Competenze

II team building rischia di allontanarsi troppo dagli obiettivi di formazione. Ma, in un periodo in cui si parla di valorizzazione delle risorse è un elemento molto importante.

a cura di Davide Pellegrini

Come funziona davvero il team building? Come si progetta e quali servono perché sia efficace? Lo abbiamo chiesto a Elio Zoccarato, direttore creativo e founder di Sunny Way, una delle organizzazioni più conosciute e qualificate nei servizi di team building in Italia.

Elio Zoccarato di Sunny Way

Ciao Elio, vanti un’esperienza di molti anni nel settore. Come è cambiato il team building in questi anni?

Il team building, partito da semplice attività outdoor in compendio all’aula formativa, ha avuto tante trasformazioni e contaminazioni diventando avventura estrema, performance artistica, gioco di ruolo, ecologico, sociale. Negli ultimi tempi il team building spesso include il progetto e la realizzazione di campagne di marketing virale sui social media, eventi di gamification, guerrilla marketing, flashmob, video virali. Questo tipo di format ha un impatto positivo per aiutare i partecipanti nella commercializzazione di prodotti e servizi in modo più efficace, l’approccio divertente aiuta a vedere l’efficacia delle iniziative di un vero gruppo di lavoro e  a misurarne i risultati. Ormai possiamo parlare di svecchiamento di format pre-esistenti. La tecnologia e internet stanno cambiando profondamente anche il mondo dei team building: la realtà virtuale, i dispositivi GPS, i droni e la realtà aumentata stanno aprendo nuove possibilità per lavorare sulla squadra. Da anni sono in uso le prime app nelle attività con iPad che hanno ormai superato la fase di “Caccia al Tesoro” diventando i nuovi giochi di ruolo dove la metafora aziendale può essere veicolata efficacemente.

Vi invito a vedere il mio sito active-games.it/it per avere un’idea più chiara.

In crescita anche le aule di formazione 2.0: multimediali, interattive ed esperienziali, dove le nuove tecnologie stanno trasformando l’aula frontale, in cui il formatore ha pieno controllo della classe, in un’aula cooperativa in cui anche i partecipanti prendono parte attiva: rispondono a test con risultati in tempo reale sullo schermo, scattano foto, girano video, fanno interviste con gli iPad in esercitazioni che continuano con la proiezione e il debriefing. C’è da stare attenti però a non correre dietro le mode e a non perdere l’obiettivo iniziale: il team building è al servizio del percorso formativo e del miglioramento nell’ambiente di lavoro. Alcuni clienti ci chiedono ”cosa c’è di nuovo?” attratti dall’esperienza non ancora vissuta e lasciando in secondo piano l’esigenza che deve dettare la scelta.



Per molti, almeno questi sono i feedback raccolti, il team building pur essendo un settore ad altissimo coinvolgimento rischia di allontanarsi troppo dagli obiettivi di formazione. Ma, in un periodo in cui si parla di valorizzazione delle risorse e di cultura collaborativa, quanto è importante per un’azienda pianificare attività di team building?

È importante per creare una mentalità positiva tra le persone, fargli capire che il tempo dedicato al lavoro è la fetta più grande nella loro vita e quindi ascoltare gli altri, avere voglia di comunicare e condividere le proprie esperienze (positive o negative che siano), creare un ambiente di lavoro positivo è l’atteggiamento giusto per vivere meglio il proprio ruolo lavorativo portando serenità anche ai propri rapporti personali. Quest’attività è oggi molto richiesta dalle aziende in ottica di engagement dei dipendenti, miglioramento del lavoro di squadra e delle performance in generale, retention, ma anche di employer branding in un’era in cui i dipendenti sono i primi brand ambassador di un’azienda.

Se dovessi dare un consiglio a un’azienda nella scelta di un format, visto che parliamo della costruzione di un gameplay attorno a temi, metafore, retoriche narrative che utilizzando moltissimi riferimenti della cultura e del mondo dell’intrattenimento e dello svago, cosa consiglieresti?

Il discorso non è cosa, ma come. Ogni format o esperienza formativa va bene per far scaturire i conflitti, le criticità, i punti forti di una squadra. L’importante è che ognuno faccia la sua parte con serietà, coinvolgimento e soprattutto idee e obiettivi chiari. Il cliente spiega con chiarezza le esigenze, noi facciamo un’analisi e diamo una proposta pertinente e un lavoro all’altezza delle aspettative, il partecipante “gioca” con convinzione, cosciente di non perdere tempo e di avere un’opportunità in più per la crescita personale e del gruppo. Rimane valida qualsiasi esperienza: dalla giornata a lavorare in fattoria per vivere il gruppo riscoprendo ritmi e abitudini di un tempo, alla creatività e innovazione del format Startup Team Building dove i team propongono nuovi prodotti o servizi efficaci per la propria azienda. L’aspetto più importante è tirar fuori da ogni esperienza, qualsiasi essa sia, le informazioni giuste per far funzionare le dinamiche di gruppo. Il format giusto lo capiamo di volta in volta da quello che ci dice il cliente, dalle sue aspettative, dalle sue richieste. Più riusciamo a calarci nella sua realtà e a capire le sue reali esigenze, meglio sapremo indicare l’attività più efficace in quel momento e per quel gruppo.



Ci racconti come è nata l’idea di Sunny Way e cosa serve per fare il tuo mestiere?

L’idea di Sunny Way è nata dalla nostra passione, nel coinvolgimento delle esigenze dei clienti, la ricerca e l’innovazione, esperienza, creatività, onestà nel voler aiutare il cliente e non vendergli qualcosa che non gli serve. E ancora… non fermarsi mai nel cercare nuove soluzioni per il benessere nel posto di lavoro, un traguardo utile alle aziende per la produttività, ma soprattutto a chi lavora per vivere la propria professione con coinvolgimento e passione. Ormai abbiamo quasi 100 format, ognuno giusto per le diverse esigenze, ma quello che piace di più è il nostro modo di lavorare attento ai minimi particolari e la nostra passione, la vera arma segreta per coinvolgere i partecipanti.



