L'analisi

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Le biciclette nel 2017 hanno segnato un leggero calo delle vendite a 1,54 milioni di pezzi. Ma le e-bike hanno messo a segno un balzo del 19% a 148mila unità. E le previsioni indicano un mercato potenziale da tre milioni di bici.

a cura di redazione

Genova da un paio d’anni l’acquisto di veicoli elettrici a due ruote viene sostenuto con mille euro, mentre Milano, nell’ambito del bando per la nuova Area B, si prepara a offrire un bonus del 50% del valore fino a 2mila euro per la rottamazione dei mezzi vecchi e l’acquisto non solo di auto, ma anche di moto e biciclette elettriche (anche se per il momento con un massimale di 20mila euro di reddito Isee). In più i comuni più piccoli, fino a 20mila abitanti, hanno tempo fino al 15 maggio per presentare progetti di mobilità sostenibile da finanziare nell’ambito dei 400 milioni di euro stanziati dalla Finanziaria. Pur tra luci e ombre, le due ruote conquistano posizioni nell’agenda politica delle amministrazioni locali assumendo un ruolo di primo piano nei piani di mobilità integrata, non solo nelle grandi città ma anche nei centri più piccoli. Anzi spesso è la provincia a osare di più. Reggio Emilia ha da tempo puntato sulla bicicletta per decongestionare il centro abitato ed è in testa per infrastrutture per la ciclabilità con oltre 40 metri equivalenti di piste ciclabili per abitante, ma Mantova e Cremona arrivano a 32 metri. E, lasciando da parte Milano, anche Bergamo, Cremona e Brescia concorrono per bici e utenti dei servizi di sharing.

L’attenzione delle amministrazioni locali si concretizza nei dati snocciolati sul triennio 2015-2017: la disponibilità media di piste ciclabili e zone a velocità limitata sale del 9% a 7,82 metri equivalenti; le città dove è consentito trasportare le bici sui mezzi pubblici sono lievitate del 31%; i Comuni con bike sharing sono cresciuti del 6% e quelli con stazioni di interscambio con la ferrovia crescono dal 69 al 73%. Per contro diminuiscono (dal 75 al 65%) i Comuni che hanno inserito misure per il miglioramento della sicurezza a due ruote nel Piano di mobilità mentre la possibilità di accesso alle corsie riservate ai mezzi pubblici rimane stabile al 20%.

Il mercato tiene: le due ruote a motore hanno segnato un aumento del 5,3% a 240mila delle immatricolazioni (trainate dalle moto con +12,7%), mentre le biciclette nel 2017 hanno segnato un leggero calo delle vendite a 1,54 milioni di pezzi. Ma le e-bike hanno messo a segno un balzo del 19% a 148mila unità. E le previsioni più ottimistiche indicano un mercato potenziale da tre milioni di bici elettriche per l’Italia.

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Di cosa parliamo quando parliamo di food

a cura di Progettomenodue

Il cibo è fonte di energia, sostentamento e piacere. Che da esso dipenda il nostro benessere psicofisico l’avevano già capito gli antichi.

Dal mens sana in corpore sano passando per l’uomo è ciò che mangia di Feuerbach, oggi la svolta salutista sembra aver conquistato tutti.

Se negli anni del boom economico i nostri supermercati, sulla scia di quelli americani, si riempivano di cibo surgelato, precotto e in scatola, simboli di ritrovato benessere, oggi, tra le corsie, è un tripudio di etichette trasparenti e grosse scritte degli elementi bannati (RIP olio di palma).

Nelle capitali europee sono spuntati come funghi nuovi modelli di ristorazione dove dal classico panino o dal croissant si è passati a insalate di quinoa e granola.

Eppure, questo nuovo stile di vita non può essere catalogato come moda del momento: si tratta del risultato di un lungo percorso, caratterizzato dalla progressiva consapevolezza che, di fatto, ciò che ingeriamo influisce sul nostro organismo. Nel film-documentario del 2004, Supersize Me, il regista, Morgan Spurlock, si prestò a far da cavia per un esperimento: mangiare solo da McDonald’s per un mese e nella variante menù XL.

Gli effetti sul suo corpo, aldilà dell’aumento di peso, sono impressionanti.

All’interno del mondo si possono distinguere almeno tre macrogruppi.

I fast-eaters, persone che cercano un pasto bilanciato, comodo e veloce. Precursore in questo campo è stata la catena inglese Pret-a-manger che, con frutta porzionata, zuppe del giorno e ingredienti bio rappresentava un’alternativa salutista nel panorama dei fast food. Da lì si sono poi sviluppati concept molto simili: Natoo, Viva, Sweet Green, Jamba Juice.

Pret – a – manger

Evoluzione di questo fenomeno è rappresentato dal delivery in chiave salubre: c’è That’s Vapore, dove la cucina a vapore, in grado di preservare sapore e principi dei materiali originari, può essere gustata grazie alle partnership con Deliveroo e Foodora. Oppure Nutribees, ancora più specializzato visto che il menù è fatto su misura del cliente.

E’ forse tra le start-up più originali, nata in Italia dall’intuizione di un giovane barese, Mario Villani, che, dopo un’esperienza all’estero, torna in patria per consegnare cibo sano e personalizzato a domicilio. Il cliente, accedendo alla piattaforma, può scegliere se inserire il proprio piano redatto dal suo nutrizionista oppure affidarsi ad un algoritmo (messo a punto da un dietologo) per capire di cosa ha bisogno. Una squadra di cuochi professionisti prepara poi i piatti che vengono consegnati a casa.

