Competenze

Oggi una strategia pubblicitaria vincente non può che passare da una altissima qualità dei contenuti sui quali è poi fondamentale costruire dinamiche di engagement.

a cura di redazione
Vladimiro Mazzotti

Il marketing conversazionale è entrato in una nuova era con i chatbot. Ma c’è già chi, come Zerogrado è già alla fase successiva. Usare le conversazioni come strumento di contenuti per attrarre clienti. Lo abbiamo chiesto al co-founder Vladimiro Mazzotti.

Nel mondo del retail si è passati dall’aggressività delle strategie pubblicitarie alla convinzione di dover lavorare in modo più accorto e curato sulla gestione delle dinamiche conversazione. Nell’epoca dell’AI e del machine learning, l’engagement può diventare straordinariamente importante. Che ruolo ha la tecnologia in questo processo? 

La tecnologia ha un ruolo centrale, ha cambiato radicalmente il modo di fare pubblicità perché innanzitutto ha aperto nuovi canali di comunicazione con i consumatori, e poi ha introdotto nuove modalità di interazione sui contenuti. Si è iniziato a parlare di conversazioni e di intrattenimento, perché sono i primi indispensabili passaggi che avvicinano il consumatore al brand. Oggi, come sempre, una strategia pubblicitaria vincente non può che passare da una altissima qualità dei contenuti, sui quali, grazie alla continua evoluzione del digitale, è poi fondamentale costruire dinamiche di engagement per massimizzare il ROI.

Si parla moltissimo di integrazione di chatbot ai propri canali social o altre piattaforme di marketing digitale. Eppure, la maggior parte delle pagine ne fa un uso molto spesso semplificato e standardizzato di semplice spiegazione didascalica. L’inbound marketing prevede invece azioni di content strategy, di social media marketing e di ottimizzazione dei processi di lead acquisition. Quali soluzioni in più avete previsto?

In Zerogrado massimizziamo i benefici intrinsechi derivanti dall’utilizzo delle piattaforme di messagistica, ma lo facciamo in una logica differente dal chatbot “tradizionale”, che si limita a creare un nuovo contenitore di contenuti fruibili in logica “pull”, e che ha mostrato tutti i suoi limiti in tema di retention degli utenti. La nostra piattaforma utilizza i messaggi in logica esclusivamente “push” portando gli utenti su micro interazioni, molto veloci ed ingaggianti, studiate in una logica di content strategy ampia che coinvolge anche i social media, con il risultato di creare engagement e potenziare la lead acquisition.



In che modo il potenziamento delle tecniche digitali di conversazione e marketing posso aiutare il mondo del retail? Come fanno alcuni sofisticati tools digitali a garantire la fidelizzazione dell’utente in una dinamica di loyalty? 

Qui entra in ballo in secondo ingrediente della nostra soluzione, la gamification. Se l’utilizzo delle piattaforme di messagistica ci permette di raggiungere gli utenti con una reach del 100%, le interazioni con cui creiamo l’engagement sono basate sulla gamification, che in buona sostanza, consente ai brand di premiare la fedeltà del cliente in maniera totalmente personalizzabile e in una dinamica di comunicazione privata, intima ed altamente percepibile come esclusiva. E questo approccio si sposa perfettamente con le esigenze del mondo del retail, dove le dinamiche di loyalty sono ben note, ma sul cui potenziale Zerogrado può aprire nuovi orizzonti.

Zerogrado for Sports

C’è un elemento davvero importante nella vostra offerta. La gamification, di cui si parla ormai moltissimo. In cosa consiste e come viene realizzata? 

Tutto nasce da una considerazione che condividiamo con i nostri clienti: “one huge fanbase is a huge fanbase of ones”. Se si vuole costruire fedeltà di lungo termine bisogna personalizzare la conversazione, premiare le interazioni in maniera che sia percepito il valore del singolo consumatore. Usando la gamification noi offriamo ai brand uno strumento molto potente per misurare passione e fedeltà verso la marca, e per creare quel senso di appartenenza che è il terreno più fertile possibile per massimizzare le conversioni, noi lo chiamiamo Power to Belong.

Evoluzione delle Chatbot

I vostri prossimi progetti? 

Stiamo costruendo una piattaforma per l’engagement che si arricchirà di tanti nuovi moduli di interazione con gli utenti, per allargare il ventaglio delle soluzioni e quindi per venire incontro a esigenze specifiche dei vari mercati in cui operano i nostri potenziali brand clienti, in Italia e all’Estero.

Siamo per definizione aperti e agnostici, ci adattiamo alle tecnologie e ai canali mainstream di ciascuna area geografica, cogliendo ogni opportunità che gli scenari di comunicazione digitale, in continua evoluzione, via via propongono.



Vladimiro Mazzotti, Experienced CEO, Entrepreneur, Consultant. Advisor and mentor for several startups and corporations in Europe. Successful managerial experience in Italy, EU and ASIA among various industries (consumer electronics, telco, retail, ecommerce, fashion, food/nutrition, sport, fitness).

Nel retail si propongono soluzioni di audio branding legate al music design, la selezione della musica che maggiormente è in grado di rispecchiare l’immagine e il mood del marchio

A cura di Davide Pellegrini

Alessandro Franconetti, Sound Designer per i brand

Abbiamo intervistato Alessandro Franconetti, sound designer e creativo che, da tempo, mette al servizio il suo lavoro per una migliore definizione e posizionamento dell’identità dei brand. E lo fa con il suono. Dalle sue parole, chi è e cosa un brand sound designer.

L’Audio Branding è un fenomeno relativamente giovane. In un certo senso oggi, con la maggiore attenzione alle conoscenze nel campo del neuromarketing, sembra che si stia imponendo una maggiore attenzione all’ambiente in cui è immerso il cliente consumatore. Come definiresti di fatto l’audio branding, cosa fa chi fa il tuo mestiere?

L’Audio Branding è una branca del marketing sensoriale che propone un utilizzo strategico del suono all’interno dei processi comunicativi e di identity definition di un brand. La grande crescita di questo settore negli ultimi anni è dovuta, prevalentemente, a un dato molto importante: nella società odierna il sovraffollamento di stimoli visivi ha reso l’uso esclusivo della comunicazione visiva praticamente inefficace.