Come si progetta un tema building davvero efficace?

Le imprese schiacciate da problemi di budget e d’impossibilità di nuove assunzioni devono assicurarsi di ottenere il massimo dalla propria squadra, è vitale quindi individuare i punti di forza del team. Lavorare con un gruppo di persone con esperienze e competenze diverse che si trovano a collaborare insieme per raggiungere lo stesso obiettivo consente di apprendere gli uni dagli altri e quindi di sfruttare ogni singolo contributo per l’obiettivo comune e nello stesso tempo acquisirlo. Sembra ovvio… nei fatti non lo è mai. Il leader che ha il polso della squadra sa gestire quello che viene definito team building, e cioè costruzione di una squadra di lavoro. Occorre poi fare in modo che questa funzioni nel migliore dei modi. Come? Questo è il compito del team builder: analizzare nel modo corretto le esigenze, trovare l’attività più efficace per ogni occasione e durante l’attività aiutare i membri del gruppo a imparare ad abbracciare le differenze l’uno dell’altro, piuttosto che concentrarsi sulle differenze che portano al conflitto. Il potenziale è la legna, il team building è la scintilla, il successo del team è il fuoco che ne esce…basta alimentarlo con l’ossigeno della motivazione.

Chi è il travel designer. La sua mansione è quella di organizzare vacanze, partendo però da un bagaglio personale di esperienze e competenze diverso dal tour operator.

Travel Designer
a cura di Redazione

Articolo apparso su siviaggia.it, 18 maggio 2018

Chi è il Travel Designer?

Ecco di che cosa si occupa esattamente. E come intraprendere questo nuovo, affascinante mestiere.

La sua mansione è quella di organizzare vacanze, partendo però da un bagaglio personale di esperienze e competenze diverso dal tour operator.

Innanzitutto gli itinerari che traccia nascono da sue effettive esperienze di viaggio: propone ciò che ha visto con i suoi occhi. Non vende, insomma, pacchetti proposti da compagnie o agenzie del settore, non ricorre a cataloghi e non si rivolge a corrispondenti locali. Non è un intermediario. Prima di qualsiasi altra cosa è un viaggiatore, che ha scoperto gli angoli più disparati del Pianeta e studia il modo di proporli al pubblico, partendo dalle esigenze e dagli interessi del cliente, mettendo a disposizione la propria esperienza di esploratore e di tecnico.

Travel Designer

Attraverso le relazioni che ha costruito nel corso degli anni si è creato una rete di conoscenze nelle mete che andrà a proporre: ha relazioni solide con guide turistiche, albergatori, corrispondenti locali.

Essendo stato in loco, poi, ha dimestichezza con i punti forti e le problematiche di ogni location di sua competenza. Ha un’attenzione a dettagli che sui pacchetti proposti su internet non si trovano. E a partire da questi dettagli (l’albergo giusto, una gita particolare, uno scorcio ignoto ai più) costruisce un itinerario in base alle singolo e specifiche esigenze del turista.

In altre parole il Travel Designer raccoglie informazioni dettagliate sul turista e gli “cuce” addosso un itinerario, come un sarto cuce abito su misura. Una volta scavato nelle esigenze personali del cliente (aspettative, gusti, abitudini e magari fobie), questa nuova figura professionale apre il planisfero e traccia un itinerario concordandolo con il turista, che a quel punto può anche decidere di procedere in proprio all’acquisto dei biglietti per recarsi in loco e prenotare personalmente il proprio alloggio. Ad essere remunerato, infatti, è il progetto dell’itinerario, non l’esperienza di viaggio vera e propria.

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Oggi le aziende, i brand, devono prendere posizione per non essere indifferenti rispetto all’agenda globale e perché i lori clienti-consumatori lo pretendono.

a cura di Davide Pellegrini
Vittorio Cino

Cosa vuol dire brand sovrano? E perché oggi un’impresa forte della sua identità dovrebbe prendere posizione sul dibattito dei valori della società contemporanea? Lo abbiamo chiesto a Vittorio Cino, Direttore European Affairs The Coca-Cola Company.

Le aziende si trovano sempre più calate nel contesto della cultura contemporanea. Una posizione, a tratti difficile, che le obbliga a dover dialogare su temi che vanno molto al di là della semplice strategia di marketing. Come si è modificata la comunicazione rispetto a questo scenario?

Stiamo parlando di una trasformazione in continuo divenire. Non c’è dubbio che oggi la comunicazione d’impresa e le attività di marketing debbano gestire dinamiche nuove o quantomeno fortemente modificate rispetto al passato.  L’attuale fase di globalizzazione spinta ha certamente fornito opportunità e occasioni di crescita alle aziende, in particolare a quelle con maggior vocazione a navigare sugli oceani dei mercati internazionali. Ma hanno esposto le loro organizzazioni e i loro brand a tutte le contro spinte tuttora in atto.  È sempre più difficile distinguere tra attività di marketing e attività di comunicazione, o tra comunicazione di prodotto e comunicazione corporate.  Il brand love influisce sulla reputazione aziendale e viceversa.  L’opinione pubblica globale, direttamente attraverso i canali digitali o indirettamente attraverso le grandi organizzazioni non governative o i loro governi, preme sulle aziende affinché queste ultime forniscano impegni sui grandi temi sociali e ambientali

Brand love e brand reputation

Per molto tempo abbiamo assistito alla pianificazione di strategie di responsabilità sociale. Oggi, con gli utenti diventati più consapevoli, o quantomeno informati, le aziende cercano di barcamenarsi come possono, il più delle volte tentando di mantenere un equilibrio e una minima esposizione ideologica. Perché ora serve prendere posizione?

