Fashion

In un settore con una storia di scandali, dal lavoro minorile ai trattamenti pericolosi come la sabbiatura, questa piccola azienda olandese mira a produrre jeans belli che sono eticamente e ecologicamente buoni.

Fonte: Sole24Ore, Solutions e Co, Iniziativa di Sparknews, società di impact journalism: 50 soluzioni per le smart cities dai giornali di tutto il mondo

Malgrado il nome (mud significa fango in inglese, ndr), MUD Jeans è tutto fuorché sporco. In un settore con una storia di scandali, dal lavoro minorile ai trattamenti pericolosi come la sabbiatura, questa piccola azienda olandese mira a produrre jeans belli che sono eticamente e ecologicamente buoni. “La moda è il secondo più grande inquinatore del mondo”, dice il direttore 56enne Bert van Son, che lavora nell’industria dell’abbigliamento da 35 anni: “Circa 24 miliardi di tonnellate di cotone vengono prodotte ogni anno e il 24 % di tutti gli insetticidi e l’11% dei pesticidi sono usati sul cotone. E completamente fuori controllo. Dovremmo usare il cotone organico – che non inquina l’acqua – oppure riciclare il cotone come la carta.”

E quindi MUD Jeans offre un’opportunità unica ai consumatori: con un unico pagamento di 20 euro diventi socio e puoi “Affittare un Jeans” a 7,50 euro al mese, pagando 90 euro a rate invece di 98 per pagare il jeans in una soluzione. Dopo un anno hai tre opzioni. Puoi tenerti il tuo Jeans MUD – l’azienda ripara gratis i jeans affittati -, puoi riportarlo per il riciclo oppure puoi scambiarlo per un paio nuovo in affitto. Un voucher di €10 per un nuovo paio viene dato a tutti quelli che danno dentro jeans di qualsiasi marca, che MUD Jeans poi ripara e vende come “vintage”. Se il jeans è irrecuperabile l’azienda manda la stoffa ad una fabbrica in Spagna per il riciclaggio.

L’azienda vende i jeans online e tramite 260 negozi in 27 paesi, permette ai rivenditori di fare ordini piccoli per evitare la sovra-produzione e non fa mai saldi. Oggi circa 2mila clienti MUD affittano i loro jeans e rappresentano un quarto delle vendite. Secondo Van Son, la loro età media è 35 anni, tendono ad essere istruiti, con figli, amano viaggiare, mangiano cibo bio e sono aperti ad esperienze nuove.Lo stesso van Son nota che l’80% dei clienti rimandano i loro jeans vecchi per il riciclaggio, che siano affittati o comprati. Un paio tipico di Jeans MUD, come i Dunns Regolare che indossa, è composto da 23% jeans, 75% cotone organico e 2% elastam. E’ colorato con tinta indigo non tossica e ha un’etichetta stampata e non di cuoio per facilitare il riciclo. I jeans sono prodotti in Tunisia nella fabbrica Yousstex, le cui condizioni lavorative sono state controllate dalla Fair Wear Foundation.

Essendo le mode una questione sociale, come detto, il consiglio è di non limitare le analisi solo ai temi legati al mondo fashion, ma di ampliarle.

a cura di Matteo Pogliani

Comprendere e predire quelle che saranno le evoluzioni di mercato, ancor più delle abitudini di consumo delle persone, resta una delle sfide più complesse e rilevanti per i brand. Una sfida concreta che può segnare profondamente performance (e fatturati) e che per questo motivo spinge i marketers a cercare costantemente di intercettare e anticipare i principali trend.

Un’esigenza che diventa ancora più vitale in quei settori in cui la volontà di acquisto è influenzata profondamente da parametri soggettivi e dall’impulsività. Il è estremamente legato ai trend, ancor più oggi che il concetto di collezioni e stagionalità pare superato in favore di capsule collection, temporary collection e personalizzazioni. Un’idea di moda fast in cui i trend acquistano ancora più valore.

