Formazione

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Riportiamo un estratto dell'articolo a cura di Valeria Sforzini del 14 febbario 2019 uscito su Il Sole 24 Ore, dal titolo Ogni euro investito in formazione aumenta il valore fino a tre volte...

a cura di redazione
Riportiamo un estratto dell’articolo a cura di Valeria Sforzini del 14 febbario 2019 uscito su Il Sole 24 Ore, dal titolo Ogni euro investito in formazione aumenta il valore fino a tre volte…

“Le tecnologie avanzano sempre più velocemente, ma le competenze faticano a stare al passo. La rivoluzionetecnologica 4.0 in ltalia sta portando con sé una serie di cambiamenti che hanno investito il paese a una velocità senza precedenti. La mancanza di competenze necessarie ad accogliere la trasformazione, tuttavia, potrebbe trasfonnarsi in un’arma a doppio taglio all’intemo del paese, facendosì che robotica e high-tech prendano il posto di manodopera non specializzata e comportino una perdita di posti dilavoro.

La nuova frontiera per risolvere il “mismatch” tra domanda e offerta che sta minacciando il futuro delle imprese, passa per la formazione e per lo sviluppo del “capitale psicologico”.



Dalla resilienza, alla capacità di auto determinarsi, passando per il controllo delle emozioni: se il modello di formazione delle capacità utilizzabili dalle aziende è diventato obsoleto, e nel mondo delle università stanno cominciando a svilupparsi le prime piattaforme miste che sfruttano le esperienze di campo, saranno le stesse qualità dei lavoratori a fare la differenza nel campo dell’applicazione delle nuove tecniche.

A dimostrarlo, come da documento in allegato, una ricerca condotta da EY e LA Sapienza di Roma, con dei dati assolotamente da tenere in considerazione.”

Scarica qui la ricerca, dalla rassegna stampa Sole 24 Ore

È in risposta a queste esigenze che vengono progettati i corsi della 24ore Business School, un’organizzazione che da oltre venticinque anni opera nel mercato dell’education offrendo.

Master in Retail Management

Cavalieri Retail partecipa al Master in Retail Management, per imprenditori, professionisti e manager che vogliono acquisire nuove competenze, sviluppare le proprie abilità e consolidare il proprio percorso di carriera. Gli incontri sono particolarmente stimolanti grazie all’eterogeneità dei partecipanti e delle loro esperienze in campi diversi: abbigliamento, ristorazione, GDO, cancelleria e gioielleria.

Davide Cavalieri,  General Manager Cavalieri Retail nei suoi interventi tocca diverse tematiche: strategie retail, indicatori di performance, definizione dei budget e temi di visual merchandising e communication.

L’obiettivo è sviluppare le competenze dei partecipanti, fornendo i giusti strumenti per ideare e costruire coinvolgenti customer experince. Durante gli incontri è fondamentale riuscire a spostare l’attenzione dei partecipanti sul proprio potenziale di vendita e crescita.  

Gli interventi sono strutturati con lezioni frontali, esercitazioni e interventi mirati per rispondere a quesiti soggettivi con lo scopo di fornire contributi innovativi e nuovi trend di mercato.

L’ organizzazione di tour e visite ad altre realtà, a partire da una mirata e ben pianificata le attività di mistery client consentono di acquisire competenze importanti.

a cura di redazione

Come perfezionare il proprio business migliorando organizzazione e rendimento?

Uno strumento spesso sottovalutato, anche se efficace e innovativo è quello della formazione esperienziale. Non nel senso di team building tradizionale, ma come mezzo per mettere di fronte i collaboratori di un’azienda a casi studio reali.


L’ organizzazione di tour e visite ad altre realtà, a partire da una mirata e ben pianificata le attività di mistery client e di affiancamento nei punti vendita, consentono di massimizzare lo sforzo dell’apprendimento fino ad acquisire stimoli, e competenze necessari ad avere il pieno controllo della situazione e una visione completa della situazione.

Il caso GDA è emblematico. Società che opera con più canali distributivi per mezzo di diversi brand come Futura, Pick up, Conviene e Talento, il gruppo ha intrapreso un percorso di formazione e empowerment affiancato da Cavalieri Retail e dal suo team. Proprio grazie a una serie di azioni sul punto vendita, GDA ha potuto rafforzare i servizi del suo reparto gastronomia.

Durante le formazioni in aula si sono susseguite attività di vario tipo: degustazione di formaggi con un’esperta ONAF, simulazioni di vendita, allenamento all’osservazione e all’ascolto del cliente, presentazioni di casi pratici e decontestualizzati. Anche il coinvolgimento diretto di alcuni gastronomi della rete è stato un punto importantissimo della formazione.


I livelli di ingaggio e motivazione sono stati stimolati anche grazie a sistemi incentivanti: sfide tra i diversi punti vendita che hanno portato a ottimi risultati. In questo modo i collaboratori hanno sperimentato e acquisito in prima persona un nuovo modello di organizzazione e vendita e hanno potuto esprimere la propria curiosità e creatività, con l’obiettivo di crescere a un livello personale e professionale.

Il posizionamento è un elemento importante che abraccia l'identità di un brand e il patto fiduciario con il cliente, ormai parte integrante della catena del valore.

a cura di Davide Pellegrini

Come è possibile rinnovare un brand? È la domanda del momento. Di fronte alle sfide della contemporaneità, che mettono sempre più in crisi l’assetto tradizionale delle imprese, ci si chiede quanto e se sia possibile fare innovazione partendo dal valore storico di un marchio che si è conquistato una posizione solida sul mercato.

Un concetto chiave, quello del posizionamento. Qualcosa di complesso che comprende la notorietà dell’identità aziendale, la fidelizzazione di un target rispetto a prodotti e servizi, il patto fiduciario tra brand e cliente, ormai parte integrante della catena del valore.


