Corporate storytelling

a cura di Davide Pellegrini

Come evolve il marketing digitale e come può garantire un’efficace esperienza utente? In che modo il digital può venire a supporto del customer journey? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Aldo Sette, digital media consultant di grande esperienza e competenza.

Edoardo Aldo Sette

Da esperto di temi digitali. Come possiamo definire una Customer Journey efficace sul web?

Una Customer Journey efficace sul web parte da un assunto: la comunicazione efficace non è data dalla sommatoria di singole iniziative, ma dalla capacità di tessere una trama, un racconto coinvolgente, una storia di valori, di ricordi, di aspettative sul futuro, che si evolve con i fatti della vita e che mantiene un rapporto con il proprio pubblico. La marca è viva e quindi necessita di raccontarsi attraverso un’esperienza quotidiana diretta, intima, che non teme la critica e il confronto con il mercato.

Oggi, rispetto al passato, intorno alla marca ci sono diversi attori che scrivono, commentano, criticano. Alla comunicazione unidirezionale del brand si è affiancata e ha acquisito sempre più rilevanza l’attività delle community digitali. Una volta erano centri d’ascolto, punti di confronto mediati con il mercato senza possibilità di esprimersi, oggi sono gli utenti stessi i principali autori di storie, storie reali, sono micro influencer con la capacità di raccontare, recensire esperienze positive e non intorno alla marca e diventano essi stessi fattori essenziali nel processo di acquisto. I consumatori non subiscono più il messaggio che ricevono dal marketing, ma lo interpretano, lo modificano e, se non gli piace, ne creano uno nuovo parallelo che si diffonde viralmente all’interno delle community, spesso con maggior forza penetrativa. Il contributo del digitale è l’immediatezza, che consente di veicolare i messaggi legandoli all’attualità, la possibilità di modificare “in corsa” il messaggio, ottimizzando le performance durante l’erogazione, la customizzazione del dialogo a target differenti contemporaneamente e, non certo per ultima, la misurabilità dei risultati ottenuti che deve anche essere il punto di partenza per la progettazione delle attività future.

Comunicazione Real Time

Molte aziende separano la tecnica della Customer Journey dalla qualità dei contenuti. Perché secondo te le due cose sono legate?

L’accessibilità e gratuità del web, viste da sempre come punti di forza, di democratizzazione e liberalità di internet rispetto ai canali di informazione tradizionali, hanno manifestato nel tempo gravi effetti negativi. Si è parlato moltissimo, recentemente, del fenomeno delle fake news.  La disinformazione che cresce e si diffonde anche più rapidamente dell’informazione proveniente da fonti ufficiali e autorevoli, rendendo complesso il processo di controllo a tutela. Cavalcando l’onda del catastrofismo, del sensazionalismo e dell’ingenuità di un pubblico poco consapevole delle dinamiche di monetizzazione dei contenuti, abbiamo assistito al diffondersi di portali pieni di notizie verosimili, ma essenzialmente false, riempite in oggi spazio della pagina da pubblicità di ogni tipo e natura. Questo fenomeno ha compromesso inevitabilmente la credibilità delle informazioni presenti sul web, aumentando la diffidenza e ha influenzato enormemente anche la produzione di contenuti per i brand. 

La condivisione di contenuti prodotti da altri ha rischiato di far dilagare ulteriormente il fenomeno allontanando l’informazione dalla fonte che l’ha prodotta e rendendo impossibile risalire all’autore originale. L’attività di content curation (rielaborazione di materiale già presente online – ndr), che si era affiancata a quella di content creation (creazione di materiale originale – ndr), è stata a mio avviso ingiustificatamente demonizzata. Una content curation sana, basata su una ricerca delle fonti più autorevoli (riportate sempre in calce) e l’integrazione di contributi originali è un approccio critico utile alla discussione sul web e va sapientemente alternata alla creazione di contenuti (molto dispendiosa e non sempre garanzia di interesse).

Il fenomeno delle fake news

La sovraesposizione a messaggi con finalità pubblicitarie e promozionali ha creato diffidenza e un generale disinteresse verso la comunicazione di marca. L’unico modo per mantenere alta l’attenzione è la capacità di legare le storie del brand ai continui mutamenti della vita quotidiana. La capacità di essere attuali e originali, con un enorme sforzo di creatività e capacità di captare i segnali di cambiamento. Il racconto non è una lezione di stile, è l’unica formula che consente di soddisfare l’esigenza di continuo rinnovamento contro un’indifferenza dilagante.

Ci troviamo in un momento di iper-offerta di servizi e prodotti. Quali sono gli strumenti più innovativi per la Customer Journey?

Credo molto nell’efficacia di attività come il guerrilla marketing. Decontestualizzare il brand dai normali luoghi in cui viene veicolato è una chiave di discontinuità che può ottenere risultati inaspettati, rendendo la marca più alla portata, attuale e di conseguenza “simpatica” per colpire l’immaginario e stimolare la curiosità degli utenti.  La comunicazione sul web si fa sempre più veloce; si comunica con emojy, hastag, like e brevi commenti con cui è difficile interagire se non si è creata una relazione forte tra community e marca. Per ottenere questo risultato è necessario cambiare registro molto rapidamente, mantenendo però identità e personalità. Così come avviene nella vita reale, siamo circondati da cose che vediamo e desideriamo, che vorremmo avere a disposizione nel momento in cui il bisogno latente si trasforma in bisogno incombente. Più il brand è vicino alla vita reale o ai desideri comuni, “realizzabili”, più il processo di identificazione è efficace.

Verso l’hashtag marketing

A livello di advertising il proximity marketing, sfruttando tecnologie come il geofencing o i beacon, può aiutare a intercettare gli utenti in touch point non convenzionali (es. messaggi in tempo reale di supermercati mentre si aspetta il treno in stazione ferroviaria o della metro). Vetrine dei negozi che sfruttano il riconoscimento facciale per proporre messaggi pubblicitari personalizzati. L’incontro perfetto tra offline ed online. Il videostorytelling consente di coinvolgere un pubblico che si sta disabituando sempre più a leggere e perde il piacere del racconto scritto a beneficio del racconto visuale (il fatto che Youtube sia considerato da molti un motore di ricerca prima ancora che un canale di intrattenimento o repository video la dice lunga a riguardo). ll successo di Netflix e il continuo proliferare di serie tv conferma che il videoracconto, in una moltitudine di puntate e serie, genera un enorme interesse e la frammentazione dell’arco narrativo consente al pubblico di inserirsi di puntata in puntata pubblicando i propri contenuti, commentando, facendo ipotesi sul proseguo della trama e dando così il proprio contributo alla community. Questa necessità di interagire con il racconto non può in nessun modo essere ignorata, va assecondata e guidata dalla marca. Recentemente si vedono sempre più spot televisivi “a puntate”. L’instant marketing si presta a creare continue occasioni di attualizzazione del brand nel contesto del momento.

Nuovi sviluppi nel marketing

Come evolveranno secondo te le agenzie che lavorano sui media? Su quali competenze è importante puntare?

Le Agenzie che sapranno cogliere il cambiamento si trasformeranno in Competence Center dove alle figure tradizionali dei tecnici del web (sviluppatori, web designer, grafici, social media manager…) necessariamente si affiancheranno figure umanistiche quali sociologi, filosofi, psicologi, autori di contenuti (web writer, seo content specialist e traduttori…). Nuove figure professionali si stanno sempre più consolidando nei gruppi di lavoro quali analisti, esperti in statistica e data scientist.  Anche le professionalità delegate alla vendita dovranno evolvere le proprie competenze verso l’area più consulenziale per affiancare il cliente in tutte le fasi del progetto. Le piccole agenzie dovranno collaborare in maniera sinergica, sfruttando meglio i rispettivi settori di specializzazione senza tralasciare la vista di insieme sul cliente per soddisfarne appieno le esigenze.

Nelle Aziende più strutturate saranno sempre più necessari dei digital project manager dedicati per assicurare l’armonizzazione di tutti coloro che contribuiranno internamente ed esternamente al piano di comunicazione.

Infine, credo che le aziende che oggi vogliano seriamente intraprendere un percorso di trasformazione del proprio business verso il commercio elettronico necessitino affidare il coordinamento delle attività a un ecommerce manager dedicato, conoscitore del mercato reale e delle dinamiche della vendita online.

Agenzie e aziende verso la digital transformation

Cosa porteranno i Big Data, è davvero una opportunità?

Provo a rispondere con una citazione cinematografica: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Responsabilità sociali, ovviamente, ma anche di capacità di lettura e affidabilità.  I dati non sono altro che la rappresentazione di comportamenti di utenti reali. Non tutti i valori misurati sono dati significativi ed è importante saperli discernere. Se affido i miei dati a qualcuno, vorrei essere certo che il loro utilizzo possa portare valore aggiunto. Non ho bisogno di ricevere 2000 mail per prodotti o servizi che non mi interessano in questo momento e che finiranno in spam producendo un senso di frustrazione e inefficienza.  Vorrei trovare contenuti interessanti capaci di coinvolgermi e informarmi, che mi offrano la possibilità di confronto e condivisione nel momento in cui faccio una ricerca o manifesto un desiderio, magari ho bisogno essere rassicurato per prendere una decisione e, perché no, anche guidato nel mare magnum di opportunità, ma sempre con discrezione e seguendo un filo conduttore che è il dialogo.