Cos’è un trend

La tendenza non è altro che uno spunto creativo che nasce da desideri e bisogni. È un fenomeno che per la sua natura “effimera” e intangibile tende a essere sfuggente e difficile da identificare. Una complessità accentuata dall’avvento dei social network e dalla democratizzazione della comunicazione che questi hanno portato. Oggi con un post posso far vedere outfit a un pubblico vastissimo senza la minima limitazione spaziale e temporale.

Se quindi in passato i trend venivano lanciati da pochi e selezionati individui, oggi sono potenzialmente influenzati non solo da un numero più ampio di persone, ma soprattutto da persone estremamente diverse tra loro per caratteristiche sociali e demografiche.

Un fenomeno che porta il mercato stesso a essere protagonista e creatore andando a rispecchiare perfettamente alcuni dei più noti punti del Cluetrain Manifesto:

Il mercato online conosce i prodotti meglio delle aziende che li fanno”.

Le tendenze sono infatti veri fenomeni sociali e come tali vanno analizzati. Per questo è fondamentale andare oltre il proprio mercato di riferimento: sport, spettacoli, news, avvenimenti particolari, tutto può diventare virale e scatenare l’interesse del grande pubblico.

Alcuni dei più influenti fashion blogger

Influencer e trend

In molti casi dietro la nascita di un trend c’è la visibilità e la capacità comunicativa di individui dal forte impatto mediatico e/o digitale. Persone che con le loro scelte e stili riescono a imporsi agli occhi degli utenti, ma ancor di più a far diventare tali scelte un comportamento da seguire, copiare, fare proprio.

Un fenomeno che non è sempre facilmente spiegabile, condizionato da elementi spesso diversi come conoscenza, fiducia, emulazione.

Lo stretto legame tra influencer e trend non è nuovo. Già nel 2003 Keller e Barry parlavano di Trendsetter, individui in grado di intuire mode e tendenze prima degli altri e che, come gli early adopter, diventano esempio per le masse.

L’influencer non è solo, come erroneamente si pensa, una figura con migliaia di follower, ma bensì un personaggio in grado di suscitare una reazione nelle persone intorno a lui. Solitamente questo avviene attraverso i contenuti che posta sul proprio blog o sui suoi canali social. Ma la moda per essere tale dev’essere condivisa. Sono infatti i tanti follower che reagiscono alle scelte/stili postati dagli influencer a renderli di tendenza. Un processo che parte dal basso, anche se non mancano casi di “manipolazione”, in cui le aziende cercano di imporre scelte e collezioni tramite la validazione sociale e il trust degli influencer. Un gioco funzionale, ma anche pericoloso.

Intercettare i trend attraverso gli influencer

Non è semplice muoversi oggi tra le centinaia di migliaia di utenti online che sono soliti definirsi, a torto o ragione, influencer. La mappatura delle figure utili da seguire, quelle realmente in grado di svolgere un ruolo da trendsetter, è quindi complessa, un’attività che necessita di know-how e dei giusti strumenti.

Tool dedicati all’influencer marketing come Launchmetrics, totalmente verticale al mondo fashion, Klear, Talkwalker, Blogmeter che permettono di:

  • fare outreach degli influencer, filtrandoli per parametri utili come ambito, canale, demografica follower, ecc.;
  • analizzarne i profili e i contenuti trovati;
  • monitorare la loro attività con i brand.

Parliamo di fenomeni che per “accendersi” hanno bisogno di un forte riverbero, elementi che spingono a concentrarsi su figure da un’audience estesa. Senza un buon numero di follower non è infatti pensabile che si accenda quella spinta dal basso che porta l’influencer a lanciare un trend.

Altro elemento di selezione è l’analisi dei contenuti prodotti dagli influencer, così da identificarne i tratti stilistici utilizzati: capi, colori, persino modi particolari di indossare un abito possono essere decisivi.