Miroglio Group è un’azienda italiana di abbigliamento e tessuti con sede ad Alba, in provincia di Cuneo. A capo del settore abbigliamento c’è la società Miroglio Fashion che si compone di più marchi: Motivi, Oltre, Fiorella Rubino, Elena Mirò, Luisa Viola, Per te by Krizia, Caractère e Diana Gallesi.

Spazi rinnovati per Miroglio Fashion Group

Miroglio è senza dubbio un’azienda di grande qualità, con un riconoscimento importante rispetto alla qualità della produzione. La diversificazione in prodotti e brand documenta un’attenzione mirata ai gusti del cliente e ai trend del fashion.

In seguito a un riposizionamento di Motivi e Oltre, Miroglio Group si è appoggiata a Cavalieri Retail per il design di una nuova , un riallineamento delle risorse umane che ha avuto un impatto significativo sui nuovi standard stabiliti. Dopo gli incontri con gli store manager e lo staff dei punti vendita, Cavalieri ha organizzato in modo più specifico alcuni teamwork che hanno permesso l’individuazione delle key word dei brand per lavorare in modo concreto ed efficace sulla selling cerimony.

Uno degli store del Gruppo Miroglio
In due importanti eventi sono state formate 400 risorse. Le giornate sono state organizzate con una plenaria di apertura per creare un engagement sul progetto, una serie di workshop che hanno permesso ai partecipanti di interagire sulle tematiche affrontate e una plenaria di chiusura per consolidare il senso di appartenenza.

La capacità di razionalizzazione e di ottimizzazione dei brand è un’altro obiettivo di fondamentale importanza. Nel 2019 il brand Fiorella Rubino, linea fast fashion “curvy” di Miroglio Fashion, è stato accorpato alla divisione Retail Oltre e Motivi. Una strategia di riorganizzazione che prevede azioni di in aula e attività di accompagnamento sul campo nella modalità del coaching, e che ha portato alla definizione di una nuova figura lavorativa: l’area manager, necessaria per mediare i rapporti tra l’unico retail manager presente e i vari district manager presenti sul territorio.



Lo stesso Davide Cavalieri ha dichiarato:

Le competenze manageriali sono un asset importante per ogni azienda.
Comprendere l’andamento del business, gestire le persone stimolando il loro contributo e la loro crescita professionale, migliorare la leadership che consente di far cambiare i comportamenti del proprio team, valorizzando al massimo le performance, sono soltanto alcune delle competenze che un manager deve possedere oggi.
Mission, vision e linee guida per costruire progetti per il futuro sono quelle competenze più strategiche e sofisticate su cui lavorare sempre con la formazione manageriale perché avere buoni manager, vuol dire riuscire ad ottenere il successo della propria azienda.

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Nel formare il team è strategico privilegiare gli aspetti comportamentali e le qualità innate: lealtà, positività, ottimismo, capacità di lavorare e di problem-solving.

a cura di redazione

Come Presidente Sezione Consulenza e Unindustria godi di una prospettiva privilegiata per quel che riguarda il panorama della formazione manageriale. Come sta cambiando l’esigenza di formazione?

Roberto Santori

Formare vuol dire innanzitutto dare la “forma” più efficiente a manageriali strategiche per raggiungere obiettivi aziendali sempre più complessi e integrati. 

Sei Vicepresidente Servizi Innovativi e Tecnologici di Confindustria. La domanda nasce spontanea. Che significa oggi fare innovazione in azienda?



Per far crescere la propria impresa e renderla competitiva bisogna definirne obiettivi e valori.  Investire in innovazione 4.0 non basta. Al Forum economico mondiale  di Davos di gennaio 2019 Klaus Schwab, fondatore del Forum, ha detto che  occorre “definire un nuovo approccio alla globalizzazione, perché sia più inclusiva, sostenibile e basata su principi morali”. Credo che un’azienda sia davvero competitiva quando diventa un punto di riferimento anche per chi è rimasto indietro.

World Economic Forum, Davos 2019

Si parla sempre più spesso di soft skill, ovvero la crescita di aspetti legati alla persona non necessariamente in riferimento alle competenze professionali. 

Le aziende sono fatte di persone. Nel formare il team è strategico privilegiare gli aspetti comportamentali e le qualità innate: lealtà, positività, ottimismo, capacità di lavorare e di problem-solving. Le competenze professionali possono essere acquisite. 

Corporate Storytelling 2018

Il lavoro sui format è piuttosto lungo e complesso. Non solo vuol dire aggiornarsi rispetto ai trend del mondo organizzativo e produttivo, ma anche intercettare un bisogno concreto delle aziende.

Un bravo formatore ha il compito di intercettare il cambiamento. Come imprenditore e dg di Challenge Network, avverto in prima persona le esigenze e i bisogni concreti delle aziende. Per usare la metafora sartoriale, nel disegnare e realizzare i nostri progetti formativi scegliamo, in accordo con i nostri clienti, gli strumenti più performanti che “tagliamo su misura”. Realizziamo modelli, unici, taylor-made per rispondere ad ogni specifica esigenza formativa. 

Un intervento formativo

Una domanda più tecnica. Ancora oggi la formazione finanziata viene sfruttata molto poco dalle aziende. Eppure i fondi paritetici rappresentano una grande opportunità. Perché c’è così poca richiesta e che tipo di policy seguono le associazioni di categoria per stimolarne l’uso?

Le risorse economiche non mancano. I Fondi sono uno strumento fondamentale per la formazione professionale. Lo scorso dicembre, intervistato da il Sole24ore, su questo tema, ho spiegato che molte PMI trovano difficoltà, anche in termini di tempi, ad accedere ai fondi a causa di tecnicismi e procedure. Bisognerebbe rendere più accessibile il sistema a partire dagli “avvisi”. 