Perché lo scenario è fortemente cambiato rispetto al passato. Pensare di sviluppare attività di responsabilità sociale come attività di facciata per mascherare comportamenti poco limpidi o in antitesi rispetto ai trend offerti oggi dall’agenda globale, poteva avere qualche giustificazione in passato ma oggi è un atteggiamento suicida, foriero di pesanti ripercussioni sulla reputazione aziendale e sull’identità di brand. Oggi le aziende, i brand, devono prendere posizione per non essere indifferenti rispetto all’agenda globale e perché i lori clienti-consumatori lo pretendono. Tutte le ricerche di mercato sono univoche al riguardo: cittadini, clienti, fornitori, consumatori e i loro stakeholder si aspettano ed esigono che le aziende si comportino in maniera coerente rispetto ai valori di brand percepiti.

Prendere una posizione

Con Andrea Fontana avete scritto Corporate Diplomacy. Di cosa si tratta? 

Di una prima riflessione in materia, prima perché in Italia non se ne è ancora parlato in maniera strutturata.  Una riflessione che vuole essere un punto di partenza e aprire un dibattito sui grandi temi legati alla comunicazione d’impresa, al ruolo dei brand e al rapporto tra impresa e sfera pubblica, fino a raccontare come stanno cambiando i codici di comunicazione, in termini di narrazione e storytelling.

Sono molto curioso di mettere a fuoco un’idea che vedo ormai rimbalzare con grande frequenza sui social, nata da voi. Il concetto di Brand Sovranista.  

Corporate Diplomacy

L’idea, forse un po’ provocatoria, vuole aprire uno squarcio su una realtà in rapida trasformazione: i brand sono attori globali e agiscono globalmente in considerazione della propria identità, dei propri lavori e dei propri obiettivi di business, sganciandosi del tutto da qualsiasi dinamica nazionale.  Il concetto di campione nazionale o di brand portatore di valori tipici di una specifica cultura nazionale ha perso quasi del tutto senso. I brand sono diventati autonomi, sono “sovrani”, ci piaccia o non ci piaccia. 

Chi saranno e con quale provenienza culturale i prossimi Brand Diplomacy Manager del futuro? 

Saranno professionisti della comunicazione d’impresa che coniugheranno la più alta specializzazione nell’ambito delle relazioni pubbliche con le più sofisticate tecniche delle relazioni internazionali: negoziazione, comunicazione interculturale, tecnica di narrazione.  Il diplomatico aziendale sarà una figura strategica, a cavallo tra business e comunicazione, un vero e proprio ambasciatore del brand aziendale, custode della sua reputazione.

Università e accademie hanno inserito di recente – nella loro offerta formativa – corsi specialistici e master per fornire competenze in ambito manageriale e organizzativo.

a cura di redazione

Metà farmacisti e metà manager. Questa è la nuova figura professionale del farmacista, un ruolo in grande trasformazione ed evoluzione. Il mercato sta cambiando velocemente e con esso si modificano le attività tradizionalmente connesse al mondo farmaceutico.

Adeguarsi ai tempi significa anche passare da una formazione che tenga conto delle rinnovate esigenze della domanda e dell’offerta.

del pharma manager

Università e accademie hanno inserito di recente – nella loro offerta formativa – corsi specialistici e master per fornire competenze in ambito manageriale e organizzativo, necessarie per una gestione efficiente e di qualità della farmacia nell’attuale contesto operativo.

I programmi sono incentrati su tematiche differenti, alcune delle quali potrebbero risultare avulse dal contesto farmaceutico, ma in realtà non lo sono affatto: digital transformation, gestione della redditività, progettazione di servizi e promozioni, organizzazione dei processi di erogazione del servizio al cliente, coordinamento e incentivazione del personale, rotazione del magazzino, business planning, scelte di assortimento (selezionare settori, categorie e referenze), wellness e cosmeticaanalisi e misurazione delle performance economiche.

Un nuovo mindset per il farmacista

Di fondamentale importanza, poi, la cura del layout espositivo e la costruzione di un posizionamento coerente con l’evoluzione dello scenario, la richiesta di una clientela sempre più complessa e articolata, la domanda sul territorio di riferimento, sempre tenendo conto di un contesto sempre più concorrenziale, nuovi competitor e nuovi canali di vendita.

Nei contesti formativi dedicati all’ambito farmaceutico si discuterà anche dei principali cambiamenti che si stanno introducendo in Italia a livello istituzionale, con lo scopo di far acquisire ai partecipanti le nozioni indispensabili per comprendere il mutato contesto di riferimento e per analizzare quei fenomeni economico-finanziari della farmacia che hanno un impatto sul bilancio di fine esercizio.

Focus quindi su gestione fiscale e tributaria, legislazione amministrativa, management ma anche marketing e comunicazione.

Oggi per i farmacisti è fondamentale avere competenze manageriali perché la farmacia è diventata un’impresa. Per ottenere degli utili è necessario avere un approccio diverso all’attività, passando da una strategia d’attesa a una strategia attiva, attraverso la quale si individua la propria clientela. I professionisti del settore sentono l’esigenza di apprendere nuove nozioni e questo è un segnale positivo, di adeguamento ai cambiamenti, sia di ruolo che di metodo, e alle nuove regole di mercato.

Il successo di una farmacia oggi risiede proprio in questa opportunità, trasformarsi da esercizio commerciale in azienda di prodotti e servizi professionali selezionati ad hoc per il paziente/cliente.

Oggi una strategia pubblicitaria vincente non può che passare da una altissima qualità dei contenuti sui quali è poi fondamentale costruire dinamiche di engagement.

a cura di redazione
Vladimiro Mazzotti

Il marketing conversazionale è entrato in una nuova era con i chatbot. Ma c’è già chi, come Zerogrado è già alla fase successiva. Usare le conversazioni come strumento di contenuti per attrarre clienti. Lo abbiamo chiesto al co-founder Vladimiro Mazzotti.

