Allestimenti e dispaly

Dalle classiche agenzie di viaggio che proponevano pacchetti standard al concetto del viaggio motu proprio.

a cura di Progettomenodue

L’ industria del turismo gode di ottima salute. Secondo i dati dell’OMT (organizzazione mondiale del turismo) il 2018 ha registrato una crescita del 6%. E’ uno dei settori che forse è riuscito a rispondere in maniera più adeguata alle nuove richieste, consapevole del fatto che il modo di viaggiare sia radicalmente cambiato negli ultimi vent’anni.

Dalle classiche agenzie di viaggio che proponevano pacchetti standard e la presenza di un mediatore, con l’avvento di internet si è passati al concetto del viaggio motu proprio.

La possibilità di organizzarsi autonomamente, il digitale e i costi più abbordabili di voli e sistemazioni, hanno di fatto contribuito a creare un nuovo modello di viaggiatore e di viaggio, tagliato su misura di esigenze e interessi personali.

Le destinazioni, come le imprese, devono perciò adattarsi ad essi per essere competitive e offrire esperienze di viaggio significative.

E’ ancora una volta il a tenere traccia di questi cambiamenti. I nuovi hotel si contraddistinguono per un ritrovato minimalismo: colori caldi, linee pulite, legni robusti e non trattati che pongono l’accento sull’essenziale e sull’idea di prendersi del tempo per esplorare i dintorni.

Non sono hotel che ambiscono ad essere protagonisti, né sui social né per sé; piuttosto rispondono alla domanda di viaggiare senza superfluo, in località a volte poco conosciute, in grado di rilassare sia il corpo che la mente.

Enso Ago è un hotel a Kyoto che amplifica il concetto di dispersione e di wanderlust: cinque edifici, tutti separati da un tragitto di almeno dieci minuti obbligando di fatto gli ospiti a spostarsi e, nel mentre, imbattersi in un giardino buddista con sessioni di meditazione o corsi di cucina locale.

Sperimentare il silenzio, trovare un rifugio accogliente, una sauna tradizionale e camminare alla scoperta di librerie indipendenti lo si può fare anche nelle grandi metropoli. A New York, lo scorso anno, ha aperto nel Lower East Side Sister City Hotel, un nuovo concept lean luxury di Ace Hotel dove le duecento stanze rifuggono da piscine, lounge opulente e bagni in marmo. Less, but better è il loro claim.

I confini tra interno ed esterno si fanno sempre più sottili: il contatto con la natura e il design green hanno creato nuovi spazi che enfatizzano un lifestyle bucolico, in cui si invita il viaggiatore ad apprezzare la bellezza della natura.

Dal Mandrake di Londra col suo cortile di gelsomini e fiori della passione e un bar che serve cocktail botanici, all’ Habitas di Tulum in Messico, un edificio completamente in vetro che permette una vista a 360 gradi sull’oceano.

O, a pochi chilometri da Cortina, si può prenotare la Starlight Room, una camera in vetro a duemila metri di altezza con vista sul cielo stellato. Una baita moderna, dotata di tutti i comfort: dal letto motorizzato per trovare la prospettiva migliore per ammirare le Dolomiti, alle cuffie con playlist musicale selezionata, alla cioccolata e ai mignon di grappe.

Ultimo arrivato a livello di proposta è il bed&tree, ossia la possibilità di dormire in una casetta sugli alberi.

Già sperimentato con successo in Svezia dove il Tree Hotel offre sei casette di varia forma e dimensione, sospese a quattro metri di altezza. Biancheria e arredamento sono in stile scandinavo. Ogni casetta è stata progettata per essere a impatto zero. Dormirci però non è per tutte le tasche visto che una notte costa circa tremila euro. Che, se fortunati, risultano ben spesi a fronte dello spettacolo dell’aurora boreale.

In Italia, il primo bed&tree è stato aperto a Biccari, in provincia di Foggia, all’interno del parco naturalistico dei Monti Dauni.

Apprezzabile il fatto che sia nato proprio in Puglia, all’interno del festival del turismo sostenibile, in una regione in cui il turismo selvaggio degli ultimi anni ha creato ecomostri e conseguenze devastanti per il paesaggio.

A questa vague minimalista fa da contraltare un’altra estetica in cui colori e forme eclettiche giocano un ruolo fondamentale.

Queste strutture strizzano l’occhio ad una fetta importante di viaggiatori ai quali l’industria del turismo si sta rivolgendo sempre di più: i Millenials.

Millenials

Generazione che adora viaggiare e che muove circa 180 miliardi di dollari all’anno. E dato che si tratta di persone che stanno progressivamente raggiungendo il picco delle loro entrate, il turismo dovrà essere in grado di offrire esperienze uniche e personalizzate, aldilà delle semplici amenità tipiche di un hotel. Oltre che spostarsi, adorano condividere sui social tutti gli aspetti della loro travel experience. Ecco perché molte sistemazioni sembrano dei veri e propri set fotografici.

Come l’Art Hotel di Ibiza, un trionfo di rosa, ispirato alla Miami degli anni Settanta e al radicalismo di Archizoom. Neon, tropical vibes e carte da parati chiassose riempiono i feed Instagram dei millenials che cercano nel viaggio un’estensione di se stessi: giovani, decisi, connessi e carefree.

Dei veri e propri nomadi, non solo digitali, che ultimamente hanno riscoperto il viaggio on the road. Il motel è infatti una formula che è stata riscoperta ed ha subito un grosso restyling.

Rifacendosi allo spirito della beat generation e caratterizzato da un design nostalgico mid-century, le furono stanze anonime si sono tinte di colori pastello.

Il più gettonato è il Drifter a New Orleans, sorto sulle ceneri di un motel degli anni Cinquanta, oggi super frequentato (e fotografato) per la sua piscina che ospita eventi, foodtrucks con cibo e birre artigianali, in partnership con piccole brewery del posto.

Drifter Hotel

Il turismo rappresenta un settore cruciale per l’economia di molti paesi, ecco perché l’offerta nei prossimi anni dovrà essere elaborata con estrema cura e molto diversificata tenendo conto di tutte le nicchie di mercato.

Oggi una strategia pubblicitaria vincente non può che passare da una altissima qualità dei contenuti sui quali è poi fondamentale costruire dinamiche di engagement.

a cura di redazione
Vladimiro Mazzotti

Il marketing conversazionale è entrato in una nuova era con i chatbot. Ma c’è già chi, come Zerogrado è già alla fase successiva. Usare le conversazioni come strumento di contenuti per attrarre clienti. Lo abbiamo chiesto al co-founder Vladimiro Mazzotti.

Nel mondo del retail si è passati dall’aggressività delle strategie pubblicitarie alla convinzione di dover lavorare in modo più accorto e curato sulla gestione delle dinamiche conversazione. Nell’epoca dell’AI e del machine learning, l’engagement può diventare straordinariamente importante. Che ruolo ha la tecnologia in questo processo? 