Individuare i trend tramite l’analisi delle conversazioni online

Essendo, per significato stesso, un fenomeno di massa, i trend sono fortemente connessi a una diffusione collettiva. I social diventano quindi perfetto specchio per il racconto di tendenze e simili, esprimendole attraverso immagini, testi, video, Stories.

Proprio per questo le analisi delle conversazioni che avvengono online (social, siti, testate online, forum, ecc.) rappresentano probabilmente la metodologia più scientifica e data driven per evidenziarle e, in molti casi, poterle intercettare nelle loro fasi iniziali.

I contenuti online rappresentano un potenziale di grandissimo valore per le aziende, essendo rappresentazione spontanea delle opinioni, dei gusti e dei pensieri degli utenti e, quindi, dei consumatori.

Questo tipo di analisi possono essere realizzate grazie a strumenti dedicati in grado di trovare quei contenuti online che rispondono a particolari parole chiave da noi impostate. Potremo così sapere volume delle conversazioni (il numero di contenuti creati su quel topic), il sentiment, gli argomenti connessi e le parole più utilizzate, la distribuzione geografica.

Di seguito alcuni elementi di un’analisi fatta in Italia sul tema “sneaker”.

Argomenti connessi
Parole più utilizzate
Distribuzione geografica

Facile comprendere quanto questi insight possano risultare decisivi nel comprendere la nascita di un trend, permettendoci inoltre di condurre analisi fortemente clusterizzate (uomo/donna, età, luogo, ecc.) e quindi ancor più utili. Perché è indubbio che trend e stili cambino profondamente a seconda che si tratti di donne o uomini o, ad esempio, di un pubblico under o over 30.

Basta uno sguardo al tema sneaker per comprendere quanto siano evidenti tali cambiamenti



Tali strumenti negli ultimi anni hanno aggiunto inoltre ulteriori funzioni di grande valore. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale permette infatti classificazioni dei contenuti in tempi brevi e con forte risparmio economico, per un lavoro che sino a ieri era gioco forza destinato ad analisti umani, ma che adesso può venire automatizzato. Ne nascono analisi estremamente complesse ed evolute che possono andare a indagare i reali driver che caratterizzano alcuni temi:





Quali contenuti sul tema sneaker trattano del colore? Quali del costo? Quali del materiale? Risposte di un’importanza capitale per valutare future tendenze.

L’altra grande innovazione è la capacità da parte dei tool di riconoscere le immagini, in quello che viene definito come image recognition. Non solo quindi il tool è in grado di trovare contenuti testuali su una particolare keyword, ma anche immagini, ampliando notevolmente la portata delle analisi. Anche in questo caso l’AI e il suo corretto addestramento permettono di limitare al minimo gli errori e rendere i dati ottenuti assolutamente credibili.

Essendo le mode una questione sociale, come detto, il consiglio è di non limitare le analisi solo ai temi legati al mondo fashion, ma di ampliarle. Partono spesso da lontano quegli input che condizionano la società prima e la moda poi.

Scoprire attraverso l’ascolto delle conversazioni che c’è un forte buzz sui temi legati alla sostenibilità è una spinta a possibili utilizzi, per esempio, di materiali eco in abiti e calzature.

Digitale sì, ma con criterio

Il mondo online e i tanti strumenti ad esso collegati mettono a disposizione dei brand strumenti e risorse dalle grandi potenzialità, permettendo di lavorare quanto mai in modo data driven, guidati dai dati seguendo realmente opinioni e pensieri del cliente finale.

Detto questo, non dobbiamo mai scordare il valore dell’esperienza e, soprattutto, che il tool più importante resta la capacità dei professionisti di dare contesto e creatività alla miriade di insight oggi disponibili.

Cloud4Wi è una Start Up fondata nel febbraio 2014 da Andrea Calcagno, attuale CEO & Chairman, e Davide Quadrini, attuale CTO e Board Director. L’azienda offre una suite di prodotti guest WiFi, location analytics e location-based marketing disegnata per conoscere e ingaggiare i consumatori.

a cura di Matteo Bonanno

Il Prada Group utilizza i prodotti di Cloud4Wi per trasformare l’esperienza in-store dei clienti in oltre 500 Store in tutto il mondo.

