Competenze

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C'è chi fa il graphic designer ma, per hobby e per talento decide di dedicarsi alla rielaborazione del design delle biciclette tra tecniche artistiche e restauro. Alessandro Ceci ha creato forma d'arte.

a cura di Redazione

C’è chi fa il graphic designer ma, per hobby e per talento decide di dedicarsi alla rielaborazione del design delle biciclette tra tecniche artistiche e restauro. Alessandro Ceci, inventore di Bike Porn Garage, ha trasformato il feticismo per l’oggetto bici in una forma d’arte.

Chiariamo subito. Qui non parliamo di , ma di qualcosa di molto diverso e straordinariamente atipico. Ci spieghi esattamente cosa fai?

Faccio quello che mi piace, senza preoccuparmi tanto della “classificazione” del mio lavoro. A volte anche il “bike designer“, nel senso che ho curato la grafica di alcuni telai per un piccolo marchio romano, ma solitamente interpreto l’oggetto bici secondo quello che mi ispira la bicicletta che ho davanti, tenendo conto delle mie emozioni del momento e anche dell’utilizzo a cui sarà poi destinata. Quindi a volte ricopro le bici con foto, altre volte gli regalo una seconda vita di qualità, altre volte ancora le restauro per conservarle al meglio.

Da graphic designer e art director hai maturato una passione per l’oggetto bicicletta ma, mi sembra di capire, il grande lavoro di personalizzazione estetica di cui ti occupi mira a realizzare oggetti unici, esclusivi, con un approccio da feticista e collezionista. Giusto? Come lavori sui prodotti?

Giusto, amo la bicicletta perché la sua semplicità ed essenzialità non concede molto spazio all’estetica, tutto ciò che la compone ha una funzione precisa e nulla è superfluo. Quindi non ci sono grandi superfici a disposizione e si lavora sul dettaglio. Tutti questi “limiti” portano per forza a un approccio feticista con l’oggetto perché anche il può piccolo bullone ha un’importanza estetica e quindi un grande valore, è la cura del dettaglio e la sua qualità tecnica a fare la differenza. Ogni bici che faccio, che sia un’interpretazione o un restauro, si basa su questo principio di armonia estetica e tecnica tra ogni singolo componente, anche il più piccolo. Per quanto riguarda invece che tipo di lavoro faccio sulle bici, alcuni telai sono realizzati con il collage seguendo un tema: horror, porno, o altro; sono quelle che amo di più perché l’emozione che provo nell’usare come mezzo di trasporto il frutto del mio lavoro artistico è assolutamente incredibile. Altre sono costruite con l’obiettivo di ridare valore a un oggetto che ha perso il suo originale, si pensi ad una vecchia bici da corsa che dal punto di vista sportivo non vale più nulla ma che invece può avere ancora un grandissimo valore in un ambito diverso. Altre bici sono semplicemente dei restauri conservativi perché sono già in partenza oggetti artigianali talmente perfetti e affascinanti che un qualsiasi intervento attuale ne rovinerebbe l’essenza.

BPG, Prof Bad Trip
BPG, ZombiBike
BPG, ZombiBike

Il tuo sito racconta esperienze di product graphic design particolarmente ricercati. Ho notato biciclette di diverse annate e produzioni. C’è, in sostanza una velleità di riciclare e impreziosire prodotti di eccellenza?

Per lavoro faccio il graphic design, sono specializzato in brand design e brand identity, fare un marchio significa riuscire a sintetizzare dei valori in pochi segni dandogli unicità e riconoscibilità. Per fare questo bisogna prima studiare il mercato in cui si andrà a inserire il nuovo brand, poi interpretare il “carattere” dell’azienda, poi studiare un segno, il “suo segno”, in modo che non stoni con il settore ma che si distingua per unicità, stile e forza espressiva. Lo stesso approccio lo trasferisco sulle bici: grande ricerca e grande cura nella realizzazione finale con l’obiettivo di creare qualcosa con una sua personalità, che si distingua per unicità, stile e forza espressiva. Avendo un approccio così, non posso che partire da qualcosa che già di suo ha un grande valore tecnico, cercando di aggiungere del valore in più con il mio lavoro. Per quanto riguarda il “riciclare” non è l’obiettivo principale, la mia prima preoccupazione è fare un qualcosa che duri nel tempo, che non sia usa e getta, per questo utilizzo di base vecchie bici che sono state costruite con lo stesso obiettivo: durare negli anni.

BPG, Prestige

Una domanda che può sembrarti banale. Si va sempre più verso la personalizzazione dei gusti e delle personalità degli utenti/ consumatori. È pensabile e avrebbe senso secondo te applicare una strategia di alto artigianato, un intervento artistico di questo livello su scala commerciale destinata al grande pubblico? È possibile?

Una premessa: la bici di alto livello è sempre “su misura”, stiamo parlando di prodotti artigianali costruiti su misura e gusto del committente e che proprio per la loro “simbiosi” con il proprietario non potranno mai essere destinate alla “massa”. Non ci dimentichiamo che la bici è un prolungamento meccanico del corpo umano, non ha nulla a che vedere con le moto o le automobili, è una sorta di “protesi” che deve adattarsi perfettamente al tuo corpo perché tu ne sei il “motore”. Quindi avere un prodotto unico perfetto “per tutti” è come pretendere una vestibilità impeccabile da un abito industriale. Pensa che alcuni grandi artigiani telaisti hanno liste di attesa anche di 7 anni, e la gente aspetta.
Se parliamo invece di estetica e sua replicabilità ho già sperimentato la tecnica del moderno
“wrapping”, l’ho fatto per curiosità ma anche, non lo nascondo, pensando alla possibilità di una piccola serie. Ma solo di piccola serie si può trattare e con tempi di attesa comunque non da massa (abituata ad avere tutto subito con la logica “vedo, voglio, compro e me lo portano a casa tra 24 ore”) perché c’è bisogno necessariamente di una “personalizzazione” dei teli da applicare sul telaio perché ogni telaio è diverso dall’altro per forme (una bici da corsa è diversa da una mtb) e per dimensioni (per il discorso fatto sopra). Devo dire che comunque il vecchio “collage” rispetto al nuovo “wrapping” mi soddisfa molto di più, c’è un costante contatto fisico con il telaio durante tutta la lavorazione della bici ed entro molto più in sintonia con l’oggetto, tutto questo nel risultato finale questo si sente.
Poi onestamente non mi interessa fare bici per tutti, anzi per il momento le faccio per me e
per pochi amici che ne sanno riconoscere il valore finale in termini di tempo dedicato e di qualità dei componenti.