Roberto Santori è Presidente Sezione Consulenza e Formazione Unindustria, Vicepresidente Servizi Innovativi e Tecnologici nei Confindustria, DG di Challenge Network, agenzia di formazione manageriale.

Le competenze relazionali sono presenti in ognuno di noi e vanno amplificate a valorizzate per raggiungere obiettivi personali e professionali.

A cura di redazione

Come evolve la manageriale e in riferimento a quali studi ed esperienze? Quali sono i modelli comportamentali a cui ispirarsi per lavorare sulle soft skill. Lo abbiamo chiesto a Stefano Masci.



Lei ha fondato e dirige l’Associazione per la FORmazione MAnageriale. Da più di 20 anni si occupa di formazione manageriale e di dinamiche organizzative. Come è cambiata l’impresa e quali sono gli ostacoli e gli obiettivi per il lavoratore contemporaneo?

Stefano Masci

Purtroppo nella realtà quotidiana sono poche le aziende che si pongono il problema di come rendere l’ambiente di lavoro sereno pre-requisito di una azienda eccellente. Questo è possibile solo attribuendo valore alla qualità delle relazioni tra colleghi, o tra responsabili e collaboratori e anche, paradossalmente ignorato, tra azienda e clienti e fornitori. Io noto che la situazione da questo punto di vista sia peggiorata negli ultimi 10 anni, probabilmente a causa della precarietà percepita e dei valori in crescita sulla disoccupazione giovanile. Parlando con giovani ingegneri e laureati durante i miei corsi, i discorsi che fanno si potrebbero riassumere in: ringrazio di avere un lavoro, il resto come rapporti, relazioni con colleghi, chiacchierate alla macchinetta del caffè, se ci sono bene, in caso contrario non ne faccio un dramma. E questo è fortemente condiviso, ahimè anche troppo spesso, dalla fascia media dei dirigenti che, essendoci la crisi, reputano tutto ciò che non è direttamente convertibile in denaro come un inutile spreco di tempo. Il loro pensiero che viene tradotto in azione è: ringraziate di avere un lavoro e ricordate che siete pagati per svolgerlo e non per fare amicizie.   

Le aziende, e non parlo chiaramente di quelle di eccellenza, credono che sia sufficiente l’esercizio di una posizione di forza – datore di lavoro/neoassunto; ditta/fornitori; dirigente/collaboratore– o che basti sottolineare spesso (e volentieri) quali siano le differenze gerarchiche tra chi sta in organigramma e chi no. 

Io, lo dico da chi si occupa di formazione e di counseling da oltre 20 anni, non credo che le competenze relazionali siano inscritte in qualche gene ancora da scoprire, ma penso siano risorse presenti (casomai latenti) in ognuno di noi, che possono essere amplificate, valorizzate, per raggiungere risultati sia oggettivi-sociali (denaro, carriera, fama, successo, auto sportive o tutto ciò che vi fa girare quando vedete passare l’oggetto del vostro desiderio) che soggettivi-personali (felicità, senso di soddisfazione, autorealizzazione e tutto ciò che sta in cima alla piramide di Maslow)

Il percorso verso la felicità e la soddisfazione, in cima alla piramide di Maslow

Occorre valorizzare il lavoratore non solo sull’aspetto tecnico o operativo ma con processi formativi indirizzati a sviluppare le counseling skill che permettono di creare relazioni sane, ridurre conflitti e aumentare la partecipazione all’azienda da parte di tutti i dipendenti. È il passaggio da “l’azienda fa questo” al “noi facciamo questo”.

C’è da sempre un’importante linea di confine tra formazione comportamentale e formazione tecnica. Se da un lato si fa sempre più riferimento alle conoscenze tecnologiche, oggi si torna a parlare di soft skill, competenze trasversali come gli attributi personali, i tratti del carattere, i segnali sociali intrinseci, le abilità comunicative. Una sorta di neo-umanesimo filtrato dagli ecosistemi relazionali digitali. Le cosa ne pensa?

Tutto il bene possibile. Spero di non prenderla troppo alla larga, ma negli ultimi 6 milioni di anni, molte cose sono cambiate dal pollice opponibile alla neocorteccia, ma l’unica che è rimasta è la consapevolezza che da soli si muore e in gruppo si sopravvive. O meglio, per restare in argomento, ci si evolve. Va bene l’evoluzione tecnologica, ma deve andare di pari passo con quella umana. Del resto da tempo anche in Italia ci si è accorti che queste competenze sono utili, basti pensare che nel programma per formare project manager, è previsto lo studio proprio di quelle soft skill a cui alludeva prima.

Occorre motivare le persone che lavorano e la motivazione non può essere solo quella estrinseca (il denaro; promozioni; passaggi di livello) per questo serve che i responsabili, siano questi grandi dirigenti o capo magazzinieri, siano attenti ai microsegnali che vengono inviati, sia di apprezzamento che di rifiuto. Come dico spesso, il lunedì mattina non dobbiamo andare in ufficio contenti perché la nostra squadra ha vinto il giorno prima. 

Recentemente parlavo con un dirigente di un’azienda informatica di medie proporzioni (un centinaio di persone) e mi diceva sorridendo che la cosa che gli piaceva di più era che in questa lui poteva trovare tutte le risposte alle sue domande sia come fare il back up di un data base, sia qual era il posto migliore per andare in vacanza con due figli piccoli. Ecco credo che questo renda l’idea di come un’azienda dovrebbe apparire ai sui dipendenti: un luogo non unicamente finalizzato a uno scambio tempo-denaro.

Principali Soft Skills

La formazione comportamentale tende a una convergenza con il counseling, segno che il benessere psicologico delle persone è diventato un elemento fondamentale anche nelle prestazioni professionali. Certo, il counseling si differenzia dall’approccio terapeutico per diventare spinta, stimolo, supporto. Ci spiega questo processo?