Del secondo gruppo fanno parte invece quelli che privilegiano il km zero, convinti che questi prodotti siano più genuini e rispettosi del ciclo stagionale, oltre che sostenere un’economia circolare ed evitare gli sprechi.

Dai ristoranti con orto e/o allevamento incorporato ai GAS (gruppi di acquisto solidali), rete di persone che ordinano direttamente al produttore, creando rapporti di fiducia e di sostegno. Nell’ e-commerce si distingue Cortilia, servizio di spesa a domicilio che, con 110 mila utenti e 70 agricoltori coinvolti, spedisce cassette di frutta e verdura, rigorosamente di stagione e local.

Cortilia

E infine, c’è la variante deluxe, coloro che anche nel mangiare sono disposti a spendere e tanto. Selettivi, ricercati, attenti agli ingredienti del momento.

Se fino a poco tempo postavano su Instagram i loro smoothies di cavolo nero oggi sono alga spirulina e curcuma i nuovi must-have dei bar.

A Los Angeles, la nuova mania delle star di Hollywood sono i cosiddetti wellness shots, da bere in un sorso. Al posto della tequila, le nuove “ombre” sono concentrati di enzimi e vitamine. C’è anche chi li vende on line: 10 shots di curcuma, descritti come 60 ml di benessere quotidiano, costano 53 dollari. All’interno di questo gruppo, menzione a parte merita Plato, ristorante meneghino, dove, all’interno di un contesto elegante e raffinato, si può consumare un pasto a base di superfood, quei cibi che possiedono un quantitativo molto più elevato di proprietà nutrienti.

Plato, Superfood

Un menù per chic food lovers in cui sapori della tradizione si mescolano a ingredienti poco conosciuti come la moringa, una pianta indiana ricca di vitamina C (sette volte più di un’arancia). Specialità della casa sono i cosiddetti veli: sfoglie di farine speciali, senza lievito né glutine, farciti con ingredienti dolci o salati.Uno snack leggero e benefico che non dimentica il gusto e propone abbinamenti degni di un ristorante stellato.

Nutrire il corpo in maniera consapevole, scegliendo alimenti giusti che, allo stesso tempo, soddisfino il palato oggi è più facile.

Bisogna ammettere che noi italiani, in questo, siamo fortunati: la cultura alimentare e la biodiversità a tavola fanno parte del nostro patrimonio e non è un caso che alcune tra le persone più longeve al mondo vivano proprio nel Bel Paese. E’infatti la Sardegna a ospitare la più alta concentrazione di ultracentenari, i quali svelano che il segreto dell’elisir di lunga vita stia in un’alimentazione frugale, frutta e ortaggi autoctoni e un buon bicchiere di vino. Rigorosamente sardo.

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Siamo sicuri che i regali siano solo cose? Ci sono parecchi elementi che possono ricondurre a un focus maggiore sulla persona che riceve un regalo.

A cura di Andrea Pugliese

Da tempo predichiamo come un importante obiettivo del Retail nel 21° secolo sia quello di vendere esperienze rappresentate da prodotti e servizi, e come questo riesca meglio se inserito dentro narrazioni che nel tempo diventano strumenti di fidelizzazione.

In questo quadro cos’è un regalo? Quali bisogni reali soddisfa? Come motivarne la posizione in vetrina e poi spingerlo verso le casse? E, magari, come usarlo per crearsi nuovi clienti?

Fatto salva l’ormai diffusa possibilità di regalare esperienze in senso stretto, nella forma – ad esempio – di buoni per spettacoli, vaucher per weekend alle terme o massaggi, prepagati per mongolfiere e corsi di fotografia, è utile interrogarsi su come un oggetto, un capo, un gioiello, un libro, un gioco, possano portarsi dietro la componente narrativa quando in realtà viene acquistato da terzi e consegnato per essere aperto qualche volta all’istante e molte altre sotto un albero illuminato a festa.

In un’ipotetica mappatura dei regali sulla piramide dei bisogni, se presi nella loro essenza materiale quasi tutti si collocano fuori dalla classificazione, o meglio sono piuttosto inutili. Se non sono inutili, sono comunque ridondanti, sono l’ennesimo maglione, gioiello, cravatta, profumo, liquore, libro. Forse proprio un’occhiata alla piramide aiuterebbe a centrarli meglio, collocandoli dentro una qualche costruzione di senso.