Andrea Calcagno

Cloud4Wi è una Start Up fondata nel febbraio 2014 da Andrea Calcagno, attuale CEO & Chairman, e Davide Quadrini, attuale CTO e Board Director.

L’azienda offre una suite di prodotti guest WiFi, location analytics e location-based marketing disegnata per conoscere e ingaggiare i consumatori. Con la suite di prodotti di Cloud4Wi le aziende enterprise di diversi settori posso utilizzare le reti WiFi esistenti per potenziare il loro business.

Dal 2015 collabora con un gigante del Retail come il Prada Group, utilizzando un sistema tanto semplice quanto efficace per offrire ai clienti in-store un servizio di WiFi gratuito assieme ad una costumer experience personalizzata.

L’accesso alla rete del negozio può essere effettuato tramite i propri account social come Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Google+, Fousquare e Pinterest, oltre a VKontakte per i clienti russi ed altre piattaforme per i turisti cinesi.

Le informazioni di login raccolte da Cloud4Wi hanno permesso al Prada Group di accrescere il proprio database clienti aggiungendovi nuovi contatti – assegnando un’identità digitale al dispositivo del cliente al primo accesso. Quando il cliente successivamente visita un qualsiasi store, la rete riconosce il dispositivo, lo associa al profilo digitale e gli da accesso automatico al WiFi del punto vendita.

Utilizzando questo tipo di servizio, Prada Group ha avuto la possibilità di avere una visione globale di come i clienti utilizzano il WiFi in tutti gli store del loro brand.

Tramite il servizio di Location Analytics i direttori dei singoli punti vendita hanno potuto prendere decisioni strategiche in base ai dati raccolti dagli utenti come il numero di visitatori giornalieri, gli orari di maggiore affluenza e i reparti più frequentati.



Un altro fronte è quello dello sviluppo di un’app dedicata che mostri il catalogo prodotti dell’azienda direttamente sulla splash page. Questo è aggiornato rispetto alla presenza in stock dei prodotti in quello specifico store. In base agli acquisti precedenti del cliente – sia offline che online – e alle sue preferenze l’app promuove prodotti specifici presenti sul catalogo.

Le identità digitali così create sono poi integrate nel sistema CRM di Prada Group e vengono arricchite con dati utili come quali e quanti store il cliente ha visitato. Le informazioni sono connesse ai comportamenti online come quante mail apre il cliente e quanto spesso visitano il sito Prada Group. Combinando attività online e comportamenti in-store, Prada Group ha una visione più completa di chi sono i propri clienti e quali le loro preferenze.

La personalizzazione della non si ferma qui: utilizzando una notifica, una mail o un messaggio può essere mandato al cliente fidelizzato appena entra nel punto vendita, dandogli il benvenuto e suggerendogli prodotti adatti al suo profilo. Anche gli addetti alle vendite vengono notificati nel momento dell’ingresso in store del cliente così da potergli offrire una maggiore attenzione.

In questo modo Prada Group è riuscito a personalizzare la propria customer experience per i propri clienti in store implementando la fidelizzazione e la creazione di relazioni più forti con la clientela.

Presentando questo progetto al Digital360 Awards 2017 Cloud4Wi ha vinto il Premio per il settore Fashion/Retail.

400

La storia di Brunello Cucinelli e la costruzione dell'utopia Solomeo, il borgo della comunità ideale.

a cura di Michela Turco

La fiducia nell’esperienza e nella qualità dei prodotti italiani, sembrano essere un’arma potente per combattere la crisi. Tuttavia, non è solo una questione di qualità: in gioco ci sono anche la nostra storia antica e i nostri saperi. Il “Made in Italy” rappresenta un buon punto di partenza, ma è pur sempre una comunicazione da far esplodere, ampliare e dettagliare.