La tecnologia ha un ruolo centrale, ha cambiato radicalmente il modo di fare pubblicità perché innanzitutto ha aperto nuovi canali di comunicazione con i consumatori, e poi ha introdotto nuove modalità di interazione sui contenuti. Si è iniziato a parlare di conversazioni e di intrattenimento, perché sono i primi indispensabili passaggi che avvicinano il consumatore al brand. Oggi, come sempre, una strategia pubblicitaria vincente non può che passare da una altissima qualità dei contenuti, sui quali, grazie alla continua evoluzione del digitale, è poi fondamentale costruire dinamiche di engagement per massimizzare il ROI.

Si parla moltissimo di integrazione di chatbot ai propri canali social o altre piattaforme di marketing digitale. Eppure, la maggior parte delle pagine ne fa un uso molto spesso semplificato e standardizzato di semplice spiegazione didascalica. L’inbound marketing prevede invece azioni di content strategy, di social media marketing e di ottimizzazione dei processi di lead acquisition. Quali soluzioni in più avete previsto?

In Zerogrado massimizziamo i benefici intrinsechi derivanti dall’utilizzo delle piattaforme di messagistica, ma lo facciamo in una logica differente dal chatbot “tradizionale”, che si limita a creare un nuovo contenitore di contenuti fruibili in logica “pull”, e che ha mostrato tutti i suoi limiti in tema di retention degli utenti. La nostra piattaforma utilizza i messaggi in logica esclusivamente “push” portando gli utenti su micro interazioni, molto veloci ed ingaggianti, studiate in una logica di content strategy ampia che coinvolge anche i social media, con il risultato di creare engagement e potenziare la lead acquisition.



In che modo il potenziamento delle tecniche digitali di conversazione e marketing posso aiutare il mondo del retail? Come fanno alcuni sofisticati tools digitali a garantire la fidelizzazione dell’utente in una dinamica di loyalty? 

Qui entra in ballo in secondo ingrediente della nostra soluzione, la gamification. Se l’utilizzo delle piattaforme di messagistica ci permette di raggiungere gli utenti con una reach del 100%, le interazioni con cui creiamo l’engagement sono basate sulla gamification, che in buona sostanza, consente ai brand di premiare la fedeltà del cliente in maniera totalmente personalizzabile e in una dinamica di comunicazione privata, intima ed altamente percepibile come esclusiva. E questo approccio si sposa perfettamente con le esigenze del mondo del retail, dove le dinamiche di loyalty sono ben note, ma sul cui potenziale Zerogrado può aprire nuovi orizzonti.

Zerogrado for Sports

C’è un elemento davvero importante nella vostra offerta. La gamification, di cui si parla ormai moltissimo. In cosa consiste e come viene realizzata? 

Tutto nasce da una considerazione che condividiamo con i nostri clienti: “one huge fanbase is a huge fanbase of ones”. Se si vuole costruire fedeltà di lungo termine bisogna personalizzare la conversazione, premiare le interazioni in maniera che sia percepito il valore del singolo consumatore. Usando la gamification noi offriamo ai brand uno strumento molto potente per misurare passione e fedeltà verso la marca, e per creare quel senso di appartenenza che è il terreno più fertile possibile per massimizzare le conversioni, noi lo chiamiamo Power to Belong.

Evoluzione delle Chatbot

I vostri prossimi progetti? 

Stiamo costruendo una piattaforma per l’engagement che si arricchirà di tanti nuovi moduli di interazione con gli utenti, per allargare il ventaglio delle soluzioni e quindi per venire incontro a esigenze specifiche dei vari mercati in cui operano i nostri potenziali brand clienti, in Italia e all’Estero.

Siamo per definizione aperti e agnostici, ci adattiamo alle tecnologie e ai canali mainstream di ciascuna area geografica, cogliendo ogni opportunità che gli scenari di comunicazione digitale, in continua evoluzione, via via propongono.



Vladimiro Mazzotti, Experienced CEO, Entrepreneur, Consultant. Advisor and mentor for several startups and corporations in Europe. Successful managerial experience in Italy, EU and ASIA among various industries (consumer electronics, telco, retail, ecommerce, fashion, food/nutrition, sport, fitness).

Le onde luminose se opportunamente modulate possono diventare veicolo di trasmissione di dati e informazioni generando dei codici binari che sono alla base della comunicazione.

a cura di redazione
Francesco Paolo Russo

Si può usare la luce a LED come mezzo di connessione e veicolo di trasporto dati e informazioni? Un’idea innovativa di marketing di prossimità applicabile a diversi settori, dal reatil alla sanità, e che ci ha illustrato Francesco Paolo Russo, founder di To Be srl.

Voi lavorate su una soluzione tecnologica davvero innovativa. Utilizzare le luci a Led come strumento di connessione dati. Ci spieghi meglio il procedimento?

La luce è un’onda tanto quanto lo sono le radiofrequenze o le onde elettromagnetiche del WiFi, allo stesso modo le onde luminose se opportunamente modulate possono diventare veicolo di trasmissione di dati e informazioni generando dei codici binari che sono alla base della comunicazione. È proprio questo ciò di cui si occupa To Be Srl: Progettiamo, sviluppiamo e vendiamo soluzione e prodotti che hanno alla base tecnologie LiFi (o VLC). L’architettura del sistema è la seguente: da un lato abbiamo un’infrastruttura a LED che oltre ad illuminare trasmette dati, dall’altro riusciamo a leggere queste informazioni in caso di dispositivo mobile grazie ad un’applicazione che sfrutta la fotocamera (interna e/o esterna) del dispositivo per ricevere questi dati. In caso di PC (o PC tablet) riusciamo a garantire una connessione bidirezionale ad altissime velocità utilizzando come dispositivo ricevente una chiavetta USB che consente anche l’upload dei dati sempre sfruttando lo spettro della luce questa volta non visibile però.

Applicazione per store

Molto spesso chi lavora su soluzioni tecnologicamente avanzate ha il concreto problema di spiegarne i vantaggi in termini i di implementazione e uso. Se dovessi riferirti nella fattispecie al mondo del retail, quali sarebbero le opportunità da mettere in risalto?

I vantaggi sono molteplici, di base questa tecnologia ne ha moltissimi soprattutto in termini di performance che riesce ad aggiungere (velocità, spettro 10’000 volte più ampio del WiFi, Sicurezza informatica, Tecnologia green e non dannosa) ciascuno poi trova espressione concreta in ogni verticale di mercato sul quale stiamo lavorando. In ambito Retail riusciamo a creare di base un’esperienza molto accattivante per l’utente portandolo a vivere un viaggio dove sono i prodotti stessi esposti a parlare, a raccontarsi, ad essere valorizzati oltre che dalla luce, anche da un contenuto multimediale che racconta storia, valori, informazioni tecniche sul prodotto stesso etc. Stiamo avendo diverse esperienze in tal senso e vi porto un esempio: un paio di anni fa abbiamo realizzato una installazione per il Consorzio Tutela Vini Piceni all’interno di Vinitaly di Verona dove andavamo ad illuminare le bottiglie esposte dalle varie cantine: ogni visitatore grazie all’applicazione poteva muoversi all’interno dei padiglioni e ricevere delle informazioni geolocalizzate e di prossimità rispetto alla bottiglia che stava guardando.