La piramide di Maslow

Ci sono parecchi elementi che possono ricondurre a un focus maggiore sulla persona che riceve, che del regalo sia davvero soddisfatta:

  • Il packaging: crea l’attesa, deve farsi notare, non essere solo un involucro protettivo ma un vero preliminare. Importanti sono i materiali, efficaci quelli naturali, meno plasticosi e banali. Il nastro poi, non l’ovvio nastrino rosso o oro; magari più largo, di stoffa. Sempre d’effetto sono aggiunte che facciano pensare che il regalo è stato ragionato e personalizzato, come inserti di fiori secchi, un pendaglio, una foto. Un packaging valorizzato in tal senso può diventare un servizio accessorio e uno strumento di branding.
  • Il biglietto: intanto la sua esistenza non è più da considerarsi ovvia e dunque è importante ci sia. Scritto a mano, con parole che vadano oltre le solite frasi d’auguri, per rifasciare di significato il contenuto del pacchetto. Scrivere, soprattutto a mano, è di grande effetto e concretizza i sentimenti con un’efficacia spesso sconosciuta. Uno sforzo in tal senso è sempre premiante e da solo si trasforma in chi lo riceve un’esperienza particolare. Regalate nei negozi il biglietto da compilare, sviluppate tutorial per scriverlo, suggerite percorsi di senso.
  • Il contenuto: rischia di essere l’elemento meno emozionante soprattutto quando è già atteso, richiesto, per nulla inaspettato, o quando è neutro, casuale, solo un rituale necessario ad adempiere un compito. Diventa vincente quando significa qualcosa nella relazione tra chi dona e chi riceve: quando il libro porta risposte; le scarpe servono ad andare assieme in un luogo desiderato; il maglione diventa il posto perfetto dove annidare le coccole, il gioco da tavolo sarà giocato assieme, il computer connetterà, il profumo evocherà. Formare il personale di vendita a porre domande legate ai bisogni e alle relazioni umane, piuttosto che a scandagliare mere indicazioni biogafiche su sesso, età e hobby, può cambiare del tutto il vostro posizionamento e la vostra utilità percepita.

Babbo Natale lo sa: i regali sono favole, non cose.

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È possibile sviluppare auto-motivazione nelle persone? Ne abbiamo parlato con il Professor Giuseppe Vercelli.

a cura di Davide Pellegrini
È possibile sviluppare auto-motivazione nelle persone? Ne abbiamo parlato con il Professor Giuseppe Vercelli, responsabile dell’Area Psicologica di Juventus Football Club. 

Negli anni abbiamo assistito all’ascesa di metodologie di empowerment come il . Oggi queste attività hanno subito una vera e propria inflazione, ma chi come lei viene da studi specifici di settore, come la psicologia e psicoterapia, ne riconosce l’importanza. Cosa vuole dire oggi “motivare” delle persone?

Il concetto di motivazione è stato erroneamente interpretato e applicato negli ultimi anni. Non è infatti possibile motivare una persona, ma è invece possibile creare un contesto che faciliti processi di automotivazione. Va ricordato, infatti, che le cosiddette “iniezioni di motivazione” hanno effetti positivi sul brevissimo termine, ma dopo circa quattro settimane si verifica un decadimento della performance, fino a risultare peggiore della prestazione di partenza. Ne consegue che per ottenere un successo prolungato non conta la leva motivazionale in sé, ma conta la stabilità della stessa. In questi termini, è più appropriato parlare di engagement, piuttosto che di motivazione.

Per quel che riguarda il coaching, rappresenta una procedura di empowerment che si basa sull’autonomia della persona, sul processo condiviso e sul come raggiungere concretamente l’obiettivo, prestando una maggiore attenzione al processo piuttosto che al risultato.

 

Quali sono le caratteristiche peculiari a un atleta e cosa determina il massimo livello in una prestazione?

La Psicologia dello Sport e della Prestazione si occupa della genialità dell’atleta. L’obiettivo è quello di lavorare su presupposti che siano diversi dal sentito dire o dal buon senso comune. La caratteristica fondamentale di un esperto della materia è porsi nella posizione di professionista specializzato, differenziandosi dagli opinionisti ingenui. Ciò è possibile, ad esempio, utilizzando un linguaggio semplice e concreto che sappia creare potenti immagini mentali, definendo chiaramente gli obiettivi e lavorando in funzione di essi, e infine prestando attenzione più alla procedura che al risultato, lavorando per piccoli passi nell’ottica del miglioramento continuo.

 

Mi perdonerà la sfacciataggine, ma credo che anche un impiegato, un collaboratore di azienda sia esposto a “prove atletiche”, un allenamento psicofisico volto al benessere individuale e organizzativo. Cosa ne pensa?

Ognuno di noi sta bene quando ha una sfida in atto, qualunque sia la prestazione che sta svolgendo. In questi termini è fondamentale il concetto di flow, lo stato in cui proviamo felicità durante una performance. Il flow si raggiunge quando vi è equilibrio tra il livello di impegno richiesto e quello delle capacità in nostro possesso, condizione nella quale si esprime anche il massimo grado di passione e soddisfazione per quello che stiamo facendo.

Differentemente quando l’impegno necessario è maggiore alle capacità possedute si sperimenta una condizione di stress. Al contrario, quando sono le capacità possedute a essere nettamente superiori si vive una spiacevole sensazione di noia. Lo studio dei sistemi di prestazione ci dice infatti che le persone preferiscono essere riconosciute, piuttosto che essere guidate.

 

Nell’ambito del coaching, lei ha inventato un approccio, un modello chiamato S.F.E.R.A. Ce ne parla?