Quali sono gli obiettivi del tuo progetto, come evolverà?

Come ho già detto sopra il mio lavoro è un altro, finché mi emozionerà fare bici lo farò senza pensare a risultati economici… quindi come si evolverà non lo so, non c’è pianificazione dietro ma solo ricerca di emozioni.

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Nick Difino, food performer con un curriculum tra l’esperto di marketing e l’artista. Istruzioni per usare il food come contenuto di spettacolo.

a cura di Davide Pellegrini

. Io ti conosco come food performer, con uno di quei curriculum tra l’esperto di marketing e l’artista che lascia davvero a bocca aperta. Partiamo da questa cosa dell’usare il food come contenuto di spettacolo. Dopo una fase da giramondo sulle navi da crociera (c’è chi partendo così è diventato Presidente del Consiglio), decidi di dedicarti alla food experience. Ci parli di come ti sei inventato il format con Roy Paci e di cosa si tratta?

Foodloop Performance, Nick Difino e Roy Paci

Roy è stato ospite della mia seconda serata di food, spinto da Donpasta che è stato il primo in assoluto. Il format nasce da alcune considerazioni fatte intorno all’idea di divulgazioni di informazioni. Si cominciava a parlare di “infotainment” dunque io decisi di fare “eat-ertainment”, un metodo per far passare informazioni con la formula del gioco e del divertimento.
Con Roy si parlava tanto di
“gastrofonia” e cioè del legame tra cibo e musica, tra micro vibrazioni sonore e energetiche. Ci siamo spinti oltre la scienza e la metafisica e abbiamo insonorizzato ricette e reso un corpo alle parole. Insomma abbiamo giocato a fare gli artisti. In cucina.

Come entertainer sei molto bravo. Ho visto spesso tue trasmissioni e devo dire che catturano l’attenzione piacevolmente. Su Sky insieme a Simone Salvini hai condotto Vegetale, show dedicato alla cucina vegetariana biologica. Ci racconti questa esperienza? 

Conoscevo già Simone Salvini da qualche tempo, avevamo condotto sessioni di hackathons insieme e avevamo ragionato sul concetto della cucina Vegetale, più che vegetariana o vegana. Ci piaceva l’idea di una nuova definizione neutra e senza accezioni pregiudizievoli legate alle modalità.
Quando Alce Nero strinse l’accordo con Gambero Rosso, la direzione pensò bene che il programma dovesse essere condotto da entrambi e
poiché io ho lo spirito di un bambino e chiedo sempre “perché”, fu un ottimo modo per far parlare Simone che è un gran sapientone.

Mi sembra che, al di là dei format tra performing e scrittura, tra Tv e altro, i tuoi lavori indichino un coinvolgimento più “ politico” sul tema della sana alimentazione.  Sbaglio?  

Non sbagli. Sono fondatore del Fooding Social Club e Ambassador del Future Food Institute con una serie di azioni più mirate per generare consapevolezza sui prodotti e sulla cultura .
Sai, la politica la facciamo un po’ tutti anche in maniera involontaria. 
Se io scelgo di consumare un pomodoro anziché un altro ho spostato attenzioni e economie, ho fatto politica.
Lo scaffale del supermercato è un’urna dove si consuma una continua votazione per l’uno o per l’altro.
Le nostre scelte sono importanti.


Una delle cose che mi interessa molto è aver unito i temi della sostenibilità, della produzione biologica al format dell’hackaton. Come ti è venuta l’idea?

Ci fu richiesto di analizzare la percezione del cibo biologico e ci fu chiesto di trovare una exit strategy dal pregiudizio. E ci fummo felici di applicarci nella scoperta di queste connessioni.

Ci racconti questo bellissimo lavoro, il documentario Alla Salute?

TRAILER ALLA SALUTE BIOGRAFILM_ from OFFICINEMA DOC on Vimeo.

E’ il mio videodiario di quando mi sono ammalato di cancro nel 2015. Ogni giorno mi sono ripreso e mi sono raccontato: il bene, il male, la disperazione, la paura, la gioia.
Ho raccontato cos’è un corpo malato, cos’è la malattia e la guarigione. Il tutto attraverso lo strumento del cibo come pozione salvifica del corpo e dello spirito. Specie dello spirito.
Abbiamo evitato il declivio dell’autoreferenzialità e abbiamo puntato sulla condizione umana filtrate attraverso le relazioni sociali, le origini e tradizioni nelle quali il cibo, strettamente correlato con il corpo, restituisce la catarsi, prolungando la sensazione condivisa di poter usufruire di momenti di serenità anche all’interno del più profondo dei drammi.
Siamo stati pluripremiati al Biografilm di Bologna ricevendo il premio della critica ma anche quello del pubblico, poi abbiamo preso anche il primo premio al Human Rights Film Fest di Orvieto. Insomma, è abbastanza gratificante per un docufilm che viaggia sempre su una linea sottile tra un atto di paura e una sfida al coraggio, tra una scongiura e puri atti di follia. 
E’ un film che abbatte i tabù e che si rivela conduttore di un senso di fortuna e di grazia.
Alla Salute è un docufilm piangere e ridere ed è altamente formativo. Specie per me.