Nella mia scuola di counseling ci sono tra gli altri, come allievi, CEO di grandi aziende, responsabili HR, team leader, insomma persone che operano in azienda e che cercano nelle competenze di counseling quegli strumenti che permettono loro di operare al meglio, rendere il luogo di lavoro un ambiente sereno e non tossico e, contestualmente, portare l’azienda (il alcuni casi la loro) a valori di performance più alti. Un counselor, rispetto ad uno psicologo, ha fatto un percorso triennale fortemente pratico. Ha studiato il pensiero umano (del resto si parla di esistenzialismo e di approccio umanistico quando si fa riferimento al counseling il cui esponente è il filosofo Kierkegaard) ed ha imparato ad ascoltare e a comunicare ricorrendo a tecniche che vanno dalla riformulazione rogersiana degli anni ‘50 alla programmazione neurolinguistica degli anni ’70, agli sviluppi portati avanti dalla scuola di Palo Alto fino al Motivational Interviewing di Rollink e Miller. Consideri che queste competenze ed abilità ci vengono richieste dall’Università di Roma “Tor Vergata” quando ci chiamano per formare gli studenti della magistrale in Scienze Infermieristiche o il personale dirigente dei policlinici universitari. Essere in grado di sostenere un colloquio con un paziente, permette di ascoltarlo con più efficacia ed essere più specifici nelle spiegazioni, incrementando nei pazienti a rischio (con scompensi cardiaci gravi, osteoporosi importanti…) il self care. Ricerche internazionali (a cui abbiamo partecipato anche noi sia come scuola che come counselor) hanno dimostrato una riduzione delle riospedalizzazioni e dei decessi nei pazienti che avevano ricevuto un colloquio di counseling finalizzato ad una maggiore aderenza alle prescrizioni sanitarie.



Mi ha interessato molto la sua produzione di saggi. Alcuni testi, ad esempio, parlano di role playing e giochi di ruolo per la crescita personale e professionale. Che ruolo ha nella crescita individuale la componente esperienziale di tipo ludico?

Uno dei saggi di Stefano Masci

Un ruolo fondamentale. Nel libro da lei citato, “Giochi nella formazione aziendale”, descrivo l’importanza di associare ad un intervento formativo teorico, una parte esperienziale per consolidare l’apprendimento. E se, l’esperienza che facciamo vivere ai partecipanti, è ricca di emozioni, la comprensione di ciò che stiamo dicendo e la sua memorizzazione sarà maggiore. Del resto, diceva il premio Nobel Dario Fo, …ricordiamo meglio e con più piacere una barzelletta a sfondo sociale in un bar, che non un intervento politico in un talk show. 

Parlare di leadership o di followership può essere interessante, ma perfettamente inutile se non facciamo sperimentare cosa significano i due termini. Le moderne neuroscienze hanno, in tempi recenti, confermato come un’emozione interviene nei processi mnestici: la memorizzazione di un evento (e quindi anche di un argomento teorico) coinvolge il sistema limbico, ippocampo e amigdala. Strutture del nostro cervello associate all’attribuzione di significati emotivi ed affettivi agli stimoli esterni.

Quando gli iscritti ad un corso sono dubbiosi riguardo a partecipare ad un esperienziale che propongo, gli chiedo se ricordano la canzone che hanno ascoltato alla radio la mattina. Difficilmente qualcuno risponde, ma quando subito dopo gli domando se ricordano cosa suonava la radio o lo stereo il giorno in cui hanno baciato lei o lui… tutti sorridono. 

Per cui il consiglio è quello di associare ad ogni argomento teorico, soprattutto dei più barbosi, un gioco, un role playing, un’esperienza anche forte dal punto di vista emotivo.



Che consigli darebbe a un candidato per migliorare le proprie capacità professionali? Su cosa occorre investire per avere maggiori opportunità di lavoro.

Il consiglio che darei è quello di acquisire capacità relazionali che possano permettere di essere efficaci durante un colloquio di lavoro. Imparare ad analizzare la congruenza tra comunicazione verbale e non verbale permette non solo di capire meglio gli altri e cosa vogliono oltre le parole, ma anche di essere consapevoli dei nostri pattern comportamentali e di pensiero, rendendoci più efficaci: più decisi e convincenti sia se chiediamo qualcosa sia se stiamo spiegando qualcosa.

Nel campo della formazione, direi di studiare Lewin e Berne per comprendere i meccanismi che regolano i gruppi ed individuare in tempo i segnali prodromici di conflitti che possono far la differenza tra un buon corso e il nostro peggiore incubo notturno.

Insomma direi che acquisire modelli di counseling può essere un buon inizio.

Stefano Masci è presidente dell’associazione per la formazione manageriale ed è Direttore della scuola di Counseling Relazionale ad approccio integrato CIPA (www.cipacounseling.eu). È Professore Incaricato presso l’Università di Roma “Tor Vergata” dove insegna Modelli relazionali e Counseling skill per le professioni sanitarie nel CdL in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche. 

Ha pubblicato con FrancoAngeli “Giochi nella formazione aziendale”; “Giochi e role playing per la formazione e la conduzione dei gruppi”; Le buone pratiche del counseling” e con Gremese Editore “Il conflitto in azienda”.

Da anni opera come consulente per aziende e tiene conferenze su tematiche legate al counseling e alla facilitazione aziendale.

Libri di Stefano Masci

In 10 anni sono stati organizzate migliaia di TEDx nel mondo. Sulla piattaforma YouTube di TEDx sono fruibili oltre 100.000 talks per un totale di ben oltre 1 miliardo di visualizzazioni.

a cura di redazione

Come si progetta e organizza un TED? Dalla sua nascita, il brand TED è diventato sinonimo di divulgazione di temi e argomenti legati al mondo dell’innovazione. Migliaia di ore di interventi di speakers provenienti da tutto il mondo. Emilia Garito, responsabile TEDx Roma, ci racconta come si realizza un evento di questo tipo.