Il Modello S.F.E.R.A., riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale e presentato a Marrakech nel 2009, nasce dal lavoro diretto con atleti professionisti, allenatori e preparatori atletici attivi in diverse settori sportivi. Nello specifico, dall’esperienza con la nazionale di sci italiana nella preparazione delle Olimpiadi del 2006. È un modello sia di analisi che di ottimizzazione della prestazione e riunisce in un acronimo i cinque fattori fondamentali di una performance. La Sincronia è la capacità di essere completamente presenti e concentrati su ciò che si sta facendo nel momento della prestazione. I Punti di Forza rappresentano le capacità e le abilità fisiche, tecniche e psicologiche che la persona riconosce di possedere ai fini di una prestazione di eccellenza. L’Energia è l’uso attivo della forza e della potenza, mentre il Ritmo è ciò che genera il giusto flusso nella sequenza di movimento. L’Attivazione, infine, è il motore motivazionale, la massima espressione della passione che permette di superare i propri limiti.

Nell’ultimo periodo, abbiamo anche sviluppato il Coaching Ambientale, che si occupa di ambiente, parte che spesso in un percorso di coaching viene trascurata. Spesso lo si tende a considerare come elemento al di fuori della nostra persona, ma esso partecipa attivamente al raggiungimento degli obiettivi prefissati. In questa nuova ottica, l’ambiente può essere considerato al pari di un atleta che performa rispetto a un obiettivo. Questa particolare procedura è stata sviluppata e ideata insieme all’Arch.Luciano Borello e al dott.Davide Cavalieri.

 

Lei è responsabile Area Psicologica di Juventus F.C. Quali attività prevede un grande club calcistico per i suoi atleti?

In questo specifico contesto di eccellenza, la Psicologia della Prestazione è applicata in modo trasversale come strumento di crescita, dai giovanissimi alla Prima Squadra. Juventus F.C. è infatti l’unica società italiana a riconoscere e a pensare ai suoi atleti a 360 gradi e non solo in ottica di prestazione. In tali termini, quest’area è intesa soprattutto nei suoi risvolti più educativi e pedagogici, mettendo la persona al centro, e considerandola come tale prima ancora che atleta.

L’attività svolta, che va dai processi comunicativi alla gestione di squadre e staff, si svolge a differenti livelli, sia sul campo che a livello organizzativo.

 

 

Giuseppe Vercelli

Psicologo e psicoterapeuta, docente di Psicologia Sociale e Psicologia dello sport presso l’Università degli Studi di Torino.

Studioso ed esperto di psicologia della prestazione umana e delle applicazioni in ambito sportivo, organizzativo e manageriale, ha insegnato presso l’Università  Bocconi di Milano e presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino. E’ autore di pubblicazioni divulgative e scientifiche tra le quali i saggi Vincere con la Mente e L’intelligenza agonistica.

Responsabile dell’area psicologica della FISI (Federazione sport invernali ), della Federazione canoa e kayak e della Federvolley,  ha partecipato a cinque Olimpiadi  come psicologo ufficiale  del CONI.

E’ il responsabile dell’Area Psicologica di Juventus Football Club dal 2011.

Dirige il “Centro di Psicologia dello sport e della Prestazione Umana “ dell’ISEF di Torino.

 

 

 

L’influencer marketing non è una semplice vetrina, quando è fatto bene ha il merito di agire sullo ZMOT e quindi sull’acquisto.

Un nuovo settore, l’Influencer Marketing, sta cambiando il modo in cui si fa brand communication. Ce ne parla Matteo Pogliani, uno dei massimi esperti in materia.

Il digital retail è sempre più diffuso, anche se ormai la maggior parte dei retailer si sta rendendo conto dei vantaggi di imparare a utilizzare al meglio marketplace maturi come Amazon, eBay o Facebook. Mi chiedo, come è possibile competere avendo come unico spazio uno scaffale di queste enormi libraries di prodotto?

Credo che il problema di fondo di molti brand è il concentrarsi troppo sulle peculiarità di questi colossi, sfidandoli sul loro stesso terreno e quindi con risultati difficilmente positivi. Al contrario dovrebbero comprendere appieno quali siano i loro caratteri distintivi, quegli elementi di posizionamento e branding che li rendono appetibili per gli utenti e, una volta compresi, focalizzarsi sul valorizzarli.

Ad esempio, non batteremo mai Amazon su velocità, comodità, semplicità, ma certo possiamo provarci su esclusività ed emozione legata all’acquisto. Elementi che si traducono in esperienza ed heritage e che si costruiscono in anni di lavoro e relazioni. Un terreno questo in cui i brand sono certamente più a proprio agio che i marketplace.

Se i brand ragionano da semplice “negozio virtuale”, soffermandosi appunto solo su libreries di prodotto, il gioco finisce prima di iniziare.

 

Ho letto che Amazon si sta organizzando o, magari, già sta accadendo, per permettere ai vendors di utilizzare influencers a supporto delle proprie strategie e azioni di vendita. Ci spieghi meglio questo passaggio?

Come tutte le piattaforme, anche Amazon è attenta ad ascoltare i trend del momento e tramutarli in nuove funzionalità. Era solo questione di tempo prima che arrivassero anche all’influencer marketing.

Tutti noi tendiamo ad ascoltare e farci influenzare da persone che riteniamo competenti, capaci, credibili. È un dato di fatto. Se in passato queste persone erano per lo più nostri conoscenti, oggi grazie al web e ai social è possibile accedere ad una serie infinita di contenuti e quindi di persone che, grazie alla loro attività, si sono posizionati come riferimenti in particolari settori/network.