Seeding Innovation

Mi sembra evidente che, a parte la funzione di connettività, questa tecnologia possa diventare un ottimo strumento per il marketing di prossimità. dalla realtà aumentata alla canalizzazione di informazioni geo-referenziate. Sbaglio?

Assolutamente no, come accennavo poco fa la capacità di geolocalizzare un’informazione e quindi un utente con estrema precisione rispetto a dove si trova e a cosa sto guardando ci consente di fatto di offrire un marketing di iper-prossimità, ottenendo anche pochissimi cm di scarto in termini di margine d’errore.



Il naturalmente ha un ampia casistica di implementazione. Quali sono secondo te i canali di sviluppo e perché può diventare un fattore decisivo per le strategie omnichannel?

Canali di sviluppo ce ne sono davvero moltissimi e noi stiamo cercando strategicamente di sviluppare ciascun canale sviluppando delle partnership strategiche, come quella con TIM che nel 2016 ha anche investito sul nostro progetto To Be Kids. Crediamo che sia fondamentale al giorno d’oggi adottare una strategia omnichannel e lo stiamo dimostrando proprio sviluppando delle soluzioni che dialogano con il reatailer fisico e quello digitale, integrando diverse tecnologie laddove opportuno come quelle beacon ad esempio, per riuscire ad essere maggiormente performanti.

Applicazioni per una fiera

Progetti futuri?

Stiamo lavorando principalmente su 3 grossi verticali di mercato, per noi molto trasversali in termini di soluzioni e prodotti che andiamo ad implementare: Retail & Marketing di Prossimità, Beni Culturali & SmartCity, CyberSecurity & Energy (industry40 più in generale). Abbiamo da poco iniziato lo sviluppo di un nuovo interessante mercato legato alle tecnologie per il mondo della sanità, stiamo perciò lavorando a delle pertnership con delle aziende del settore e speriamo di riuscire presto a realizzare un ambiente ospedaliero LiFi, scenario dove questa tecnologia può trovare veramente un grande sviluppo unendo una solida infrastruttura in termini di sicurezza informatica alla capacità di non generare interferenze o problemi con strumentazioni medicali e quant’altro. Inoltre stiamo lavorando ad un grande ed ambizioso progetto che prende il nome di LiFiZone marchio da noi registrato per il quale stiamo cercando anche fondi e sponsor.

Applicazione per Beni Culturali



Francesco Paolo Russo,Founder & CEO di To Be Srl e To Be Kids Srl, aziende leader mondiali nella progettazione e sviluppo di prodotti e soluzioni LiFi (o Light Communication), tecnologia che consente la trasmissione dei dati sicura e veloce attraverso la luce LED. Tra i numerosi premi e riconoscimenti vinti si annovera la TIM WCAP call, programma di accelerazione per le più promettenti startup promosso dal gruppo Telecom Italia. Ad inizio 2019 fonda Meraki Co, una nuova avventura imprenditoriale con la quale svolge attività di consulenza su open innovation e digital transformation, sviluppo di business innovativi e marketing digitale per le PMI. Tra queste spicca l’Azienda Agricola Ciù Ciù di Offida (AP), leader nella produzione e vendita del vino in Italia e nel mondo. Francesco è da sempre impegnato anche nel sociale, in particolar modo in attività riguardanti la sostenibilità, l’ambiente, l’arte ed il patrimonio. Per diversi anni è stato Presidente del FAI Giovani (Delegazione di Ascoli Piceno) che continua a sostenere in ogni iniziativa.“

Le linee guida neuroscientifiche sono di enorme supporto nel “sensory branding”. Gli utenti sono sempre al centro. È il loro viaggio che conta.

a cura di Davide Pellegrini

Come stanno evolvendo le tecnologie interattive per i brand? Tra interaction design e sensory branding, lo abbiamo chiesto a Mick Odelli, founder di DrawLight.

Mick Odelli

Mick Odelli, sei il founder di Drawlight, una company di alto valore tecnologico che opera, per riassumere nel migliore dei modi, nell’interactive design. Mi sembra di capire che, nonostante la quantità di servizi, dalla produzione e postproduzione video alla realtà immersiva, dalle installazioni interattive al videomapping, il fil rouge sia l’engagement degli utenti. Come descriveresti quello che fate?

Siamo sempre stati una realtà camaleontica, spinta da passione e innovazione. Due fattori che impongono elasticità e continuo cambiamento in relazione alle nuove tendenze e tecnologie. Ad oggi DrawLight è diventata molto matura nella realizzazione di Esperienze ad alto contenuto emozionale. Utilizziamo creatività, arte, tecnologia e neuroscienze per provocare stati d’animo e memorie nelle persone. L’engagement è sicuramente parte integrante degli ingredienti, e punto forte fin dal nostro passato. Ma ad oggi siamo più concentrati a creare un legame duraturo tra il visitatore e il brand, che vada oltre il contesto del momento. Le linee guida neuroscientifiche sono di enorme supporto in questo obiettivo. Riassunto in una parola, possiamo dire di fare “sensory branding” in modo molto spinto! Gli utenti, certamente, sono sempre al centro. Questo concetto è chiave. È il loro viaggio che conta.



Mi sembra di capire che la contrapposizione tra realtà fisica e mondo digitale possa alla fine risolversi con l’idea di integrare contenuti amplificati e interattivi nell’esperienza quotidiana delle persone. Come immagini il futuro della realtà aumentata?

C’è un termine che inizia a circolare: esperienze “Phygital“. Fa sempre un po’ sorridere vedere spuntare nuovi termini di continuo. Ma ha un suo perché. La realtà aumentata implica tendenzialmente che serva un device per vedere un mondo digitale sovrapposto a quello reale, sia esso un cellulare o un caschetto virtuale. Le esperienze che creiamo nel mio studio sfruttano principalmente la luce indiretta di videoproiettori particolari, proiettata direttamente sul mondo reale. Nessuna tecnologia da indossare o utilizzare. La proiezione interagisce con le geometrie. La luce non è diretta, ma riflessa, e quindi non invadente. E l’esperienza del visitatore è libera da vincoli, ed è naturale. Il futuro va in questa direzione. Ambienti fisici costruiti per accogliere una luce dinamica ed interattiva, in grado di far comunicare gli spazi indoor, siano essi retail, museali, wellness, hotels, ospedali o aeroporti. Ciò che vivremo sempre più sarà l’esperienza di interazione. Un’esperienza passiva, non data da un utente costretto a “cliccare” per interagire, ma dove la tecnologia possa leggere in modo non invasivo il comportamento fisico ed emozionale delle persone, e reagire di conseguenza. Ambienti che si relazionano al battito cardiaco del visitatore, e ne influenzino il rallentamento sincronizzandosi con esso, attraverso esperienze visuali sovrapposte all’architettura reale, di modo da provocare relax e benessere.Spazi che si adattano in funzione dei gusti e necessità delle persone. Abbiamo realizzato un esperimento neuroscientifico nel 2018 dove abbiamo dimostrato come un ambiente “augmentato” da queste esperienze audiovisive possa di fatto influenzare in modo estremamente positivo lo stato d’animo di chi le vive. E siamo riusciti a farlo con rigore scientifico e con un’attendibilità dei dati del 99%. La tecnologia c’è e i tempi sono maturi.