Nel mondo del retail si è passati dall’aggressività delle strategie pubblicitarie alla convinzione di dover lavorare in modo più accorto e curato sulla gestione delle dinamiche conversazione. Nell’epoca dell’AI e del machine learning, l’engagement può diventare straordinariamente importante. Che ruolo ha la tecnologia in questo processo? 

La tecnologia ha un ruolo centrale, ha cambiato radicalmente il modo di fare pubblicità perché innanzitutto ha aperto nuovi canali di comunicazione con i consumatori, e poi ha introdotto nuove modalità di interazione sui contenuti. Si è iniziato a parlare di conversazioni e di intrattenimento, perché sono i primi indispensabili passaggi che avvicinano il consumatore al brand. Oggi, come sempre, una strategia pubblicitaria vincente non può che passare da una altissima qualità dei contenuti, sui quali, grazie alla continua evoluzione del digitale, è poi fondamentale costruire dinamiche di engagement per massimizzare il ROI.

Si parla moltissimo di integrazione di chatbot ai propri canali social o altre piattaforme di marketing digitale. Eppure, la maggior parte delle pagine ne fa un uso molto spesso semplificato e standardizzato di semplice spiegazione didascalica. L’inbound marketing prevede invece azioni di content strategy, di social media marketing e di ottimizzazione dei processi di lead acquisition. Quali soluzioni in più avete previsto?

In Zerogrado massimizziamo i benefici intrinsechi derivanti dall’utilizzo delle piattaforme di messagistica, ma lo facciamo in una logica differente dal chatbot “tradizionale”, che si limita a creare un nuovo contenitore di contenuti fruibili in logica “pull”, e che ha mostrato tutti i suoi limiti in tema di retention degli utenti. La nostra piattaforma utilizza i messaggi in logica esclusivamente “push” portando gli utenti su micro interazioni, molto veloci ed ingaggianti, studiate in una logica di content strategy ampia che coinvolge anche i social media, con il risultato di creare engagement e potenziare la lead acquisition.



In che modo il potenziamento delle tecniche digitali di conversazione e marketing posso aiutare il mondo del retail? Come fanno alcuni sofisticati tools digitali a garantire la fidelizzazione dell’utente in una dinamica di loyalty? 

Qui entra in ballo in secondo ingrediente della nostra soluzione, la gamification. Se l’utilizzo delle piattaforme di messagistica ci permette di raggiungere gli utenti con una reach del 100%, le interazioni con cui creiamo l’engagement sono basate sulla gamification, che in buona sostanza, consente ai brand di premiare la fedeltà del cliente in maniera totalmente personalizzabile e in una dinamica di comunicazione privata, intima ed altamente percepibile come esclusiva. E questo approccio si sposa perfettamente con le esigenze del mondo del retail, dove le dinamiche di loyalty sono ben note, ma sul cui potenziale Zerogrado può aprire nuovi orizzonti.

Zerogrado for Sports

C’è un elemento davvero importante nella vostra offerta. La gamification, di cui si parla ormai moltissimo. In cosa consiste e come viene realizzata? 

Tutto nasce da una considerazione che condividiamo con i nostri clienti: “one huge fanbase is a huge fanbase of ones”. Se si vuole costruire fedeltà di lungo termine bisogna personalizzare la conversazione, premiare le interazioni in maniera che sia percepito il valore del singolo consumatore. Usando la gamification noi offriamo ai brand uno strumento molto potente per misurare passione e fedeltà verso la marca, e per creare quel senso di appartenenza che è il terreno più fertile possibile per massimizzare le conversioni, noi lo chiamiamo Power to Belong.

Evoluzione delle Chatbot

I vostri prossimi progetti? 

Stiamo costruendo una piattaforma per l’engagement che si arricchirà di tanti nuovi moduli di interazione con gli utenti, per allargare il ventaglio delle soluzioni e quindi per venire incontro a esigenze specifiche dei vari mercati in cui operano i nostri potenziali brand clienti, in Italia e all’Estero.

Siamo per definizione aperti e agnostici, ci adattiamo alle tecnologie e ai canali mainstream di ciascuna area geografica, cogliendo ogni opportunità che gli scenari di comunicazione digitale, in continua evoluzione, via via propongono.



Vladimiro Mazzotti, Experienced CEO, Entrepreneur, Consultant. Advisor and mentor for several startups and corporations in Europe. Successful managerial experience in Italy, EU and ASIA among various industries (consumer electronics, telco, retail, ecommerce, fashion, food/nutrition, sport, fitness).

Nel retail si propongono soluzioni di audio branding legate al music design, la selezione della musica che maggiormente è in grado di rispecchiare l’immagine e il mood del marchio

A cura di Davide Pellegrini

Alessandro Franconetti, Sound Designer per i brand

Abbiamo intervistato Alessandro Franconetti, sound designer e creativo che, da tempo, mette al servizio il suo lavoro per una migliore definizione e posizionamento dell’identità dei brand. E lo fa con il suono. Dalle sue parole, chi è e cosa un brand sound designer.

L’Audio Branding è un fenomeno relativamente giovane. In un certo senso oggi, con la maggiore attenzione alle conoscenze nel campo del neuromarketing, sembra che si stia imponendo una maggiore attenzione all’ambiente in cui è immerso il cliente consumatore. Come definiresti di fatto l’audio branding, cosa fa chi fa il tuo mestiere?

L’Audio Branding è una branca del marketing sensoriale che propone un utilizzo strategico del suono all’interno dei processi comunicativi e di identity definition di un brand. La grande crescita di questo settore negli ultimi anni è dovuta, prevalentemente, a un dato molto importante: nella società odierna il sovraffollamento di stimoli visivi ha reso l’uso esclusivo della comunicazione visiva praticamente inefficace.

Proprio qualche giorno fa The Guardian riportava dei dati abbastanza significativi su questo tema, mostrando che dei tremilacinquecento messaggi visivi a cui siamo esposti mediamente in una giornata, solo l’1% viene ricordato ed ha un qualche impatto.