Proprio qualche giorno fa The Guardian riportava dei dati abbastanza significativi su questo tema, mostrando che dei tremilacinquecento messaggi visivi a cui siamo esposti mediamente in una giornata, solo l’1% viene ricordato ed ha un qualche impatto.

Chiaramente questo non significa, a mio avviso, che in futuro non si comunicherà più con l’immagine, ma solo che un brand, perché possa rimanere impresso, debba avere un appeal multi-sensoriale. In questo contesto, il suono emerge come uno strumento di fondamentale importanza a disposizione del brand, sebbene spesso il suo utilizzo sia ancora limitato se non addirittura lasciato al caso. Chi fa il mio mestiere si occupa proprio di questo: spingere il brand a includere strategie sonore nella definizione della propria identità e valorizzare quanti più touchpoint udibili a sua disposizione. Che spesso non sono sfruttati semplicemente perché non visibili.

Emotional branding

La forza dell’audio branding penso sia proprio quella di non limitarsi a supportare il messaggio visivo ma di riuscire ad arrivare dove l’immagine si ferma. Pensi al sonic brand di Intel che è in grado di attirare l’attenzione su un prodotto, un processore, che è nascosto dentro al computer e quindi addirittura invisibile. Quando si parla di audio branding non si parla comunque solo di strumenti sonori che agiscono sulla definizione del brand in sé, ma anche della definizione degli ambienti sonori che lo rappresentano.

Nel retail, ad esempio, si propongono soluzioni di audio branding legate al music design, ovvero la selezione della musica che maggiormente sia in grado di rispecchiare l’immagine ed il mood del marchio e che sia funzionale al raggiungimento di obiettivi specifici legati alla percezione dell’esperienza stessa (es. superato un certo numero di bpm la percezione dell’attesa alla cassa è inferiore rispetto alla stessa fila fatta con una musica lenta).





Mi sembra di capire che una competenza di base di debba esserci, non basta la passione per la musica. Come colleghi la vasta conoscenza del panorama musicale a un’operazione di brand awareness e alla costruzione di un sound mood aziendale?

In un’operazione di sonic branding il sound design è centrale dato che l’obiettivo è proprio quello di tradurre una strategia in suono. Nel progettare l’identità sonora di un brand sono coinvolte numerose figure e diverse: dagli strategists, ai sound designer, fino ad arrivare anche a psicologi il cui compito è di testare la capacità dei suoni prodotti di attivare le emozioni prese come target. Spesso il lavoro va avanti fino a che i risultati non raggiungono percentuali di corrispondenza molto elevati.



Ci sono davvero dati che dimostrano che la pianificazione di una playlist mirata all’interno di uno store aumentino la gradevolezza dell’esperienza d’acquisto? E perché in Italia ancora non decolla questa, che chiamerei, strategia di experience design?

Il music design di uno store è un elemento molto importante nella definizione di una esperienza di shopping. Molti brand utilizzano la musica addirittura per filtrare e restringere al target di riferimento gli ingressi in store.



Composed and Produced by Evoke The Spectrum – Video produced by 20 Mondi.

Composed by Maurizio D’Aniello/Elisa Rosselli & Produced by The Spectrum.



Più di frequente, la pianificazione musicale viene fatta semplicemente per garantire un’esperienza shopping positiva ed allegra. Ma, come già dicevo, la musica oltre ad avere l’incredibile potere di attivare scenari emotivi, è anche in grado di definire profondamente la nostra percezione di ciò che ci circonda. Non dimentichiamo che l’udito è il primo senso a svilupparsi in un feto e che il suono svolge i suoi processi comunicativi nell’emisfero limbico del nostro cervello quello che, per capirci, non solo processa le emozioni, ma in cui si definiscono i processi decisionali, come restare o uscire da un negozio, concedersi un regalo o lasciarlo al suo posto…

In Italia la crescita è più lenta rispetto ad altri paesi, ad esempio la Francia dove il sound branding è nato e dove ogni boutique affida ad un music designer la cura di questi aspetti. Ma anche qui, soprattutto negli ultimi due anni, non sono più solo i grandi brand a richiedere questo tipo di supporto, ma anche la piccola boutique che comprende l’importanza di non lasciare che sia il caso a guidare uno strumento di comunicazione così potente.

Evoke the Spectrum, agenzia di brand sound design


Ci descrivi il processo del tuo lavoro. Cosa avviene dopo l’incontro con un cliente?

Il primo passo è la stesura di una strategia e la traduzione in suono della stessa. In questa fase si scelgono strumentazione, timbro e melodia e si procede alla creazione di un paio di proposte da condividere con il cliente in quello che noi chiamiamo un sound workshop. Solitamente, da questo incontro si esce con numerosi feedback e si rientra in studio ad affinare il lavoro fatto. Una volta ottenuto il risultato desiderato dal cliente, si consegna un audio manual in cui è indicato in dettaglio l’utilizzo ideale degli strumenti sviluppati per il brand. Nel caso di campagne particolarmente mirate, procediamo anche ad una fase di testing affidando il compito ad un team di psicologi che crea di gruppi di ascolto e testa il nostro lavoro.

Prossimi obiettivi?

In questo momento molta attenzione è posta sulle possibilità legate alle tecnologie di 3D audio e, soprattutto, allo sviluppo di voice control technologies. Guardate in che direzione stanno puntando colossi come Amazon e Google e capirete il perché.

Qualche settimana fa, il CMO di Mastercard Raja Rajamannar, fresco di nomina a Global Marketer of The Year (dopo aver annunciato il sonic brand di Mastercard), ha dichiarato che entro il 2022 il 75% delle case sarà controllate da tecnologie vocali.

Sempre di più le aziende ci chiedono di implementare i loro processi con strumenti vocali e la selezione di una brand voice distintiva.

Alessandro Franconetti, Founder e Sound Branding Strategist Evoke The Spectrum

http://www.evokethespectrum.com

In un settore con una storia di scandali, dal lavoro minorile ai trattamenti pericolosi come la sabbiatura, questa piccola azienda olandese mira a produrre jeans belli che sono eticamente e ecologicamente buoni.