I loro pareri vanno a segnare in modo profondo il substrato informativo su un prodotto/servizio e la sua reputation, condizionando conseguentemente gli acquisti.

Perché l’influencer marketing non è una semplice vetrina per dare maggiore visibilità a un brand, ma quando fatto bene ha il merito di agire sullo ZMOT e quindi sull’acquisto.

Chi di noi non legge una recensione in Internet o cerca informazioni online prima di comprare un prodotto di cui è interessato? Bene, immaginate che le notizie che trovate siano di persone estremamente autorevoli e competenti nel settore. Sarà difficile non seguirle.

Per Amazon si tratta di un’evoluzione, visto che già le recensioni degli acquirenti (fondamentali per la vendita) possono essere considerate, in piccolo, un esempio della portata dell’influenza generata da altri.

Matteo Pogliani

Quando parliamo di influencers la maggior parte delle persone ha in mente il self branding di Chiara Ferragni, che invece di fatto è qualcosa di molto atipico. Così come per il mondo youtuber, che si muove in altro modo rispetto al vero e proprio sviluppo di un marketplace in grado di unire le nicchie ai prodotti. Tu hai sempre detto che i microinfluencers sono molto interessanti. Perché?

Perché rappresentano un’altra faccia dell’influencer marketing, quella più vicina e affine agli utenti stessi. Risultano affidabili proprio perché simili alle persone a cui si rivolgono, incarnandone pregi e difetti.

Questa loro spontaneità e vicinanza li rende molto più credibili, rendendo i loro pareri molto rilevanti nella fase di valutazione di un prossimo acquisto.

Plus esaltati anche dalla bolla nata attorno agli influencer più rilevanti, troppo spesso coinvolti in vere e proprie markette. La gente si fida sempre meno di loro, preferendo figure magari meno visibili e competenti, ma certamente più vere.

Ovvio che i loro bassi numeri a livello di audience ci costringono a creare campagne in cui ne vengono coinvolti diversi e, nella maggior parte dei casi, il brand dovrà essere bravo a sostenerne i contenuti tramite i canali proprietari e supporto dell’online advertising.

Come funzionava punto di vista tecnico la transazione cliente-prodotto/servizio-influencer-utente finale? Perché si dovrebbe investire in questo settore?

In un momento in cui è sempre più difficile vincere la sfida dell’attenzione e l’advertising classico fatica sempre di più, i creator con la loro forza comunicativa sono uno dei pochi strumenti con cui i brand possono creare messaggi capaci di avere un reale impatto. Il loro posizionamento e l’autorevolezza guadagnata, unita a contenuti di grande appeal per il pubblico li rendono capaci di togliere gran parte delle sovrastrutture commerciali della comunicazione di prodotto, andando invece a puntare su elementi quali utilità, emozione, affinità.

Che siano in collaborazioni o attraverso branded content, i brand non possono più rinunciare al coinvolgimento degli influencer. Basta però non lasciarsi trascinare dal trend, ma creare progetti strategici, realmente in grado di rispondere alle esigenze e agli obiettivi aziendali.

Non cerchiamo una vetrina, ma dei driver che creino conversazioni prima e relazioni poi.

 

Esistono strumenti tecnici, piattaforme e digital tools che ti sentiresti di suggerire a chi intenda approcciare questa strategie del mercato digitale?

Esistono tool capaci di analizzare i profili degli influencer e permetterci di sceglierli in modo data driven, valutandone cioè caratteristiche e performance. Non è infatti tanto importante quanti follower abbia, ad esempio, ma capirne la strutturazione. Magari così potremmo accorgerci che solo una parte è del paese in cui ci interessa fare la campagna o nella fascia di età per noi interessante.

Klear, Launchmetrics, Blogmeter sono alcuni degli strumenti che ci permettono di fare questo al meglio.

 

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Matteo è cresciuto tra Toscana e Lombardia, ama la moda (YSL e Mc Queen su tutti) e ha una collezione in essere di giacche. Va matto per l’arte contemporanea (prima o poi, insiste, comprerà un Kapoor) e la scrittura americana, in particolare il fu David Foster Wallace. Quando non lavora scrive o legge e prima o poi, insiste nuovamente, si trasferirà a Monterrey e darà vita ad un romanzo.

Si occupa da anni di social media e comunicazione, in particolare in ambito web. Lavora in Open-Box, un’agenzia, dove con passione, impegno e tanta pazienza)cerca di sostenere i percorsi di enti, privati e  aziende nel variegato mondo del digitale. Progetti ma soprattutto strategie per instaurare relazioni tra persone e brand e favorire dialogo. Perché solo così il web diventa risorsa e non semplice moda.

 

 

 

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Massimo Giordani, Vicepresidente Associazione Italiana Marketing e Vicepresidente di The Blockchain Council, ci parla della rivoluzione Amazon, con un video sul funzionamento dello store Amazon Go, primo negozio interamente automatizzato a beneficio del cliente.

 

 

 

Esperienze culturali per il Retail

a cura di Andrea Pugliese

La differenza tra un operatore economico e uno culturale si fa sempre più sottile. Molte aziende puntano sulla loro storia, sui valori fondanti, per allestire Musei di impresa, visite guidate, open days utili a trasmettere chi sono, cosa fanno e perché.