Chiaramente questo non significa, a mio avviso, che in futuro non si comunicherà più con l’immagine, ma solo che un brand, perché possa rimanere impresso, debba avere un appeal multi-sensoriale. In questo contesto, il suono emerge come uno strumento di fondamentale importanza a disposizione del brand, sebbene spesso il suo utilizzo sia ancora limitato se non addirittura lasciato al caso. Chi fa il mio mestiere si occupa proprio di questo: spingere il brand a includere strategie sonore nella definizione della propria identità e valorizzare quanti più touchpoint udibili a sua disposizione. Che spesso non sono sfruttati semplicemente perché non visibili.

Emotional branding

La forza dell’audio branding penso sia proprio quella di non limitarsi a supportare il messaggio visivo ma di riuscire ad arrivare dove l’immagine si ferma. Pensi al sonic brand di Intel che è in grado di attirare l’attenzione su un prodotto, un processore, che è nascosto dentro al computer e quindi addirittura invisibile. Quando si parla di audio branding non si parla comunque solo di strumenti sonori che agiscono sulla definizione del brand in sé, ma anche della definizione degli ambienti sonori che lo rappresentano.

Nel retail, ad esempio, si propongono soluzioni di audio branding legate al music design, ovvero la selezione della musica che maggiormente sia in grado di rispecchiare l’immagine ed il mood del marchio e che sia funzionale al raggiungimento di obiettivi specifici legati alla percezione dell’esperienza stessa (es. superato un certo numero di bpm la percezione dell’attesa alla cassa è inferiore rispetto alla stessa fila fatta con una musica lenta).





Mi sembra di capire che una competenza di base di debba esserci, non basta la passione per la musica. Come colleghi la vasta conoscenza del panorama musicale a un’operazione di brand awareness e alla costruzione di un sound mood aziendale?

In un’operazione di sonic branding il sound design è centrale dato che l’obiettivo è proprio quello di tradurre una strategia in suono. Nel progettare l’identità sonora di un brand sono coinvolte numerose figure e diverse: dagli strategists, ai sound designer, fino ad arrivare anche a psicologi il cui compito è di testare la capacità dei suoni prodotti di attivare le emozioni prese come target. Spesso il lavoro va avanti fino a che i risultati non raggiungono percentuali di corrispondenza molto elevati.



Ci sono davvero dati che dimostrano che la pianificazione di una playlist mirata all’interno di uno store aumentino la gradevolezza dell’esperienza d’acquisto? E perché in Italia ancora non decolla questa, che chiamerei, strategia di experience design?

Il music design di uno store è un elemento molto importante nella definizione di una esperienza di shopping. Molti brand utilizzano la musica addirittura per filtrare e restringere al target di riferimento gli ingressi in store.



Composed and Produced by Evoke The Spectrum – Video produced by 20 Mondi.

Composed by Maurizio D’Aniello/Elisa Rosselli & Produced by The Spectrum.



Più di frequente, la pianificazione musicale viene fatta semplicemente per garantire un’esperienza shopping positiva ed allegra. Ma, come già dicevo, la musica oltre ad avere l’incredibile potere di attivare scenari emotivi, è anche in grado di definire profondamente la nostra percezione di ciò che ci circonda. Non dimentichiamo che l’udito è il primo senso a svilupparsi in un feto e che il suono svolge i suoi processi comunicativi nell’emisfero limbico del nostro cervello quello che, per capirci, non solo processa le emozioni, ma in cui si definiscono i processi decisionali, come restare o uscire da un negozio, concedersi un regalo o lasciarlo al suo posto…

In Italia la crescita è più lenta rispetto ad altri paesi, ad esempio la Francia dove il sound branding è nato e dove ogni boutique affida ad un music designer la cura di questi aspetti. Ma anche qui, soprattutto negli ultimi due anni, non sono più solo i grandi brand a richiedere questo tipo di supporto, ma anche la piccola boutique che comprende l’importanza di non lasciare che sia il caso a guidare uno strumento di comunicazione così potente.

Evoke the Spectrum, agenzia di brand sound design


Ci descrivi il processo del tuo lavoro. Cosa avviene dopo l’incontro con un cliente?

Il primo passo è la stesura di una strategia e la traduzione in suono della stessa. In questa fase si scelgono strumentazione, timbro e melodia e si procede alla creazione di un paio di proposte da condividere con il cliente in quello che noi chiamiamo un sound workshop. Solitamente, da questo incontro si esce con numerosi feedback e si rientra in studio ad affinare il lavoro fatto. Una volta ottenuto il risultato desiderato dal cliente, si consegna un audio manual in cui è indicato in dettaglio l’utilizzo ideale degli strumenti sviluppati per il brand. Nel caso di campagne particolarmente mirate, procediamo anche ad una fase di testing affidando il compito ad un team di psicologi che crea di gruppi di ascolto e testa il nostro lavoro.

Prossimi obiettivi?

In questo momento molta attenzione è posta sulle possibilità legate alle tecnologie di 3D audio e, soprattutto, allo sviluppo di voice control technologies. Guardate in che direzione stanno puntando colossi come Amazon e Google e capirete il perché.

Qualche settimana fa, il CMO di Mastercard Raja Rajamannar, fresco di nomina a Global Marketer of The Year (dopo aver annunciato il sonic brand di Mastercard), ha dichiarato che entro il 2022 il 75% delle case sarà controllate da tecnologie vocali.

Sempre di più le aziende ci chiedono di implementare i loro processi con strumenti vocali e la selezione di una brand voice distintiva.

Alessandro Franconetti, Founder e Sound Branding Strategist Evoke The Spectrum

http://www.evokethespectrum.com

In un settore con una storia di scandali, dal lavoro minorile ai trattamenti pericolosi come la sabbiatura, questa piccola azienda olandese mira a produrre jeans belli che sono eticamente e ecologicamente buoni.