Fonte: Sole24Ore, Solutions e Co, Iniziativa di Sparknews, società di impact journalism: 50 soluzioni per le smart cities dai giornali di tutto il mondo

Malgrado il nome (mud significa fango in inglese, ndr), MUD Jeans è tutto fuorché sporco. In un settore con una storia di scandali, dal lavoro minorile ai trattamenti pericolosi come la sabbiatura, questa piccola azienda olandese mira a produrre jeans belli che sono eticamente e ecologicamente buoni. “La moda è il secondo più grande inquinatore del mondo”, dice il direttore 56enne Bert van Son, che lavora nell’industria dell’abbigliamento da 35 anni: “Circa 24 miliardi di tonnellate di cotone vengono prodotte ogni anno e il 24 % di tutti gli insetticidi e l’11% dei pesticidi sono usati sul cotone. E completamente fuori controllo. Dovremmo usare il cotone organico – che non inquina l’acqua – oppure riciclare il cotone come la carta.”

E quindi MUD Jeans offre un’opportunità unica ai consumatori: con un unico pagamento di 20 euro diventi socio e puoi “Affittare un Jeans” a 7,50 euro al mese, pagando 90 euro a rate invece di 98 per pagare il jeans in una soluzione. Dopo un anno hai tre opzioni. Puoi tenerti il tuo Jeans MUD – l’azienda ripara gratis i jeans affittati -, puoi riportarlo per il riciclo oppure puoi scambiarlo per un paio nuovo in affitto. Un voucher di €10 per un nuovo paio viene dato a tutti quelli che danno dentro jeans di qualsiasi marca, che MUD Jeans poi ripara e vende come “vintage”. Se il jeans è irrecuperabile l’azienda manda la stoffa ad una fabbrica in Spagna per il riciclaggio.

L’azienda vende i jeans online e tramite 260 negozi in 27 paesi, permette ai rivenditori di fare ordini piccoli per evitare la sovra-produzione e non fa mai saldi. Oggi circa 2mila clienti MUD affittano i loro jeans e rappresentano un quarto delle vendite. Secondo Van Son, la loro età media è 35 anni, tendono ad essere istruiti, con figli, amano viaggiare, mangiano cibo bio e sono aperti ad esperienze nuove.Lo stesso van Son nota che l’80% dei clienti rimandano i loro jeans vecchi per il riciclaggio, che siano affittati o comprati. Un paio tipico di Jeans MUD, come i Dunns Regolare che indossa, è composto da 23% jeans, 75% cotone organico e 2% elastam. E’ colorato con tinta indigo non tossica e ha un’etichetta stampata e non di cuoio per facilitare il riciclo. I jeans sono prodotti in Tunisia nella fabbrica Yousstex, le cui condizioni lavorative sono state controllate dalla Fair Wear Foundation.

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Nel formare il team è strategico privilegiare gli aspetti comportamentali e le qualità innate: lealtà, positività, ottimismo, capacità di lavorare e di problem-solving.

a cura di redazione

Come Presidente Sezione Consulenza e Unindustria godi di una prospettiva privilegiata per quel che riguarda il panorama della formazione manageriale. Come sta cambiando l’esigenza di formazione?

Roberto Santori

Formare vuol dire innanzitutto dare la “forma” più efficiente a manageriali strategiche per raggiungere obiettivi aziendali sempre più complessi e integrati. 

Sei Vicepresidente Servizi Innovativi e Tecnologici di Confindustria. La domanda nasce spontanea. Che significa oggi fare innovazione in azienda?



Per far crescere la propria impresa e renderla competitiva bisogna definirne obiettivi e valori.  Investire in innovazione 4.0 non basta. Al Forum economico mondiale  di Davos di gennaio 2019 Klaus Schwab, fondatore del Forum, ha detto che  occorre “definire un nuovo approccio alla globalizzazione, perché sia più inclusiva, sostenibile e basata su principi morali”. Credo che un’azienda sia davvero competitiva quando diventa un punto di riferimento anche per chi è rimasto indietro.

World Economic Forum, Davos 2019

Si parla sempre più spesso di soft skill, ovvero la crescita di aspetti legati alla persona non necessariamente in riferimento alle competenze professionali. 

Le aziende sono fatte di persone. Nel formare il team è strategico privilegiare gli aspetti comportamentali e le qualità innate: lealtà, positività, ottimismo, capacità di lavorare e di problem-solving. Le competenze professionali possono essere acquisite. 

Corporate Storytelling 2018

Il lavoro sui format è piuttosto lungo e complesso. Non solo vuol dire aggiornarsi rispetto ai trend del mondo organizzativo e produttivo, ma anche intercettare un bisogno concreto delle aziende.

Un bravo formatore ha il compito di intercettare il cambiamento. Come imprenditore e dg di Challenge Network, avverto in prima persona le esigenze e i bisogni concreti delle aziende. Per usare la metafora sartoriale, nel disegnare e realizzare i nostri progetti formativi scegliamo, in accordo con i nostri clienti, gli strumenti più performanti che “tagliamo su misura”. Realizziamo modelli, unici, taylor-made per rispondere ad ogni specifica esigenza formativa. 

Un intervento formativo

Una domanda più tecnica. Ancora oggi la formazione finanziata viene sfruttata molto poco dalle aziende. Eppure i fondi paritetici rappresentano una grande opportunità. Perché c’è così poca richiesta e che tipo di policy seguono le associazioni di categoria per stimolarne l’uso?

Le risorse economiche non mancano. I Fondi sono uno strumento fondamentale per la formazione professionale. Lo scorso dicembre, intervistato da il Sole24ore, su questo tema, ho spiegato che molte PMI trovano difficoltà, anche in termini di tempi, ad accedere ai fondi a causa di tecnicismi e procedure. Bisognerebbe rendere più accessibile il sistema a partire dagli “avvisi”. 

Roberto Santori è Presidente Sezione Consulenza e Formazione Unindustria, Vicepresidente Servizi Innovativi e Tecnologici nei Confindustria, DG di Challenge Network, agenzia di formazione manageriale.

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C'è chi fa il graphic designer ma, per hobby e per talento decide di dedicarsi alla rielaborazione del design delle biciclette tra tecniche artistiche e restauro. Alessandro Ceci ha creato forma d'arte.

a cura di Redazione

C’è chi fa il graphic designer ma, per hobby e per talento decide di dedicarsi alla rielaborazione del design delle biciclette tra tecniche artistiche e restauro. Alessandro Ceci, inventore di Bike Porn Garage, ha trasformato il feticismo per l’oggetto bici in una forma d’arte.