Allo stesso tempo al sistema dei Musei e Beni Culturali è oggi richiesto di motivare la propria esistenza e il loro costo per la collettività facendo i conti col numero dei biglietti venduti, dei follower sui social media, con l’incasso da merchandising, l’affitto di spazi, l’indotto che generano, l’interesse degli sponsor, il crowdfunding, il crowdsourcing, etc.

Come nel retail, anche nella cultura si è capito che per allargare l’attenzione per uscire da un pubblico tradizionale occorre proporre nuove ragioni di visita e permanenza negli spazi.

Per molti visitatori il tempo da dedicare a un Museo è alternativo al quello passato in una via dello shopping e se non può essere raccontato come Esperienza non merita attenzione.

Anche nei musei si parla di Misurazione d’Impatto (economico, sociale, culturale, ambientale…), attrazione di nuovi clienti (Audience Development), sviluppo del rapporto con quelli che si hanno (Audience Engagement), di fidelizzazione, proposta di Esperienze e Gamification, tutto questo per trasformare sempre più i Visitatori in Protagonisti.

I visitatori privilegiano la relazione alla fruizione, l’interazione alla contemplazione. Una volta si tornava a casa per mostrare quello che si aveva visto con foto e diapositive, oggi si racconta in tempo reale sui social quello che si fa e con chi lo si fa.  

Per assecondare questa diversa trasmissione di senso, un ampio uso di contenuti e tecnologie digitali permette  di interagire con i visitatori trasformandoli in protagonisti di storie in cui il luogo o la collezione sono strumenti per far acquisire informazioni attraverso le esperienze.

Ecco allora le ricostruzioni in realtà virtuale delle Terme di Caracalla; la consegna di un passaporto ai visitatori del Museo del Mare di Genova affinché nell’interazione nel ruolo di migrante sui transatlantici diretti verso le Americhe. E la splendida riproposizione in Realtà Aumentata dell’Ara Pacis nei colori originari.

Si procede per prototipi. Ogni progetto di valorizzazione culturale, così come di costruzione della reputation di un marchio o prodotto, è unico e differente, puro artigianato digitale.

L’Esperienza continua a casa dove contenuti e piattaforme digitali mantengono viva la relazione per trasformare il visitatore in ambasciatore, follower, tester, codesigner, magari finanziatore.

Questo accadrà se l’abbiamo progettato così e investiamo perché avvenga, consci che il l’impatto si misura nel medio-lungo periodo.

Perché come tutto il business design anche quello dei servizi culturali e museali non può prescindere dall’avere chiarezza negli obiettivi, dalla comprensione dei bisogni, da un’analisi della concorrenza e da un business model sostenibile.

Si tratta di un processo tutt’altro che ovvio: sono numerosi gli allestimenti che dopo poche settimane si sono afflosciati per mancanza di competenze, di una strategia di gestione, un piano e un budget di manutenzione tecnica e di contenuto.

Se diventare accessibili e coinvolgenti è imperativo per far quadrare i conti e fare cultura, simmetricamente molte attività commerciali e industriali innovano per essere riconosciute attori culturali, e rafforzare la propria reputazione come veri templi del made in Italy e vetrine per i territori.

Le regole di fondo per una trasformazione digitale capace di creare nuove relazioni tra cittadini e fruitori dei beni culturali sono:  sintesi; concretezza; non descrivere solo cosa sono le opere, ma perché, come e per chi sono state realizzate; mettere il visitatore a confronto tra il proprio vissuto e le ragioni dell’esposizione.

Per portare i templi della cultura alle emozioni del fare e le realtà del fare a trasmettere la loro anima culturale, in Italia ci sono sia le competenze per riuscirci che la visione necessaria.

Non dimenticando mai che il protagonista di una storia che funziona non è mai chi offre una collezione, un museo, un prodotto, un mondo virtuale, ma chi messo in relazione con quell’offerta soddisfa un proprio bisogno. È il Cliente Protagonista.

 

 

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Comportamenti, usi e costumi diventano approcci all’acquisto e al consumo dei prodotti. Siamo nell’epoca degli algoritmi, chi inventa la stringa di codice più intelligente vince.

a cura di davide Pellegrini
Perché è importante tenere sotto controllo il mondo dei servizi digitali e, soprattutto, perché non possiamo liquidare in modo semplicistico la vicenda costringendo le tante forme di innovazione del momento in una serie di classificazioni e categorie come sharing economy, economy on demand e via dicendo?

Punto primo, va detto che il momento non è mai stato così complesso. Da un lato i mutamenti della struttura sociale stanno portando l’economia di mercato a una forte contaminazione con la vita quotidiana. Comportamenti, usi e costumi diventano approcci all’acquisto e al consumo dei prodotti.
La componente aspirazione degli anni ‘ 50-’60 è stata sostituita da un altro insieme di simboli in cui l’intelligenza collettiva e il comportamento emergente delle masse trova riscontro nel dialogo offerto dalle reti, che sono il vero strumento di potere nella costruzione di un’opinione comune, anche rispetto all’identità di un’azienda e alla qualità dei suoi prodotti.
L’avvento delle grandi piattaforme di digital retail, il forte orientamento del mondo commerciale verso i network markets sono un riflesso fedele, aumentato all’ennesima potenza, delle continue interazioni tra utenti, con qualche importante novità.
La convergenza sempre più forte di small e big data, ad esempio, come dimostra il fatto che oggi una piattaforma, da quelle per l’entertainment come Facebook agli ipermercati digitali come Amazon, sia in grado di manipolare dati sensibili di assoluta ed esclusiva importanza e, nonostante i tentativi di protezione della privacy (il GDPR va in questa direzione), possa profilare al massimo grado di efficacia i gusti, le necessità e le abitudini d’acquisto di utenti e consumatori.