Dal 2013 curi il TED Roma. Partiamo dal concetto stesso di TED che, tornando alla storia del format, nasce come strumento di diffusione del sapere tecnologico e dell’innovazione. Secondo te a cosa si deve il successo di questo progetto?

Emilia Garito

Il successo del TED e’ dovuto a due fattori. Il primo la tipologia di format, che richiede agli speaker molta attenzione all’uso delle parole dal momento che la loro idea deve essere raccontata in meno di 18 minuti. L’esercizio di poter condensare un concetto, a volte anche complesso o molto tecnico, in poco tempo porta il relatore a porsi degli interrogativi, quali: come faccio a spiegare in poche parole e semplici quello che ho magari elaborato in anni di lavoro? Come faccio a fare in modo che questo interessi e soprattutto perché questa mia idea dovrebbe interessare? Queste e altra domande spingono i curatori dell’evento a fare molta attenzione alla qualità e all’autenticità delle idee che, proprio per questo, meritano di essere diffuse. Il secondo motivo risale a 10 anni fa, e cioè a quando TED ha lanciato il progetto TEDx, ovvero la possibilità per chiunque di ricevere gratuitamente la licenza TED per organizzare un evento locale, appunto TEDx, realizzato in maniera indipendente. In 10 anni sono stati organizzate decine di migliaia di eventi TEDx nel mondo e tutti i contributi video sono stati caricati sulla piattaforma YouTube di TEDx, così che oggi su questa piattaforma sono fruibili oltre 100.000 talks per un totale di ben oltre 1 miliardo di visualizzazioni.



Il TED è diventato, e non solo per operatori del settore, un brand piuttosto noto nel mondo dell’innovazione. Come una specie di libero franchising della conoscenza, si sono moltiplicate associazioni e città che ne organizzano almeno uno. Come si diventa di fatto Ambassador TED e qual è il manifesto di valori di questa potentissima piattaforma?

TEDx Ambassador

Credo che gli Ambassador siano persone che vengono un po’ osservate da TED per alcuni anni e poi a un certo punto, quando si tratta di scegliere, il team TED fa le sue valutazioni. Ma tali valutazioni  non hanno a che fare con meriti particolari, bensì con fattori anche riguardanti le dimensioni dell’evento che si organizza o il proprio contributo all’interno della Community del proprio paese e, soprattutto, in base alla disponibilità della persona  di farsi carico di ulteriori centinaia, se non migliaia, di richieste di informazioni da parte appunto della propria Community. 

Ma di sicuro i valori TED devo essere saldi per chiunque volesse abbracciare l’incarico di Ambassador nazionale. Questi valori sono in assoluto  il rispetto delle regole TED, quali la libertà nella curatela dell’evento, l’onestà nel portare avanti il proprio progetto senza interessi secondari; il coinvolgimento continuo del proprio team di volontari, trasferendo ad esso la passione e l’entusiasmo necessari;  e ancora, la missione di operare per creare una community locale di TEDxrs che vivano e comprendano l’importanza della diffusione delle idee libere e costruttive, con la finalità di stimolare il pensiero critico di ognuno. 

Molti altri sono ancora i valori del TED e del TEDx, ma credo che questi siano i pilastri fondativi di ogni scelta di essere TEDxr, non solo per gli Ambassador, ma per chiunque voglia intraprendere quest’avventura di divulgazione di idee che non cambiano il mondo, no, ma potrebbero renderlo più consapevole.

Curare un TED è come trasmettere una visione del mondo. Raccontare una serie di stimoli e di ispirazioni per mezzo di un calendario di ospiti. Come avviene praticamente il processo organizzativo di un appuntamento così importante?



Nel mondo TEDx questo è molto vario. Ci sono team che condividono il processo curatoriale, altri hanno un curatore esterno e altri ancora, la maggioranza, come nel caso del team che mi supporta, lasciano la guida della curatela all’Organizer licenziatario del brand. Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato che la curatela fosse una parte molto delicata e personale dell’organizzazione dell’evento, e per questo l’ho tenuta separata dal resto dell’organizzazione fin dalla scelta del tema e nelle varie fasi di sviluppo, ma con molti momenti di incontro e contaminazione con il team che, infatti, è stimolato a proporre speakers e a individuare belle storie, nuove e stimolanti. Tuttavia, ho sempre voluto gestirle direttamente la scelta della selezione delle proposte e della costruzione dei talks, assumendomene tutta la responsabilità. Spesso ho chiesto consiglio all’Advisory Board e al team, ma sono rimasta ferma sulle decisioni finali. Questo, credo, sia importante per dare maggiore coerenza al programma e, soprattutto, per poter presentare una visione chiara del tema scelto. Come per il curatore di una mostra di arte contemporanea che parte da un’idea, una visione propria, e cerca di rappresentarla grazie agli artisti che sceglie. Se poi la mostra non sarà così bella avrà meno pubblico, ma di sicuro si potrà seguire il filo logico che ha condotto alle scelte finali, e attribuirne chiaramente le responsabilità nel bene e nel male.

Il TED Roma è chiaramente annuale, tematico, innovativo. Ma in una città difficile come Roma, quanto è importante legare lo studio dei contenuti al dibattito in essere del luogo?



Al TEDxRoma abbiamo fatto sempre una scelta meno locale e più globale. Questo perché l’obiettivo di tutti gli obiettivi del TEDxRoma è fare emergere l’internazionalità della Città. Fin dal primo anno non abbiamo mai voluto parlare delle questioni vicine, ma piuttosto scoprire quella Roma nascosta fatta di persone provenienti da oltre 40 paesi, (solo a Piazza Vittorio si parlano 60 lingue). Questo è stato vincente perché nella nostra giornata al TEDxRoma si incontrano persone che non si sarebbero mai incontrate, e si incrociano diverse culture e prospettive. Era questa la Roma che volevamo mostrare e i nostri speakers ogni anno sono meravigliosamente accolti da questa atmosfera.