Chiariamo subito. Qui non parliamo di , ma di qualcosa di molto diverso e straordinariamente atipico. Ci spieghi esattamente cosa fai?

Faccio quello che mi piace, senza preoccuparmi tanto della “classificazione” del mio lavoro. A volte anche il “bike designer“, nel senso che ho curato la grafica di alcuni telai per un piccolo marchio romano, ma solitamente interpreto l’oggetto bici secondo quello che mi ispira la bicicletta che ho davanti, tenendo conto delle mie emozioni del momento e anche dell’utilizzo a cui sarà poi destinata. Quindi a volte ricopro le bici con foto, altre volte gli regalo una seconda vita di qualità, altre volte ancora le restauro per conservarle al meglio.

Da graphic designer e art director hai maturato una passione per l’oggetto bicicletta ma, mi sembra di capire, il grande lavoro di personalizzazione estetica di cui ti occupi mira a realizzare oggetti unici, esclusivi, con un approccio da feticista e collezionista. Giusto? Come lavori sui prodotti?

Giusto, amo la bicicletta perché la sua semplicità ed essenzialità non concede molto spazio all’estetica, tutto ciò che la compone ha una funzione precisa e nulla è superfluo. Quindi non ci sono grandi superfici a disposizione e si lavora sul dettaglio. Tutti questi “limiti” portano per forza a un approccio feticista con l’oggetto perché anche il può piccolo bullone ha un’importanza estetica e quindi un grande valore, è la cura del dettaglio e la sua qualità tecnica a fare la differenza. Ogni bici che faccio, che sia un’interpretazione o un restauro, si basa su questo principio di armonia estetica e tecnica tra ogni singolo componente, anche il più piccolo. Per quanto riguarda invece che tipo di lavoro faccio sulle bici, alcuni telai sono realizzati con il collage seguendo un tema: horror, porno, o altro; sono quelle che amo di più perché l’emozione che provo nell’usare come mezzo di trasporto il frutto del mio lavoro artistico è assolutamente incredibile. Altre sono costruite con l’obiettivo di ridare valore a un oggetto che ha perso il suo originale, si pensi ad una vecchia bici da corsa che dal punto di vista sportivo non vale più nulla ma che invece può avere ancora un grandissimo valore in un ambito diverso. Altre bici sono semplicemente dei restauri conservativi perché sono già in partenza oggetti artigianali talmente perfetti e affascinanti che un qualsiasi intervento attuale ne rovinerebbe l’essenza.

BPG, Prof Bad Trip
BPG, ZombiBike
BPG, ZombiBike

Il tuo sito racconta esperienze di product graphic design particolarmente ricercati. Ho notato biciclette di diverse annate e produzioni. C’è, in sostanza una velleità di riciclare e impreziosire prodotti di eccellenza?

Per lavoro faccio il graphic design, sono specializzato in brand design e brand identity, fare un marchio significa riuscire a sintetizzare dei valori in pochi segni dandogli unicità e riconoscibilità. Per fare questo bisogna prima studiare il mercato in cui si andrà a inserire il nuovo brand, poi interpretare il “carattere” dell’azienda, poi studiare un segno, il “suo segno”, in modo che non stoni con il settore ma che si distingua per unicità, stile e forza espressiva. Lo stesso approccio lo trasferisco sulle bici: grande ricerca e grande cura nella realizzazione finale con l’obiettivo di creare qualcosa con una sua personalità, che si distingua per unicità, stile e forza espressiva. Avendo un approccio così, non posso che partire da qualcosa che già di suo ha un grande valore tecnico, cercando di aggiungere del valore in più con il mio lavoro. Per quanto riguarda il “riciclare” non è l’obiettivo principale, la mia prima preoccupazione è fare un qualcosa che duri nel tempo, che non sia usa e getta, per questo utilizzo di base vecchie bici che sono state costruite con lo stesso obiettivo: durare negli anni.

BPG, Prestige

Una domanda che può sembrarti banale. Si va sempre più verso la personalizzazione dei gusti e delle personalità degli utenti/ consumatori. È pensabile e avrebbe senso secondo te applicare una strategia di alto artigianato, un intervento artistico di questo livello su scala commerciale destinata al grande pubblico? È possibile?

Una premessa: la bici di alto livello è sempre “su misura”, stiamo parlando di prodotti artigianali costruiti su misura e gusto del committente e che proprio per la loro “simbiosi” con il proprietario non potranno mai essere destinate alla “massa”. Non ci dimentichiamo che la bici è un prolungamento meccanico del corpo umano, non ha nulla a che vedere con le moto o le automobili, è una sorta di “protesi” che deve adattarsi perfettamente al tuo corpo perché tu ne sei il “motore”. Quindi avere un prodotto unico perfetto “per tutti” è come pretendere una vestibilità impeccabile da un abito industriale. Pensa che alcuni grandi artigiani telaisti hanno liste di attesa anche di 7 anni, e la gente aspetta.
Se parliamo invece di estetica e sua replicabilità ho già sperimentato la tecnica del moderno
“wrapping”, l’ho fatto per curiosità ma anche, non lo nascondo, pensando alla possibilità di una piccola serie. Ma solo di piccola serie si può trattare e con tempi di attesa comunque non da massa (abituata ad avere tutto subito con la logica “vedo, voglio, compro e me lo portano a casa tra 24 ore”) perché c’è bisogno necessariamente di una “personalizzazione” dei teli da applicare sul telaio perché ogni telaio è diverso dall’altro per forme (una bici da corsa è diversa da una mtb) e per dimensioni (per il discorso fatto sopra). Devo dire che comunque il vecchio “collage” rispetto al nuovo “wrapping” mi soddisfa molto di più, c’è un costante contatto fisico con il telaio durante tutta la lavorazione della bici ed entro molto più in sintonia con l’oggetto, tutto questo nel risultato finale questo si sente.
Poi onestamente non mi interessa fare bici per tutti, anzi per il momento le faccio per me e
per pochi amici che ne sanno riconoscere il valore finale in termini di tempo dedicato e di qualità dei componenti.

Quali sono gli obiettivi del tuo progetto, come evolverà?

Come ho già detto sopra il mio lavoro è un altro, finché mi emozionerà fare bici lo farò senza pensare a risultati economici… quindi come si evolverà non lo so, non c’è pianificazione dietro ma solo ricerca di emozioni.