Siamo nell’epoca degli algoritmi, chi inventa la stringa di codice più intelligente vince.
Va bene, ma non può certo bastare. Gli altri elementi sono il prodotto e la distribuzione. Fermiamoci a fare un ragionamento.
Perché un servizio di digital retail possa crescere e funzionare c’è bisogno dei prodotti e, prima ancora che oggetti tangibili e deperibili, i prodotti nell’epoca della smaterializzazione digitale sono contenuti e narrazioni, vetrine di simboli e archetipi.
Eh sì, se non abbiamo la stessa capacità di attrazione di nicchie di mercato e di vendors di varia entità e genere che ha Amazon, toccherà lavorare davvero sodo per rendere appetibili le nostre offerte.
Storytelling per le strategie di comunicazione e data storytelling per l’approccio analitico di interpretazione dei dati, delle proiezioni e dei comportamenti degli utenti sono gli ingredienti che in un’azienda sana e competitiva non possono e non devono mancare.

Nell’ecosistema dialogico e di conversazione del web, i piccoli hanno la possibilità di emergere solo se si affidano all’invenzione di contenuti interessanti, intelligenti, coinvolgenti. Ecco perché, nel prospetto delle professioni del futuro non può venir meno il design dei contenuti, un mestiere che non ha più molto a che fare con la tradizionale creatività di un’agenzia pubblicitaria. Piuttosto si parla di un approccio curatoriale, da profondi conoscitori degli argomenti trattati.
L’altro aspetto è, inutile negarlo, la distribuzione. Chi riesce a rendere il delivery l’asset di valore della propria organizzazione vince. Lo pensa davvero Davide Cavalieri, da 30 anni uno dei massimi esperti del mondo retail. La puntualità, l’affidabilità, la velocità e il risparmio sono componenti imprescindibili della distribuzione.
E non è vero che solo Amazon riesca in questa mirabile impresa, come dimostra la storia di realtà come iCarry, piattaforma di delivery fondata nel 2015 e che ha da subito dichiarato la sua appartenenza al settore della sharing economy, così come nel tempo e più nello specifico del settore food design hanno fatto Foodora, Moovenda, Just Eat e altre. In questo caso il wireframe, il modello organizzativo rappresenta il vero algoritmo che rende funzionale un servizio e lo porta al successo. Ma, sempre come ricorda Davide Cavalieri, non è ancora il momento per la sparizione delle offerte tradizionali.
Negozi fisici, ristoranti, alberghi, per quanto possano trovare nel digital un potente strumento di risonanza del propri business, hanno ancora bisogno dell’esperienza fisica come traino. Ed eccoci dunque, all’ultimo punto.
L’omnichannel, l’integrazione tra fisico e digitale e l’interazione tra media e circuiti diversi ma tutti, comunque, con l’obiettivo di dialogare e fidelizzare l’utente. Il futuro è segnato, bisogna solo seguire la linea.

 

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a cura di Davide Pellegrini
Raffaele Cercola è professore di marketing strategico presso l’Università degli Studi della Campania e, quando gli hanno chiesto come intervenire sul settore fieristico, ha risposto: oggi per avere successo è necessario padroneggiare sia il marketing tradizionale che le nuove tecnologie digitali e non con due figure professionali separate ma in un’unica persona.
Per fare chiarezza. Il marketing digitale punta, oggi, su due strumenti ben precisi, il content e lo storytelling. 

Uno spesso si sovrappone all’altro, ma va da sé che di fronte a un eccesso di produzione del contenuto, si cominci per necessità a scegliere quello di qualità migliore e, allo stesso tempo, a dare la priorità a fenomeni di racconto in grado di bucare altri settori come l’intrattenimento, il tempo libero, la vita personale e le relazioni sociali.

Le fiere, oggi, sono concepite come appuntamenti per operatori di settore, luoghi dove massimizzare i rapporti commerciali e gli incontri business oriented. Si tratta, il più delle volte, di impegni professionali, dove non c’è spazio per la crescita personale, nel senso di costruzione di relazioni umane e di scambi di valore che vadano al di là della finalità utilitaristica.

In un momento storico in cui si sta riscoprendo l’importanza della persone come centro e motore di tutto ciò che ci circonda, dal lavoro e dalla produzione alla vita civile e sociale, dall’innovazione alla cultura, limitarsi a recintare una fiera come esclusivo momento di esposizione e vendita è un limite gravissimo.
In effetti, se ci pensiamo, una fiera dovrà essere sempre più un grande evento, un hub multitarget pieno di contenuti trasversali, attività collaterali, servizi innovativi appositamente studiati per far vivere ai partecipanti un’esperienza esclusiva in cui informazioni di prodotto, storytelling d’impresacultura e intrattenimento, turismo e tempo libero si fondono in un’unica e potente offerta.
 
