazionale, la massima espressione della passione che permette di superare i propri limiti.

Nell’ultimo periodo, abbiamo anche sviluppato il Coaching Ambientale, che si occupa di ambiente, parte che spesso in un percorso di coaching viene trascurata. Spesso lo si tende a considerare come elemento al di fuori della nostra persona, ma esso partecipa attivamente al raggiungimento degli obiettivi prefissati. In questa nuova ottica, l’ambiente può essere considerato al pari di un atleta che performa rispetto a un obiettivo. Questa particolare procedura è stata sviluppata e ideata insieme all’Arch.Luciano Borello e al dott.Davide Cavalieri.

 

Lei è responsabile Area Psicologica di Juventus F.C. Quali attività prevede un grande club calcistico per i suoi atleti?

In questo specifico contesto di eccellenza, la Psicologia della Prestazione è applicata in modo trasversale come strumento di crescita, dai giovanissimi alla Prima Squadra. Juventus F.C. è infatti l’unica società italiana a riconoscere e a pensare ai suoi atleti a 360 gradi e non solo in ottica di prestazione. In tali termini, quest’area è intesa soprattutto nei suoi risvolti più educativi e pedagogici, mettendo la persona al centro, e considerandola come tale prima ancora che atleta.

L’attività svolta, che va dai processi comunicativi alla gestione di squadre e staff, si svolge a differenti livelli, sia sul campo che a livello organizzativo.

 

 

Giuseppe Vercelli

Psicologo e psicoterapeuta, docente di Psicologia Sociale e Psicologia dello sport presso l’Università degli Studi di Torino.

Studioso ed esperto di psicologia della prestazione umana e delle applicazioni in ambito sportivo, organizzativo e manageriale, ha insegnato presso l’Università  Bocconi di Milano e presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino. E’ autore di pubblicazioni divulgative e scientifiche tra le quali i saggi Vincere con la Mente e L’intelligenza agonistica.

Responsabile dell’area psicologica della FISI (Federazione sport invernali ), della Federazione canoa e kayak e della Federvolley,  ha partecipato a cinque Olimpiadi  come psicologo ufficiale  del CONI.

E’ il responsabile dell’Area Psicologica di Juventus Football Club dal 2011.

Dirige il “Centro di Psicologia dello sport e della Prestazione Umana “ dell’ISEF di Torino.

 

 

 

L’influencer marketing non è una semplice vetrina, quando è fatto bene ha il merito di agire sullo ZMOT e quindi sull’acquisto.

Un nuovo settore, l’Influencer Marketing, sta cambiando il modo in cui si fa brand communication. Ce ne parla Matteo Pogliani, uno dei massimi esperti in materia.

Il digital retail è sempre più diffuso, anche se ormai la maggior parte dei retailer si sta rendendo conto dei vantaggi di imparare a utilizzare al meglio marketplace maturi come Amazon, eBay o Facebook. Mi chiedo, come è possibile competere avendo come unico spazio uno scaffale di queste enormi libraries di prodotto?

Credo che il problema di fondo di molti brand è il concentrarsi troppo sulle peculiarità di questi colossi, sfidandoli sul loro stesso terreno e quindi con risultati difficilmente positivi. Al contrario dovrebbero comprendere appieno quali siano i loro caratteri distintivi, quegli elementi di posizionamento e branding che li rendono appetibili per gli utenti e, una volta compresi, focalizzarsi sul valorizzarli.

Ad esempio, non batteremo mai Amazon su velocità, comodità, semplicità, ma certo possiamo provarci su esclusività ed emozione legata all’acquisto. Elementi che si traducono in esperienza ed heritage e che si costruiscono in anni di lavoro e relazioni. Un terreno questo in cui i brand sono certamente più a proprio agio che i marketplace.

Se i brand ragionano da semplice “negozio virtuale”, soffermandosi appunto solo su libreries di prodotto, il gioco finisce prima di iniziare.

 

Ho letto che Amazon si sta organizzando o, magari, già sta accadendo, per permettere ai vendors di utilizzare influencers a supporto delle proprie strategie e azioni di vendita. Ci spieghi meglio questo passaggio?

Come tutte le piattaforme, anche Amazon è attenta ad ascoltare i trend del momento e tramutarli in nuove funzionalità. Era solo questione di tempo prima che arrivassero anche all’influencer marketing.

Tutti noi tendiamo ad ascoltare e farci influenzare da persone che riteniamo competenti, capaci, credibili. È un dato di fatto. Se in passato queste persone erano per lo più nostri conoscenti, oggi grazie al web e ai social è possibile accedere ad una serie infinita di contenuti e quindi di persone che, grazie alla loro attività, si sono posizionati come riferimenti in particolari settori/network.

I loro pareri vanno a segnare in modo profondo il substrato informativo su un prodotto/servizio e la sua reputation, condizionando conseguentemente gli acquisti.