All’attività di designer unisci quella di divulgatore video. Con un canale YouTube e un taglio molto originale parli di diverse tematiche, sempre con l’idea della divulgazione di alto livello. Una testimonianza di come YouTube stia riassumendo diverse finalità nell’unico linguaggio dell’entertainment. In un video hai descritto come cambiare o sta cambiando il retail? Cosa ci dici in proposito e che devono fare i retailers per allinearsi al futuro che avanza?

Il canale YouTube è un’espressione delle mie personali passioni, ma funge anche da manifesto di DrawLight. In merito al retail, stiamo vivendo un forte cambiamento di paradigma. L’online retail cresce del 24% l’anno, mentre nel 2017 hanno chiuso 8400 negozi solo negli Stati Uniti. Questo ci ha portati a un 2018 dove si è stati costretti a ripensare ai ruoli di questi due mondi, quello online e quello fisico. Il sito internet – il media – è diventato lo store. Usiamo internet per acquistare. Ma l’aspetto interessante è che lo store – il negozio – è pronto a diventare il media. Il touchpoint più importante tra persone e brand. Ci si è accorti che le dinamiche del comportamento d’acquisto online pongono il prodotto al centro, anziché un brand o le persone. E proprio per questo Amazon è un grande player. E se fino a poco tempo fa non si capiva come mai i millennials non rimanessero fedeli ai brand e continuassero invece a saltare tra differenti marchi, ora si è compreso come questo sia legato al fatto che l’ecosistema di internet non ha gli strumenti per creare legami duraturi tra le due parti. Lo shopping online presenta prodotti, funzionalità e prezzi. Non ha i mezzi per trasferire tutti i valori intangibili di un prodotto o di un brand. Per fare ciò serve un’esperienza d’acquisto differente, che coinvolga i sensi (altresì detto polisensualismo o LOTS – language of the senses) e che attivi delle emozioni nelle persone, in grado di creare in loro una memoria di esperienza appagante. Lo spazio fisico serve a questo. E i player più importanti lo hanno capito e si stanno organizzando per agire. Vedremo sempre più negozi diventare museo del brand, percorsi sensoriali dove il prodotto è totalmente secondario all’esperienza (3 su 4 millennials ha dichiarato di preferire esperienze a prodotti). I negozi saranno un’espressione di lifestyle, di ispirazione, dove il brand funge da mentore che accompagna l’eroe – il consumer – verso un percorso di esplorazione emozionale. Elementi come lo storytelling e il coinvolgimento dei sensi saranno essenziali. Ed ecco perché le neuroscienze giocano e giocheranno un ruolo molto importante in merito. Si dice che lo spazio retail perfetto sia quello che, come Tinder, si propone come piattaforma di incontro emozionale tra il consumer e il brand.



Che ruolo possono avere le tecnologie immersive, la realtà aumentata, gli allestimenti interattivi per potenziare l’offerta di uno store? Puoi raccontarci come, secondo te, si “disegna” un’esperienza end user?

Ogni nostro progetto è uno “special project” per cui tende ad avere un forte elemento di originalità. Il concept e il contenuto sono la chiave. La tecnologia è solo un mezzo. Quest’ultima però ci permette di lavorare con un nuovo canvas, costituito da 2 elementi principali: gli spazi architettonici dinamici, e la comunicazione bidirezionale tra spazi e persone (non solo negli store). Per spazi architettonici dinamici intendo ambienti dove le pareti cambiano aspetto in funzione di come si vuol far vivere l’ambiente. Noi le chiamiamo “atmosfere immersive”. Oltre a permettere un’esperienza emozionale di alto livello, grazie agli effetti ottici che possiamo creare con il digitale, uno store può cambiare pelle ogni qualvolta ne abbia bisogno. In funzione di una nuova collezione, di un momento importante, di un orario della giornata. Una vetrina può fare questo anche oltre l’orario di chiusura e far pulsare lo store senza sosta. La comunicazione bidirezionale è una conseguenza di tutto ciò. È possibile far comunicare consumer e architettura. Consumer e prodotto. Consumer e brand. E non solamente in modo univoco, come è sempre stato con l’advertising. Ad oggi siamo in grado di creare esperienze molto personali, relazionandoci alle biometriche, alla capacità di riconoscere gli stati d’animo delle persone (senza in alcun modo intaccare la privacy: non so chi sei, so solo che sorridi). Se in un angolo dello store vedi una borsa che ti piace, questa può reagire, e attraverso videoproiezioni che la avvolgono, può comunicare qualcosa di se stessa, come è stata realizzata, il concept con cui è nata, e così via. Il consumer ha una reazione, l’ambiente la percepisce e reagisce di conseguenza, e questo crea una continuità di comunicazione. Se poi il consumer gradisce che il brand sappia qualcosa di più dei propri gusti, come accade online, l’esperienza d’acquisto può essere estremamente personale, dove l’ambiente suggerisce uno stile, un colore, prodotti specifici, o ancora evidenzia solo le taglie disponibili simili a quella dell’utente. Se poi porto un capo nel camerino, questo può essere uno spazio intelligente, che riconosce tale capo e di conseguenza mi fa vivere un’esperienza molto più completa con il prodotto, proprio in un momento intimo in cui desidero conoscerlo meglio. Un’aspetto molto importante da tenere in considerazione nonostante tutto questo, è che prima di tutto il consumer deve vivere un percorso emozionale, che lo porti lentamente a dimenticare la frenesia della quotidianità, verso un momento di consapevolezza del sé e di benessere. Solo così, attraverso questo sincronismo, questo momento empatico, si può creare un forte legame (anche chimico) tra consumer e brand. Lo shopping ad alta frequenza continuerà ad esistere, ma per i brand che vogliono mantenere una posizione diversa, caratterizzata da prodotti di alto livello perché ricchi di valore intangibile, l’esperienza d’acquisto dev’essere un percorso di wellness, di rallentamento e di esplorazione.

Lo studio di Draw Light

Che obiettivi di crescita per Drawlight?

