Alimentare

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Si tratta di ospitare in casa di sconosciuti di cui si sa qualcosa attraverso i meccanismi di creazione di fiducia tipici dei social. Qualcosa di totalmente diverso dal ristorante.

Group of friends and family dining overhead view
a cura di Andrea Pugliese

Adorate cucinare, avere amici a tavola, capire come il cibo e la convivialità generino dinamiche di relazione, accoglienza, affetto e comprensione? Volete praticare le lingue in un contesto informale (casa vostra)? Il social eating fa per voi.

Si tratta di ospitare in casa di sconosciuti di cui si sa qualcosa attraverso i meccanismi di creazione di fiducia tipici dei social, con cui la naturale riservatezza viene compensata dalla curiosità e dalla sensazione di poter vivere qualcosa di unico. Qualcosa di totalmente diverso dal ristorante.  

Nel social eating le persone pagano per mangiare a casa tua. Tu fissi il prezzo e la piattaforma che mette in contatto e gestisce le transazioni ci aggiunge un 10% per il proprio servizio.

Il perché farlo e perché può a grandi linee dividere il modello in due grandi categorie:

I social chef ‘disinteressati’

Ti iscrivi con le tue credenziali social, descrivi l’ambiente della cucina, il fatto che a tavola potrebbero ritrovarsi anche bambini, metti foto di un po’ di piatti possibili a titolo di esempio. Non fai nulla di attivo, ti limiti a segnare le giornate in cui puoi ricevere ospiti. Puoi aggiungere se sei disponibile a farli cucinare con te o a ipotizzare un giro mattutino al mercato assieme. Una buona piattaforma internazionale per questa formula è www.eatwith.com 

Se tutto questo (unito alle recensione fatta su di te da ospiti precedenti) convince qualcuno, ti contattano e ti arriva una mail tipo “Nadine e 3 suoi amici vorrebbero cenare da te il 27, accetti?” Se il profilo di Nadine ti convince, e le sue eventuali  richieste anche (es celiaci, vegetariani, vegani), accetti e li aspetti nella sera e all’ora concordata.  Gli ospiti  sanno che sarete a tavola con loro a parlar di cinema, di Italia, viaggi, a dare consigli, a rispondere domande sul costo degli affitti nella mia zona, sulla provenienza dei porcini che hai accoppiato al pesce spada, sui quadri che hai alle pareti. Il cibo sarà una sorpresa per tutti.  Lo fai perché vuoi conoscere, sei curioso e vuoi parlare le lingue.

I social chef ‘semiprofessionali’

Organizzano, sempre a casa, cene più strutturate.

Una piattaforma italiana perfetta allo scopo è www.gnammo.it . In questo caso chi apre la propria casa a ospiti presenta la cena, in una data scelta,  per un menù esplicitato per intero dal principio. Spesso si tratta di eventi aperti a numeri maggiori (anche fino a 15-20 partecipanti).

Da Gnammo

Anche in questo caso, la reputazione conquistata con precedenti cene favorisce la scelta e rassicura tutti. L’organizzatore rilancia l’evento creato dalla piattaforma attraverso i propri social e con le proprie mailing list. Vi è dunque un serio lavoro di comunicazione non presente nel caso precedente e da cui spesso dipende la riuscita della serata.   Sono cene conviviali, dove i commensali tra loro spesso non si conoscono e, anzi, usano l’occasione per allargare la cerchia delle relazioni, sia in ambito professionale che amicale. Per questa ragione è più bassa la presenza di stranieri, al tavolo si parla più spesso italiano. In questa tipologia la regia della serata è più complessa, il cuoco più impegnato. In molti casi ciò è favorito dal fatto che le cene sono tematiche o c’è un ospite di riguardo (architetto, attore, …), e magari qualcuno che suona.

Responsabilità, fiscalità, rapporti con i vicini di casa? 