L’intelligenza artificiale in questo sta aiutando enormemente il processo di emancipazione in atto: ad esempio i chatbot sempre più sofisticati che riescono a interagire con gli utenti offrendo informazioni di interesse e ogni volta raccogliendo dati utili a migliorare la qualità delle risposte. La marketing automation consente, grazie all’utilizzo delle informazioni raccolte sugli utenti, di diversificare la comunicazione, ma risulta ancora spesso impersonale per ottenere i risultati sperati. È un primo passo necessario per comprendere che i dati possono aiutarci a migliorare la qualità dei contenuti che produciamo e che leggiamo sul web e di conseguenza agevolare molti aspetti della nostra vita online ed offline.

Un algoritmo emozionale permette di tracciare l’emotività di chi riceve un messaggio e di applicare il concetto di “emotional programmatic” al brand.

a cura di Redazione

Incontriamo Emotional Marketing Research per parlare di algoritmi emozionali che integrano la ricerca classica, scannerizzano i KPI emotivi del target e individuano con precisione le emozioni che attivano il 70-95% dell’impulso d’acquisto e che sarebbero invisibili con i metodi tradizionali. Intervista a quattro mani con Gianandrea Abbate, uno dei punti di riferimento europei del marketing emozionale; è stato fondatore prima di Psycho Research (1996) e poi di Emotional Marketing Research, è autore dei volumi “Emotional Assets” (Adv Finedit Editore) e “Mind Marketing” (Scuola di Palo Alto Editore), e con Fabrizio Bellavista, responsabile di Emotional Marketing Lab oltre che digital transformation specialist, responsabile del dipartimento Neuromarketing e sharing economy di AINEM e co-autore dei libri “La Logica del Fluire” (Lupetti Editore) e “Io, tu, NOI, gli altri” (Aracne Editrice).

Secondo voi i social network contribuiscono a creare l’immagine di un brand? Come?

Nel moderno melting pot comunicativo, senza dubbio i social network hanno guadagnato un posto di rilievo. Ricordiamo che il marketing contemporaneo pone al centro le relazioni: si può gestire una relazione se non si conosce a fondo l’ingegneria emozionale che le muove? Nella texture generale che un brand costruisce sia off line che on line, quindi, la presenza nei social network può avere una valenza importante a patto che sia coordinata con il cuore pulsante della marca e che crei una relazione profondamente autentica ed emozionale con il proprio cliente: coerenza nella strategia, coerenza nei codici, sino alla coerenza nella scelta della piattaforma stessa. Riguardo a quest’ultimo punto, per esempio, l’emozionalità espressa da Twitter è molto differente da quella espressa da Facebook o Instagram: una comunicazione vincente su Facebook, infatti, può diventare un insuccesso se riproposta tale e quale su un’altra piattaforma.

Emotional marketing


Voi vi occupate di emotional research. Di cosa si tratta e come può essere applicata alle necessità delle imprese?

È una nuova tecnologia, un algoritmo emozionale che permette di tracciare l’emotività di chi riceve un messaggio e di applicare il concetto di “emotional programmatic” al brand: l’obiettivo è quello di una comunicazione che potenzi l’impulso d’acquisto con minori investimenti. Il sistema permette di applicare scientificamente colori, grafica, wording e musica con la massima efficacia.


Come può la prassi quotidiana del social networking trarre beneficio dalle vostre ricerche, in concreto?

Dopo aver posizionato – grazie ai feedback della ricerca – la marca nella mappa, il data base produce l’algoritmo emozionale che riguarda (per esempio) la “cucina ideale” degli italiani (immagine 1) che diventa il timone della nostra comunicazione; con essa emerge il cloud contenente le indicazioni precise di una vera e propria ingegneria emozionale e i suoi codici conseguenti (immagine 2). Nella mappa è evidente l’area semantica da cui attingere per il nostro storytelling nei social media. Gli elementi sono conseguenti al posizionamento nell’area di un morbido classicismo, nella zona della classica famiglia italiana in versione aggiornata, ove i concetti di pasta, mamma e attenzione alla natura sono di vicinanza. Ecco dunque che diventa immediatamente più facile percorrere, con i suggerimenti dell’algoritmo emozionale, la strada per costruire una cover di Facebook con tutti gli elementi visivi più performanti. Allo stesso modo si può continuare la narrazione coerente del brand anche facendo un post: meglio il prevalere del testo oppure delle immagini? La risposta dell’algoritmo è: immagini e video al 76% di preferenza. E se dobbiamo redigere un testo, che indicazioni seguire? Tra una tipologia di testo di approfondimento e uno invece in forma più sintetica, vince la seconda opzione: gli highlights sono dati al 72% di preferenza. E nello storytelling è meglio un approccio votato all’empatia o alla soggezione? Decisamente all’empatia – al 74% – ma è un’empatia in cui prevale l’armonia (al 64%), quindi dai tratti ‘leggeri’.

Naturalmente per questa descrizione sintetica abbiamo dovuto saltare un’infinita varietà di passaggi ma il messaggio è chiaro: la comunicazione nei social network può essere coerente e maggiormente vicina all’anima profonda del brand e quindi raggiungere migliori risultati.


Ci fate un esempio di come l’emotional marketing si lega a una strategia di brand design?

In realtà si possono fare molti esempi, uno per tutti: da Banca Micos siamo arrivati a Chebanca!, con applicazione su tutti i touchpoints. Il logo Micos infatti è stato il punto di partenza dal quale, attraverso il nostro algoritmo emozionale, siamo giunti a elaborare, insieme al cliente, il concept Chebanca!, con applicazione non solo sulla comunicazione on e offline ma anche su tutti i touchpoints. Abbiamo creato, attraverso un ricerca molto approfondita, un nuovo modo di essere banca perché c’era un pubblico che attendeva questa novità ed emozionalmente era pronto per cambiare il proprio modo di sentire ed agire.


Quali sono le competenze che dovrebbe avere un designer emozionale?

Conoscere profondamente non solo la psiche umana, ma gli otto principali emotional human profiles (immagine 3) e i codici che li contraddistinguono: in alternativa è utile usare le ricerche che svelano queste preziosissime informazioni.

Le linee guida neuroscientifiche sono di enorme supporto nel “sensory branding”. Gli utenti sono sempre al centro. È il loro viaggio che conta.

a cura di Davide Pellegrini

Come stanno evolvendo le tecnologie interattive per i brand? Tra interaction design e sensory branding, lo abbiamo chiesto a Mick Odelli, founder di DrawLight.

Mick Odelli

Mick Odelli, sei il founder di Drawlight, una company di alto valore tecnologico che opera, per riassumere nel migliore dei modi, nell’interactive design. Mi sembra di capire che, nonostante la quantità di servizi, dalla produzione e postproduzione video alla realtà immersiva, dalle installazioni interattive al videomapping, il fil rouge sia l’engagement degli utenti. Come descriveresti quello che fate?

Siamo sempre stati una realtà camaleontica, spinta da passione e innovazione. Due fattori che impongono elasticità e continuo cambiamento in relazione alle nuove tendenze e tecnologie. Ad oggi DrawLight è diventata molto matura nella realizzazione di Esperienze ad alto contenuto emozionale. Utilizziamo creatività, arte, tecnologia e neuroscienze per provocare stati d’animo e memorie nelle persone. L’engagement è sicuramente parte integrante degli ingredienti, e punto forte fin dal nostro passato. Ma ad oggi siamo più concentrati a creare un legame duraturo tra il visitatore e il brand, che vada oltre il contesto del momento. Le linee guida neuroscientifiche sono di enorme supporto in questo obiettivo. Riassunto in una parola, possiamo dire di fare “sensory branding” in modo molto spinto! Gli utenti, certamente, sono sempre al centro. Questo concetto è chiave. È il loro viaggio che conta.



Mi sembra di capire che la contrapposizione tra realtà fisica e mondo digitale possa alla fine risolversi con l’idea di integrare contenuti amplificati e interattivi nell’esperienza quotidiana delle persone. Come immagini il futuro della realtà aumentata?

C’è un termine che inizia a circolare: esperienze “Phygital“. Fa sempre un po’ sorridere vedere spuntare nuovi termini di continuo. Ma ha un suo perché. La realtà aumentata implica tendenzialmente che serva un device per vedere un mondo digitale sovrapposto a quello reale, sia esso un cellulare o un caschetto virtuale. Le esperienze che creiamo nel mio studio sfruttano principalmente la luce indiretta di videoproiettori particolari, proiettata direttamente sul mondo reale. Nessuna tecnologia da indossare o utilizzare. La proiezione interagisce con le geometrie. La luce non è diretta, ma riflessa, e quindi non invadente. E l’esperienza del visitatore è libera da vincoli, ed è naturale. Il futuro va in questa direzione. Ambienti fisici costruiti per accogliere una luce dinamica ed interattiva, in grado di far comunicare gli spazi indoor, siano essi retail, museali, wellness, hotels, ospedali o aeroporti. Ciò che vivremo sempre più sarà l’esperienza di interazione. Un’esperienza passiva, non data da un utente costretto a “cliccare” per interagire, ma dove la tecnologia possa leggere in modo non invasivo il comportamento fisico ed emozionale delle persone, e reagire di conseguenza. Ambienti che si relazionano al battito cardiaco del visitatore, e ne influenzino il rallentamento sincronizzandosi con esso, attraverso esperienze visuali sovrapposte all’architettura reale, di modo da provocare relax e benessere.Spazi che si adattano in funzione dei gusti e necessità delle persone. Abbiamo realizzato un esperimento neuroscientifico nel 2018 dove abbiamo dimostrato come un ambiente “augmentato” da queste esperienze audiovisive possa di fatto influenzare in modo estremamente positivo lo stato d’animo di chi le vive. E siamo riusciti a farlo con rigore scientifico e con un’attendibilità dei dati del 99%. La tecnologia c’è e i tempi sono maturi.