La cultura aziendale si sta trasformando in meglio. I segnali ci sono tutti, ma - ottimismo a parte - il cammino è ancora lungo. Si comincia dal welfare, il punto di arrivo è lo smart working.

Un’intervista alla founder e CEO Francesca Rizzi.

A cura di redazione

Dedichiamo questo numero natalizio al tema gift/ regalo. ragionando molto, e dato che siamo un magazine che si occupa di fatto di cultura aziendale, mi è venuto in mente che non c’è migliore regalo che si possa fare in un’azienda che portare una cultura del welfare intelligente. Come funziona Jointly?

Francesca Rizzi, founder Jointly

Non so se il nostro sia un welfare intelligente, ma sicuramente abbiamo sempre condiviso con i miei due soci, Anna Zattoni e Fabio Galluccio e tutti i nostri collaboratori e partner, l’idea che il welfare debba essere finalizzato al benessere delle persone, delle organizzazioni, insomma dello stare bene in un’azienda perché questo porta a motivare i singoli, a migliorare le relazioni, ad essere più produttivi e competitivi e ad attrarre talenti. La nostra società offre servizi e progetti che spaziano dalla prima infanzia, alla non autosufficienza, dai servizi di time saving al tempo libero, dalla cultura alla formazione, alla mobilità con partner qualificati sempre alla ricerca di nuove realtà che possono essere di ausilio ai singoli e alle aziende.

Siete stati tra le prime realtà a operare sul settore del welfare condiviso e del trasferimento in azienda di servizi ad alto valore aggiunto per la persona. Oggi si parla di Smart Working. Cosa vuol dire davvero lavorare per il benessere della persona?

Oggi sfogliando qualsiasi rivista o giornale o frequentando un corso di formazione sulle risorse umane difficilmente non si parla della centralità del capitale umano e del wellbeing. Altra cosa poi è mettere in pratica politiche in tal senso. Affrontando il tema del welfare, la prima cosa che dobbiamo chiederci è quali sono gli effettivi bisogni delle persone, ascoltandole e conoscendole. Tu parli di smart working e senza dubbio se alle politiche di welfare non si affiancano politiche di flessibilità organizzative come il lavoro agile, la conciliazione vita privata-vita lavorativa, adeguamenti e miglioramenti normativi su target specifici (madri, padri, caregiver, disabili ecc.), si rischia un boomerang perché i dipendenti percepiscono solo una manovra di semplice risparmio economico fiscale e contributivo.

Tra i vari progetti di Jointly mi ha colpito molto Push To Open, con il quale avete vinto il Premio Olivetti, per il suo importante obiettivo di dialogo intergenerazionale. Vengono, inoltre, utilizzati strumenti di engagement e di role modeling. Ci racconti il progetto e che ruolo ha il digitale nella costruzione di un’appartenenza a una community?

Push to open è un progetto nato proprio nell’ottica del welfare condiviso, mettendo insieme idee, necessità, definite insieme ai referenti aziendali, anche su loro proposte.

Nelle famiglie con figli in età adolescenziali è molto presente la preoccupazione per il futuro dei propri figli  per meglio indirizzarli nella scelta degli studi e delle professioni. I genitori e i figli non sono spesso consapevoli delle opportunità offerte , dei nuovi “mestieri”, ma anche di quale capacità oggi vengano richieste dal mercato del  lavoro , capacità che peraltro gli stessi genitori devono sviluppare per rispondere alle nuove esigenze delle organizzazioni. Per circa  quattro mesi i ragazzi, ma anche i genitori seguono in streaming dirette in cui dialogano con manager, docenti di varie facoltà universitarie, pedagogisti, giovani che hanno intrapreso strade innovative fondando sturt up . I social, le chat sono le moderne agorà dove si sviluppa il confronto e si mettono “in piazza” le proprie conoscenze ponendo domande e i dubbi. A questo affianchiamo anche momenti di incontri fisici  in cui ci conosciamo e si conoscono fra loro i ragazzi , mettendo maggiormente a fuoco ad esempio come si fa un curriculum o un colloquio di lavoro.

Quali sono i prossimi obiettivi di Jointly e in che modo pensi che la cultura aziendale si stia in effetti trasformando in meglio?

In Jointly le attività di ricerca e sviluppo sono sempre in corso e lavoriamo continuamente per disegnare, testare e lanciare nuovi progetti. Ne cito alcuni: l’area del wellbeing inteso come benessere fisico, relazionale e organizzativo; il mondo delle fragilità e l’essere a fianco dei colleghi che in prima persona passano un momento complesso per vari motivi fisici o psichici o perché devono assistere un familiare non autosufficiente e vedono diminuire le loro energie lavorative; la valorizzazione delle diversità e molto altro. Per questo è necessario per noi conoscere e studiare le nuove frontiere della flessibilità organizzativa e dei servizi di welfare che possono migliorare le organizzazioni e far sentire le persone aiutate nelle loro difficoltà giornaliere e inserite a pieno titolo nelle organizzazioni.

Mi chiedi se la cultura aziendale si stia trasformando in meglio?  I segnali ci sono tutti: la letteratura in materia sostiene questo indirizzo, le ultime leggii  hanno dato sicuramente un nuovo slancio, le associazioni imprenditoriali , professionali e le organizzazioni sindacali sembrano muoversi in questa direzione. Il cammino però è ancora lungo, ma siamo ottimisti.

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Quali sono i punti fondamentali per motivare le persone in un’organizzazione? ce lo racconta Paolo Paperetti, coach.