Negli ultimi 2 anni DrawLight ha a suo modo vissuto un cambiamento. Abbiamo compreso il nostro Perché, il nostro Key Purpose. Siamo passati dal risolvere specifiche necessità per i nostri clienti, a proporre pro-attivamente un nuovo approccio ai progetti. Tendiamo a non essere più visti come un fornitore, bensì un partner, chiamato a tempo debito per affiancarsi al nostro cliente nel ragionare su come creare percorsi o situazioni immersive che possano veramente fare la differenza là fuori. La parte consulenziale e di pre-produzione sta diventando sempre più importante, ma rimaniamo anche una realtà che continua e continuerà a generare i contenuti audiovisivi in-house, in modo da avere il pieno controllo dell’aspetto qualitativo di ciò che offriamo. Vedo il nostro brand come un catalizzatore di differenti skills e risorse. La parte neuroscientifica ne è stata la prova. Siamo in un periodo storico nel quale solo un mix tra varie discipline può essere la vera chiave innovativa. Dal punto di vista della realizzazione dei progetti, il nostro obiettivo è quello di dimostrare misurazione, tangibilità. Il nostro lavoro è molto artistico. E questo da sempre ha significato che l’aspetto estetico di quello che realizziamo guidi le scelte. Ma non è corretto. L’estetica è soggettiva. Nell’ambito retail, per esempio, i brand hanno bisogno di risultati oggettivi. Ecco perché da 2 anni stiamo lavorando per creare ambientazioni che siano certamente appaganti a livello visivo, ma anche emozionalmente attivanti a livello più oggettivo possibile, con la scienza. Per i brand è importante sapere che qualcosa porti risultato. L’approccio artistico non basta.

Nei prossimi anni, per quanto ambizioso, il nostro obiettivo è quello di porci come punto di riferimento nell’ambito delle esperienze immersive, soprattutto in ambito retail. Non siamo uno studio che realizza 10 progetti al mese. Ci siamo sforzati di cambiare anche in questo. Vogliamo dimostrare con pochi visionari progetti, come le nostre realizzazioni funzionino veramente. E concentrarci nel cavalcare l’onda del cambiamento. Adattandoci ai trend, ma continuando a costruire solide basi che garantiscano che il nostro approccio è diverso, ma funziona.



Mick Odelli, founder DrawLight, innovation consultant with a strong urge of expressing himself through digital augmentation. He’s specialised in visual and interactive technologies. His team’s job is to research, ideate, propose, and deliver immersive experiences through innovation and technology.

La confusione è il primo nemico di una buona vetrina. È fondamentale essere precisi ed ordinati non solo nell’allestimento – evitando quindi elementi fuori posto o in disordine – ma anche nei messaggi.

A cura di Redazione Cavalieri Retail

Sarà vero che in uno store costruito come si deve “anche l’occhio vuole la sua parte”? Senza dubbio gli elementi visivi – il cosiddetto visual merchandising – sono fondamentali per rendere un punto vendita attrattivo ed efficace.

In un contesto di sempre maggior concorrenza (offline e online) una cura degli elementi visivi consente di rafforzare l’immagine del brand, di incentivare gli ingressi nello store e di stimolare gli acquisti, in un redditizio circolo virtuoso.

Non possiamo però affidarci alla sola valutazione estetica per capire l’utilità dell’impatto visivo di un punto vendita: è impensabile valutare una vetrina di uno store Prada con gli stessi criteri che adotteremmo per una tela di Modigliani, è invece necessario comprendere in profondità gli scopi e le potenzialità di tutti gli elementi visivi di un punto vendita, per sfruttarli al meglio e raggiungere il cliente.

La vetrina

La vetrina di uno store è senza dubbio l’elemento con il potenziale più alto: è il primo punto di contatto fisico con il cliente, e può essere cruciale per veicolare il proprio messaggio. Ha lo scopo di instaurare una relazione tra il pubblico e il punto vendita, catturando l’attenzione dei passanti e raccontando in maniera chiara, diretta e enfatica i valori, lo stile e la personalità dello store. La sfida è sempre più complicata: negli ultimi anni infatti il pubblico è sempre meno sensibile alle vetrine, complice probabilmente la sovraesposizione.

Allestimento vetrina

Secondo uno studio osservazionale condotto da Cavalieri Retail in 3 centri storici italiani nel 2000 il 9,5% del pubblico che si trovava a passeggiare davanti a uno store sceglieva di fermarsi ad osservarne la vetrina; nel 2018 questa percentuale scende al 3,2%.

Certamente l’impostazione e l’allestimento di una vetrina dipende in gran parte dal tipo di storetarget, tipologia di prodotto, posizione – esistono però principi generali validi quasi universalmente, per sfruttare al meglio lo spazio più visibile del punto vendita.

  • LA VETRINA È UN MEDIA, NON UN CATALOGO

Uno degli errori più ricorrenti nell’impostazione di una vetrina è la scelta di esporre troppi articoli. Sarà capitato a tutti di passare davanti a vetrine sovraffollate, cariche di prodotti di ogni tipo, senza una logica o un principio di fondo.

L’allestimento dovrebbe essere capace di creare un punto focale dove far cadere lo sguardo del cliente. La vetrina non è un catalogo: non serve a mostrare ai potenziali clienti tutto l’assortimento dello store; il suo scopo, piuttosto, è raccontare una storia che coinvolga il pubblico e lo invogli ad entrare.

Il protagonista della vetrina non sono i prodotti, ma è il messaggio che si vuole veicolare: i prodotti diventano così strumenti al servizio della narrazione.

  • COMUNICA UN MESSAGGIO

La confusione è il primo nemico di una buona vetrina. È fondamentale essere precisi ed ordinati non solo nell’allestimento – evitando quindi elementi fuori posto o in disordine – ma anche nei messaggi. Una vetrina efficace trasmette un solo messaggio, chiaro ed efficace, che possibilmente coinvolga emozionalmente il pubblico.

Una buona pratica è cambiare molto spesso la vetrina, adattandola a momenti particolari del calendario (Halloween, San Valentino) o a caratteristiche particolari della collezione – senza mai sovrapporre i messaggi.

Cercare di dire troppe cose significa, in sostanza, non dirne nessuna: meglio scegliere un messaggio forte e dedicargli il giusto spazio.

  •  TRASMETTI IL TUO DNA

Mostrami la tua vetrina e ti dirò chi sei: un buon allestimento trasmette immediatamente l’identità dello store a cui appartiene, il suo DNA. Alcuni brand hanno fatto delle loro vetrine elementi di posizionamento e di riconoscibilità del brand: una vetrina Louis Vuitton, ad esempio, è immediatamente riconoscibile, anche senza nessun logo o indicazione specifica, e vale lo stesso per brand totalmente diversi, come Tiger o Intimissimi. I colori, le forme, i caratteri di una vetrina devono riflettere il DNA dello store, e imprimerli nella memoria del pubblico.