All’attività di designer unisci quella di divulgatore video. Con un canale YouTube e un taglio molto originale parli di diverse tematiche, sempre con l’idea della divulgazione di alto livello. Una testimonianza di come YouTube stia riassumendo diverse finalità nell’unico linguaggio dell’entertainment. In un video hai descritto come cambiare o sta cambiando il retail? Cosa ci dici in proposito e che devono fare i retailers per allinearsi al futuro che avanza?

Il canale YouTube è un’espressione delle mie personali passioni, ma funge anche da manifesto di DrawLight. In merito al retail, stiamo vivendo un forte cambiamento di paradigma. L’online retail cresce del 24% l’anno, mentre nel 2017 hanno chiuso 8400 negozi solo negli Stati Uniti. Questo ci ha portati a un 2018 dove si è stati costretti a ripensare ai ruoli di questi due mondi, quello online e quello fisico. Il sito internet – il media – è diventato lo store. Usiamo internet per acquistare. Ma l’aspetto interessante è che lo store – il negozio – è pronto a diventare il media. Il touchpoint più importante tra persone e brand. Ci si è accorti che le dinamiche del comportamento d’acquisto online pongono il prodotto al centro, anziché un brand o le persone. E proprio per questo Amazon è un grande player. E se fino a poco tempo fa non si capiva come mai i millennials non rimanessero fedeli ai brand e continuassero invece a saltare tra differenti marchi, ora si è compreso come questo sia legato al fatto che l’ecosistema di internet non ha gli strumenti per creare legami duraturi tra le due parti. Lo shopping online presenta prodotti, funzionalità e prezzi. Non ha i mezzi per trasferire tutti i valori intangibili di un prodotto o di un brand. Per fare ciò serve un’esperienza d’acquisto differente, che coinvolga i sensi (altresì detto polisensualismo o LOTS – language of the senses) e che attivi delle emozioni nelle persone, in grado di creare in loro una memoria di esperienza appagante. Lo spazio fisico serve a questo. E i player più importanti lo hanno capito e si stanno organizzando per agire. Vedremo sempre più negozi diventare museo del brand, percorsi sensoriali dove il prodotto è totalmente secondario all’esperienza (3 su 4 millennials ha dichiarato di preferire esperienze a prodotti). I negozi saranno un’espressione di lifestyle, di ispirazione, dove il brand funge da mentore che accompagna l’eroe – il consumer – verso un percorso di esplorazione emozionale. Elementi come lo storytelling e il coinvolgimento dei sensi saranno essenziali. Ed ecco perché le neuroscienze giocano e giocheranno un ruolo molto importante in merito. Si dice che lo spazio retail perfetto sia quello che, come Tinder, si propone come piattaforma di incontro emozionale tra il consumer e il brand.



Che ruolo possono avere le tecnologie immersive, la realtà aumentata, gli allestimenti interattivi per potenziare l’offerta di uno store? Puoi raccontarci come, secondo te, si “disegna” un’esperienza end user?

Ogni nostro progetto è uno “special project” per cui tende ad avere un forte elemento di originalità. Il concept e il contenuto sono la chiave. La tecnologia è solo un mezzo. Quest’ultima però ci permette di lavorare con un nuovo canvas, costituito da 2 elementi principali: gli spazi architettonici dinamici, e la comunicazione bidirezionale tra spazi e persone (non solo negli store). Per spazi architettonici dinamici intendo ambienti dove le pareti cambiano aspetto in funzione di come si vuol far vivere l’ambiente. Noi le chiamiamo “atmosfere immersive”. Oltre a permettere un’esperienza emozionale di alto livello, grazie agli effetti ottici che possiamo creare con il digitale, uno store può cambiare pelle ogni qualvolta ne abbia bisogno. In funzione di una nuova collezione, di un momento importante, di un orario della giornata. Una vetrina può fare questo anche oltre l’orario di chiusura e far pulsare lo store senza sosta. La comunicazione bidirezionale è una conseguenza di tutto ciò. È possibile far comunicare consumer e architettura. Consumer e prodotto. Consumer e brand. E non solamente in modo univoco, come è sempre stato con l’advertising. Ad oggi siamo in grado di creare esperienze molto personali, relazionandoci alle biometriche, alla capacità di riconoscere gli stati d’animo delle persone (senza in alcun modo intaccare la privacy: non so chi sei, so solo che sorridi). Se in un angolo dello store vedi una borsa che ti piace, questa può reagire, e attraverso videoproiezioni che la avvolgono, può comunicare qualcosa di se stessa, come è stata realizzata, il concept con cui è nata, e così via. Il consumer ha una reazione, l’ambiente la percepisce e reagisce di conseguenza, e questo crea una continuità di comunicazione. Se poi il consumer gradisce che il brand sappia qualcosa di più dei propri gusti, come accade online, l’esperienza d’acquisto può essere estremamente personale, dove l’ambiente suggerisce uno stile, un colore, prodotti specifici, o ancora evidenzia solo le taglie disponibili simili a quella dell’utente. Se poi porto un capo nel camerino, questo può essere uno spazio intelligente, che riconosce tale capo e di conseguenza mi fa vivere un’esperienza molto più completa con il prodotto, proprio in un momento intimo in cui desidero conoscerlo meglio. Un’aspetto molto importante da tenere in considerazione nonostante tutto questo, è che prima di tutto il consumer deve vivere un percorso emozionale, che lo porti lentamente a dimenticare la frenesia della quotidianità, verso un momento di consapevolezza del sé e di benessere. Solo così, attraverso questo sincronismo, questo momento empatico, si può creare un forte legame (anche chimico) tra consumer e brand. Lo shopping ad alta frequenza continuerà ad esistere, ma per i brand che vogliono mantenere una posizione diversa, caratterizzata da prodotti di alto livello perché ricchi di valore intangibile, l’esperienza d’acquisto dev’essere un percorso di wellness, di rallentamento e di esplorazione.

Lo studio di Draw Light

Che obiettivi di crescita per Drawlight?

Negli ultimi 2 anni DrawLight ha a suo modo vissuto un cambiamento. Abbiamo compreso il nostro Perché, il nostro Key Purpose. Siamo passati dal risolvere specifiche necessità per i nostri clienti, a proporre pro-attivamente un nuovo approccio ai progetti. Tendiamo a non essere più visti come un fornitore, bensì un partner, chiamato a tempo debito per affiancarsi al nostro cliente nel ragionare su come creare percorsi o situazioni immersive che possano veramente fare la differenza là fuori. La parte consulenziale e di pre-produzione sta diventando sempre più importante, ma rimaniamo anche una realtà che continua e continuerà a generare i contenuti audiovisivi in-house, in modo da avere il pieno controllo dell’aspetto qualitativo di ciò che offriamo. Vedo il nostro brand come un catalizzatore di differenti skills e risorse. La parte neuroscientifica ne è stata la prova. Siamo in un periodo storico nel quale solo un mix tra varie discipline può essere la vera chiave innovativa. Dal punto di vista della realizzazione dei progetti, il nostro obiettivo è quello di dimostrare misurazione, tangibilità. Il nostro lavoro è molto artistico. E questo da sempre ha significato che l’aspetto estetico di quello che realizziamo guidi le scelte. Ma non è corretto. L’estetica è soggettiva. Nell’ambito retail, per esempio, i brand hanno bisogno di risultati oggettivi. Ecco perché da 2 anni stiamo lavorando per creare ambientazioni che siano certamente appaganti a livello visivo, ma anche emozionalmente attivanti a livello più oggettivo possibile, con la scienza. Per i brand è importante sapere che qualcosa porti risultato. L’approccio artistico non basta.

Nei prossimi anni, per quanto ambizioso, il nostro obiettivo è quello di porci come punto di riferimento nell’ambito delle esperienze immersive, soprattutto in ambito retail. Non siamo uno studio che realizza 10 progetti al mese. Ci siamo sforzati di cambiare anche in questo. Vogliamo dimostrare con pochi visionari progetti, come le nostre realizzazioni funzionino veramente. E concentrarci nel cavalcare l’onda del cambiamento. Adattandoci ai trend, ma continuando a costruire solide basi che garantiscano che il nostro approccio è diverso, ma funziona.