Come molte pratiche di Sharing Economy, il social eating intercetta bisogni e necessità reali e la realtà è anni avanti alla normativa, agli interessi corporativi, ai vuoti discorsi su certo turismo ‘esperienziale’ fatti dai teorici. Porta turisti nelle periferie e riempie di ricordi i carnet di viaggio. È bello, e mentre lo fai ti rendi conto che è intelligente, utile e mischia le idee generandone di nuove.   

E’ tutto poco definito nel dettaglio.

Sia chiaro: non si fa vera ristorazione ma si invitano persone a casa. 

Finché non c’è vero guadagno per chi ospita, si tratta di ricevere dai presenti un contributo al costo della spesa. Per chi invece guadagna – e lo fa spesso – esistono i commercialisti, le leggi e la propria coscienza. 

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Gestire contenuti, inventarli, declinarli sui vari mezzi, cercare di dare ai lettori dei contenuti per primi. Ecco la nuova strategia per essere leader di settore nel food. E non solo.

a cura di Davide Pellegrini

Intervista a , professione publisher e content manager tra i più apprezzati nel settore culturale del paese, tra arte e food.

Pur provenendo dal settore bancario hai consolidato negli anni una importante competenza nel content management. Per dirla chiaramente, sei un professionista che lavora nella progettazione dei contenuti dall’arte al food. In cosa consiste esattamente il tuo lavoro e come è cambiato nel tempo?

Massimiliano Tonelli

Esattamente questo. Gestire contenuti, inventarli, declinarli sui vari mezzi, cercare di dare ai lettori dei contenuti per primo nei settori in cui opero. Negli anni l’approccio non è cambiato. Si è adeguato un po’ il linguaggio, si è affinata la conoscenza dei vari ambiti e si è messo in linea il tono di voce con quello che l’ecosistema mediatico in cui siamo necessita: una grande differenza è stata determinata dallo strapotere, peraltro ora in fase di assestamento, dei social media.  

Da lungo tempo ormai hai un rapporto con il gruppo Gambero Rosso. da Artribune, magazine online dedicato all’arte contemporanea e ormai leader indiscusso di settore alla rivista del Gambero. Quale è la strategia editoriale del gruppo e con quale logica sei riuscito a cucire interessi così eterogenei? 

La strategia è stata piuttosto lungimirante direi. Ovvero mettere la stessa persona ad occuparsi di due temi che qualche anno fa (2012) sembravano distanti ma che negli ultimi anni sono arrivati ad un livello straordinario di convergenza. Oggi la griglia semantica del mondo del cibo e quella del mondo dell’arte sono quasi sovrapponibili, si tratta in entrambi i casi di raccontare nuovi progetti, nuove aperture, nuove tendenze, nuovi e meno nuovi talenti e soprattutto si parla di raccontare la creatività e i processi creativi che la determinano. In maniera intercambiabile sui due settori e molto stesso in sinergia. 


Parliamo del food. Grande inflazione di contenuti di ogni tipo. Dai canali istituzionali tradizionali ai media cosiddetti informali. Dalla TV a YouTube. Guru, cooking shows, telericettari ovunque. Non ti sembra che la scena sia un poco troppo inflazionata? In un panorama simile come può un utente selezionare la qualità del contenuto?

È una bellissima sfida per noi che siamo un media verticale in questo mondo. Gran parte del “nostro” lavoro, di quello che abbiamo fatto come Gambero Rosso per decenni, oggi lo fanno altri visto che tutti parlano di cibo dalla tv ai grandi prodotti editoriali generalisti. Questo ci spinge ai margini del discorso, fuori dal cuore main stream. E questo è super stimolante: significa cercare contenuti, inventare contenuti, avere una visione che i media generalisti non possono e non vogliono avere. Chi vuole contenuti rassicuranti e normali ha tantissime fonti, chi vuole fare scoperte e scovare chicche deve venire da noi. Naturalmente siamo nicchia, ma una nicchia fertile, evoluta, di grandissimo valore.  