Secondo te il TED può sostituire o completare un processo di manageriale e comportamentale per un’azienda?

Penso che il TED, non essendo uno strumento formativo strutturato, non possa da solo completare la formazione manageriale, ma può aiutare a costruire dei percorsi in cui grazie ai video TED è possibile introdurre i manager a un mondo più dinamico e ampio di quello che vivono ogni giorno. Penso che su questa percezione fatta di idee brillanti e controintuitive i manager, aiutati da professionisti, potrebbero costruire una propria visione del futuro, professionale o privata che sia, ma di sicuro più vicina al cambiamento sociale e culturale che stiamo vivendo e che TED, da sempre, è stato in grado di intercettare prima di chiunque altro.

Il sito di TEDX Roma

FiordiRisorse è una business community di manager e imprese. I punti forti sono una grande attenzione alla cultura del lavoro e alle risorse umane. ce lo spiega Osvaldo Danzi.

A cura di Davide Pellegrini
Osvaldo Danzi

FiordiRisorse, una business community nata come Associazione, che oggi conta 70 persone e 7000 sostenitori in molte regioni italiane. Obiettivo: ripensare la cultura del lavoro. Cambiare il modo di formare e sostenere le Persone nel loro collocamento nel mondo professionale. Lo abbiamo chiesto a Osvaldo Danzi, Executive Recruiter.

FiordiRisorse è una business community di manager e imprese ma, a ben vedere, il fil rouge che collega le vostre attività è una grande attenzione al valore delle persone. La cultura del lavoro e le risorse umane, due pilastri fondamentali della civiltà. Come è strutturata FiordiRisorse?

FiordiRisorse, da un punto di vista organizzativo, è un’Associazione. Di fatto è un gruppo di persone – operative nella realizzazione di eventi e incontri – circa 70. Il gruppo invece conta 7000 appassionati in tutta Italia – che hanno lavori e provenienze regionali estremamente varie. Imprenditori, direttori generali, liberi professionisti, responsabili commerciali e delle Risorse Umane, tecnici e ingegneri. In FdR si possono trovare ben rappresentate tutte le professioni, perché di fatto è una Community che si ritrova prima di tutto per il piacere di condividere esperienze, di far conoscere le persone fra loro, ma soprattutto per trasmettere modelli professionali moderni. Significa confrontarsi con e fra le Persone per comprendere al meglio cosa sta succedendo intorno a noi e mettere a fattor comune le competenze.

Toscana, Emilia Romagna, Marche, Veneto, Milano, Umbria e in arrivo Piemonte e Puglia sono i territori in cui c’è almeno un gruppo di FdR che organizza incontri di networking.

FiordiRisorse

Voglio fare luce su un aspetto importante. Il cortocircuito tra professione, cultura e racconto. Ad esempio, trovo molto intelligente la Bussola del Lavoro e, allo stesso tempo, mi sembra notevole l’idea di un festival che racconti il lavoro come Nobilita.

Bussola del Lavoro

La Bussola del Lavoro è un progetto di supporto attivo alle Persone. Nato da un’idea di Coop in Emilia, poi ripreso anche da Auchan nelle Marche, ci fu chiesto circa 5 anni fa se eravamo in grado di organizzare un momento di incontro fra aziende e consumatori della Coop all’interno dei centri commerciali più grandi. Abbiamo fatto un passo in più: per due giorni consecutivi organizziamo stand di agenzie per il lavoro, società di orientamento professionale e corsi di , in cui le Persone che si trovano al supermercato per fare la spesa, possono portare il loro cv e trovano specialisti che li aiutano gratuitamente a rimettere a posto tutto il “set comunicativo”, piccoli corsi gratuiti di personal branding, un controllo del cv, utilizzo dei social network, come individuare annunci di lavoro farlocchi ed evitare di perdere tempo, e molto altro. Inoltre, organizziamo un momento di dibattito con alcune aziende del territorio in cui – a differenza dei bollitissimi quanto inutili career day –  le Persone possono dialogare e confrontarsi con i direttori del personale di importanti realtà aziendali del territorio.

Festival Nobilita

Nobìlita va oltre. Laddove il mondo del lavoro è davvero sempre più incomprensibile e in costante evoluzione, ci siamo inventati un Festival in cui le Persone possano venire ad ascoltare intellettuali, imprenditori, giornalisti, filosofi, autori di libri che spiegano loro in maniera non tecnica, informale e spesso addirittura divertente, come si sta trasformando il mondo del lavoro. Ogni anno individuiamo gli 8 temi “urgenti” e costruiamo dei panel con speaker davvero straordinari. Quest’anno abbiamo aggiunto addirittura una terza giornata tutta dedicata alla formazione manageriale in cui le Persone al costo di una pizza possono costruirsi un percorso di una giornata scegliendo fra 18 temi diversi.

Per posizionarsi efficacemente nel mondo del lavoro occorre essere differenti. Così recita il payoff della vostra sezione dedicata alle risorse umane. Come dire. Lavoriamo per fare emergere il meglio dei candidati. Dall’inventario di personalità alla palestra dei colloqui fino a consolidare il personal branding. Ci spieghi secondo te in come si fa oggi a essere davvero appetibili per un mondo del lavoro così complesso e spesso difficile?