Mick Odelli, founder DrawLight, innovation consultant with a strong urge of expressing himself through digital augmentation. He’s specialised in visual and interactive technologies. His team’s job is to research, ideate, propose, and deliver immersive experiences through innovation and technology.

Essendo le mode una questione sociale, come detto, il consiglio è di non limitare le analisi solo ai temi legati al mondo fashion, ma di ampliarle.

a cura di Matteo Pogliani

Comprendere e predire quelle che saranno le evoluzioni di mercato, ancor più delle abitudini di consumo delle persone, resta una delle sfide più complesse e rilevanti per i brand. Una sfida concreta che può segnare profondamente performance (e fatturati) e che per questo motivo spinge i marketers a cercare costantemente di intercettare e anticipare i principali trend.

Un’esigenza che diventa ancora più vitale in quei settori in cui la volontà di acquisto è influenzata profondamente da parametri soggettivi e dall’impulsività. Il è estremamente legato ai trend, ancor più oggi che il concetto di collezioni e stagionalità pare superato in favore di capsule collection, temporary collection e personalizzazioni. Un’idea di moda fast in cui i trend acquistano ancora più valore.

Cos’è un trend

La tendenza non è altro che uno spunto creativo che nasce da desideri e bisogni. È un fenomeno che per la sua natura “effimera” e intangibile tende a essere sfuggente e difficile da identificare. Una complessità accentuata dall’avvento dei social network e dalla democratizzazione della comunicazione che questi hanno portato. Oggi con un post posso far vedere outfit a un pubblico vastissimo senza la minima limitazione spaziale e temporale.

Se quindi in passato i trend venivano lanciati da pochi e selezionati individui, oggi sono potenzialmente influenzati non solo da un numero più ampio di persone, ma soprattutto da persone estremamente diverse tra loro per caratteristiche sociali e demografiche.

Un fenomeno che porta il mercato stesso a essere protagonista e creatore andando a rispecchiare perfettamente alcuni dei più noti punti del Cluetrain Manifesto:

Il mercato online conosce i prodotti meglio delle aziende che li fanno”.

Le tendenze sono infatti veri fenomeni sociali e come tali vanno analizzati. Per questo è fondamentale andare oltre il proprio mercato di riferimento: sport, spettacoli, news, avvenimenti particolari, tutto può diventare virale e scatenare l’interesse del grande pubblico.

Alcuni dei più influenti fashion blogger

Influencer e trend

In molti casi dietro la nascita di un trend c’è la visibilità e la capacità comunicativa di individui dal forte impatto mediatico e/o digitale. Persone che con le loro scelte e stili riescono a imporsi agli occhi degli utenti, ma ancor di più a far diventare tali scelte un comportamento da seguire, copiare, fare proprio.

Un fenomeno che non è sempre facilmente spiegabile, condizionato da elementi spesso diversi come conoscenza, fiducia, emulazione.

Lo stretto legame tra influencer e trend non è nuovo. Già nel 2003 Keller e Barry parlavano di Trendsetter, individui in grado di intuire mode e tendenze prima degli altri e che, come gli early adopter, diventano esempio per le masse.

L’influencer non è solo, come erroneamente si pensa, una figura con migliaia di follower, ma bensì un personaggio in grado di suscitare una reazione nelle persone intorno a lui. Solitamente questo avviene attraverso i contenuti che posta sul proprio blog o sui suoi canali social. Ma la moda per essere tale dev’essere condivisa. Sono infatti i tanti follower che reagiscono alle scelte/stili postati dagli influencer a renderli di tendenza. Un processo che parte dal basso, anche se non mancano casi di “manipolazione”, in cui le aziende cercano di imporre scelte e collezioni tramite la validazione sociale e il trust degli influencer. Un gioco funzionale, ma anche pericoloso.

Intercettare i trend attraverso gli influencer

Non è semplice muoversi oggi tra le centinaia di migliaia di utenti online che sono soliti definirsi, a torto o ragione, influencer. La mappatura delle figure utili da seguire, quelle realmente in grado di svolgere un ruolo da trendsetter, è quindi complessa, un’attività che necessita di know-how e dei giusti strumenti.

Tool dedicati all’influencer marketing come Launchmetrics, totalmente verticale al mondo fashion, Klear, Talkwalker, Blogmeter che permettono di:

  • fare outreach degli influencer, filtrandoli per parametri utili come ambito, canale, demografica follower, ecc.;
  • analizzarne i profili e i contenuti trovati;
  • monitorare la loro attività con i brand.

Parliamo di fenomeni che per “accendersi” hanno bisogno di un forte riverbero, elementi che spingono a concentrarsi su figure da un’audience estesa. Senza un buon numero di follower non è infatti pensabile che si accenda quella spinta dal basso che porta l’influencer a lanciare un trend.

Altro elemento di selezione è l’analisi dei contenuti prodotti dagli influencer, così da identificarne i tratti stilistici utilizzati: capi, colori, persino modi particolari di indossare un abito possono essere decisivi.

Individuare i trend tramite l’analisi delle conversazioni online

Essendo, per significato stesso, un fenomeno di massa, i trend sono fortemente connessi a una diffusione collettiva. I social diventano quindi perfetto specchio per il racconto di tendenze e simili, esprimendole attraverso immagini, testi, video, Stories.

Proprio per questo le analisi delle conversazioni che avvengono online (social, siti, testate online, forum, ecc.) rappresentano probabilmente la metodologia più scientifica e data driven per evidenziarle e, in molti casi, poterle intercettare nelle loro fasi iniziali.

I contenuti online rappresentano un potenziale di grandissimo valore per le aziende, essendo rappresentazione spontanea delle opinioni, dei gusti e dei pensieri degli utenti e, quindi, dei consumatori.

Questo tipo di analisi possono essere realizzate grazie a strumenti dedicati in grado di trovare quei contenuti online che rispondono a particolari parole chiave da noi impostate. Potremo così sapere volume delle conversazioni (il numero di contenuti creati su quel topic), il sentiment, gli argomenti connessi e le parole più utilizzate, la distribuzione geografica.

Di seguito alcuni elementi di un’analisi fatta in Italia sul tema “sneaker”.

Argomenti connessi
Parole più utilizzate
Distribuzione geografica

Facile comprendere quanto questi insight possano risultare decisivi nel comprendere la nascita di un trend, permettendoci inoltre di condurre analisi fortemente clusterizzate (uomo/donna, età, luogo, ecc.) e quindi ancor più utili. Perché è indubbio che trend e stili cambino profondamente a seconda che si tratti di donne o uomini o, ad esempio, di un pubblico under o over 30.

Basta uno sguardo al tema sneaker per comprendere quanto siano evidenti tali cambiamenti



Tali strumenti negli ultimi anni hanno aggiunto inoltre ulteriori funzioni di grande valore. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale permette infatti classificazioni dei contenuti in tempi brevi e con forte risparmio economico, per un lavoro che sino a ieri era gioco forza destinato ad analisti umani, ma che adesso può venire automatizzato. Ne nascono analisi estremamente complesse ed evolute che possono andare a indagare i reali driver che caratterizzano alcuni temi:





Quali contenuti sul tema sneaker trattano del colore? Quali del costo? Quali del materiale? Risposte di un’importanza capitale per valutare future tendenze.

L’altra grande innovazione è la capacità da parte dei tool di riconoscere le immagini, in quello che viene definito come image recognition. Non solo quindi il tool è in grado di trovare contenuti testuali su una particolare keyword, ma anche immagini, ampliando notevolmente la portata delle analisi. Anche in questo caso l’AI e il suo corretto addestramento permettono di limitare al minimo gli errori e rendere i dati ottenuti assolutamente credibili.

Essendo le mode una questione sociale, come detto, il consiglio è di non limitare le analisi solo ai temi legati al mondo fashion, ma di ampliarle. Partono spesso da lontano quegli input che condizionano la società prima e la moda poi.

Scoprire attraverso l’ascolto delle conversazioni che c’è un forte buzz sui temi legati alla sostenibilità è una spinta a possibili utilizzi, per esempio, di materiali eco in abiti e calzature.

Digitale sì, ma con criterio

Il mondo online e i tanti strumenti ad esso collegati mettono a disposizione dei brand strumenti e risorse dalle grandi potenzialità, permettendo di lavorare quanto mai in modo data driven, guidati dai dati seguendo realmente opinioni e pensieri del cliente finale.

Detto questo, non dobbiamo mai scordare il valore dell’esperienza e, soprattutto, che il tool più importante resta la capacità dei professionisti di dare contesto e creatività alla miriade di insight oggi disponibili.

Da tempo ormai si parla di intrattenimento e aziende. Abbiamo intervistato Anna gavazzi, General Manager osservatorio Branded Entertainment, una nuova competenza e professione.