Il Gambero, ricordo la Città del Gusto, è un precursore di format. Cooking shows, food theatre, formazione esperienziale e grande attitudine al coinvolgimento di una community di appassionati. Come sei riuscito a trasportare questo mood (curioso, la correzione automatica trasforma mood in modo) nella rivista attuale?

La rivista attuale è stata progettata guardando molto a quello che il Gambero Rosso faceva negli anni Ottanta e soprattutto Novanta. Quello che stiamo cercando di fare è un newsmagazine culturale, che utilizza il mondo del cibo, del vino, del territorio, dei produttori, degli allevatori, dei viaggi come dispositivo culturale. Come scusa per parlare di impresa, di paesaggio, di creatività.  

Città del gusto

Ci parli del nuovo Gambero Rosso? Stile editoriale, idee, taglio degli articoli. Che cosa i sei inventato stavolta?

Una rivista completamente rivoluzionata che, puntando su firme di qualità (ne abbiamo fatte entrare decine in questo primo anno post restyling), si poggia su tre pilastri: belle foto fatte appositamente per noi, illustrazioni e infografiche e mappe. Un giornale utile, da usare, che ogni volta che si compra “insegni” qualcosa. Senza rinunciare alla piacevolezza della lettura e a imponenti supporti iconografici. Una sfida ambiziosa necessariamente low cost (oggi è molto complicato investire su riviste di carta, come si sa) ma che ha avuto un bel riscontro sia in termini di vendite e abbonamenti sia in un bel ritorno di pubblicità, inserzioni e progetti realizzati assieme con le aziende.  

Obiettivi futuri?

Per quanto riguarda Artribune vorrei creare una scuola di formazione. Per quanto riguarda invece il Gambero vorrei portare sul nostro sito web tutte le tante guide gastronomiche che l’azienda edita. Ecco i due obbiettivi per il 2019 

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Nick Difino, food performer con un curriculum tra l’esperto di marketing e l’artista. Istruzioni per usare il food come contenuto di spettacolo.

a cura di Davide Pellegrini

. Io ti conosco come food performer, con uno di quei curriculum tra l’esperto di marketing e l’artista che lascia davvero a bocca aperta. Partiamo da questa cosa dell’usare il food come contenuto di spettacolo. Dopo una fase da giramondo sulle navi da crociera (c’è chi partendo così è diventato Presidente del Consiglio), decidi di dedicarti alla food experience. Ci parli di come ti sei inventato il format con Roy Paci e di cosa si tratta?

Foodloop Performance, Nick Difino e Roy Paci

Roy è stato ospite della mia seconda serata di food, spinto da Donpasta che è stato il primo in assoluto. Il format nasce da alcune considerazioni fatte intorno all’idea di divulgazioni di informazioni. Si cominciava a parlare di “infotainment” dunque io decisi di fare “eat-ertainment”, un metodo per far passare informazioni con la formula del gioco e del divertimento.
Con Roy si parlava tanto di
“gastrofonia” e cioè del legame tra cibo e musica, tra micro vibrazioni sonore e energetiche. Ci siamo spinti oltre la scienza e la metafisica e abbiamo insonorizzato ricette e reso un corpo alle parole. Insomma abbiamo giocato a fare gli artisti. In cucina.

Come entertainer sei molto bravo. Ho visto spesso tue trasmissioni e devo dire che catturano l’attenzione piacevolmente. Su Sky insieme a Simone Salvini hai condotto Vegetale, show dedicato alla cucina vegetariana biologica. Ci racconti questa esperienza? 