Marco Frojo, dalle pagine del Dossier Fiere di Affari e Finanza, fa notare che del resto, grazie a internet, l’acquisto della merce o dei servizi può avvenire anche in un secondo momento, a fiera conclusa. Chi va in fiera vuole conoscere di persona il management della società di cui diventerà cliente e vuole vedere una prova sul campo dei prodotti e dei servizi. L’evento, di fatto, diventa un’efficace operazione di storytelling.
 
Parole giuste perché, nell’ottica dell’EXPO o di altri grandi momenti di rilancio dell’economia, le fiere assomiglieranno sempre più a spazi molto grandi, con programmi importanti che includono spettacoli, concerti, mostre, workshop e chi più ne ha più ne metta. La direzione, in un certo senso, che stanno prendendo eventi come il Salone del Mobile di Milano. Non si tratta di entrare in spazi espositivi, si tratta di vivere un tema come movente, pretesto e occasione per un’esplorazione fatta di appuntamenti, manifestazioni, momenti di confronto e di partecipazione. Tutto questo sullo sfondo di città d’arte ricche di storia e di tradizioni.
In un paese come il nostro non è concepibile che il territorio, la sua storia e i suoi contenuti non siano una sorta di volano naturale per il commercio.
Il ruolo del digitale deve essere quello di funzionare come cassa di risonanza, come sorta di megafono, e divulgare la conoscenza delle eccellenti realtà aziendali e artigiane italiane nel mondo. Solo così una fiera potrà diventare fino in fondo un qualcosa di unico da portarsi addosso come un souvenir, come il memorabile ricordo dei nostri migliori prodotti.

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Il salone del libro e la sopravvivenza di un genere merceologico

a cura di Andrea Pugliese

Al Salone di Torino 2018 gli editori avevano atteggiamenti differenti verso il mercato, tutti alla ricerca della chiave per affrontare il momento difficile.

Era presente un ampio assortimento di piccoli appassionati sognatori; c’era qualcuno che pubblica facendo pagare gli autori senza dirlo in giro; poi diversi editori medi coi creditori sul collo e la speranza di nuovi business model; infine quelli più grossi, per ora troppo grossi per fallire e con business sempre più diversificati ben oltre la lettura. 

Le pile di volumi e i sorrisi degli addetti ai lavori erano arricchiti da decine di eventi, sessioni firma copie, presentazioni, tutti molto frequentati e graditi dal pubblico. Momenti utili a vendere, non adatti a tutti gli autori, necessari per dare un po’ di visibilità, creare comunità e brand awareness.

Dopo alcune fughe in avanti degli anni scorsi in cui aveva molto flirtato col mondo delle start up, dell’editoria elettronica, il Salone 2018 aveva un taglio piuttosto tradizionale in cui si sono delineate chiaramente le case editrici con profili distintivi: solo racconti, solo Oriente, solo ricette, solo gothic o fantasy,  solo autori ungheresi, scandinavi o sudamericani.

L’idea insomma di coltivare una comunità di lettori che vada oltre al titolo o al prezzo di copertina ma che si ritrovi in una ricerca di senso che parta da interessi o passioni condivise.

Controprova di ciò erano gli stand deludenti e inutili delle Regioni in cui l’editoria sarda, marchigiana o valdostana presentava la propria faccia multiforme e confusa senza nessuna comune identità o missione.

È difficile mettere a fuoco i concorrenti del libro. Anche perché qualunque riflessione non può tralasciare i fatto che, secondo statistiche 2017, il 58% degli italiani non legge mai.

Di certo Amazon&Co. sono grandi competitor delle librerie in quanto market place. Hanno molti libri in catalogo, e li tengono per arrivare a vendere videogiochi, telefonini, calzini coi puffi, contenuti video e sigarette elettroniche. Capita di frequente vedere persone nelle librerie puntare un’app sul codice ISBN di un libro per comprarlo così on line e riceverlo a casa, con lo sconto e lo scorno del libraio. 

I competitor diretti dei libri in quanto tali (e del teatro e del cinema e del …) sono sempre di più le serie tv: magnifiche, ben scritte, creano dipendenza, immergono in mondi, risucchiano il tempo delle serate. Se ne può parlare nei salotti né più e né meno dei libri, sentendosi colti e con maggiori possibilità che chi annuisce l’abbia davvero seguite.

Questa sparizione del libro dai salotti e dalle discussioni negli scompartimenti ferroviari è speculare alla sua ormai supposta  irrilevanza culturale.

Per operare in controtendenza pare che – oltre alla qualità delle opere – occorra investire sull’identità dei marchi e sulla community raccolta intorno a essi, pilastri intorno ai quali edificare la fiducia che sosterrà la sopravvivenza del libro.

L’acquisto del libro è così sempre più parte di un’esperienza che inizia da una fase di avvicinamento al prodotto sviluppata sempre più on line, e di postvendita, di cui fa parte la lettura stessa, la recensione, la discussione, l’incontro con l’autore. Gli effetti speciali dei booktrailer o degli show stentano a dare risultati forse perché il libro è di per sé un’applicazione di Realtà Virtuale. Bibbia, Corano, Odissea così come Harry Potter ci parlano di mondi irreali e credibili solo con atto di fede. La saggistica rientra invece facilmente nella fattispecie della Realtà Aumentata con il suo aggiungere senso a quello che si vede o si vive.

Niente è davvero nuovo sotto il sole, se si presta attenzione e tempo a quello che accade.