A questo riguardo, approfondiamo il caso di Brunello Cucinelli. L’imprenditore, che ha avuto la grande intuizione di colorare il cashmere, è diventato uno tra i più grandi produttori mondiali. “Il re del cashmere” da anni parla molto di recupero delle tradizioni e dei legami con il territorio.

Per questo, nel 1985, ha deciso di riunire nel borgo medievale di Solomeo, un borgo medievale, la famiglia e la stessa attività imprenditoriale, per “rendere il lavoro più umano e mettere l’uomo al suo centro”. In questa rocca medievale vi risiedono gli uffici ed i lavoratori dell’azienda. Gli operai vivono all’interno del borgo, realizzando un modello di azienda autosufficiente:

Ho ascoltato la parola sapiente e commossa di san Francesco, San Benedetto, Kant, Marco Aurelio, Socrate, Seneca, e ho capito che il valore economico è nullo senza quello umano, dal quale pertanto il primo non può prescindere”.

Cucinelli, definito l’imprenditore filosofo, è impegnato in una continua ricerca del Bello, i prezzi dei suoi vestiti sono il risultato della sua produzione iperlocale, dell’artigianalità e dell’utilizzo di materie prime che provengono da fonti sostenibili. La produzione, dislocata sul territorio italiano, avviene in laboratori altamente specializzati. Il Made in Italy esprime la massima attenzione alla qualità della materia prima, accompagnata da grande manualità e cura del dettaglio.

Il modo di fare impresa di Brunello Cucinelli riscopre i valori umani e segue il trend Back to the Origin, in cui il saper fare italiano torna protagonista.

Tale filosofia viene poi riportata nei punti vendita, dove si respira armonia, creatività e grande artigianalità italiana.

 

 

 

415
A cura di Progettomenodue

La terra promessa di tutti i lovers del pianeta ha un indirizzo ben preciso: Londra, 214 Oxford Street.

Negli ultimi quarant’anni Topshop è stato il tempio di ogni trend nato e morto nella moda. Garante della Cool Britannia way of life e osservatorio privilegiato dei cambiamenti di costume dei consumatori.

Resta da capire se, con la perdita di appeal da parte del negozio fisico, continuerà a mantenere la sua corona.

Gli ultimi dati registrano un meno 16%. Complice forse la Brexit e il momento d’incertezza e trasformazione che il retail tradizionale sta attraversando. Ma non siamo qui per far le pulci sul suo fatturato, bensì per analizzare le sue strategie di comunicazione e, in questo, bisogna dire che il marchio non si è mai risparmiato.

Anzi.

Sui suoi front stores è come se campeggiasse un’enorme scritta al neon: Let me entertain you. Il tempo medio di permanenza nel suo flagship è di ben due ore e quindici minuti, con un footfall giornaliero di 30000 persone. Che cosa ha quindi di così speciale da essere considerato il benchmarker del fast fashion?

Topshop, è inutile dirlo, arriva sempre prima.

La velocità con cui riesce a captare i trend, interpretarli e comunicarli gli ha permesso negli anni di creare forme di dialogo sempre nuove, originali e vincenti, prese poi a modello dai suoi competitors. Già più di vent’anni fa capì l’importanza del blocco manichini all’ingresso del punto vendita: una schiera di 6/8 modelli, con styling e trucco perfetti, cambiati ciclicamente, per mostrare le ultime novità ed enfatizzare un particolare mood.

Zara ha poi adottato questo sistema e, a ruota, tutti gli altri.

Da qui ne è passata di acqua sotto i ponti ma il concetto di entertainment non viene mai dimenticato. Da alcuni tradotto come gamification marketing, ossia la capacità di coinvolgere il proprio target rendendo ludico il momento dell’acquisto. A Halloween per esempio. Come celebrarlo se non con l’hit show del momento, ovvero Stranger Things?