Come sta evolvendo il coaching. Lo abbiamo chiesto a Paolo Paperetti, formatore, facilitatore, motivatore.

 

Da 20 anni ti occupi di formazione del personale. Hai sviluppato reti di vendita per aziende e franchising, lavorando molto sull’empowerment dei singoli individui. Come sono cambiate le tecniche di coaching e quali sono i nuovi obiettivi da raggiungere?

 

Il coaching si è adattato ai grandi cambi di mercato, soprattutto negli ultimi anni, con l’esponenziale crescita del digitale.  Le reti, dovendo aggiornare i protocolli di lavoro verso un approccio sempre più tecnologico, hanno subito come paradosso la necessità di un pari aumento dell’aspetto relazionale e di sviluppo di una “intelligenza emotiva” di tutti i componenti di un team di lavoro.

Le tecniche quindi, si sono concentrate sullo sviluppo dei potenziali personali , che si tratti di management  o di semplici addetti alle vendite,  proporzionando e lavorando sulle capacità umane dei singoli , oltre che sulle necessarie e tradizionali professionali.
I nuovi obiettivi infatti non sono più semplicemente essere competenti, ma essere empaticamente migliori.

 

 

Ogni formatore o, meglio, facilitatore lavora sul design di un proprio approccio. I modelli ormai sono molti ma quello che fa la differenza è riuscire a costruire un processo di empatia con gli altri. Ci spieghi come lavori e quali sono secondo te i punti fondamentali per motivare le persone in un’organizzazione?

 

Grazie per il “facilitatore”, secondo me è molto più adatto quando si parla di crescita dei potenziali e non di semplice trasferimento di nozioni. 
Il compito è di risultare il più invisibile possibile, evitando così di influenzare lo sviluppo, ma di catalizzarlo al fine di non condizionarlo e di renderlo quindi meno efficace.
La formazione è esattamente come la vendita, un’esperienza sensoriale, quindi il design dei miei seminari è concentrato sulla semplicità dei modi e dei concetti che esistono già dentro ognuno di noi , ma che si sono “nascosti” in qualche angolo o coperti da qualche condizionamento/esperienza.    
Infatti per motivare un gruppo la strada più efficace è far focalizzare il singolo sulle proprie reali potenzialità facendogli vivere un piccolo , ma entusiasmante viaggio, per fargli riscoprire le proprie motivazioni all’interno del suo ruolo professionale, sollevandolo così dall’istintiva necessità di alibi o cercare di uscirne quando i risultati faticassero ad arrivare.

 

 

L’ascolto e il riconoscimento dei problemi delle persone sembrano essere i punti fondamentali ma, mi chiedo, attraverso quali meccanismo avviene il passaggio alla fase del coinvolgimento? Soprattutto, c’è questa disponibilità degli individui a mettersi in gioco?

 

Il viaggio di cui parlavo prima è congeniale proprio a coinvolgerlo maggiormente nel proprio ruolo, quindi automaticamente all’interno della organizzazione.
L’obiettivo è quello di agire sulle personali e originarie motivazioni. Tutti, chi più chi meno, siamo ambiziosi e competitivi, ognuno alla sua maniera, la piramide dei bisogni di Maslow ne è l’essenza, la ricerca quindi è dare la possibilità al singolo di riscoprire le proprie. A questo punto ognuno è più coinvolto e quindi più disposto a mettersi in gioco.

 

Non ti sei occupato solo di formazione. Hai lavoro spesso su aspetti tecnici, dalla contrattualistica alle fasi organizzative dello store management. Come hai integrato queste competenze con gli obiettivi del motivatore?

 

Effettivamente  solo la mia seconda vita professionale mi vede coaching e formatore, ma nasco professionalmente come commerciante o come preferisco definirmi “bottegaio”.
In gioventù, alla fine degli anni ’80, ho creato assieme ad un socio una catena di 27 profumerie, ottima ed entusiasmante attività, dove i miei formatori erano quelli della vecchia guardia, quelli che poco guardavano a come motivare un gruppo di lavoro e molto più erano concentrati e qualificati a spiegare il come ed il perché di un lay out di uno scaffale espositivo. 
Poi l’arrivo dei grandi gruppi, Douglas in primis,  ha generato una sorta di cambio epocale dove tutto il mercato ha dovuto adattarsi .
Noi scegliemmo la via della cessione , annettendo i nostri P.V. ad un grande gruppo, non senza una enorme sofferenza.
Questa esperienza mi ha dato la possibilità di poter vedere le cose dal punto di vista delle persone che oggi vengono ad un mio seminario o che negli anni ho aiutato nella crescita imprenditoriale, in vari settori dal turismo, al food, al fashion o ai servizi.
Per me è sempre più imprescindibile oggi come oggi, che un formatore debba parlare di cose che realmente ha vissuto. La fiducia del proprio interlocutore nasce anche dalla condivisione vissuta dell’argomento trattato.
Chi meglio di un imprenditore può capire e parlare con un altro imprenditore da aiutare, o chi, come uno store manager, si trova a dover motivare costantemente il proprio gruppo, nonostante le problematiche quotidiane.

 

Paolo Paperettida oltre 20 anni si occupa di formazione del personale addetto alla gestione delle risorse umane e di vendita. 
Specializzato in seminari motivazionali e relazionali, collabora con aziende nei settori retail, turismo, cosmesi, benessere .
Negli ultimi tredici anni, ha seguito diverse aziende nella creazione, sviluppo, formazione e gestione della propria rete di affiliati con ottimi risultati. 

Da tempo ormai si parla di intrattenimento e aziende. Abbiamo intervistato Anna gavazzi, General Manager osservatorio Branded Entertainment, una nuova competenza e professione.