Non ci sono trucchi, c’è solo un modo diverso e più complesso di essere percepiti e di riuscire ad arrivare alle aziende. C’è un sovraffollamento verbale e (dis)informativo notevole che richiede un’attenzione e una cura nel presidiare tutte le piattaforme più strategiche in cui far veicolare il proprio “brand”. Linkedin, una su tutte. Il networking è diventato fondamentale: essere nei posti giusti a conoscere le persone giuste. Purtroppo i posti sono quasi sempre sbagliati – e mi dispiace dirlo, ma quelli istituzionali e quelli più pubblicizzati sono spesso i più sbagliati di tutti – e bisogna riporre una cura e un’attenzione nello scegliere dove non perdere il proprio tempo, che richiede a sua volta molto tempo. Eviterei con cura incontri dove gli sponsor sono presenti anche sul palco o dove i politici la fanno da padrone, convegni estremamente accademici presidiati da professoroni universitari che parlano di lavoro, prediligendo luoghi dove invece vengono condivise esperienze. Sono i posti dove si incontrano storie di aziende, dove la concretezza è anche occasione di confronto, dove i contenuti non sono la scusa per farsi pubblicità ma un modo per raccontare la propria esperienza e offrire spunti alla platea.

Veniamo alla questione formazione. Voi proponete un Master, con quali obiettivi e come è organizzato? Altra questione: quali dovrebbero essere oggi secondo te le soft skills a cui puntare?

Il MUSTer nasce da una necessità “etica”. Stufo di sentirmi dire da alcuni dei miei candidati che in seguito al licenziamento da parte della loro azienda “per ricollocarsi avrebbero fatto un Muster in prestigiose business school” ai costi che ben conosciamo (15-30.000 euro), chiesi loro chi li avesse convinti a prendere questa decisione. Mi fecero vedere newsletter e brochure di molte business school, alcune anche estremamente ben posizionate, che promettevano facile ricollocamento grazie al proprio network. Ecco, siccome credo che una comunicazione del genere sia estremamente menzognera perché nessuno può garantire il lavoro a nessuno e a maggior ragione all’interno di blindatissimi circuiti accademici, unitamente al fatto che guardando i programmi di queste scuole non riesci mai a capire chi siano i docenti per poi scoprirne di talmente multidisciplinari che ti chiedi come sia possibile che possano qualitativamente parlare di trasformazione digitale, economics, management e tutto ciò che serve all’occorrenza, considerato anche che questi corsi costano un occhio della testa, credo fosse venuto il momento di ostacolare nel mio piccolo queste grandi cattedrali della cultura manageriale. 

Iniziando dal fatto che nessuno in venti anni di carriera come recruiter per profili medio-alti mi abbia mai chiesto un “direttore di funzione col Master”.

Ho dunque deciso di creare un percorso che avesse tre caratteristiche fondamentali: costasse poco e fosse quindi accessibile sia alle aziende che hanno bisogno di aggiornare alcuni collaboratori strategici, che a coloro che in questo momento non possono permettersi spese ingenti per ricollocarsi. Un percorso che offra agli iscritti di conoscere da vicino le esperienze delle aziende, e questo non lo puoi fare invitando un fantoccio in aula con le slide, ma devi far vivere l’azienda, la sua temperatura, il suo management, le Persone che collaborano fra di loro e che raccontano la loro esperienza e soprattutto i loro progetti concreti: “come hanno fatto a…” . Dunque, il MUSTer è itinerante e i MUSTeristi incontrano di persona gli AD e i collaboratori dell’azienda che ospita tutta la giornata. Infine, il tema scelto deve essere trattato non a livello accademico, ma molto concretamente: sono i manager dell’azienda che ci ospita a trasformarsi in docenti a cui naturalmente io affianco un formatore, un intellettuale, un autore che riprenda poi il tema con una panoramica più generalista e riprenda il filo del discorso.

Sei un divulgatore d’eccezione. Hai partecipato a un TED e hai scritto un best selling che si chiama Community Manager. Ce ne parli? 



Prima di dire “best seller”, aspettiamo di conoscere i dati di vendita! 

Mi piace parlare con le Persone, incontrare chi può stimolarmi ad approfondire temi o ad aprire celle nella mia testa. Mi piace non accontentarmi dell’informazione mainstream, di chi segue ciecamente modelli “innovativi” per poi scoprire che invece si sta regredendo di 100 anni. 

Mi spiego: per fare un esempio, sono attivamente impegnato nel riconoscimento dei diritti dei lavoratori digitali supportando l’assessore al lavoro di Bologna che primo in Italia ha definito una carta dei diritti per queste categorie (cosa che a Milano, “patria del digitale”, si guardano bene dal fare!) Penso che non sia etico né assolutamente innovativo permettere ad aziende come le multinazionali del food delivery di operare in maniera piratesca come stanno facendo ad oggi. Ci sono ragazzi che hanno subito l’amputazione di una gamba per essere finiti sotto un autobus, gente investita dai riders che sono scappati perché l’azienda non tutela i suoi lavoratori, ritenendoli “liberi professionisti” e scaricando tutte le responsabilità su di loro. Tuttavia li controlla e li utilizza come se fossero lavoratori dipendenti. 

Ecco, non è questa l’innovazione che intendo io, come non lo è a mio avviso quella degli incubatori, delle startup all’Amatriciana, dei coworking spinti dalla politica e di tutto un contesto troppo dozzinale intellettualmente e fin troppo conveniente economicamente solo per alcuni, per cui continuerò a battermi fin che posso per far ragionare le Persone, soprattutto i più giovani, che non stanno facendo altro che riportare i loro diritti e il loro futuro verso un passato che abbiamo già visto e avremmo dovuto già superare. E per fortuna, come in occasione del recentissimo TEDx di Torino, al termine dell’intervento sono stato preso d’assalto da tantissimi di questi ragazzi che hanno condiviso con me le stesse preoccupazioni.

Il sito di FiodiRisorse

Il sito del Festival Nobilita

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Oggi, diceva uno straordinario Ken Robinson in un bellissimo intervento in una TED Conference del 2006, diventato poi un video da 50 mln di visualizzazioni, il modo in cui concepiamo la scuola sta uccidendo la creatività. È un lascito che ci viene dalla storia, da come la rivoluzione industriale ci ha imposto la classificazione dei saperi.