Per i non abbonati di Netflix si tratta di una serie tv ambientata negli anni Ottanta che racconta le vicende di un gruppo di ragazzini alle prese col paranormale. In contemporanea con l’uscita della seconda stagione, Topshop lancia una collezione speciale di t-shirt e accessori ispirati alla serie. Il tutto raccontato in ogni angolo del negozio. Il consumatore viene letteralmente catapultato in una dimensione parallela: dalla vetrina interattiva dove ognuno poteva testare i propri poteri telecinetici esattamente come la protagonista Eleven, alla riproduzione degli armadietti della Hawkins High School, agli arcade come Space Invaders, funzionanti e ad uso gratuito. Teenagers e fan della serie hanno fatto ore di coda sotto la pioggia pur di riuscire a immergersi in quelle atmosfere: paradossalmente il prodotto in sé diventa secondario. Importante era sì avere una di quelle magliette ma ancora più importante era riuscire a vivere quel determinato vibe.

Topshop si è, infatti, reso conto che si sta passando dal concetto di  storytelling a quello di storymaking: l’utente vuole essere sempre più parte attiva all’interno del processo. Non è più un semplice fruitore ma partecipa alla formazione del racconto.

 

Nel settembre 2013, in occasione della sua sfilata alla fashion week londinese, trasmessa in live streaming, ha dato la possibilità di comprare all’istante fino a sei pezzi dei capi in passerella. Era anche possibile sceglierne i colori e riceverli in sei settimane, ben due mesi prima dell’arrivo programmato in negozio.

Non ci dilunghiamo poi su tutti i servizi aggiuntivi proposti per aumentare la piacevolezza dello shopping: pause ristoro, servizio di personal shopper, postazioni di nail art, sartoria. Sembrano quasi strumenti da medioevo se paragonati con la realtà aumentata che ha animato l’apertura della stagione estiva. Con gli appositi occhiali si poteva fare un giro da brivido su uno scivolo d’acqua virtuale che percorreva le vie centrali di Londra.

Per enfatizzare il tema del parco acquatico hanno chiamato il Milk Train Cafè, famoso a Londra per i suoi gelati a base di cotton candy e colori pastello, decisamente Instagram-like. E per stimolare anche l’olfatto sono stati sistemati dei vaporizzatori per diffondere il tipico profumo della crema solare.

Perché il coniglio nel cappello di Topshop resta la voglia di divertimento.

La vita, di per sé, è già abbastanza complicata e allora perché dovremmo rinunciare a comprare un abito trendy, dal prezzo accessibile, trascorrendo soprattutto due ore in allegria?

 

 

 

609
a cura di Progettomenodue
Quando si parla di innovazione si pensa solitamente a prodotti hightech, oggetti smart e materiali di ultima generazione. E invece vogliamo parlarvi di un brand che ha saputo innovarsi con le tappezzerie d’antan e i quadri rinascimentali.

Sul fenomeno Gucci si scrivono tesi di laurea.

Tanti sono gli aspetti da prendere in considerazione per capire come una piccola bottega di articoli per la pelletteria, fondata a Firenze nel 1921, sia diventata il nome più influente del momento.

Leggere la storia dell’azienda è appassionante. Sembra uno script di Shonda Rhimes: eventi, soldi, fallimenti, cambi di timone. L’ultimo, in ordine cronologico, è rappresentato dalla combo Marco Bizzarri – Alessandro Michele.

In qualità di CEO, Bizzarri, quando entra nel 2015, deve compiere una scelta importante e delicata: per la direzione artistica, invece dei soliti noti,  nomina una personalità interna, lontana dai riflettori. E la scelta si dimostra vincente. Con un fatturato record che nei primi nove mesi del 2017 segna uno straordinario + 45% sull’anno precedente. Numeri da standing ovation, in un momento in cui diverse aziende del luxury arrancano. Gucci riesce dove in tanti hanno fallito, arrivando a far breccia nel cuore dei millennials, la fetta di mercato più sfuggente e più difficile da fidelizzare.