Brand e intrattenimento sembra un po’ qualcosa di machiavellico. Davvero le grandi aziende guardano all’intrattenimento, e di cosa si tratta in realtà?
Sì, le grandi aziende davvero guardano all’intrattenimento e, come tutti i fenomeni nuovi e innovativi (innovativi nel senso che ci obbligano a cambiare processi e schemi mentali prestabiliti), un po’ disorienta e sembra machiavellico, ma in realtà è molto più naturale e semplice di quello che sembra. In un mondo in cui, per diverse ragioni, il modello di pubblicità tradizionale a cui siamo abituati (la cosiddetta “tabellare” o “display”, cioè la pubblicità che interrompe qualcosa che sto vedendo/leggendo/facendo) perde di efficacia, è naturale che le marche cerchino forme di comunicazione sempre più integrate al contenuto, fino a diventare veri e proprio produttori, o coproduttori, di progetti editoriali.
Nasce così il Branded Entertainment, ovvero quella leva di comunicazione che si sostanzia proprio nella produzione da parte dei Brand di contenuti editoriali dal forte valore intrattenitivo, in cui la narrazione del Brand va di pari passo con la narrazione del contenuto e il cui obiettivo è quello di instaurare relazioni di valore con le audience di riferimento.



L’intrattenimento legato ai media digitali ha raggiunto vette molto importanti di audience, tanto da spostare l’attenzione dell’advertising tradizionale su nuovi format e strategie di comunicazione. Cosa significa questo in termini di produzione dei contenuti?
In questo scenario è evidente come per progettare e realizzare progetti di Branded Entertainment siano fondamentali figure che abbiamo di marketing e di brand management ma anche di storytelling e produzione editoriale. È un incontro di due industry ad oggi distinte: quella dell’advertising e quella dell’Entertainment.
Per dirla in altri termini, se sono un Brand e, all’intero della mia strategia di marketing e comunicazione, decido di produrre un film, dovrò sia saper calare nel contenuto i valori e i messaggi relativi al mio Brand che voglio far emergere, sia saper dialogare con autori, registi e produttori per mettere in piedi un lungometraggio, in questo caso, che sia interessante per le audience, al di là del mio messaggio di marca. Il progetto deve funzionare su due livelli: quello del contenuto e quello del Brand.

Oggi abbiamo il fenomeno degli influencers e i brand li usano per costruire strategie di comunicazione ad hoc. Cosa ne pensi?
Il fenomeno degli influencer richiede oggi un approccio razionale. Bisogna evitare di utilizzarli solo perché sono di moda o perché lo fanno gli altri. Bisogna sempre partire dagli obiettivi della marca: cosa voglio ottenere? Gli influencer infatti possono essere un media, un talent o un produttore di contenuto/creator, o a volte più cose insieme, a seconda della necessità e della tipologia.

Esistono oggi percorsi di formazione specifica per chi si occupa di brand entertainment?
Le università e gli istituti di formazione più lungimiranti stanno iniziando a inserire il Branded Entertainment all’interno dei propri corsi o, nei casi più illustri, a creare percorsi ad hoc. Noi come OBE collaboriamo con diversi istituti in questo senso. Tra qualche mese ad esempio partirà il secondo anno del corso di alta formazione IED in B.E. di cui curiamo il coordinamento scientifico.
All’interno dell’associazione poi stiamo mettendo a punto dei percorsi formativi ad hoc per i professionisti ns associati che aiutino ad avvicinare le competenze, come dicevo prima, di chi arriva da un percorso di carriera più legato all’advertising e chi dal mondo della produzione di contenuti editoriali.

Cosa fa l’Osservatorio e che attività propone?
OBE è un associazione che riunisce e rappresenta le aziende che producono o investono in Branded Entertainment: brand, centri media, concessionarie, agenzie creative, case di produzione, editori,.. tra i nostri associati ci sono rappresentanti di tutta la cosiddetta filiera della industry. Oltre alla parte formativa, tre sono le aree su cui lavoriamo: un monitoraggio costante del mercato, per individuare le tendenze in atto e future; un lavoro di ricerca volto sia a stimare gli investimenti sia a capire l’effettiva efficacia di questa leva e i kpi corretti per una sua misurazione; e infine organizziamo eventi e occasioni di networking per accrescere l’awarness e lo scambio di competenze ed esperienze legato al branded entertainment. A queste, va aggiunto un lavoro di presidio di alcuni temi chiave per lo sviluppo del mercato, quale quello regolamentare/normativo, perché lo scopo ultimo dell’associazione è ovviamente quello di supportare i propri Soci nella crescita del loro business.

a cura di Mauro Minniti
In ambito lavorativo la maggior parte di noi ha dei clienti, che possono solitamente scegliere se tornare da noi, oppure abbandonarci e andare da un concorrente. Possono anche decidere se parlare bene di noi, aumentando la possibilità che nuovi clienti vengano a trovarci, oppure parlarne male, riducendo la possibilità di aumentare la base clienti.
Quali sono gli elementi che determinano questi comportamenti e queste scelte ?
In base al settore in cui ci troviamo, vi saranno specifiche peculiarità che possono migliorare il vantaggio competitivo del bene o del servizio venduto, ma alcune sono valide per tutti.
Una volta che abbiamo soddisfatto le esigenze basilari dei clienti – e dobbiamo farlo, se non vogliamo fallire – entra in gioco il livello successivo per aumentare il valore dell’attività che viene offerta: la differenziazione dell’esperienza che facciamo vivere ai nostri clienti.
Tutte le aziende che lavorano in regime di non-monopolio devono essere interessate a semplificare, a ridurre il tempo e l’impegno richiesto al cliente per usufruire di quel servizio, aumentando la facilità d’uso o di interazione.