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Nick Difino, food performer con un curriculum tra l’esperto di marketing e l’artista. Istruzioni per usare il food come contenuto di spettacolo.

a cura di Davide Pellegrini

. Io ti conosco come food performer, con uno di quei curriculum tra l’esperto di marketing e l’artista che lascia davvero a bocca aperta. Partiamo da questa cosa dell’usare il food come contenuto di spettacolo. Dopo una fase da giramondo sulle navi da crociera (c’è chi partendo così è diventato Presidente del Consiglio), decidi di dedicarti alla food experience. Ci parli di come ti sei inventato il format con Roy Paci e di cosa si tratta?

Foodloop Performance, Nick Difino e Roy Paci

Roy è stato ospite della mia seconda serata di food, spinto da Donpasta che è stato il primo in assoluto. Il format nasce da alcune considerazioni fatte intorno all’idea di divulgazioni di informazioni. Si cominciava a parlare di “infotainment” dunque io decisi di fare “eat-ertainment”, un metodo per far passare informazioni con la formula del gioco e del divertimento.
Con Roy si parlava tanto di
“gastrofonia” e cioè del legame tra cibo e musica, tra micro vibrazioni sonore e energetiche. Ci siamo spinti oltre la scienza e la metafisica e abbiamo insonorizzato ricette e reso un corpo alle parole. Insomma abbiamo giocato a fare gli artisti. In cucina.

Come entertainer sei molto bravo. Ho visto spesso tue trasmissioni e devo dire che catturano l’attenzione piacevolmente. Su Sky insieme a Simone Salvini hai condotto Vegetale, show dedicato alla cucina vegetariana biologica. Ci racconti questa esperienza? 

Conoscevo già Simone Salvini da qualche tempo, avevamo condotto sessioni di hackathons insieme e avevamo ragionato sul concetto della cucina Vegetale, più che vegetariana o vegana. Ci piaceva l’idea di una nuova definizione neutra e senza accezioni pregiudizievoli legate alle modalità.
Quando Alce Nero strinse l’accordo con Gambero Rosso, la direzione pensò bene che il programma dovesse essere condotto da entrambi e
poiché io ho lo spirito di un bambino e chiedo sempre “perché”, fu un ottimo modo per far parlare Simone che è un gran sapientone.

Mi sembra che, al di là dei format tra performing e scrittura, tra Tv e altro, i tuoi lavori indichino un coinvolgimento più “ politico” sul tema della sana alimentazione.  Sbaglio?  

Non sbagli. Sono fondatore del Fooding Social Club e Ambassador del Future Food Institute con una serie di azioni più mirate per generare consapevolezza sui prodotti e sulla cultura .
Sai, la politica la facciamo un po’ tutti anche in maniera involontaria. 
Se io scelgo di consumare un pomodoro anziché un altro ho spostato attenzioni e economie, ho fatto politica.
Lo scaffale del supermercato è un’urna dove si consuma una continua votazione per l’uno o per l’altro.
Le nostre scelte sono importanti.


Una delle cose che mi interessa molto è aver unito i temi della sostenibilità, della produzione biologica al format dell’hackaton. Come ti è venuta l’idea?

Ci fu richiesto di analizzare la percezione del cibo biologico e ci fu chiesto di trovare una exit strategy dal pregiudizio. E ci fummo felici di applicarci nella scoperta di queste connessioni.

Ci racconti questo bellissimo lavoro, il documentario Alla Salute?

TRAILER ALLA SALUTE BIOGRAFILM_ from OFFICINEMA DOC on Vimeo.

E’ il mio videodiario di quando mi sono ammalato di cancro nel 2015. Ogni giorno mi sono ripreso e mi sono raccontato: il bene, il male, la disperazione, la paura, la gioia.
Ho raccontato cos’è un corpo malato, cos’è la malattia e la guarigione. Il tutto attraverso lo strumento del cibo come pozione salvifica del corpo e dello spirito. Specie dello spirito.
Abbiamo evitato il declivio dell’autoreferenzialità e abbiamo puntato sulla condizione umana filtrate attraverso le relazioni sociali, le origini e tradizioni nelle quali il cibo, strettamente correlato con il corpo, restituisce la catarsi, prolungando la sensazione condivisa di poter usufruire di momenti di serenità anche all’interno del più profondo dei drammi.
Siamo stati pluripremiati al Biografilm di Bologna ricevendo il premio della critica ma anche quello del pubblico, poi abbiamo preso anche il primo premio al Human Rights Film Fest di Orvieto. Insomma, è abbastanza gratificante per un docufilm che viaggia sempre su una linea sottile tra un atto di paura e una sfida al coraggio, tra una scongiura e puri atti di follia. 
E’ un film che abbatte i tabù e che si rivela conduttore di un senso di fortuna e di grazia.
Alla Salute è un docufilm piangere e ridere ed è altamente formativo. Specie per me.

La cultura aziendale si sta trasformando in meglio. I segnali ci sono tutti, ma - ottimismo a parte - il cammino è ancora lungo. Si comincia dal welfare, il punto di arrivo è lo smart working.

Un’intervista alla founder e CEO Francesca Rizzi.

A cura di redazione

Dedichiamo questo numero natalizio al tema gift/ regalo. ragionando molto, e dato che siamo un magazine che si occupa di fatto di cultura aziendale, mi è venuto in mente che non c’è migliore regalo che si possa fare in un’azienda che portare una cultura del welfare intelligente. Come funziona Jointly?

Francesca Rizzi, founder Jointly

Non so se il nostro sia un welfare intelligente, ma sicuramente abbiamo sempre condiviso con i miei due soci, Anna Zattoni e Fabio Galluccio e tutti i nostri collaboratori e partner, l’idea che il welfare debba essere finalizzato al benessere delle persone, delle organizzazioni, insomma dello stare bene in un’azienda perché questo porta a motivare i singoli, a migliorare le relazioni, ad essere più produttivi e competitivi e ad attrarre talenti. La nostra società offre servizi e progetti che spaziano dalla prima infanzia, alla non autosufficienza, dai servizi di time saving al tempo libero, dalla cultura alla formazione, alla mobilità con partner qualificati sempre alla ricerca di nuove realtà che possono essere di ausilio ai singoli e alle aziende.