  • PARLA AL TUO TARGET

Anche se è posizionata nel punto più trafficato della via più frequentata della città, la tua vetrina non può parlare a tutti.

Coerentemente con tutti gli elementi di comunicazione del brand, anche la vetrina deve avere un target ben preciso su cui veicolare i propri messaggi.

Lo scopo dell’esposizione deve essere far entrare chiunque dentro lo store, ma essere un driver per portare verso l’acquisto il segmento di pubblico in target – e quindi più propenso alla conversione in acquisti.

L’allestimento interno

Gli elementi visivi di uno store ovviamente non si esauriscono con la vetrina, ma anzi trovano la loro massima espressione nei numerosi elementi di allestimento interno. Pannelli espositivi, totem digitali, manichini: tutto deve concorrere ad un’immagine coerente e che serva da supporto al cliente nella sua in-store experience. Un buon allestimento, a volte, può anche sostituire in parte il lavoro degli assistenti alle vendite, soprattutto nei momenti di maggiore affluenza di clientela. Anche per gli elementi interni di visual merchandising esistono principi di base, validi per ogni tipo di store.

Allestimento interno
  • CREA UN AMBIENTE ACCOGLIENTE

Cosa vede il cliente appena entra nel punto vendita? Ogni elemento è potenzialmente decisivo perché prosegua nella sua shopping experience, arrivando fino al momento dell’acquisto. Gli elementi visivi devono proiettare il pubblico in un ambiente dove possa trovarsi a suo agio e mai spaesato: servono indicazioni chiare, spazi ordinati e comprensibili, e coerenza con i messaggi trasmessi dall’allestimento della vetrina.

  • ACCOMPAGNA IL CLIENTE

Uno degli scopi dell’allestimento visivo è guidare il cliente, accompagnarlo in un percorso che gli faccia scoprire l’offerta dello store, attraversando tutte le sue aree ed esplorandone i valori. Per questo è indispensabile un allestimento chiaro, con zone ben definite e ordinate (per categoria, per brand, per modalità d’uso..) e con un corretto utilizzo di zone calde e fredde. In una shopping experience ideale il cliente dovrà essere incoraggiato ad esplorare gran parte dello spazio di vendita, e in ognuna di esse dovrà trovare coerenza e chiarezza.

  • COSTRUISCI UN’ESPERIENZA IMMERSIVA

Per portare un potenziale cliente verso l’acquisto è necessario costruire un percorso, che lo accompagni per il punto vendita, gli racconti i prodotti e lo proietti in un’esperienza in cui lui è al centro.

I prodotti devono essere messi in relazione tra loro, tramite allestimenti curati, pannelli integrativi o tool tecnologici, così da da rendere lo store non più un mero allestimento di oggetti, ma un luogo dove tutto è coerente e coordinato e dove il cliente può sentirsi protagonista.

Un ottimo esempio sono gli allestimenti IKEA, che costruiscono un ambiente immersivo che mette in relazione i prodotti, il cliente e i valori del brand. Il valore esperienziale dello store è quello che tra tutti può fare la differenza in maniera più incisiva rispetto alla concorrenza online.

  • EVITA IL SOVRAFFOLLAMENTO

Se un potenziale cliente esce dal negozio con la sensazione di non aver trovato “nulla di suo interesse”, probabilmente è perché c’erano troppi prodotti.

Un buon allestimento deve evidenziare ciò che è potenzialmente più interessante per il cliente target, aiutandolo a scegliere e motivandolo. Nell’allestimento mostrare troppo equivale a non trasmettere nulla

La cura del visual merchandising, insomma, è un processo che richiede precisione e metodo, prima ancora che creatività ed estro.  È necessario conoscere in profondità i valori del brand e quelli del pubblico di riferimento, e comunicare con coerenza, anche rispetto a tutte le altre aree di branded comunication, ricordando sempre che in ogni scelta di immagine e di allestimento, al centro deve esserci il cliente.

ETT negli anni si è espansa in Italia e oltremanica pur fermamente decisa a mantenere il suo cuore pulsante nel quartiere del Ponente Genovese dimostrando come si possa fare impresa rimanendo un’eccellenza tutta italiana.

a cura di Matteo Bonanno

ETT: DA GENOVA A LONDRA SOLUZIONI TECNOLOGICHE A 360°

Giovanni Verreschi

Nel 1996 nel quartiere di Sestri Ponente, a Genova, nasce uno studio associato di ingegneria, in pratica uno spin-off dell’Università di Genova – come lo definisce Giovanni Verreschi socio fondatore dell’azienda – che nel giro di soli quattro anni si trasforma in un’impresa che oggi dà lavoro a 130 persone.

Nel 2000, quindi, nasce a tutti gli effetti ETT, i suoi ingeneri si specializzano nello sviluppo di software per la pubblica amministrazione iniziando l’informatizzazione dei Centri per l’impiego grazie al Sistema Informativo Lavoro. Nel 2007 la piattaforma sviluppata da ETT viene adottata come modello dal Ministero del Lavoro e diventa punto di riferimento per tutta la pubblica amministrazione.

Il 2008 è l’anno della nascita della divisione New Media che da allora si occupa di allestimenti interattivi, digital heritage e comunicazione creativa.

I settori in cui le installazioni e le soluzioni sviluppate dall’azienda trovano spazio sono molti e vanno dagli eventi ai musei passando per il turismo e ovviamente per il retail. Gli strumenti utilizzati, poi, sono sempre studiati ad hoc per offrire la migliore esperienza possibile.

Realtà Virtuale, Digital Signage, Realtà Aumentata, Touch Technology e sviluppo di applicazioni la fanno da padrone nella progettazione delle soluzioni proposte dall’azienda.

Mirror Cube Bulgari, Design Week 2018

Negli anni ETT ha collaborato con alcuni dei più importanti brand italiani e internazionali. Dal mondo della moda con l’installazione per lo stand di Bulgari, durante la Milano Design Week 2018, di un cubo di specchi contenente fotocamere che permettevano lo scatto di un selfie a 360° al mercato delle supercar con l’allestimento del Museo Lamborghini a Sant’Agata Bolognese con un utilizzo massiccio di pannelli touch e contenuti in realtà virtuale e aumentata.



Due installazioni permanenti di Digital Signage create da ETT si possono trovare a FICO Eataly World a Bologna.

La prima è uno spazio creato per Noberasco – azienda ligure produttrice di frutta secca e disidratata – che si compone di uno stand di 20 metri quadrati completamente costruito in legno ed acciaio patinato. Le unità multimediali al suo interno raccontano la produzione di frutta secca nel corso dei più di cento anni di storia del brand.

Noberasco

 Il layout si compone di due postazioni touch con informazioni riguardanti le materie prime utilizzate nella produzione, quattro tablet per la realtà aumentata che, tramite scan di un QR code presente sul packaging dei prodotti ne mostrano le caratteristiche in maniera dettagliata, e un monitor con postazione di realtà virtuale che portano il visitatore in un tour degli impianti di produzione.