Brand e intrattenimento sembra un po’ qualcosa di machiavellico. Davvero le grandi aziende guardano all’intrattenimento, e di cosa si tratta in realtà?
Sì, le grandi aziende davvero guardano all’intrattenimento e, come tutti i fenomeni nuovi e innovativi (innovativi nel senso che ci obbligano a cambiare processi e schemi mentali prestabiliti), un po’ disorienta e sembra machiavellico, ma in realtà è molto più naturale e semplice di quello che sembra. In un mondo in cui, per diverse ragioni, il modello di pubblicità tradizionale a cui siamo abituati (la cosiddetta “tabellare” o “display”, cioè la pubblicità che interrompe qualcosa che sto vedendo/leggendo/facendo) perde di efficacia, è naturale che le marche cerchino forme di comunicazione sempre più integrate al contenuto, fino a diventare veri e proprio produttori, o coproduttori, di progetti editoriali.
Nasce così il Branded Entertainment, ovvero quella leva di comunicazione che si sostanzia proprio nella produzione da parte dei Brand di contenuti editoriali dal forte valore intrattenitivo, in cui la narrazione del Brand va di pari passo con la narrazione del contenuto e il cui obiettivo è quello di instaurare relazioni di valore con le audience di riferimento.



L’intrattenimento legato ai media digitali ha raggiunto vette molto importanti di audience, tanto da spostare l’attenzione dell’advertising tradizionale su nuovi format e strategie di comunicazione. Cosa significa questo in termini di produzione dei contenuti?
In questo scenario è evidente come per progettare e realizzare progetti di Branded Entertainment siano fondamentali figure che abbiamo di marketing e di brand management ma anche di storytelling e produzione editoriale. È un incontro di due industry ad oggi distinte: quella dell’advertising e quella dell’Entertainment.
Per dirla in altri termini, se sono un Brand e, all’intero della mia strategia di marketing e comunicazione, decido di produrre un film, dovrò sia saper calare nel contenuto i valori e i messaggi relativi al mio Brand che voglio far emergere, sia saper dialogare con autori, registi e produttori per mettere in piedi un lungometraggio, in questo caso, che sia interessante per le audience, al di là del mio messaggio di marca. Il progetto deve funzionare su due livelli: quello del contenuto e quello del Brand.

Oggi abbiamo il fenomeno degli influencers e i brand li usano per costruire strategie di comunicazione ad hoc. Cosa ne pensi?
Il fenomeno degli influencer richiede oggi un approccio razionale. Bisogna evitare di utilizzarli solo perché sono di moda o perché lo fanno gli altri. Bisogna sempre partire dagli obiettivi della marca: cosa voglio ottenere? Gli influencer infatti possono essere un media, un talent o un produttore di contenuto/creator, o a volte più cose insieme, a seconda della necessità e della tipologia.

Esistono oggi percorsi di formazione specifica per chi si occupa di brand entertainment?
Le università e gli istituti di formazione più lungimiranti stanno iniziando a inserire il Branded Entertainment all’interno dei propri corsi o, nei casi più illustri, a creare percorsi ad hoc. Noi come OBE collaboriamo con diversi istituti in questo senso. Tra qualche mese ad esempio partirà il secondo anno del corso di alta formazione IED in B.E. di cui curiamo il coordinamento scientifico.
All’interno dell’associazione poi stiamo mettendo a punto dei percorsi formativi ad hoc per i professionisti ns associati che aiutino ad avvicinare le competenze, come dicevo prima, di chi arriva da un percorso di carriera più legato all’advertising e chi dal mondo della produzione di contenuti editoriali.

Cosa fa l’Osservatorio e che attività propone?
OBE è un associazione che riunisce e rappresenta le aziende che producono o investono in Branded Entertainment: brand, centri media, concessionarie, agenzie creative, case di produzione, editori,.. tra i nostri associati ci sono rappresentanti di tutta la cosiddetta filiera della industry. Oltre alla parte formativa, tre sono le aree su cui lavoriamo: un monitoraggio costante del mercato, per individuare le tendenze in atto e future; un lavoro di ricerca volto sia a stimare gli investimenti sia a capire l’effettiva efficacia di questa leva e i kpi corretti per una sua misurazione; e infine organizziamo eventi e occasioni di networking per accrescere l’awarness e lo scambio di competenze ed esperienze legato al branded entertainment. A queste, va aggiunto un lavoro di presidio di alcuni temi chiave per lo sviluppo del mercato, quale quello regolamentare/normativo, perché lo scopo ultimo dell’associazione è ovviamente quello di supportare i propri Soci nella crescita del loro business.

I retailer odierni devono essere in grado di soddisfare un consumatore sempre più esigente che cerca un servizio comodo e di facile utilizzo, con informazioni dettagliate grazie a strumenti high tech che sembrano usciti da un film di fantascienza.

a cura di Progettomenodue
Una delle frasi più celebri di Bruno Munari, prolifico e poliedrico designer del Novecento, affermava che “complicare è facile e semplificare difficile”.

Raggiungere la semplicità è un processo delicato che implica il sapere esattamente cosa togliere per comunicare un prodotto nella sua essenza e, aggiungiamo, nella sua fruibilità.

Questo metodo progettuale, che agisce per difetto, si applica a sorpresa ad un retail che sembra sempre più pieno di funzioni, opportunità e supporti. Per far sì che influenzi efficacemente e velocemente il potenziale acquirente deve essere in grado di dosare gli infiniti a disposizione per evitare il “Bello, ma a cosa serve?”.

Nel processo di acquisto si inserisce anche un altro fattore chiave: il tempo.

Se perfino un bimbo delle elementari, oggi come oggi, ha un’agenda ricca di impegni simile al più navigato dei quadri, si comprende bene che l’ottimizzazione del tempo diventi necessaria e quanto la comodità di un servizio sia in grado di creare una clientela soddisfatta e fidelizzata.

Sull’online è stato stimato che il 68% di potenziali clienti abbandona il carrello senza concludere l’acquisto.

Questo può dipendere da una mancanza di chiarezza nelle modalità di spedizioni, da una lentezza del sito a caricarsi, dalla necessità di effettuare un login. Tutti elementi che scoraggiano una vendita, a volte cercata, ma, in tante altre occasioni, puramente d’impulso o di noia. Spesso si naviga in un sito di e-commerce in momenti morti della giornata: sui mezzi di trasporto, sul divano durante le pubblicità, nelle sale di attesa.

Ecco perché fornire un servizio pratico e fulmineo è la conditio sine qua none avviene il clic finale.

Aggiungere poi altre funzioni come una live chat, la possibilità di reso gratuito, la condivisione social o codici sconto non fanno che condizionare positivamente questo processo. I famosi suggerimenti di prodotti correlati sono tecniche utilizzate per portare il cliente verso l’acquisto di un prodotto di prezzo leggermente più elevato ma di qualità superiore, oppure per promuovere dei pacchetti dall’offerta più ampia. Alla ricerca di un utensile da cucina, su Amazon per esempio, si affianca sempre la proposta di un kit accessori completo che, nella maggior parte dei casi, verrà preso in considerazione.

Tutta questa immediatezza deve però trovare riscontro anche a livello dello store fisico dove ancora oggi passa l’85% delle transazioni. L ‘approccio tech-oriented strizza l’occhio alla clientela più giovane che con lo smartphone ci convive da quando è nata. Saper integrare le due cose comunica fin da subito un brand al passo coi tempi, in grado di fornire tutte le informazioni necessarie senza aiuti esterni.

E’ il caso di molte aziende del fast fashion, progettate principalmente per il libero servizio, dove l’interazione col personale di vendita si riduce al momento in cui si arriva in cassa.

Zara, nell’ultimo anno, ha investito milioni in realtà aumentata, cominciando da alcuni negozi selezionati. Utilizzando la sua app ufficiale e inquadrando dei cubi bianchi con la scritta Shop the look, sparsi nel punto vendita, appare una modella con un outfit completo che è possibile ordinare direttamente via cellulare. Gli specchi diventano anche assistenti virtuali in grado di riconoscere un determinato capo e suggerire combinazioni con accessori o altri vestiti. Esiste poi la possibilità di avere un sarto virtuale a propria disposizione dove si inseriscono dati precisi sulla propria conformazione fisica per vedere come realmente quel vestito ci cadrà addosso.


Sempre Zara, a Milano, durante il periodo di chiusura per lavori del suo flagship, ha trasformato l’ingresso in un click and collect store: pochi capi esposti pagabili attraverso Bluetooth o IWallet e spediti direttamente a casa, senza il fastidio di shopper ingombranti da trasportare.

E se nello shopping high street tutti gli sforzi sono indirizzati verso l’autonomia e la molteplicità dell’acquisto, nel settore lusso, il processo si concentra sul trasmettere l’esclusività e il valore del brand.

Un elemento come il packaging che, fino a pochi decenni fa, era considerato puramente funzionale, oggi viene utilizzato come un vero e proprio storyteller.

Tanto che la giovane fiera specializzata (Packaging Première) ha visto un aumento del 60% di visite rispetto all’anno precedente. Con pochi centimetri di materiale a disposizione, la scatola diventa contenuto mirato: dagli imballi anti sgualcimento all’inserimento di sistemi per la tracciabilità del prodotto. Attraverso filigrane digitali, numeri sequenziali è possibile verificare l’autenticità del prodotto.

Lo ha fatto di recente anche Gucci che si è attrezzato, in pochi mesi, con una digital card anticontraffazione: un’apposita app scaricabile dal sito legge l’etichetta e accerta se quello che abbiamo tra le mani non sia un fake.