 

Non solo perché, di fatto, c’è stato un progressivo affossamento delle materie umanistiche e artistiche, materie che stanno ricevendo attenzione e riabilitazione solo in questi ultimi tempi, ma per la natura stessa del cambiamento che stiamo vivendo.

La maggior parte di noi studia ed esprime teorie, dice in sostanza Robinson, su professioni future che oggi non conosce, non siamo infatti in grado di anticipare quel che saranno i mestieri di domani, ma pretendiamo di tracciare dei confini su cosa sia meglio apprendere e perché.

Il motivo è da ricercare nella grande velocità di trasformazione del mondo attorno a noi e in un naturale cortocircuito tra l’urgenza di assecondare il progresso e la resistenza a restare ancorati a un proprio status quo.

Il cambiamento, quindi, è questa la vera parola chiave del momento, assieme all’urgenza di studiare nuovi e funzionali modelli di apprendimento a partire proprio dai contenuti che, sempre più, integrano attitudini creative e culturali con conoscenze scientifiche.

Nel Regno Unito, ci avverte Pierangelo Soldavini in uno degli ultimi numeri usciti di Nòva Il Sole 24 Ore, si vanno affermando le cognitive science, che mettono assieme neuroscienze, filosofia, computer science, psicologia.

Per fronteggiare la nuova rivoluzione tecnologica e comportamentale (visto che la pervasività dei media digitali cambia radicalmente il nostro modo di stare al mondo), c’è sempre più bisogno di approcci di life long learning. L’Osservatorio delle Digitali messo a punto da Aica, Assintel, Anitec e Assinform parla chiaro. Si va sempre più verso stili tecnici che necessitano una conoscenza delle tecnologie almeno di base.

L’idea che  i prossimi mercati saranno, di fatto, dei network markets sviluppati su piattaforme, ecosistemi aperti in chiave collaborativa come insegna, ad esempio, il cooperative platform, non è così lontana da noi. 

Più la realtà si fa complessa, maggiori sono le variabili in campo, e più la prospettiva di studio e analisi cambia radicalmente. L’affermarsi di discipline come il Growth Hacking, la continua contaminazione tra data science e content design, rende urgente un ripensamento della tecnica e specialistica oltre a un recupero e valorizzazione delle conoscenze sociologiche e culturali.

Non è un caso che nell’elenco dei prossimi mestieri, tra professioni più schiettamente tecnologiche come il Designer di Realtà Virtuale, il Creativo di Dati IOT, l’Innovatore di Energia Sostenibile, il Designer del Corpo Umano, troviamo l’Esperto di Cultura Digitale, il Creatore di Contenuti Personali, a cui andrebbero aggiunti gli Experience Designer e i Creatori di Grandi Eventi.

Fonte Nòva Sole 24 Ore

Discipline anticipate da studiosi come Philip Kotler che aveva qualche anno fa lanciato il manifesto del marketing umanistico e che oggi ritornano sotto i riflettori. Conoscere il mondo, avere una forte base culturale diventano la chiave d’accesso per il disegno e la costruzione di inedite strategie di marketing e di produzione.

 

 

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a cura di Michela Turco
Nel 2016 il 60,2% delle imprese italiane con almeno 10 dipendenti, ha svolto attività di formazione professionale.

Perché è di fondamentale importanza la ?

Per un’azienda che voglia salvaguardare la propria competitività all’interno del mercato imprenditoriale, la formazione rappresenta una risorsa dalla quale attingere per poter disporre di un vantaggio competitivo sui propri competitors.

Oggi avere un team competente e motivato fa davvero la differenza.

Le persone, nella formazione, non cercano più tanto la semplice acquisizione di conoscenze, quanto incrementare le capacità pratiche. Questa assume, quindi, un ruolo fondamentale nei  processi di creazione e sviluppo delle conoscenze, ma allo stesso tempo apporta maggiore coinvolgimento e commitment delle risorse. Le persone, con i loro comportamenti e le loro competenze, possono far vincere o perdere la partita.

La grande sfida per le aziende è creare luoghi di apprendimento fisici e virtuali, in cui si mettano in condivisione saperi, valori, comportamenti e per la motivazione e crescita delle persone: è questa la grande essenza delle Academy aziendali, scuole di formazione all’interno di realtà aziendali, mirate a qualificare il personale e a coinvolgerlo direttamente.

Un esempio di Academy ben riuscita è quella di Disney Institute.

L’industria del divertimento evidenzia l’importanza di una strutturazione competenziale per le risorse.  Il personale deve essere in grado di garantire un’esperienza indimenticabile a tutti, sia ai genitori che ai bimbi. Lo staff deve essere preparato per gestire al meglio ogni situazione: c’è un forte investimento dell’azienda nella qualifica del team, per offrire un servizio di eccellenza studiato ad hoc e in ogni minimo dettaglio. Diversi sono i corsi che offre l’accademia: business excellence, leadership excellence, quality service e employee engagement.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Walt Disney Company, in quanto eccellenza mondiale nella Customer Experience, offre corsi di formazione anche ad altre realtà imprenditoriali. L’obiettivo è garantire un’esperienza efficiente, facendo leva sulle best practices della realtà Disney: leadership, culture, brand loyalty, creativity and innovation.

 

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brand concept hand drawing on blackboard
Di solito tutti apprezzano i Big Brand internazionali, li stimano e ne sono anche clienti ma talvolta non imparano da questi alcuni principi fondamentali di business che fanno la differenza nel mondo digitale di oggi. Principi che, oggi, riportati sulla scena del marketing globale, possono davvero fare la differenza. Ecco, davvero in sintesi, cosa scrive Mauro D’Amico su Ninja Marketing.

 

  • Focus sul Customer Service
  • Porta valore ai tuoi Clienti
  • Ascolta sempre il tuo Mercato
  • Domina la tua Nicchia
  • Semplifica i Processi

 

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