Fonte: Sole24Ore, Solutions e Co, Iniziativa di Sparknews, società di impact journalism: 50 soluzioni per le smart cities dai giornali di tutto il mondo

Malgrado il nome (mud significa fango in inglese, ndr), MUD Jeans è tutto fuorché sporco. In un settore con una storia di scandali, dal lavoro minorile ai trattamenti pericolosi come la sabbiatura, questa piccola azienda olandese mira a produrre jeans belli che sono eticamente e ecologicamente buoni. “La moda è il secondo più grande inquinatore del mondo”, dice il direttore 56enne Bert van Son, che lavora nell’industria dell’abbigliamento da 35 anni: “Circa 24 miliardi di tonnellate di cotone vengono prodotte ogni anno e il 24 % di tutti gli insetticidi e l’11% dei pesticidi sono usati sul cotone. E completamente fuori controllo. Dovremmo usare il cotone organico – che non inquina l’acqua – oppure riciclare il cotone come la carta.”

E quindi MUD Jeans offre un’opportunità unica ai consumatori: con un unico pagamento di 20 euro diventi socio e puoi “Affittare un Jeans” a 7,50 euro al mese, pagando 90 euro a rate invece di 98 per pagare il jeans in una soluzione. Dopo un anno hai tre opzioni. Puoi tenerti il tuo Jeans MUD – l’azienda ripara gratis i jeans affittati -, puoi riportarlo per il riciclo oppure puoi scambiarlo per un paio nuovo in affitto. Un voucher di €10 per un nuovo paio viene dato a tutti quelli che danno dentro jeans di qualsiasi marca, che MUD Jeans poi ripara e vende come “vintage”. Se il jeans è irrecuperabile l’azienda manda la stoffa ad una fabbrica in Spagna per il riciclaggio.

L’azienda vende i jeans online e tramite 260 negozi in 27 paesi, permette ai rivenditori di fare ordini piccoli per evitare la sovra-produzione e non fa mai saldi. Oggi circa 2mila clienti MUD affittano i loro jeans e rappresentano un quarto delle vendite. Secondo Van Son, la loro età media è 35 anni, tendono ad essere istruiti, con figli, amano viaggiare, mangiano cibo bio e sono aperti ad esperienze nuove.Lo stesso van Son nota che l’80% dei clienti rimandano i loro jeans vecchi per il riciclaggio, che siano affittati o comprati. Un paio tipico di Jeans MUD, come i Dunns Regolare che indossa, è composto da 23% jeans, 75% cotone organico e 2% elastam. E’ colorato con tinta indigo non tossica e ha un’etichetta stampata e non di cuoio per facilitare il riciclo. I jeans sono prodotti in Tunisia nella fabbrica Yousstex, le cui condizioni lavorative sono state controllate dalla Fair Wear Foundation.

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Nel formare il team è strategico privilegiare gli aspetti comportamentali e le qualità innate: lealtà, positività, ottimismo, capacità di lavorare e di problem-solving.

a cura di redazione

Come Presidente Sezione Consulenza e Unindustria godi di una prospettiva privilegiata per quel che riguarda il panorama della formazione manageriale. Come sta cambiando l’esigenza di formazione?

Roberto Santori

Formare vuol dire innanzitutto dare la “forma” più efficiente a manageriali strategiche per raggiungere obiettivi aziendali sempre più complessi e integrati. 

Sei Vicepresidente Servizi Innovativi e Tecnologici di Confindustria. La domanda nasce spontanea. Che significa oggi fare innovazione in azienda?



Per far crescere la propria impresa e renderla competitiva bisogna definirne obiettivi e valori.  Investire in innovazione 4.0 non basta. Al Forum economico mondiale  di Davos di gennaio 2019 Klaus Schwab, fondatore del Forum, ha detto che  occorre “definire un nuovo approccio alla globalizzazione, perché sia più inclusiva, sostenibile e basata su principi morali”. Credo che un’azienda sia davvero competitiva quando diventa un punto di riferimento anche per chi è rimasto indietro.

World Economic Forum, Davos 2019

Si parla sempre più spesso di soft skill, ovvero la crescita di aspetti legati alla persona non necessariamente in riferimento alle competenze professionali. 

Le aziende sono fatte di persone. Nel formare il team è strategico privilegiare gli aspetti comportamentali e le qualità innate: lealtà, positività, ottimismo, capacità di lavorare e di problem-solving. Le competenze professionali possono essere acquisite. 

Corporate Storytelling 2018

Il lavoro sui format è piuttosto lungo e complesso. Non solo vuol dire aggiornarsi rispetto ai trend del mondo organizzativo e produttivo, ma anche intercettare un bisogno concreto delle aziende.

Un bravo formatore ha il compito di intercettare il cambiamento. Come imprenditore e dg di Challenge Network, avverto in prima persona le esigenze e i bisogni concreti delle aziende. Per usare la metafora sartoriale, nel disegnare e realizzare i nostri progetti formativi scegliamo, in accordo con i nostri clienti, gli strumenti più performanti che “tagliamo su misura”. Realizziamo modelli, unici, taylor-made per rispondere ad ogni specifica esigenza formativa. 

Un intervento formativo

Una domanda più tecnica. Ancora oggi la formazione finanziata viene sfruttata molto poco dalle aziende. Eppure i fondi paritetici rappresentano una grande opportunità. Perché c’è così poca richiesta e che tipo di policy seguono le associazioni di categoria per stimolarne l’uso?

Le risorse economiche non mancano. I Fondi sono uno strumento fondamentale per la formazione professionale. Lo scorso dicembre, intervistato da il Sole24ore, su questo tema, ho spiegato che molte PMI trovano difficoltà, anche in termini di tempi, ad accedere ai fondi a causa di tecnicismi e procedure. Bisognerebbe rendere più accessibile il sistema a partire dagli “avvisi”. 

Roberto Santori è Presidente Sezione Consulenza e Formazione Unindustria, Vicepresidente Servizi Innovativi e Tecnologici nei Confindustria, DG di Challenge Network, agenzia di formazione manageriale.