Siete stati tra le prime realtà a operare sul settore del welfare condiviso e del trasferimento in azienda di servizi ad alto valore aggiunto per la persona. Oggi si parla di Smart Working. Cosa vuol dire davvero lavorare per il benessere della persona?

Oggi sfogliando qualsiasi rivista o giornale o frequentando un corso di formazione sulle risorse umane difficilmente non si parla della centralità del capitale umano e del wellbeing. Altra cosa poi è mettere in pratica politiche in tal senso. Affrontando il tema del welfare, la prima cosa che dobbiamo chiederci è quali sono gli effettivi bisogni delle persone, ascoltandole e conoscendole. Tu parli di smart working e senza dubbio se alle politiche di welfare non si affiancano politiche di flessibilità organizzative come il lavoro agile, la conciliazione vita privata-vita lavorativa, adeguamenti e miglioramenti normativi su target specifici (madri, padri, caregiver, disabili ecc.), si rischia un boomerang perché i dipendenti percepiscono solo una manovra di semplice risparmio economico fiscale e contributivo.

Tra i vari progetti di Jointly mi ha colpito molto Push To Open, con il quale avete vinto il Premio Olivetti, per il suo importante obiettivo di dialogo intergenerazionale. Vengono, inoltre, utilizzati strumenti di engagement e di role modeling. Ci racconti il progetto e che ruolo ha il digitale nella costruzione di un’appartenenza a una community?

Push to open è un progetto nato proprio nell’ottica del welfare condiviso, mettendo insieme idee, necessità, definite insieme ai referenti aziendali, anche su loro proposte.

Nelle famiglie con figli in età adolescenziali è molto presente la preoccupazione per il futuro dei propri figli  per meglio indirizzarli nella scelta degli studi e delle professioni. I genitori e i figli non sono spesso consapevoli delle opportunità offerte , dei nuovi “mestieri”, ma anche di quale capacità oggi vengano richieste dal mercato del  lavoro , capacità che peraltro gli stessi genitori devono sviluppare per rispondere alle nuove esigenze delle organizzazioni. Per circa  quattro mesi i ragazzi, ma anche i genitori seguono in streaming dirette in cui dialogano con manager, docenti di varie facoltà universitarie, pedagogisti, giovani che hanno intrapreso strade innovative fondando sturt up . I social, le chat sono le moderne agorà dove si sviluppa il confronto e si mettono “in piazza” le proprie conoscenze ponendo domande e i dubbi. A questo affianchiamo anche momenti di incontri fisici  in cui ci conosciamo e si conoscono fra loro i ragazzi , mettendo maggiormente a fuoco ad esempio come si fa un curriculum o un colloquio di lavoro.

Quali sono i prossimi obiettivi di Jointly e in che modo pensi che la cultura aziendale si stia in effetti trasformando in meglio?

In Jointly le attività di ricerca e sviluppo sono sempre in corso e lavoriamo continuamente per disegnare, testare e lanciare nuovi progetti. Ne cito alcuni: l’area del wellbeing inteso come benessere fisico, relazionale e organizzativo; il mondo delle fragilità e l’essere a fianco dei colleghi che in prima persona passano un momento complesso per vari motivi fisici o psichici o perché devono assistere un familiare non autosufficiente e vedono diminuire le loro energie lavorative; la valorizzazione delle diversità e molto altro. Per questo è necessario per noi conoscere e studiare le nuove frontiere della flessibilità organizzativa e dei servizi di welfare che possono migliorare le organizzazioni e far sentire le persone aiutate nelle loro difficoltà giornaliere e inserite a pieno titolo nelle organizzazioni.

Mi chiedi se la cultura aziendale si stia trasformando in meglio?  I segnali ci sono tutti: la letteratura in materia sostiene questo indirizzo, le ultime leggii  hanno dato sicuramente un nuovo slancio, le associazioni imprenditoriali , professionali e le organizzazioni sindacali sembrano muoversi in questa direzione. Il cammino però è ancora lungo, ma siamo ottimisti.

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Quali sono i punti fondamentali per motivare le persone in un’organizzazione? ce lo racconta Paolo Paperetti, coach.

Come sta evolvendo il coaching. Lo abbiamo chiesto a Paolo Paperetti, formatore, facilitatore, motivatore.

 

Da 20 anni ti occupi di formazione del personale. Hai sviluppato reti di vendita per aziende e franchising, lavorando molto sull’empowerment dei singoli individui. Come sono cambiate le tecniche di coaching e quali sono i nuovi obiettivi da raggiungere?

 

Il coaching si è adattato ai grandi cambi di mercato, soprattutto negli ultimi anni, con l’esponenziale crescita del digitale.  Le reti, dovendo aggiornare i protocolli di lavoro verso un approccio sempre più tecnologico, hanno subito come paradosso la necessità di un pari aumento dell’aspetto relazionale e di sviluppo di una “intelligenza emotiva” di tutti i componenti di un team di lavoro.

Le tecniche quindi, si sono concentrate sullo sviluppo dei potenziali personali , che si tratti di management  o di semplici addetti alle vendite,  proporzionando e lavorando sulle capacità umane dei singoli , oltre che sulle necessarie e tradizionali professionali.
I nuovi obiettivi infatti non sono più semplicemente essere competenti, ma essere empaticamente migliori.

 

 

Ogni formatore o, meglio, facilitatore lavora sul design di un proprio approccio. I modelli ormai sono molti ma quello che fa la differenza è riuscire a costruire un processo di empatia con gli altri. Ci spieghi come lavori e quali sono secondo te i punti fondamentali per motivare le persone in un’organizzazione?

 

Grazie per il “facilitatore”, secondo me è molto più adatto quando si parla di crescita dei potenziali e non di semplice trasferimento di nozioni. 
Il compito è di risultare il più invisibile possibile, evitando così di influenzare lo sviluppo, ma di catalizzarlo al fine di non condizionarlo e di renderlo quindi meno efficace.
La formazione è esattamente come la vendita, un’esperienza sensoriale, quindi il design dei miei seminari è concentrato sulla semplicità dei modi e dei concetti che esistono già dentro ognuno di noi , ma che si sono “nascosti” in qualche angolo o coperti da qualche condizionamento/esperienza.    
Infatti per motivare un gruppo la strada più efficace è far focalizzare il singolo sulle proprie reali potenzialità facendogli vivere un piccolo , ma entusiasmante viaggio, per fargli riscoprire le proprie motivazioni all’interno del suo ruolo professionale, sollevandolo così dall’istintiva necessità di alibi o cercare di uscirne quando i risultati faticassero ad arrivare.