Perché l’influencer marketing non è una semplice vetrina per dare maggiore visibilità a un brand, ma quando fatto bene ha il merito di agire sullo ZMOT e quindi sull’acquisto.

Chi di noi non legge una recensione in Internet o cerca informazioni online prima di comprare un prodotto di cui è interessato? Bene, immaginate che le notizie che trovate siano di persone estremamente autorevoli e competenti nel settore. Sarà difficile non seguirle.

Per Amazon si tratta di un’evoluzione, visto che già le recensioni degli acquirenti (fondamentali per la vendita) possono essere considerate, in piccolo, un esempio della portata dell’influenza generata da altri.

Matteo Pogliani

Quando parliamo di influencers la maggior parte delle persone ha in mente il self branding di Chiara Ferragni, che invece di fatto è qualcosa di molto atipico. Così come per il mondo youtuber, che si muove in altro modo rispetto al vero e proprio sviluppo di un marketplace in grado di unire le nicchie ai prodotti. Tu hai sempre detto che i microinfluencers sono molto interessanti. Perché?

Perché rappresentano un’altra faccia dell’influencer marketing, quella più vicina e affine agli utenti stessi. Risultano affidabili proprio perché simili alle persone a cui si rivolgono, incarnandone pregi e difetti.

Questa loro spontaneità e vicinanza li rende molto più credibili, rendendo i loro pareri molto rilevanti nella fase di valutazione di un prossimo acquisto.

Plus esaltati anche dalla bolla nata attorno agli influencer più rilevanti, troppo spesso coinvolti in vere e proprie markette. La gente si fida sempre meno di loro, preferendo figure magari meno visibili e competenti, ma certamente più vere.

Ovvio che i loro bassi numeri a livello di audience ci costringono a creare campagne in cui ne vengono coinvolti diversi e, nella maggior parte dei casi, il brand dovrà essere bravo a sostenerne i contenuti tramite i canali proprietari e supporto dell’online advertising.

Come funzionava punto di vista tecnico la transazione cliente-prodotto/servizio-influencer-utente finale? Perché si dovrebbe investire in questo settore?

In un momento in cui è sempre più difficile vincere la sfida dell’attenzione e l’advertising classico fatica sempre di più, i creator con la loro forza comunicativa sono uno dei pochi strumenti con cui i brand possono creare messaggi capaci di avere un reale impatto. Il loro posizionamento e l’autorevolezza guadagnata, unita a contenuti di grande appeal per il pubblico li rendono capaci di togliere gran parte delle sovrastrutture commerciali della comunicazione di prodotto, andando invece a puntare su elementi quali utilità, emozione, affinità.

Che siano in collaborazioni o attraverso branded content, i brand non possono più rinunciare al coinvolgimento degli influencer. Basta però non lasciarsi trascinare dal trend, ma creare progetti strategici, realmente in grado di rispondere alle esigenze e agli obiettivi aziendali.

Non cerchiamo una vetrina, ma dei driver che creino conversazioni prima e relazioni poi.

 

Esistono strumenti tecnici, piattaforme e digital tools che ti sentiresti di suggerire a chi intenda approcciare questa strategie del mercato digitale?

Esistono tool capaci di analizzare i profili degli influencer e permetterci di sceglierli in modo data driven, valutandone cioè caratteristiche e performance. Non è infatti tanto importante quanti follower abbia, ad esempio, ma capirne la strutturazione. Magari così potremmo accorgerci che solo una parte è del paese in cui ci interessa fare la campagna o nella fascia di età per noi interessante.

Klear, Launchmetrics, Blogmeter sono alcuni degli strumenti che ci permettono di fare questo al meglio.

 

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Matteo è cresciuto tra Toscana e Lombardia, ama la moda (YSL e Mc Queen su tutti) e ha una collezione in essere di giacche. Va matto per l’arte contemporanea (prima o poi, insiste, comprerà un Kapoor) e la scrittura americana, in particolare il fu David Foster Wallace. Quando non lavora scrive o legge e prima o poi, insiste nuovamente, si trasferirà a Monterrey e darà vita ad un romanzo.

Si occupa da anni di social media e comunicazione, in particolare in ambito web. Lavora in Open-Box, un’agenzia, dove con passione, impegno e tanta pazienza)cerca di sostenere i percorsi di enti, privati e  aziende nel variegato mondo del digitale. Progetti ma soprattutto strategie per instaurare relazioni tra persone e brand e favorire dialogo. Perché solo così il web diventa risorsa e non semplice moda.

 

 

 

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Massimo Giordani, Vicepresidente Associazione Italiana Marketing e Vicepresidente di The Blockchain Council, ci parla della rivoluzione Amazon, con un video sul funzionamento dello store Amazon Go, primo negozio interamente automatizzato a beneficio del cliente.