I retailer odierni devono essere in grado di soddisfare un consumatore sempre più esigente che cerca un servizio comodo e di facile utilizzo, con informazioni dettagliate grazie a strumenti high tech che sembrano usciti da un film di fantascienza.

Il viaggio verso il retail del futuro è appena iniziato.

Don’t panic.

 

 

 

 

Fonte: Quality Travel

A partire dal 25 Maggio 2018, la General Data Protection Regulation (GDPR) ha sostituito tramite ordinanza europea la vecchia legge sulla privacy datata 1995.

Chi non si adatterà al nuovo regolamento subirà una multa fino al 4% del fatturato e per un massimo di 20 milioni di euro.

Anche il settore degli eventi aziendali dovrà adattarsi, ma dietro ad apparenti seccature, si nascondono tesori di opportunità.

Su internet, circolano diverse informazioni e consigli a riguardo. Le più complete le abbiamo trovate nell’ebook presentato da Glisser per conto di Event Tech Tribe dal titolo “Prepare Event Planner for GDPR”, e scritto da Paul Cook, Global Head di Hansal International, con alle spalle un’esperienza di 20 anni nel settore eventi come scrittore, ricercatore, speaker, facilitatore, educatore, advisor e producer e attivo nell’associazionismo come Presidente di Mpi Uk.

Scopo dell’ebook è spiegare come creare un event plan per lavorare in armonia con le nuove regole del GDPR.

Per semplificarne la consultazione abbiamo analizzato le varie attività da svolgere nei tre momenti principali che caratterizzano un evento: PRE, DURANTE e POST

In appendice invece alcune info utili per garantire il rispetto della GDPR e proteggere informazioni sensibili anche all’interno dei propri uffici.

PRE EVENTO

Tra le attività PRE evento quelle marketing per la promozione sono ovviamente le prime che vanno monitorate. Non solo per non incorrere in sanzioni, ma anche per migliorarle e renderle più efficaci. Esse riguardano tanto le informazioni digitali quanto quelle raccolte da staff e collaboratori.

DOWNLOAD, ISCRIZIONI E ACCREDITI

Nella promozione di un evento si affronteranno diversi momenti in cui speaker, sposnor e possibili delegati si iscriveranno al vostro sito, acquisteranno i biglietti per il vostro evento, scaricheranno ebook, si iscriveranno a un vostro gruppo sui social network. E’ importante saper gestire tutta questa massa di dati, in particolar modo assicurandosi che i vostri utenti ricevano notifiche real time una volta che vi hanno consegnato i loro dati, quindi la loro fiducia.

In fase di iscrizione sarà inoltre importante informare l’utente rispetto a quanto tempo terrai i suoi dati e come essi verranno processati. Perché li stai chiedendo in sostanza. C’è una regola d’oro per evitare problemi: minimizzare. Evitate per esempio di chiedere la data di nascita se non è strettamente necessaria.

Attenzione al sito internet dell’evento, l’hub verso il quale verranno dirottate tutte le vostre azioni di marketing. È importante saper rispondere ad alcune domande: quanto è sicuro? Quali test sono stati fatti e ogni quanto vengono effettuati? E’ facile da hackerare? Ogni quanto vengono cambiate le password di accesso?

TEAM E PARTNER

Bisognerà poi assicurarsi, che tutti i membri dello staff e partner tecnici abbiano piena conoscenza delle regolamentazioni imposte dal GDPR onde evitare violazioni e successive sanzioni.

I documenti che condividete con loro su web e app sono protetti da password?

Dovrete pertanto garantire che anche le informazioni raccolte dai vostri partner siano trattate adeguatamente. Potrebbe accadere per esempio di organizzare un team building all’insegna di attività fisiche e quindi potranno essere richieste informazioni di carattere medico estremamente riservate e per le quali bisogna certificare la completa eliminazione a evento concluso.

Tra i partner di un evento non manca mai il catering. Saranno molteplici le informazioni richieste per fornire tutte le alternative alimentari necessarie. Si tratta di informazioni assolutamente riservate che possono riguardare il credo religioso, la salute o scelte personali. E’ importante capire insieme alla società fornitrice del servizio come questi dati verranno distrutti una volta terminato l’evento.

RISERVATEZZA PER SPEAKER E DELEGATI

Quando si invitano grandi relatori ai propri eventi non è detto che quest’ultimi, pur venendo a dare il loro contributo, vogliano che loro fotografie e informazioni personali vengano pubblicizzate su sito e materiali vari. Assicurarsi di avere sempre le debite autorizzazioni.

Non soltanto i grandi relatori. La privacy va garantita a tutti coloro i quali parteciperanno all’evento. Assicurarsi in fase PRE di avere le debite autorizzazioni per tutti i dati che verranno raccolti DURANTE tramite fotografie, video e audio registrazioni, streaming.

DURANTE

Nel corso dell’evento potranno essere raccolti fisicamente ulteriori dati. Diventa perciò importante assicurarsi che tutti gli attori in campo siano adeguatamente formati.

Dai volontari ai collaboratori temporanei, dalle hostess agli addetti alla sicurezza fino all’event manager della location, è fondamentale che siano tutti formati e aggiornati sulla data privacy degli ospiti.

WI FI, SECURITY

Aspetto importante da tenere a mente è l’utilizzo della connessione Wi Fi. Approfondire sempre con la Venue il rapporto con il suo server provider per poter garantire la riservatezza dei dati presenti nei device degli ospiti che si connetteranno.

PIATTAFORME, APP E DEVICE

Assicurarsi inoltre che i dati raccolti tramite App, non solo anagrafici ma anche quelli raccolti nei momenti di question time o delle votazioni, vengano eliminati al termine dell’evento.

Stesso discorso per le piattaforme che digitalizzano i processi della segreteria organizzativa

Attenzione anche ai dati raccolti dai vari smartphone, tablet e PC utilizzati per l’evento. Assicurarsi di come, soprattutto se il materiale è in affitto, i dati incamerati verranno smaltiti. Anche quelli che tramite device circolano sui sistemi di messaggistica e raccolta dati più famosi come WhatsApp e LinkedIn o i vari cloud.

DATI PRODOTTI DURANTE L’EVENTO

Bisognerà altresì pensare a come garantire la sicurezza fisica degli spazi nella location scelta.

Bisogna tutelare gli ambienti dove staff o segreteria organizzativa maneggeranno i dati. Nessuno all’infuori degli autorizzati può avere accesso a quella zona.

In caso di raccolta di dati cartacei nel corso dell’accredito bisognerà essere poi chiari su come le informazioni verranno tutelate ed eliminate.

POST

Terminato un evento, nemmeno il tempo di festeggiare e si pensa già a quello successivo. Prima però assicurarsi che tutti i dati che voi, i vostri partner e i vostri fornitori avete raccolto siano smaltiti come programmato o trattati per i fini prestabiliti e concordati.

Assicuratevi che ciò sia fatto raccogliendo conferma scritta da archiviare.

Tra le verifiche da svolgere immediatamente dopo l’evento Paul Cook evidenzia l’accertamento dei tempi necessari agli hotel hospitality partner, per disfarsi delle rooming list.

IN UFFICIO

Se la location è la casa dell’evento nei giorno della manifestazione, il vostro ufficio lo è in tutti gli altri giorni dell’anno. Quindi ecco cosa dovete fare quotidianamente per garantire la sicurezza dei dati. Valida per gli organizzatori di eventi ma un po’ per tutte le aziende.

CYBER SECURITY

Assicurarsi che il vostro antivirus protegga tutte le tipologie di computer, smarthphone e altri device utilizzati per fini lavorativi in dotazione al vostro team.

Nell’ambito della desk policy assicurarsi che nessuno nella vostra azienda tenga memorizzati i dati di accesso a programmi e documenti riservati.

Verificare con i propri fornitori in ambito tech & digital, dal vostro server provider fino al vostro webmaster, quanto e dove vengono conservati i dati raccolti, chi vi ha accesso e quale sia la loro policy in merito alla data protection.

FORMAZIONE STAFF E IL DATA PROTECTION OFFICER

E’ importante che tutti in ufficio siano pienamente formati sulla GDPR. Organizzare o iscrivere i propri collaboratori a corsi di formazione a riguardo potrebbe essere una buona idea.

Con il GDPR si renderà inoltre necessaria una nuova figura professionale, quella del Data Protection Officer DPO, per il cui svolgimento non sono richieste attestazioni formali o iscrizioni ad albi, ma una solida conoscenza delle normative GDPR e delle procedure operative atte a rispettarle. Il DPO, insieme al titolare dell’azienda, saranno i responsabili per eventuali falle. Il DPO potrà altresì essere una personalità giuridica, quindi un rappresentate incaricato da una società di capitali.

SICUREZZA DEGLI AMBIENTI 

Per garantire la sicurezza degli ambienti lavorativi l’ebook invita a rispondere a queste domande;

quando i membri del tuo staff lasciano il loro desk altre persone possono accedere al loro computer? Quanto spesso i codici di allarmi e accessi vengono cambiati?

Avete una chiara desk policy?

Quando qualcuno entra nel tuo ufficio può avere accesso a informazioni riservate anche di carattere finanziario? Con gli smartphone è molto semplice “rubare immagini” in pochi secondi, quindi accertati che le info siano protette adeguatamente.