 

 

L’ascolto e il riconoscimento dei problemi delle persone sembrano essere i punti fondamentali ma, mi chiedo, attraverso quali meccanismo avviene il passaggio alla fase del coinvolgimento? Soprattutto, c’è questa disponibilità degli individui a mettersi in gioco?

 

Il viaggio di cui parlavo prima è congeniale proprio a coinvolgerlo maggiormente nel proprio ruolo, quindi automaticamente all’interno della organizzazione.
L’obiettivo è quello di agire sulle personali e originarie motivazioni. Tutti, chi più chi meno, siamo ambiziosi e competitivi, ognuno alla sua maniera, la piramide dei bisogni di Maslow ne è l’essenza, la ricerca quindi è dare la possibilità al singolo di riscoprire le proprie. A questo punto ognuno è più coinvolto e quindi più disposto a mettersi in gioco.

 

Non ti sei occupato solo di formazione. Hai lavoro spesso su aspetti tecnici, dalla contrattualistica alle fasi organizzative dello store management. Come hai integrato queste competenze con gli obiettivi del motivatore?

 

Effettivamente  solo la mia seconda vita professionale mi vede coaching e formatore, ma nasco professionalmente come commerciante o come preferisco definirmi “bottegaio”.
In gioventù, alla fine degli anni ’80, ho creato assieme ad un socio una catena di 27 profumerie, ottima ed entusiasmante attività, dove i miei formatori erano quelli della vecchia guardia, quelli che poco guardavano a come motivare un gruppo di lavoro e molto più erano concentrati e qualificati a spiegare il come ed il perché di un lay out di uno scaffale espositivo. 
Poi l’arrivo dei grandi gruppi, Douglas in primis,  ha generato una sorta di cambio epocale dove tutto il mercato ha dovuto adattarsi .
Noi scegliemmo la via della cessione , annettendo i nostri P.V. ad un grande gruppo, non senza una enorme sofferenza.
Questa esperienza mi ha dato la possibilità di poter vedere le cose dal punto di vista delle persone che oggi vengono ad un mio seminario o che negli anni ho aiutato nella crescita imprenditoriale, in vari settori dal turismo, al food, al fashion o ai servizi.
Per me è sempre più imprescindibile oggi come oggi, che un formatore debba parlare di cose che realmente ha vissuto. La fiducia del proprio interlocutore nasce anche dalla condivisione vissuta dell’argomento trattato.
Chi meglio di un imprenditore può capire e parlare con un altro imprenditore da aiutare, o chi, come uno store manager, si trova a dover motivare costantemente il proprio gruppo, nonostante le problematiche quotidiane.

 

Paolo Paperettida oltre 20 anni si occupa di formazione del personale addetto alla gestione delle risorse umane e di vendita. 
Specializzato in seminari motivazionali e relazionali, collabora con aziende nei settori retail, turismo, cosmesi, benessere .
Negli ultimi tredici anni, ha seguito diverse aziende nella creazione, sviluppo, formazione e gestione della propria rete di affiliati con ottimi risultati. 

Da tempo ormai si parla di intrattenimento e aziende. Abbiamo intervistato Anna gavazzi, General Manager osservatorio Branded Entertainment, una nuova competenza e professione.


Brand e intrattenimento sembra un po’ qualcosa di machiavellico. Davvero le grandi aziende guardano all’intrattenimento, e di cosa si tratta in realtà?
Sì, le grandi aziende davvero guardano all’intrattenimento e, come tutti i fenomeni nuovi e innovativi (innovativi nel senso che ci obbligano a cambiare processi e schemi mentali prestabiliti), un po’ disorienta e sembra machiavellico, ma in realtà è molto più naturale e semplice di quello che sembra. In un mondo in cui, per diverse ragioni, il modello di pubblicità tradizionale a cui siamo abituati (la cosiddetta “tabellare” o “display”, cioè la pubblicità che interrompe qualcosa che sto vedendo/leggendo/facendo) perde di efficacia, è naturale che le marche cerchino forme di comunicazione sempre più integrate al contenuto, fino a diventare veri e proprio produttori, o coproduttori, di progetti editoriali.
Nasce così il Branded Entertainment, ovvero quella leva di comunicazione che si sostanzia proprio nella produzione da parte dei Brand di contenuti editoriali dal forte valore intrattenitivo, in cui la narrazione del Brand va di pari passo con la narrazione del contenuto e il cui obiettivo è quello di instaurare relazioni di valore con le audience di riferimento.



L’intrattenimento legato ai media digitali ha raggiunto vette molto importanti di audience, tanto da spostare l’attenzione dell’advertising tradizionale su nuovi format e strategie di comunicazione. Cosa significa questo in termini di produzione dei contenuti?
In questo scenario è evidente come per progettare e realizzare progetti di Branded Entertainment siano fondamentali figure che abbiamo di marketing e di brand management ma anche di storytelling e produzione editoriale. È un incontro di due industry ad oggi distinte: quella dell’advertising e quella dell’Entertainment.
Per dirla in altri termini, se sono un Brand e, all’intero della mia strategia di marketing e comunicazione, decido di produrre un film, dovrò sia saper calare nel contenuto i valori e i messaggi relativi al mio Brand che voglio far emergere, sia saper dialogare con autori, registi e produttori per mettere in piedi un lungometraggio, in questo caso, che sia interessante per le audience, al di là del mio messaggio di marca. Il progetto deve funzionare su due livelli: quello del contenuto e quello del Brand.

Oggi abbiamo il fenomeno degli influencers e i brand li usano per costruire strategie di comunicazione ad hoc. Cosa ne pensi?
Il fenomeno degli influencer richiede oggi un approccio razionale. Bisogna evitare di utilizzarli solo perché sono di moda o perché lo fanno gli altri. Bisogna sempre partire dagli obiettivi della marca: cosa voglio ottenere? Gli influencer infatti possono essere un media, un talent o un produttore di contenuto/creator, o a volte più cose insieme, a seconda della necessità e della tipologia.