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C'è chi fa il graphic designer ma, per hobby e per talento decide di dedicarsi alla rielaborazione del design delle biciclette tra tecniche artistiche e restauro. Alessandro Ceci ha creato forma d'arte.

a cura di Redazione

C’è chi fa il graphic designer ma, per hobby e per talento decide di dedicarsi alla rielaborazione del design delle biciclette tra tecniche artistiche e restauro. Alessandro Ceci, inventore di Bike Porn Garage, ha trasformato il feticismo per l’oggetto bici in una forma d’arte.

Chiariamo subito. Qui non parliamo di , ma di qualcosa di molto diverso e straordinariamente atipico. Ci spieghi esattamente cosa fai?

Faccio quello che mi piace, senza preoccuparmi tanto della “classificazione” del mio lavoro. A volte anche il “bike designer“, nel senso che ho curato la grafica di alcuni telai per un piccolo marchio romano, ma solitamente interpreto l’oggetto bici secondo quello che mi ispira la bicicletta che ho davanti, tenendo conto delle mie emozioni del momento e anche dell’utilizzo a cui sarà poi destinata. Quindi a volte ricopro le bici con foto, altre volte gli regalo una seconda vita di qualità, altre volte ancora le restauro per conservarle al meglio.

Da graphic designer e art director hai maturato una passione per l’oggetto bicicletta ma, mi sembra di capire, il grande lavoro di personalizzazione estetica di cui ti occupi mira a realizzare oggetti unici, esclusivi, con un approccio da feticista e collezionista. Giusto? Come lavori sui prodotti?

Giusto, amo la bicicletta perché la sua semplicità ed essenzialità non concede molto spazio all’estetica, tutto ciò che la compone ha una funzione precisa e nulla è superfluo. Quindi non ci sono grandi superfici a disposizione e si lavora sul dettaglio. Tutti questi “limiti” portano per forza a un approccio feticista con l’oggetto perché anche il può piccolo bullone ha un’importanza estetica e quindi un grande valore, è la cura del dettaglio e la sua qualità tecnica a fare la differenza. Ogni bici che faccio, che sia un’interpretazione o un restauro, si basa su questo principio di armonia estetica e tecnica tra ogni singolo componente, anche il più piccolo. Per quanto riguarda invece che tipo di lavoro faccio sulle bici, alcuni telai sono realizzati con il collage seguendo un tema: horror, porno, o altro; sono quelle che amo di più perché l’emozione che provo nell’usare come mezzo di trasporto il frutto del mio lavoro artistico è assolutamente incredibile. Altre sono costruite con l’obiettivo di ridare valore a un oggetto che ha perso il suo originale, si pensi ad una vecchia bici da corsa che dal punto di vista sportivo non vale più nulla ma che invece può avere ancora un grandissimo valore in un ambito diverso. Altre bici sono semplicemente dei restauri conservativi perché sono già in partenza oggetti artigianali talmente perfetti e affascinanti che un qualsiasi intervento attuale ne rovinerebbe l’essenza.

BPG, Prof Bad Trip
BPG, ZombiBike
BPG, ZombiBike

Il tuo sito racconta esperienze di product graphic design particolarmente ricercati. Ho notato biciclette di diverse annate e produzioni. C’è, in sostanza una velleità di riciclare e impreziosire prodotti di eccellenza?

Per lavoro faccio il graphic design, sono specializzato in brand design e brand identity, fare un marchio significa riuscire a sintetizzare dei valori in pochi segni dandogli unicità e riconoscibilità. Per fare questo bisogna prima studiare il mercato in cui si andrà a inserire il nuovo brand, poi interpretare il “carattere” dell’azienda, poi studiare un segno, il “suo segno”, in modo che non stoni con il settore ma che si distingua per unicità, stile e forza espressiva. Lo stesso approccio lo trasferisco sulle bici: grande ricerca e grande cura nella realizzazione finale con l’obiettivo di creare qualcosa con una sua personalità, che si distingua per unicità, stile e forza espressiva. Avendo un approccio così, non posso che partire da qualcosa che già di suo ha un grande valore tecnico, cercando di aggiungere del valore in più con il mio lavoro. Per quanto riguarda il “riciclare” non è l’obiettivo principale, la mia prima preoccupazione è fare un qualcosa che duri nel tempo, che non sia usa e getta, per questo utilizzo di base vecchie bici che sono state costruite con lo stesso obiettivo: durare negli anni.

BPG, Prestige

Una domanda che può sembrarti banale. Si va sempre più verso la personalizzazione dei gusti e delle personalità degli utenti/ consumatori. È pensabile e avrebbe senso secondo te applicare una strategia di alto artigianato, un intervento artistico di questo livello su scala commerciale destinata al grande pubblico? È possibile?

Una premessa: la bici di alto livello è sempre “su misura”, stiamo parlando di prodotti artigianali costruiti su misura e gusto del committente e che proprio per la loro “simbiosi” con il proprietario non potranno mai essere destinate alla “massa”. Non ci dimentichiamo che la bici è un prolungamento meccanico del corpo umano, non ha nulla a che vedere con le moto o le automobili, è una sorta di “protesi” che deve adattarsi perfettamente al tuo corpo perché tu ne sei il “motore”. Quindi avere un prodotto unico perfetto “per tutti” è come pretendere una vestibilità impeccabile da un abito industriale. Pensa che alcuni grandi artigiani telaisti hanno liste di attesa anche di 7 anni, e la gente aspetta.
Se parliamo invece di estetica e sua replicabilità ho già sperimentato la tecnica del moderno
“wrapping”, l’ho fatto per curiosità ma anche, non lo nascondo, pensando alla possibilità di una piccola serie. Ma solo di piccola serie si può trattare e con tempi di attesa comunque non da massa (abituata ad avere tutto subito con la logica “vedo, voglio, compro e me lo portano a casa tra 24 ore”) perché c’è bisogno necessariamente di una “personalizzazione” dei teli da applicare sul telaio perché ogni telaio è diverso dall’altro per forme (una bici da corsa è diversa da una mtb) e per dimensioni (per il discorso fatto sopra). Devo dire che comunque il vecchio “collage” rispetto al nuovo “wrapping” mi soddisfa molto di più, c’è un costante contatto fisico con il telaio durante tutta la lavorazione della bici ed entro molto più in sintonia con l’oggetto, tutto questo nel risultato finale questo si sente.
Poi onestamente non mi interessa fare bici per tutti, anzi per il momento le faccio per me e
per pochi amici che ne sanno riconoscere il valore finale in termini di tempo dedicato e di qualità dei componenti.