Il secondo grande stand è dedicato proprio a Lamborghini ed è un ‘world showcase’ che racconta la storia del marchio, la leggenda ed il Museo. Consiste in un’area di cinquantaquattro metri quadrati allestita con gusto contemporaneo in linea con l’immagine del brand ed offre un’esperienza multimediale.

Utilizzando video emozionanti, tre chioschi verticali raccontano la storia dei prodotti e spiegano le diverse autovetture. Due di questi mostrano, all’interno di teche, un volante da corsa e un cerchione, collegando l’installazione alla realtà, accompagnata da eleganti effetti di luce. Il tutto è coadiuvato da un touch-table su cui passano diversi contenuti riguardanti l’ecosostenibilità, il ciclo di produzione e tutte le novità riguardanti il Museo di Sant’Agata Bolognese.

ETT negli anni si è espansa in Italia ed oltremanica con diverse sedi, di cui una a Londra, ma nonostante questo è fermamente decisa a mantenere il suo cuore pulsante nel quartiere del Ponente Genovese, dimostrando come si possa fare impresa e innovazione rimanendo orgogliosamente un’eccellenza tutta italiana.

Gli store si trasformano, diventando dei veri e propri percorsi esperienziali il più possibili interattivi e coinvolgenti.

a cura di Michela Turco
La Nike Experience

Il settore del retail sta subendo un processo di cambiamento dettato da numerose variabili, e sta alla bravura e alla creatività dei brand e degli store di rimanere al passo con i tempi, di ricercare soluzioni innovative, in realtà che esigono sempre più genialità e dove il consumatore sembra sempre non accontentarsi mai.

Oggi si sente sempre più parla di Experience Design: si presta sempre più attenzione alla creazione e alla cura di spazi per renderli il più possibile stimolanti ed entusiasmanti per i consumatori.

Così gli store si trasformano, diventando dei veri e propri percorsi esperienziali il più possibili interattivi e coinvolgenti.

Il design accattivante e gli arredi particolari si accompagnano alle nuove tecnologie come le vetrine interattive, la realtà aumentata o i touchpoint. Ma non basta.

E’ questo il caso di Nike, colosso dell’abbigliamento sportivo conosciuto in tutto il mondo.

Nel Novembre del 2016 Nike ha aperto a New York, nel quartiere di Soho, un negozio all’insegna dell’esperienza personalizzata e dell’interattività, con un connubio perfetto tra servizi e prodotti, dove le parole coinvolgimento ed efficienza risultano essere chiave per questo successo.

Lo store si struttura in cinque piani per un totale di 6.000 mq ed ogni spazio è stato studiato al dettaglio per intrattenere, sorprendere ed emozionare chiunque vi entri. Il piano terra è denominato The Stands, è un’area  “salotto” che rappresenta il punto d’ incontro per il Nike Running Club: una zona dedicata agli eventi e alle conferenze. Altri sono gli spazi presenti nel negozio, come la Running Trial Zone (1° piano per le donne e 3° per gli uomini) che permette di allenarsi su tapis roulant di fronte a uno schermo che proietta immagini di Central Park.

 

In un diverso piano si trova la Soccer Trial Zone un’area in cui si estende un campo di 400 mq di erba sintetica, in cui il personale ti invita a giocare e nel frattempo spiega le caratteristiche e i vantaggi del prodotto che stai provando.

All’ ultimo piano è situata la Basketball Trial Zone, l’intera area è circondata da schermi che trasmettono immagini e suoni, in modo tale da regalare a chi sta giocando un coinvolgimento totale. In questo modo si possono provare le scarpe e allo stesso tempo fare delle esercitazioni personalizzate. Si possono seguire test di abilità dagli schermi digitali o dal personale mettendosi così alla prova per testare le proprie abilità.

 

Ovviamente all’ interno del negozio si possono acquistare vari prodotti, abbigliamento e scarpe, con una zona dedicata all’ esposizione di quest’ultime.

La particolarità sta nella scelta dell’esposizione, le scarpe infatti si trovano dentro teche di vetro. Questa è la capacità di Nike di generare in chi compra una sensazione di esclusività della marca, quando in realtà quest’ultima è tra le più popolari e vendute.

In un’epoca in cui i negozi fisici stanno scomparendo, Nike è riuscita a trovare un giusto equilibrio tra fisico e digitale, delineando la strada dei nuovi store nell’era dell’omnicanalità.

Naturalmente il personale in store gioca un ruolo fondamentale. All’ interno del negozio, dei veri e proprio esperti di stile aiutano il cliente a scoprire il proprio look ginnico ideale.

L’ esperienza del cliente, fa dunque da protagonista in questo nuovo modo di fare retail, dove nulla viene lasciato al caso e chi entra non trova dei semplici commessi, ma del personale esperto, che sa guidare e consigliare il prodotto ideale, perché come dice Heidi O’Neill, Direct to Consumer alla Nike, “lo store offre un’esperienza sportiva personalizzata.”

 

 

 

Un think tank per immaginare il futuro dei brand

a cura di Michela Turco
Il concetto di HUB nasce come contenitore di idee, attori e di diverso tipo, che convergono e coesistono per offrire delle soluzioni integrate.

L’obiettivo principale è quello di sfruttare la connessione ed il confronto fra più elementi e competenze per ottimizzare le risorse e i processi produttivi e per creare un terreno fertile per lo sviluppo di nuove idee e progetti. All’interno dell’HUB la struttura verticale che parte dal produttore per arrivare al consumatore finale, si trasforma in una piattaforma che pone tutti gli attori sullo stesso piano, collegati fra loro e con un forte orientamento al risultato.

Gli HUB trovano applicazione in molti settori diversi fra cui: tecnologico, fashion, alimentare, arte e cultura, servizi e consulenza.

In Italia, un esempio di Hub nel mondo retail è stato avviato da Accenture a Milano, con il nuovo Accenture Customer Innovation Network , che va ad integrarsi alla rete globale che comprende Bangalore, Chicago, Manila e Singapore.

Si tratta di un luogo fisico e think tank dove è possibile immaginare, esplorare, scoprire e sviluppare nuovi servizi digitali,  ad esempio social media, applicazioni mobile, intelligenza artificiale.

Accenture, in questo modo, aiuta i propri clienti ad accedere ad un ecosistema di innovazione che riunisce start-up, esperti di settore, università e partner tecnologici, dove è possibile lanciare prodotti e servizi disruptive sul mercato.

Le aziende sperimentano un Innovation Journey, un percorso di innovazione in cui testare nuovi modelli di business e creare/analizzare l’esperienza del consumatore.

 

Innovation Journey

 

Gli spazi del centro Accenture sono suddivisi per aree tematiche. Inoltre, è stato allestito uno store all’interno del quale l’utente può  vivere un’esperienza multicanale.