Conoscevo già Simone Salvini da qualche tempo, avevamo condotto sessioni di hackathons insieme e avevamo ragionato sul concetto della cucina Vegetale, più che vegetariana o vegana. Ci piaceva l’idea di una nuova definizione neutra e senza accezioni pregiudizievoli legate alle modalità.
Quando Alce Nero strinse l’accordo con Gambero Rosso, la direzione pensò bene che il programma dovesse essere condotto da entrambi e
poiché io ho lo spirito di un bambino e chiedo sempre “perché”, fu un ottimo modo per far parlare Simone che è un gran sapientone.

Mi sembra che, al di là dei format tra performing e scrittura, tra Tv e altro, i tuoi lavori indichino un coinvolgimento più “ politico” sul tema della sana alimentazione.  Sbaglio?  

Non sbagli. Sono fondatore del Fooding Social Club e Ambassador del Future Food Institute con una serie di azioni più mirate per generare consapevolezza sui prodotti e sulla cultura .
Sai, la politica la facciamo un po’ tutti anche in maniera involontaria. 
Se io scelgo di consumare un pomodoro anziché un altro ho spostato attenzioni e economie, ho fatto politica.
Lo scaffale del supermercato è un’urna dove si consuma una continua votazione per l’uno o per l’altro.
Le nostre scelte sono importanti.


Una delle cose che mi interessa molto è aver unito i temi della sostenibilità, della produzione biologica al format dell’hackaton. Come ti è venuta l’idea?

Ci fu richiesto di analizzare la percezione del cibo biologico e ci fu chiesto di trovare una exit strategy dal pregiudizio. E ci fummo felici di applicarci nella scoperta di queste connessioni.

Ci racconti questo bellissimo lavoro, il documentario Alla Salute?

TRAILER ALLA SALUTE BIOGRAFILM_ from OFFICINEMA DOC on Vimeo.

E’ il mio videodiario di quando mi sono ammalato di cancro nel 2015. Ogni giorno mi sono ripreso e mi sono raccontato: il bene, il male, la disperazione, la paura, la gioia.
Ho raccontato cos’è un corpo malato, cos’è la malattia e la guarigione. Il tutto attraverso lo strumento del cibo come pozione salvifica del corpo e dello spirito. Specie dello spirito.
Abbiamo evitato il declivio dell’autoreferenzialità e abbiamo puntato sulla condizione umana filtrate attraverso le relazioni sociali, le origini e tradizioni nelle quali il cibo, strettamente correlato con il corpo, restituisce la catarsi, prolungando la sensazione condivisa di poter usufruire di momenti di serenità anche all’interno del più profondo dei drammi.
Siamo stati pluripremiati al Biografilm di Bologna ricevendo il premio della critica ma anche quello del pubblico, poi abbiamo preso anche il primo premio al Human Rights Film Fest di Orvieto. Insomma, è abbastanza gratificante per un docufilm che viaggia sempre su una linea sottile tra un atto di paura e una sfida al coraggio, tra una scongiura e puri atti di follia. 
E’ un film che abbatte i tabù e che si rivela conduttore di un senso di fortuna e di grazia.
Alla Salute è un docufilm piangere e ridere ed è altamente formativo. Specie per me.

Un'applicazione che facilita la lettura degli ingredienti a partire dal riconoscimento del codice di prodotto. Ecco come la tecnologia cambia il mercato alimentare.

a cura di Redazione

Il mercato dell’alimentazione sta cambiando. Entrano ormai in gioco applicazioni e piattaforme che, al di là dei servizi, offrono contenuti, come ad esempio le informazioni per essere più consapevoli di ciò che si mangia. Abbiamo intervistato Luciano Venezia, co-founder di EDO.

Sembra davvero esploso il mercato delle app per facilitare la comprensione della sana alimentazione e della cultura dei prodotti che usualmente consumiamo. Come vi è venuta l’idea e che riscontri sta avendo?