Quali sono gli obiettivi del tuo progetto, come evolverà?

Come ho già detto sopra il mio lavoro è un altro, finché mi emozionerà fare bici lo farò senza pensare a risultati economici… quindi come si evolverà non lo so, non c’è pianificazione dietro ma solo ricerca di emozioni.

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Nick Difino, food performer con un curriculum tra l’esperto di marketing e l’artista. Istruzioni per usare il food come contenuto di spettacolo.

a cura di Davide Pellegrini

. Io ti conosco come food performer, con uno di quei curriculum tra l’esperto di marketing e l’artista che lascia davvero a bocca aperta. Partiamo da questa cosa dell’usare il food come contenuto di spettacolo. Dopo una fase da giramondo sulle navi da crociera (c’è chi partendo così è diventato Presidente del Consiglio), decidi di dedicarti alla food experience. Ci parli di come ti sei inventato il format con Roy Paci e di cosa si tratta?

Foodloop Performance, Nick Difino e Roy Paci

Roy è stato ospite della mia seconda serata di food, spinto da Donpasta che è stato il primo in assoluto. Il format nasce da alcune considerazioni fatte intorno all’idea di divulgazioni di informazioni. Si cominciava a parlare di “infotainment” dunque io decisi di fare “eat-ertainment”, un metodo per far passare informazioni con la formula del gioco e del divertimento.
Con Roy si parlava tanto di
“gastrofonia” e cioè del legame tra cibo e musica, tra micro vibrazioni sonore e energetiche. Ci siamo spinti oltre la scienza e la metafisica e abbiamo insonorizzato ricette e reso un corpo alle parole. Insomma abbiamo giocato a fare gli artisti. In cucina.

Come entertainer sei molto bravo. Ho visto spesso tue trasmissioni e devo dire che catturano l’attenzione piacevolmente. Su Sky insieme a Simone Salvini hai condotto Vegetale, show dedicato alla cucina vegetariana biologica. Ci racconti questa esperienza? 

Conoscevo già Simone Salvini da qualche tempo, avevamo condotto sessioni di hackathons insieme e avevamo ragionato sul concetto della cucina Vegetale, più che vegetariana o vegana. Ci piaceva l’idea di una nuova definizione neutra e senza accezioni pregiudizievoli legate alle modalità.
Quando Alce Nero strinse l’accordo con Gambero Rosso, la direzione pensò bene che il programma dovesse essere condotto da entrambi e
poiché io ho lo spirito di un bambino e chiedo sempre “perché”, fu un ottimo modo per far parlare Simone che è un gran sapientone.

Mi sembra che, al di là dei format tra performing e scrittura, tra Tv e altro, i tuoi lavori indichino un coinvolgimento più “ politico” sul tema della sana alimentazione.  Sbaglio?  

Non sbagli. Sono fondatore del Fooding Social Club e Ambassador del Future Food Institute con una serie di azioni più mirate per generare consapevolezza sui prodotti e sulla cultura .
Sai, la politica la facciamo un po’ tutti anche in maniera involontaria. 
Se io scelgo di consumare un pomodoro anziché un altro ho spostato attenzioni e economie, ho fatto politica.
Lo scaffale del supermercato è un’urna dove si consuma una continua votazione per l’uno o per l’altro.
Le nostre scelte sono importanti.


Una delle cose che mi interessa molto è aver unito i temi della sostenibilità, della produzione biologica al format dell’hackaton. Come ti è venuta l’idea?

Ci fu richiesto di analizzare la percezione del cibo biologico e ci fu chiesto di trovare una exit strategy dal pregiudizio. E ci fummo felici di applicarci nella scoperta di queste connessioni.

Ci racconti questo bellissimo lavoro, il documentario Alla Salute?

TRAILER ALLA SALUTE BIOGRAFILM_ from OFFICINEMA DOC on Vimeo.

E’ il mio videodiario di quando mi sono ammalato di cancro nel 2015. Ogni giorno mi sono ripreso e mi sono raccontato: il bene, il male, la disperazione, la paura, la gioia.
Ho raccontato cos’è un corpo malato, cos’è la malattia e la guarigione. Il tutto attraverso lo strumento del cibo come pozione salvifica del corpo e dello spirito. Specie dello spirito.
Abbiamo evitato il declivio dell’autoreferenzialità e abbiamo puntato sulla condizione umana filtrate attraverso le relazioni sociali, le origini e tradizioni nelle quali il cibo, strettamente correlato con il corpo, restituisce la catarsi, prolungando la sensazione condivisa di poter usufruire di momenti di serenità anche all’interno del più profondo dei drammi.
Siamo stati pluripremiati al Biografilm di Bologna ricevendo il premio della critica ma anche quello del pubblico, poi abbiamo preso anche il primo premio al Human Rights Film Fest di Orvieto. Insomma, è abbastanza gratificante per un docufilm che viaggia sempre su una linea sottile tra un atto di paura e una sfida al coraggio, tra una scongiura e puri atti di follia. 
E’ un film che abbatte i tabù e che si rivela conduttore di un senso di fortuna e di grazia.
Alla Salute è un docufilm piangere e ridere ed è altamente formativo. Specie per me.