Vediamo un esempio piuttosto semplice: la Ford Model T. Non era esattamente «user friendly»: per avviare il motore di una Tin Lizzie ci volevano due persone, una seduta al volante e l’altra in piedi davanti al veicolo a girare una manovella. Era un compito rischioso, perché a volte il motore dava un «contraccolpo» e iniziava a far girare la manovella nel senso opposto: un errore di progettazione che fratturò molte ossa del polso.

Eppure, ai suoi tempi, la Model T fu uno straordinario successo commerciale, perché era l’unica automobile acquistabile da una gran parte di persone. E infatti Ford conquistò il predominio del mercato fornendo un prodotto che soddisfaceva le esigenze basiche di mobilità.
Oggi Ford non potrebbe vendere un veicolo che si avvia con una manovella rischiando di rompere il polso ai clienti. Con una competizione così agguerrita nel segmento delle utilitarie, oggi l’azienda deve prestare molta più attenzione alla semplicità d’uso: ormai, con meno di 15.000 si compra una vettura con i controlli touch-screen, un navigatore ad attivazione vocale e un alloggiamento per il telefono cellulare.
Chi può permettersi di complicare la vita ai suoi clienti, di questi tempi? L’esempio più calzante che mi viene in mente è il sito web dell’Istituto di Previdenza Nazionale, ma l’unico motivo per cui se lo può permettere è che, almeno per il momento, opera in regime di monopolio. 

Al contrario, accade di frequente che la facilità di interazione determini un vantaggio competitivo, o addirittura crei da zero un nuovo settore.

Finché non è arrivata YouTube a semplificare il processo, sul web non c’erano molti video caricati dagli utenti. I lettori di musica digitale non si erano affermati perché era difficile trasferirci dentro la musica; poi Apple ha lanciato iTunes e l’iPod, e il mercato è cambiato, crescendo enormemente. Pensiamo a Netflix, eBay e PayPal: c’è molto da guadagnare quando si abbattono le barriere all’utilizzo di un prodotto o servizio.
Soddisfare le esigenze. Rendere semplice l’acquisto di un prodotto o l’uso di un servizio o l’accesso all’assistenza tecnica. Non è difficile credere che questi siano aspetti importanti della
Ma che dire dell’idea che un’azienda dovrebbe rendere piacevoli le interazioni con i clienti? Non tutti concordano sul fatto che la «piacevolezza» sia un elemento cruciale della customer experience: alcuni vogliono credere che solo pochi settori, come i media o la vendita al dettaglio, debbano preoccuparsi del gradimento dei clienti e non, per esempio, la produzione o le aziende BTB.
Eppure moltissimi negozi e ristoranti, hanno un intero segmento di clientela la cui esperienza d’acquisto – e dunque la cui propensione a tornare, dipende dalla qualità del coinvolgimento emotivo. E un buon Store Manager si preoccupa per loro perché, nell’ottica della customer experience, il Retail è anche uno dei settori più competitivi al mondo.
Se pensiamo a come interagiscono i tre livelli della customer experiencesoddisfazione delle esigenze, facilità e piacevolezza – ci rendiamo conto di come sia necessaria una progettazione, una misurazione ed una impostazione strategica che ne favoriscano lo sviluppo all’interno delle organizzazioni, con approccio manageriale.
E in questo caso serve un manager che sia un facilitatore ed un catalizzatore della diffusione della cultura della Customer Experience in tutta l’organizzazione aziendale, perché abbiamo bisogno dei nostri clienti, più di quanto loro abbiano bisogno di noi. La gara è iniziata.

L’esperienza che viviamo quando interagiamo con un Brand evoca in noi emozioni, sensazioni e impressioni che influenzeranno il nostro processo d’acquisto.

a cura di Mauro Minniti

Fino a pochi anni fa parlare di “designer di esperienze” poteva sembrare inusuale e forse anche poco comprensibile.

Facendo una ricerca delle offerte di lavoro con questa job title ci possiamo rendere conto di come questa professione sia già ampiamente presente nel mercato statunitense, mentre in Italia sia ancora a livelli pionieristici. Evidentemente siamo un po’ in ritardo su questi temi, ma la strada è tracciata.

L’esperienza che viviamo quando interagiamo con un Brand evoca in noi emozioni, sensazioni e impressioni che più o meno inconsapevolmente influenzeranno il nostro processo d’acquisto, il livello di fidelizzazione e la successiva advocacy.

Progettare dunque un’esperienza che evochi in noi positività, evitando ogni aspetto  problematico e negativo, diventa fondamentale.

La complessità aumenta all’aumentare del numero di touch point verso il cliente.

Immaginiamo uno scenario ormai tipico di un brand con sito internet, newsletter, email personalizzate, funzionali a garantire servizi di base al cliente, informazioni; queste comunicazioni hanno anche obiettivi di retention ed aumento della customer base.

L’experience designer dovrà lavorare per progettare un livello di interazione adeguato all’obiettivo del mezzo di contatto e del tipo di comunicazione panificata.

Prendiamo in considerazione l’esperienza del viaggio aereo. Una volta prenotato il volo, magari su un portale che semplifica la ricerca della migliore opzione disponibile, ci affidiamo alle “cure” della compagnia con la quale viaggeremo.
Mandare una email non appena scatta la possibilità di effettuare il check in online è un ottimo modo per aiutare il proprio cliente. Se poi quella email consente rapidamente di effettuare il processo di check in, senza complicazioni, si sarà offerto un servizio comodo e veloce, che potrà facilmente essere apprezzato.
Diverso è mandare una comunicazione senza alcun link che mi dice che posso fare il check in online, senza darmi ulteriori agevolazioni nel poter compiere l’azione oggetto del messaggio.
Nelle fatidiche ore antecedenti al decollo, è possibile ricevere informazioni sullo stato del volo, su cambi di gate o ritardi. Qui il mezzo di contatto potrebbe cambiare: piuttosto che una email, magari meglio un sms o un avviso su whatsapp, più facilmente letti in quei momenti.