INFO UTILI E TEMPISTICHE

Seguendo questi tips, garantire una corretta applicazione della GDPR per il vostro evento e all’interno della vostra azienda sarà più semplice.

Precisiamo però che l’ordinanza europea che ha reso attuativo dal 25 maggio il GDPR in Europa, in Italia è stata sospesa dal Garante per la Privacy (referente giuridico Nazionale per il GDPR) almeno fino al 21 Agosto 2018, anche in attesa delle valutazioni delle commissioni parlamentari.

Quando però il decreto diventerà attuativo anche in Italia, bisognerà tenere a mente due tempistiche tra cui:

  • 30 giorni per rispondere a eventuali segnalazioni di abuso da parte di fruitori o clienti
  • 72 ore, in caso di violazione accertata, per fornire al Garante della Privacy tutta la documentazione necessaria. In particolare andranno forniti: codice identificativo della violazione, segnalatore, data di segnalazione, durata della violazione, deadline per report completo, consapevolezza del CEO/manager, consapevolezza del Garante della privacy, consapevolezza del Dpo e dello staff incaricato, consapevolezza dell’individuo i cui dati sono stati violati, future attività per evitare che il problema venga ripetuto.

 

 

Come costruire legami profondi con il DNA aziendale

a cura di mauro Minniti
Siamo nell’era del cliente, l’epoca in cui non sono più le imprese a poter stabilire con piani industriali più o meno rigidi il proprio destino. Il futuro è in mano ai consumatori che possono decidere, con il proprio comportamento d’acquisto, il destino dei Marchi.

È una sfida davvero importante quella che aspetta imprenditori e manager, nel dover decidere come pianificare investimenti, scarsi per definizione. Migliorare il prodotto, le sue caratteristiche tecniche, oppure investire in notorietà del marchio, oppure sulla cosiddetta “customer Experience”, sono solo alcune scelte che Direttori Marketing e Amministratori Delegati hanno la responsabilità di compiere.

In questo scenario, si deve tenere presente che i marchi italiani più famosi e riconosciuti nel mondo sono il frutto dell’ondata imprenditoriale degli ultimi 50 anni, dove la generazione di grandi capitani d’azienda che hanno creato questi successi sono gli imprenditori stessi che hanno fatto nascere l’impresa e che oggi ancora spesso controllano.

Pensiamo ad uno dei Brand che portano l’Italianità nel mondo, che ci fanno sentire orgogliosi di essere italiani, quello creato da Giorgio Armani. È un marchio che rappresenta il lusso e lo stile Made in Italy con particolare focus sulla personalizzazione. Questa caratteristica investe anche il canale online dove il cliente ritrova il valore dell’eleganza nel design del sito, nel servizio di assistenza immediato e nel supporto per individuare con semplicità le taglie. Idea di esperienza che fornisce ai clienti un lusso personalizzato, basato sul gusto del ‘fatto a mano‘, orgoglio dell’artigianalità italiana, con uno stile che va oltre le mode, è la mission di Armani, certamente tutta incentrata nella persona del fondatore che ne rappresenta e porta avanti i valori.

Altra azienda di grandissimo successo è Geox, leader italiano e terzo operatore mondiale nel segmento brown shoes del settore calzaturiero, specializzata nella progettazione e produzione di calzature e abbigliamento ad alti livelli di qualità, performance e comfort. Oltre a Geox Respira® la tecnologia che, pur mantenendo la totale impermeabilità, consente di mantenere costante la temperatura del piede grazie
a una membrana in grado di far traspirare la suola (in gomma o cuoio), l’azienda vanta 35 brevetti depositati dalla sua fondazione fino ad oggi, cui si aggiungono dieci domande di brevetto presentate di recente e oggi in attesa di registrazione. Al centro della mission di Geox sono da sempre il comfort e il benessere del cliente, garantiti anche attraverso un continuo miglioramento della Customer Experience. Sul sito web geox.com, informazioni chiare e dettagliate accompagnano il cliente attraverso tutte le fasi del processo di acquisto: dalla ricerca e selezione del prodotto più adatto alle sue esigenze, fino alla consegna a domicilio o al ritiro presso il punto vendita più vicino (Click & Collect), o all’eventuale restituzione del prodotto.

Queste, come molte altre di successo, sono aziende che vivono e crescono sull’onda creativa e progettuale del “padre fondatore”, che ne rappresenta di fatto l’anima ed il motore.

Bello poter pensare ad esempi di aziende italiane come Mazzei, produttori di Chianti da 24 generazioni, che dalla fine del 1300 continuano a produrre con passione qualità riconosciuta nel mondo.

I manager che accompagnano questi imprenditori hanno una sfida importante:

portare innovazione, anche in campo digitale ma non solo in quell’ambito, immedesimandosi nei valori identitari e nel Dna dell’azienda, costruendo legami profondi con essa anche se non l’hanno vista nascere, costruendo una simbiosi profonda con le nuove generazioni che saranno chiamate nel corso del passaggio generazionale.

Solo così potremo evitare che veri e propri gioielli imprenditoriali del nostro paese, finiscano nell’orbita di multinazionali la cui identità farà necessariamente perdere quel genuino e sincero spirito di marchio italiano.

 

 

a cura di Progettomenodue
Sull’online negli ultimi anni le aziende stanno giocando la loro partita più importante. Per riuscire a differenziarsi nel mare magnum del web i brand, oggi più che mai, devono essere in grado di riuscire a comunicare con i propri consumatori in maniera efficace.

Ciò che una volta era appannaggio esclusivo degli uffici fumosi dei pubblicitari, il saper raccontare una storia è diventato croce e delizia dei direttori marketing.

Un tema di grande attualità è quello del social engagement. Si possono trovare centinaia di articoli su come analizzarlo e migliorarlo.

Ma di cosa si tratta?

Tradotto letteralmente dall’inglese, significa coinvolgimento e riguarda la sottile arte di riuscire a interessare qualcuno e fargli compiere un’azione per dimostrarlo. Oggi rappresenta la sfida più grande per le aziende, primo perché molto difficile da tracciare e secondo perché non serve per vendere prodotto (quello lo si ottiene di riflesso) ma per costruire un dialogo con l’utente e creare del valore aggiunto. C’è davvero molto in gioco: esso determinerà il futuro di tanti brand, la loro ascesa, se sapranno essere convincenti, o la loro discesa, fagocitati da competitors più attenti.

Terreno privilegiato di questa partita sono ovviamente i canali social che, per loro natura, nascono per creare interazioni e stimolare conversazioni. Attenzione però: il concetto del purchè se ne parli è superato e anzi, in questo caso, può rivelarsi controproducente. Perché la rete è spietatamente democratica. Un passo falso e la brand reputation di anni va a pallino. Con conseguente danno a livello economico. Nel tessere una storia non bisogna mai dimenticare di mettere l’utente sempre al centro. Quello che viene oramai chiamato consumaTTore, al quale proporre contenuti attuali, originali, in grado di suscitare emozioni per fare in modo che vengano apprezzati e condivisi.

A fronte di tanti racconti virtuosi qualcuno, ahimè, scivola su qualche buccia di banana. Ne è un esempio, per restare in atmosfere natalizie, l’ultima campagna del brand di gioielli Pandora. La pubblicità dell’azienda danese chiedeva “Secondo te cosa la farebbe felice? Un ferro da stiro, un grembiule o un bracciale Pandora?” La domanda è diventata subito virale, scatenando l’indignazione della rete sulla percezione della donna. Accusata di pubblicità sessista, l’azienda ha dovuto fare retromarcia e porgere le proprie scuse.

O ancora, Barilla. Dopo il mugnaio Banderas, arriva la figlia Emma che col compagno decide di portare avanti l’azienda di famiglia. Nel finale si legge Le nuove storie del mulino stanno arrivando.  Ma non è sufficiente inserire il termine storia per creare aspettative. Questo genere di messaggio, identico alle pubblicità degli anni Ottanta, ha ben poco di realistico. È soltanto una bella favola in cui è molto difficile rispecchiarsi. E Barilla, in questo, fallisce nell’obiettivo più importante. Quello di riuscire a comunicare in maniera credibile e, soprattutto, condivisibile.

Ben diversa invece la strategia di Ikea che, con l’hashtag When real life happens, lancia la sua campagna dove contestualizza i prodotti in una serie di storie dove vediamo la mamma lavoratrice che arriva a casa la sera e deve pensare alla cena o il padre divorziato che si presenta alla porta per trascorrere il weekend col figlio.

Altro strumento imprescindibile nella marketing strategy di un’azienda sono e saranno le Instagram Stories. Questa funzione, lanciata da Zuckenberg & co. nell’agosto del 2016, permette di offrire contenuti immagini e video che spariscono dopo 24 ore. Esse favoriscono un contatto molto diretto e unfilthered, creano coinvolgimento immediato e riducono anche il rischio dell’overposting. Mostrare il backstage di una sfilata o un momento reale della vita di un’azienda migliora de facto la brand awareness avvicinando e rendendo felici i followers, proprio perché testimoni di un attimo fuggente ma speciale.