Tra i vari progetti, Accenture ha collaborato con COOP per realizzare un innovativo Supermercato del Futuro, creando connessione tra fisico e digitale. Il punto vendita inaugurato a Milano è un ambiente innovativo che consente al consumatore di avere informazioni dettagliate sui prodotti migliorando l’orientamento del consumatore all’interno del punto vendita.

Collaborando con Avanade, una joint venture tra Accenture e Microsoft, Accenture ha aiutato Coop a implementare l’infrastruttura IT per sviluppare touchpoint nel punto vendita. Diversi sono gli elementi introdotti: banchi interattivi, scaffali verticali e visualizzazione dei dati in tempo reale.

 

 

 

a cura di Mauro Minniti
Chi sono gli hubbers del futuro?
Che servono per progettare uno spazio (sia fisico che digitale) che diventi una piattaforma di progetti, di rapporti, di idee, di esperienze?
Costruire un hub. Quando penso a come potrà evolvere il commercio del domani,  mi vengono in mente due variabili che dovranno essere tenute in considerazione con maggiore rilevanza: il valore del tempo libero e la condivisione del tempo con la famiglia. Si tratta di due punti che possono guidare la progettazione di nuovi spazi, luoghi di intrattenimento e consumo. 
Esperti di marketing insieme ad architetti e sociologi per progettare i nuovi luoghi di intrattenimento e di shopping in un unico hub aggregativo, dove scelgo di recarmi insieme alla mia famiglia per trascorre del tempo in un ambiente confortevole, anche all’aperto, sicuro e con il verde, dove si può giocare, passeggiare e volendo, fare acquisti.
La destinazione così progettata non nasce con l’unico obiettivo dello shopping, ma si sviluppa attorno a questo concetto rispondendo a importanti bisogni di aggregazione, condivisione del tempo e valorizzazione dell’individuo e delle famiglie.
Un buon esempio di questo concetto sopra descritto, si può trovare nel nuovo Shopping District di Milano City Life. Costruito dopo le residenze abitative, di fatto ne costituisce un ponte e un collegamento con il resto della città, che trae beneficio da questo nuovo punto di incontro urbano. Il fil rouge di questo luogo è l’intrattenimento aggregativo oltre all’offerta di servizi correlati al tessuto urbano. 
Il centro si sviluppa insieme a uno parco verde, che diventa un ulteriore elemento di attrazione. Vediamo nel dettaglio come si struttura. 

 

 

Con superficie di 32.000 mq, è composto da 3 aree collegate tra loro. Il Mall coperto su 2 livelli, progettato da “Zaha Hadid Architects”, ospita negozi, la ristorazione e un cinema multiplex; una piazza centrale all’aperto, circondata da negozi e servizi, oltre ad una galleria commerciale, sempre open. 

 

 

L’area food conta un totale di 20 unità, con insegne che fanno dell’aggregazione ad ogni ora il loro punto di forza: “California Bakery”, “Panini Durini”, “That’s Vapore”, “Svinazzando”, “Bomaki”, “Cioccolatitaliani”, sono a mio avviso i più riusciti.
L’offerta moda e accessori vanta circa 40 brand, a cui di aggiunge l’area dedicata all’home design e alla tecnologia come “Huawei”, che apre qui il suo primo flagship store in Europa, “Democracy Design”, “R-Store Apple Premium Reseller”, “DJI”, leader mondiale nella produzione di droni.
Vi sono poi  protagonisti dell’offerta dedicata alla salute e al benessere, come la clinica  estetica “Juneco”, il primo salone “Nashi Argan” al mondo, dedicato alla cura e alla bellezza di pelle e capelli, “Centro Salus”, “Il Barbiere” e “Centro Diagnostico Italiano (CDI)”.
 La superficie grocery è affidata a “Carrefour Italia”, che apre con l’insegna market gourmet, concept che unisce all’esclusività dei prodotti un ambiente rilassante e di design. 
“Cinema Anteo” è al centro della parte entertainment con 7 sale di proiezione per una capienza di 1.200 posti. Da notare le comodissime poltrone doppie, che sembrano un divano di casa, e offrono la possibilità di condividere il tempo durante la visione in modo ancora più comodo.
E poi la boutique “Nespresso”, leader nella produzione di caffè porzionato di alta qualità, cha ha un layout innovativo, che offre al cliente un’esperienza sensoriale alla scoperta del mondo del caffè con degustazioni personalizzate.
Da non dimenticare l’area bimbi, sia al chiuso che all’aperto, il servizio nursery, per chi deve cambiare il pannolino al proprio piccolino, oltre ad un calendario di eventi ed un magazine online.
si presenta come una piattaforma aggregativa che offre servizi e valore a Milano e ne chiede in cambio la giusta attenzione. Il posizionamento al 160 esimo posto fra le attività da svolgere in città segnalato da TripAdvisor sembra ricambiare questo progetto di impulso e sviluppo della città.

 

a cura di Michela Turco
ll web, da solo, non basta! Il fisico rimane ancora il luogo dove si preferisce acquistare, quando offre un’esperienza di acquisito coinvolgente e al passo con le aspettative del consumatore.

A differenza del digitale, il retail fisico ha il vantaggio di poter contare sulla fisicità e dunque sulle possibili interazioni con i prodotti e le persone per suscitare emozioni e sentimenti.

Il design e l’architettura in store sono elementi che accentuano l’esperienza di scoperta e la comprensione dei valori del brand.

L’unicità dello spazio è essenziale, deve catturare il consumatore e saper comunicare un particolare lifestyle e un insieme di valori in cui il consumatore possa riconoscersi.

Il retail design ha, infatti, lo scopo di umanizzare gli spazi fisici, costruendo, arrichendo e incoraggiando nuovi rituali e nuove esperienze  che possano determinare una forte identità del brand. Il sistema di relazione con il cliente deve essere multicanale e multisensoriale: il consumatore viene coinvolto in un’esperienza a 360°, partendo dall’architettura del luogo, ai servizi offerti alla comunicazione.

Un esempio in cui l’Experience design la fa da padrone è  il nuovo concept store di Starbucks. I piani aziendali prevedevano un centinaio di aperture dedicate esclusivamente alle linee Reserve, tra cui Milano. Il nuovo format è dedicato alla torrefazione e all’educazione al buon caffè. Starbucks ha così pensato di riformulare la Coffee Experience attraverso un nuovo studio del design in store, al fine di creare un’esperienza unica per il consumatore. Si tratta di uno store premium focalizzato sull’esperienza nel core business dell’azienda: il caffè.  Una tasting room e uno spazio riservato alla torrefazione permettono al cliente di immergersi nel processo di lavorazione.

Nella parte di Experience Bar i clienti possono approfondire e degustare le varie miscele di torrefazione.

L’arma vincente degli store fisici, prendendo spunto da quanto fatto da Starbucks, sarà quella di realizzare un’esperienza immersiva per il cliente, che coinvolga i 5 sensi e lo renda partecipe di quali sono i processi produttivi.