Già qui si aprono tematiche interessanti per il progettista di esperienze: la scelta del mezzo di contatto differenziata a seconda del contenuto, la facilità di fruizione del servizio, in chiave di semplicità e velocità.
Entra in gioco anche la personalizzazione: immaginiamo che io voglia viaggiare lato finestrino; si potrebbe indicare questa preferenza fin dal momento dell’acquisto del biglietto e agevolare il cliente fornendo come opzione di posto pre-assegnato quello indicato, senza dover effettuare successivi  cambi.

I concetti chiave sono certamente la riduzione del tempo e dell’impegno richiesti al cliente, ma sono altrettanto importanti la capacità di andare incontro agli insight e soprattutto pensare ala personalizzazione del servizio offerto.

In tutto questo complesso di interazioni gioca un ruolo centrale quello delle aspettative dei clienti e del livello di servizio offerto dalla concorrenza.

Cosa ci aspettiamo in base all’esperienza che mediamente riceviamo? Riuscire ad offrire quel qualcosa in più, speciale e magari anche divertente può fornire quel vantaggio competitivo utile a trasformare clienti occasionali in promotori appassionati del nostro Brand, pronti a sponsorizzarlo alla prima occasione utile.

 

 

La internet economy influisce sull’occupazione italiana. Secondo un’indagine di Coop, il 27% degli intervistati afferma di svolgere più lavori contemporaneamente e il 41% lo fa tramite app o piattaforme online.  

Il fenomeno del food delivery è una realtà sempre più forte nelle grandi città italiane,  generando un valore di 2 miliardi di euro.

Fino a poco fa questo mercato riguardava prevalentemente l’ordine di pizze, soprattutto durante il weekend. Oggi, invece, la consegna a domicilio di piatti pronti o prodotti alimentari ingloba un’ampia scelta di pietanze e cucine e coinvolge soprattutto la fascia di età tra i 25 e i 34 anni.

Diversi sono i plus: ampia scelta di prodotti, servizio veloce e immediato e pagamento veloce.  Il successo, tuttavia, è strettamente collegato alle nuove abitudini di vita, in modo particolare ai ritmi frenetici e il poco tempo per dedicarsi alla cucina.

Numerosi sono i players di  mercato: Deliveroo, Moovenda, JustEat e molti altri tra cui players nostrani inglobati velocemente in compagnie più grandi e multinazionali.

Foodora è un esempio di grande successo nel mondo delivery: una piattaforma di facile e rapido utilizzo,  sono pochi i passi da effettuare per arrivare all’ordine e pagare, e la puntualità della consegna è garantita. L’assistenza post ordine è di alto livello e il portale consente di monitorare il rider durante il percorso di consegna.

 

Foodora si basa su un modello di ordine e consegna: l’ordinazione si verifica attraverso un’applicazione o web. Il corriere più vicino prende in consegna l’ordine e lo porta a destinazione.

Il caso Foodora ha portato all’attenzione il cambiamento del lavoro nell’era della Sharing Economy.

Il lavoro, soprattutto dopo la crisi, si sta trasformando e si parla sempre più di Gig Economy, l’economia dei lavoretti, ovvero quando una persona svolge un lavoro saltuario, una prestazione su richiesta, per aumentare le proprie entrate. La diffusione dell’uso di app e web, infatti, ha reso possibile l’incontro tra domanda e offerta per definire un nuovo modello di lavoro. In Italia, dall’indagine sul mercato del lavoro, l’Istat conferma che nel 2010 le persone coinvolte nel lavoro occasionale erano 100.000, nel 2016 hanno raggiunto la quota di 1 milione e 800.000.

 

La internet economy influisce sull’occupazione italiana. Secondo un’indagine di Coop, il 27% degli intervistati afferma di svolgere più lavori contemporaneamente e il 41% lo fa tramite app o piattaforme online.

Oggi, ci si interroga sulla regolamentazione dei nuovi rapporti di lavoro, poiché si collocano tra lavoro da freelance e lavoro da dipendente.

D’altro canto, non si può ignorare la crescita della Gig Economy e le politiche dei governi dovranno adeguarsi.

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Oggi, diceva uno straordinario Ken Robinson in un bellissimo intervento in una TED Conference del 2006, diventato poi un video da 50 mln di visualizzazioni, il modo in cui concepiamo la scuola sta uccidendo la creatività. È un lascito che ci viene dalla storia, da come la rivoluzione industriale ci ha imposto la classificazione dei saperi.

 

Non solo perché, di fatto, c’è stato un progressivo affossamento delle materie umanistiche e artistiche, materie che stanno ricevendo attenzione e riabilitazione solo in questi ultimi tempi, ma per la natura stessa del cambiamento che stiamo vivendo.

La maggior parte di noi studia ed esprime teorie, dice in sostanza Robinson, su professioni future che oggi non conosce, non siamo infatti in grado di anticipare quel che saranno i mestieri di domani, ma pretendiamo di tracciare dei confini su cosa sia meglio apprendere e perché.

Il motivo è da ricercare nella grande velocità di trasformazione del mondo attorno a noi e in un naturale cortocircuito tra l’urgenza di assecondare il progresso e la resistenza a restare ancorati a un proprio status quo.

Il cambiamento, quindi, è questa la vera parola chiave del momento, assieme all’urgenza di studiare nuovi e funzionali modelli di apprendimento a partire proprio dai contenuti che, sempre più, integrano attitudini creative e culturali con conoscenze scientifiche.

Nel Regno Unito, ci avverte Pierangelo Soldavini in uno degli ultimi numeri usciti di Nòva Il Sole 24 Ore, si vanno affermando le cognitive science, che mettono assieme neuroscienze, filosofia, computer science, psicologia.