Gli strumenti a disposizione per creare engagement sono tanti e potenti ma da calibrare alla perfezione perché se una volta bastava solo cambiare canale di fronte ad una pubblicità fastidiosa, oggi quel fastidio non resta tra le mura domestiche o nelle chiacchere da bar. Finisce diretto in rete.

E, come nelle arene romane, un pollice verso è decisivo e può coincidere con la morte (social) di un marchio.

 

 

 

 

di Davide Pellegrini
Parliamo di Storytelling, parliamo di Hasselblad.

Per raccontare un prodotto, lo abbiamo detto più volte, ci vuole una motivazione. La maggior parte delle volte, almeno questo è l’auspicio, dietro l’urgenza di una storia c’è la convinzione di aver trovato una soluzione innovativa, vantaggiosa, vincente a favore del consumatore e dell’utente. Non può esistere prodotto di successo che non parta dall’idea di trasmettere un valore anche intangibile legato alla sua esclusività. È quello che abbiamo chiamato key factor, il fattore chiave, ciò che rende unico e riconoscibile un prodotto, magari legandolo indossilobilmente all’esaltazione della storia stessa del brand, facendone una sorta di icona sospesa nel mito.

Leggendo l’ultimo numero, novembre-dicembre 2017 di The Good Life, troviamo un articolo dedicato all’Hasselblad, un testo di Jean Christophe Camuset che può chiarire le idee. Diciamo che la svolta, per il noto marchio di macchine fotografiche svedese, arriva nel 1937 quando Victor Hasselblad, che era andato a studiare le tecniche della fotografia moderna negli States e in Europa, una volta tornato fonda un proprio laboratorio.  Comincia a sperimentare foto di vario tipo, diventando un caso con una serie importante di scatti ornitologici. Durante la Seconda Guerra mondiale, le forze armate svedesi decidono di realizzare una macchina fotografica avanzata per documentare i fatti della guerra e, partendo dal ritrovamento di un apparecchio fotografico tedesco, affidano l’incarico a Victor.

Tra il ’41 e il ’45, ci dice Camuset, uscirono più di 300 macchine a uso militare. Ma il sogno di Victor restava una macchina fotografica rivolta al grande pubblico, sogno che divenne realtà nel 1948, con la 1600F, la prima Hasselblad commerciale. Compatta e maneggevole, fu un successo e presto sbarcò in America.

Ma è alla fine degli Anni Cinquanta che arriva la grande occasione. La Nasa sta preparando la prima missione lunare e chiede alla Hasselblad di sviluppare un copro macchina per fotografare il suolo del pianeta. Nasce la 500EL/M, la macchina usata per ottenere le celebri immagini della spedizione del 1969 (comprata all’asta nel 2014 per 660.000 euro da Terukazu Fujisawa, fondatore della catena di negozi giapponesi Yodobashi Camera). Grazie all’eco delle missioni Apollo, Hasselblad diventa il marchio di professionisti del mondo della fotografia, che ne apprezzano in particolare il particolare formato 6×6.

L’articolo di Camuset va avanti nel raccontare le strategie messe in moto dalla casa svedese per affrontare un mercato sempre più competitivo, nel quale il digitale sembra farla da padrone. Ma noi, invece, ci fermiamo per un momento sul prodotto.

Se dovessimo pensare a quale possa essere un eventuale fattore chiave nelle macchine Hasselblad dovremmo concentrarci su componenti tecniche e, allo stesso tempo, su valori intangibili. Da un lato la compattezza di un apparecchio che ha decisamente puntato sul 6×6 e su un formato molto particolare e che ne ha fatto la macchina fotografica più sofisticata mai inventata. Scrive lo scrittore saggista Antonio Dini su Il Post.it:

La serie 500 i caratterizzava per una differente tecnologia di scatto: otturatore non più nel corpo macchina bensì dentro ciascun obiettivo, realizzato nella metà ottica del barilotto e definito “obiettivo centrale” o “a foglia”.

Victor Hasselblad era un appassionato ornitologo e aveva concepito le sue macchine fotografiche come di precisione per il lavoro in studio ma anche come robusti carri armati da portare sul campo ad esempio per fare fotografia naturalistica. È quasi una ironia che il successo maggiore dei suoi apparecchi sia stato nel settore della moda e della pubblicità, dove il leggendario formato 6×6 della Hasselblad è diventato fino a pochissimi anni fa un riferimento assoluto, e quindi sempre in studio. Addirittura Valentina di Guido Crepax, che nella vita fittizia dei fumetti pubblicati negli anni Sessanta e Settanta fa la fotografa, utilizza spesso una Hasselblad, altre volte una Rolleiflex, alla fine anche qualcuna delle prime reflex Nikon-Canon.

Le successive soluzioni tecniche, come la 500C, introduce l’aspetto della modularità, ed ecco il risultato. Continua Antonio Dini:

Il primo attributo della moduarità è che si stacca tutto. C’è il corpo centrale che è sostanzialmente un cubo con uno specchio che si muove (l’apparecchio è di tipo reflex) e permette di agganciare davanti un obiettivo con otturatore centrale, dietro un magazzino per la pellicola (o un dorso digitale, come vedremo la prossima volta), a destra una leva per la ricarica dell’otturatore e l’avanzamento della pellicola oltre che per riarmare lo specchio (e non solo: carica anche il magazzino posteriore e l’otturatore dell’obiettivo tramite un treno di ingranaggi piuttosto ingegnoso), a sinistra una slitta per accessori (da un mirino sportivo a una livella a spirito), sotto un aggancio rapido per treppiedi e sopra, oltre al vetro della messa a fuoco sostituibile, una vasta teoria di accessori: mirino a pozzetto, mirino con pentaprisma a 45 e 90 gradi, con o senza esposimetro, mirino di precisione a “ciminiera” con ingranditore regolabile.

La bellezza del meccanismo è che tutto è perfettamente incastrabile senza bisogno di particolari sistemi di serraggio. In realtà è tutto tecnicamente molto complicato da realizzare, ma è fatto con uno spirito tale che alla fine torna tutto, con precisione geometrica oltre che matematica.

Questo ingegnoso sistema meccanico ha permesso alla Hasselblad di puntare sullo sviluppo di componenti, coma se si trattasse di una specie di Lego della fotografia. E questo è, senza dubbio, un valore strategico fondamentale. Qualcosa che, da solo, vale il posizionamento sul mercato di un oggetto davvero unico e irripetibile. Un oggetto che richiede conoscenza, competenza e passione e che, anche al livello amatoriale, punta in modo forte sulle componenti aspirazionali. Il target è costituito da tutti quelli che in qualche modo credono nel purismo della tecnica fotografica e non si ritrovano nelle eccessive semplificazioni del digitale.

 

Tanto che, ancora oggi, la Hasselbald conserva quella rara e indefinibile aura del mito, simbolo indiscusso della storia della fotografia. Possedere una Hasselblad, saperla usare al meglio, sono obiettivi tanto difficili da realizzare quanto visceralmente desiderati da tutti gli aspiranti fotografi.

E veniamo alle componenti intangibili. La convinzione collettiva, ad esempio, che solo i bravi fotografi sappiano e possano usare una Hasselblad. Solo quelli realmente competenti e con esperienza siano davvero in grado di giocare con una macchina che si assembla in modo sempre diverso grazie alle sue particolari caratteristiche meccaniche.  Professionismo, quindi, e grande passione. Due target che prescindono da un certo tipo di disponibilità a investire somme anche cospicue e importanti di denaro. In effetti, al valore simbolico della capacità autoriale, va aggiunto lo status sociale e culturale. Un macchina molto costosa racconta anche un certo status symbol, inutile negarlo. Ci sono molte persone che non possono permettersi quella che, a tutt’oggi, potrebbe essere paragonata a una Bentley delle macchine fotografiche. Ecco perché Hasselblad, che non si è dimenticata dell’originaria idea di realizzare una macchina per il grande pubblico, propone un servizio davvero unico nel suo genere.

Con Rent an Hasselblad la casa svedese prova ora ad avvicinare tutti quelli che non hanno mai potuto comprare una macchina al prodotto. ecco come il marketing manager, Bronius Rudnickas, racconta l’idea.

Many professional photographers and enthusiasts haven’t had the opportunity to see what they’re able to create with Hasselblad’s medium format technology. The ‘Rent a Hasselblad’ program is designed to change that and we’re looking forward to seeing what photographers are able to produce having easier access to our photographic tools.

I prezzi del noleggio non sono bassi. Eccone alcuni in evidenza per modello a giornata.

X1D-50C 4116 Edition — £78 per day (approx. $103)

XCD f/3.2 90mm — £24 per day (approx. $32)

XCD f/3.5 45mm — £19.20 per day (approx $25)

M se pensiamo che alcune di queste macchine hanno un costo orientativo che supera gli 11mila euro e che, per alcuni professionisti o amatori, si tratta di poter utilizzare il meglio della tecnologia fotografica al mondo, appare subito evidente l’intelligenza della strategia.

Ancora una volta, attenendoci ai fatti, un grande brand fa riferimento ai due valori più importanti del : riconoscere e valorizzare la propria cultura d’origine e saper raccontare le grandi aspirazioni. Dalla Terra alla Luna, passo e chiudo.

 

 

Antonio Dini, articolo su Il Post