Ma andiamo con ordine.

Bisogna ammettere che coniugare innovazione e tradizione è da sempre uno dei capisaldi dell’azienda. Già nel 1947 quando introdusse il legno di bambù per i manici di alcuni modelli di borse. Michele è in azienda dal 2002, ne conosce bene le dinamiche e l’heritage. In cinque giorni disegna una collezione che lo consacra ai posteri dove mescola citazioni vintage e tute da rapper, reinterpretando i simboli storici della maison. Riesce così a dar vita a qualcosa di unico, innovativo, che riflette alla perfezione lo spirito dei tempi. Del resto, le sue creazioni, fatte di tessuti leziosi, kimono e applicazioni, fanno sognare e danno speranza in un futuro incerto e critico, esattamente come la Bamboo Bag, col suo fascino esotico, faceva sognare e ridava speranza negli anni del dopoguerra. Recupera l’emblematica doppia G e invece di rimanere ancorato al dogma “del logo non si tocca mai” lo stravolge e lo contamina con artisti della street art. O lo trasforma in Guccy sulle t-shirt.

Ma, aldilà delle storpiature autoironiche, l’azienda è lungimirante e attenta alla ricerca: lo dimostra il via al progetto dell’ArtLab che avrà sede vicino al polo produttivo di Scandicci. Un centro di eccellenza per la pelletteria dove prototipisti, artigiani e ricercatori lavoreranno per riuscire a rispondere in maniera più veloce alle richieste del consumatore.

Bizzarri ammette anche di aver creato un “comitato ombra”: un gruppo di giovani selezionati col compito di proporre idee e dire la loro sui progetti in corso. Forse, è così che è nata la campagna TFW per il lancio della nuova collezione di orologi. Su Urban Dictionary, portale dedicato allo slang contemporaneo, viene descritto come l’acronimo di The feeling when, usato nella messaggistica per esprimere una sensazione. In questo caso, viene utilizzato per raccontare le emozioni che si provano ad avere un orologio al polso. E così su Instagram compaiono i primi meme, tra cui il ritratto del 1560 di Eleonora da Toledo con la sua faccia delusa e la caption che recita “Quando lui ti compra dei fiori ma tu vorresti solo un orologio di Gucci.” Una mossa astuta, comunicata col tipico linguaggio internettiano, a metà tra il serio e il faceto.

L’innovazione digitale si sposa poi con l’in-store experience. Nuovo look anche per i punti vendita caratterizzati da uno stile eclettico e accostamenti inusuali: poltrone in velluto blu pavone vicino a display industrial, tappeti vintage ed effetti 3d sul pavimento. O ancora spazi Do it yourself, dove il cliente può costumizzare i capi perché la libertà di espressione e interpretazione sono una costante della nostra società.

In fondo, come ben dice lo stesso Michele, sapersi innovare è cercare indizi nel passato e nel presente per disegnare il futuro.

316
Editoria e informazione cartacea e retail, i negozi fisici, sono quasi certamente i due settori sui quali lo sviluppo di internet ha avuto gli effetti maggiori.

Il retail è cambiato, ma non è morto, anzi. E due settori sembrano trainare il cambiamento: il lusso e l’editoria.

Non è un caso se proprio Jeff Bezos, nel 2013, si è comprato per 250 milioni di dollari il Washington Post, il più importante quotidiano americano insieme al New York Times, potenziandone l’edizione di carta accanto, certo, alla parte digitale. Proprio il fondatore di Amazon diventato editore di giornali, nel giugno scorso, è stato l’ospite speciale di un convegno a Torino sul futuro dell’informazione cartacea di qualità.

Non tutte le rivoluzioni vengono per nuocere, si potrebbe dire: tornando al retail della moda e del lusso, due dati fanno ben sperare.

See full story on Retail, il 2017 è l’anno della ripresa di aperture di negozi – Il Sole 24 ORE