Esistono oggi percorsi di formazione specifica per chi si occupa di brand entertainment?
Le università e gli istituti di formazione più lungimiranti stanno iniziando a inserire il Branded Entertainment all’interno dei propri corsi o, nei casi più illustri, a creare percorsi ad hoc. Noi come OBE collaboriamo con diversi istituti in questo senso. Tra qualche mese ad esempio partirà il secondo anno del corso di alta formazione IED in B.E. di cui curiamo il coordinamento scientifico.
All’interno dell’associazione poi stiamo mettendo a punto dei percorsi formativi ad hoc per i professionisti ns associati che aiutino ad avvicinare le competenze, come dicevo prima, di chi arriva da un percorso di carriera più legato all’advertising e chi dal mondo della produzione di contenuti editoriali.

Cosa fa l’Osservatorio e che attività propone?
OBE è un associazione che riunisce e rappresenta le aziende che producono o investono in Branded Entertainment: brand, centri media, concessionarie, agenzie creative, case di produzione, editori,.. tra i nostri associati ci sono rappresentanti di tutta la cosiddetta filiera della industry. Oltre alla parte formativa, tre sono le aree su cui lavoriamo: un monitoraggio costante del mercato, per individuare le tendenze in atto e future; un lavoro di ricerca volto sia a stimare gli investimenti sia a capire l’effettiva efficacia di questa leva e i kpi corretti per una sua misurazione; e infine organizziamo eventi e occasioni di networking per accrescere l’awarness e lo scambio di competenze ed esperienze legato al branded entertainment. A queste, va aggiunto un lavoro di presidio di alcuni temi chiave per lo sviluppo del mercato, quale quello regolamentare/normativo, perché lo scopo ultimo dell’associazione è ovviamente quello di supportare i propri Soci nella crescita del loro business.

a cura di Mauro Minniti
In ambito lavorativo la maggior parte di noi ha dei clienti, che possono solitamente scegliere se tornare da noi, oppure abbandonarci e andare da un concorrente. Possono anche decidere se parlare bene di noi, aumentando la possibilità che nuovi clienti vengano a trovarci, oppure parlarne male, riducendo la possibilità di aumentare la base clienti.
Quali sono gli elementi che determinano questi comportamenti e queste scelte ?
In base al settore in cui ci troviamo, vi saranno specifiche peculiarità che possono migliorare il vantaggio competitivo del bene o del servizio venduto, ma alcune sono valide per tutti.
Una volta che abbiamo soddisfatto le esigenze basilari dei clienti – e dobbiamo farlo, se non vogliamo fallire – entra in gioco il livello successivo per aumentare il valore dell’attività che viene offerta: la differenziazione dell’esperienza che facciamo vivere ai nostri clienti.
Tutte le aziende che lavorano in regime di non-monopolio devono essere interessate a semplificare, a ridurre il tempo e l’impegno richiesto al cliente per usufruire di quel servizio, aumentando la facilità d’uso o di interazione.

Vediamo un esempio piuttosto semplice: la Ford Model T. Non era esattamente «user friendly»: per avviare il motore di una Tin Lizzie ci volevano due persone, una seduta al volante e l’altra in piedi davanti al veicolo a girare una manovella. Era un compito rischioso, perché a volte il motore dava un «contraccolpo» e iniziava a far girare la manovella nel senso opposto: un errore di progettazione che fratturò molte ossa del polso.

Eppure, ai suoi tempi, la Model T fu uno straordinario successo commerciale, perché era l’unica automobile acquistabile da una gran parte di persone. E infatti Ford conquistò il predominio del mercato fornendo un prodotto che soddisfaceva le esigenze basiche di mobilità.
Oggi Ford non potrebbe vendere un veicolo che si avvia con una manovella rischiando di rompere il polso ai clienti. Con una competizione così agguerrita nel segmento delle utilitarie, oggi l’azienda deve prestare molta più attenzione alla semplicità d’uso: ormai, con meno di 15.000 si compra una vettura con i controlli touch-screen, un navigatore ad attivazione vocale e un alloggiamento per il telefono cellulare.
Chi può permettersi di complicare la vita ai suoi clienti, di questi tempi? L’esempio più calzante che mi viene in mente è il sito web dell’Istituto di Previdenza Nazionale, ma l’unico motivo per cui se lo può permettere è che, almeno per il momento, opera in regime di monopolio. 

Al contrario, accade di frequente che la facilità di interazione determini un vantaggio competitivo, o addirittura crei da zero un nuovo settore.

Finché non è arrivata YouTube a semplificare il processo, sul web non c’erano molti video caricati dagli utenti. I lettori di musica digitale non si erano affermati perché era difficile trasferirci dentro la musica; poi Apple ha lanciato iTunes e l’iPod, e il mercato è cambiato, crescendo enormemente. Pensiamo a Netflix, eBay e PayPal: c’è molto da guadagnare quando si abbattono le barriere all’utilizzo di un prodotto o servizio.
Soddisfare le esigenze. Rendere semplice l’acquisto di un prodotto o l’uso di un servizio o l’accesso all’assistenza tecnica. Non è difficile credere che questi siano aspetti importanti della
Ma che dire dell’idea che un’azienda dovrebbe rendere piacevoli le interazioni con i clienti? Non tutti concordano sul fatto che la «piacevolezza» sia un elemento cruciale della customer experience: alcuni vogliono credere che solo pochi settori, come i media o la vendita al dettaglio, debbano preoccuparsi del gradimento dei clienti e non, per esempio, la produzione o le aziende BTB.
Eppure moltissimi negozi e ristoranti, hanno un intero segmento di clientela la cui esperienza d’acquisto – e dunque la cui propensione a tornare, dipende dalla qualità del coinvolgimento emotivo. E un buon Store Manager si preoccupa per loro perché, nell’ottica della customer experience, il Retail è anche uno dei settori più competitivi al mondo.
Se pensiamo a come interagiscono i tre livelli della customer experiencesoddisfazione delle esigenze, facilità e piacevolezza – ci rendiamo conto di come sia necessaria una progettazione, una misurazione ed una impostazione strategica che ne favoriscano lo sviluppo all’interno delle organizzazioni, con approccio manageriale.
E in questo caso serve un manager che sia un facilitatore ed un catalizzatore della diffusione della cultura della Customer Experience in tutta l’organizzazione aziendale, perché abbiamo bisogno dei nostri clienti, più di quanto loro abbiano bisogno di noi. La gara è iniziata.