Per fronteggiare la nuova rivoluzione tecnologica e comportamentale (visto che la pervasività dei media digitali cambia radicalmente il nostro modo di stare al mondo), c’è sempre più bisogno di approcci di life long learning. L’Osservatorio delle Digitali messo a punto da Aica, Assintel, Anitec e Assinform parla chiaro. Si va sempre più verso stili tecnici che necessitano una conoscenza delle tecnologie almeno di base.

L’idea che  i prossimi mercati saranno, di fatto, dei network markets sviluppati su piattaforme, ecosistemi aperti in chiave collaborativa come insegna, ad esempio, il cooperative platform, non è così lontana da noi. 

Più la realtà si fa complessa, maggiori sono le variabili in campo, e più la prospettiva di studio e analisi cambia radicalmente. L’affermarsi di discipline come il Growth Hacking, la continua contaminazione tra data science e content design, rende urgente un ripensamento della tecnica e specialistica oltre a un recupero e valorizzazione delle conoscenze sociologiche e culturali.

Non è un caso che nell’elenco dei prossimi mestieri, tra professioni più schiettamente tecnologiche come il Designer di Realtà Virtuale, il Creativo di Dati IOT, l’Innovatore di Energia Sostenibile, il Designer del Corpo Umano, troviamo l’Esperto di Cultura Digitale, il Creatore di Contenuti Personali, a cui andrebbero aggiunti gli Experience Designer e i Creatori di Grandi Eventi.

Fonte Nòva Sole 24 Ore

Discipline anticipate da studiosi come Philip Kotler che aveva qualche anno fa lanciato il manifesto del marketing umanistico e che oggi ritornano sotto i riflettori. Conoscere il mondo, avere una forte base culturale diventano la chiave d’accesso per il disegno e la costruzione di inedite strategie di marketing e di produzione.

 

 

Come costruire legami profondi con il DNA aziendale

a cura di mauro Minniti
Siamo nell’era del cliente, l’epoca in cui non sono più le imprese a poter stabilire con piani industriali più o meno rigidi il proprio destino. Il futuro è in mano ai consumatori che possono decidere, con il proprio comportamento d’acquisto, il destino dei Marchi.

È una sfida davvero importante quella che aspetta imprenditori e manager, nel dover decidere come pianificare investimenti, scarsi per definizione. Migliorare il prodotto, le sue caratteristiche tecniche, oppure investire in notorietà del marchio, oppure sulla cosiddetta “customer Experience”, sono solo alcune scelte che Direttori Marketing e Amministratori Delegati hanno la responsabilità di compiere.

In questo scenario, si deve tenere presente che i marchi italiani più famosi e riconosciuti nel mondo sono il frutto dell’ondata imprenditoriale degli ultimi 50 anni, dove la generazione di grandi capitani d’azienda che hanno creato questi successi sono gli imprenditori stessi che hanno fatto nascere l’impresa e che oggi ancora spesso controllano.

Pensiamo ad uno dei Brand che portano l’Italianità nel mondo, che ci fanno sentire orgogliosi di essere italiani, quello creato da Giorgio Armani. È un marchio che rappresenta il lusso e lo stile Made in Italy con particolare focus sulla personalizzazione. Questa caratteristica investe anche il canale online dove il cliente ritrova il valore dell’eleganza nel design del sito, nel servizio di assistenza immediato e nel supporto per individuare con semplicità le taglie. Idea di esperienza che fornisce ai clienti un lusso personalizzato, basato sul gusto del ‘fatto a mano‘, orgoglio dell’artigianalità italiana, con uno stile che va oltre le mode, è la mission di Armani, certamente tutta incentrata nella persona del fondatore che ne rappresenta e porta avanti i valori.

Altra azienda di grandissimo successo è Geox, leader italiano e terzo operatore mondiale nel segmento brown shoes del settore calzaturiero, specializzata nella progettazione e produzione di calzature e abbigliamento ad alti livelli di qualità, performance e comfort. Oltre a Geox Respira® la tecnologia che, pur mantenendo la totale impermeabilità, consente di mantenere costante la temperatura del piede grazie
a una membrana in grado di far traspirare la suola (in gomma o cuoio), l’azienda vanta 35 brevetti depositati dalla sua fondazione fino ad oggi, cui si aggiungono dieci domande di brevetto presentate di recente e oggi in attesa di registrazione. Al centro della mission di Geox sono da sempre il comfort e il benessere del cliente, garantiti anche attraverso un continuo miglioramento della Customer Experience. Sul sito web geox.com, informazioni chiare e dettagliate accompagnano il cliente attraverso tutte le fasi del processo di acquisto: dalla ricerca e selezione del prodotto più adatto alle sue esigenze, fino alla consegna a domicilio o al ritiro presso il punto vendita più vicino (Click & Collect), o all’eventuale restituzione del prodotto.

Queste, come molte altre di successo, sono aziende che vivono e crescono sull’onda creativa e progettuale del “padre fondatore”, che ne rappresenta di fatto l’anima ed il motore.

Bello poter pensare ad esempi di aziende italiane come Mazzei, produttori di Chianti da 24 generazioni, che dalla fine del 1300 continuano a produrre con passione qualità riconosciuta nel mondo.

I manager che accompagnano questi imprenditori hanno una sfida importante:

portare innovazione, anche in campo digitale ma non solo in quell’ambito, immedesimandosi nei valori identitari e nel Dna dell’azienda, costruendo legami profondi con essa anche se non l’hanno vista nascere, costruendo una simbiosi profonda con le nuove generazioni che saranno chiamate nel corso del passaggio generazionale.

Solo così potremo evitare che veri e propri gioielli imprenditoriali del nostro paese, finiscano nell’orbita di multinazionali la cui identità farà necessariamente perdere quel genuino e sincero spirito di marchio italiano.