Il trend che vede i consumatori sempre più attenti verso ciò che mangiano è in costante crescita da anni e trova la sua massima espressione quando incontra la tecnologia. Lo strumento tecnologico più diffuso in questo momento storico sono gli smartphone, cosa che rende le app il mezzo ideale per comunicare con le persone. Edo ha iniziato a muovere i primi passi nel 2014 e, nel corso degli anni, ha avuto un riscontro sempre maggiore, fino a raggiungere ad oggi 500mila utenti registrati in Italia. Una community attiva che contribuisce al successo dell’app e che viene utilizzata sia durante la spesa al supermercato che a casa. È stato positivo anche il nostro “esperimento” inglese, un mercato sicuramente meno sensibile di quello italiano ma forse tecnologicamente più preparato.

Edo, applicazione per la consapevolezza

Per il design di un’applicazione così specifica immagino ci siano volute competenze quanto più eterogenee. Da chi si occupa della programmazione della digital user experience ai contenuti veri e propri. Nutrizionisti, dietologi, content manager. Ci descrivi che tipo di professionisti avete coinvolto?

Il team di Edo è fortemente eterogeneo: le due componenti fondamentali sono sicuramente quelle legate al mondo “nutrition” e al mondo “tech”. Nel primo caso parliamo di tecnologi alimentari e dietisti, supportati dalla facoltà di Scienze e Tecnologie Alimentari di Cesena. Il mondo tech coinvolge invece gli sviluppatori che hanno costruito l’app, a cui si sono affiancati specialisti nella UX/UI per ottenere un risultato ottimale e che tiene conto delle necessità degli utenti. Fondamentale è stata anche la gestione finanziaria, critica per una startup che si trova a dover gestire tutto con poche risorse.

Un’applicazione del genere mancava sul panorama. Tendenzialmente facilita la lettura degli ingredienti a partire dal riconoscimento del codice di prodotto. Come avete raggiunto un accordo con le catene di distribuzione o i produttori? 

La difficoltà principale l’abbiamo avuta proprio nella costruzione del database dei prodotti. Creare un canale di comunicazione con tutti i produttori o con le catene è molto complesso, sia da un punto di vista gestionale che strutturale: c’è una mancanza di digitalizzazione notevole, bisognerebbe cambiare radicalmente il modo di lavorare nel settore. Questi motivi ci hanno spinto dunque a chiedere anche il supporto dei nostri utenti nel recupero delle informazioni: tramite l’app ci vengono inviate le foto dei nuovi prodotti, che vengono prontamente inserite nei nostri sistemi da persone specializzate. La qualità del dato è per noi imprescindibile, visto che trattiamo tematiche delicate come allergie o intolleranze: oggi è sicuramente un asset aziendale di gran valore e che mettiamo a disposizione anche di altre aziende.

Abbiamo detto che c’è nel pubblico maggior necessità di consapevolezza circa l’alimentazione, ma la mia curiosità è: qual è il business model di un protetto del genere?

Il business model è sempre la parte più delicata di un progetto: inizialmente siamo partiti con un modello B2C, orientato a monetizzare su contenuti avanzati forniti agli utenti. Ci siamo però accorti che non era un modello sostenibile, per questo motivo ci siamo spostati progressivamente verso il mondo B2B, offrendo alle aziende le competenze che abbiamo maturato nel corso di questi anni. L’obiettivo finale è vedere Edo incorporato all’interno delle GDO, per offrire un’esperienza di acquisto innovativa e tecnologicamente avanzata. Stiamo lavorando in questa direzione e speriamo di raggiungere accordi importanti durante il corso dell’anno.

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In tempi non sospetti, quando la televisione non era ancora terra di conquista di food show di tutti i tipi, DonPasta comincia a lavorare sul tema della divulgazione della cultura alimentare con progetti di scrittura, spettacoli, performance.

Foto di Tamara Casula
a cura di Davide Pellegrini

Daniele De Michele è un precursore. Quando ancora non se ne parlava ha avuto l’intuizione e il merito di aprire il settore del food performing, ha cominciato a divulgare il verbo della sana alimentazione e dell’importanza delle tradizioni culinaria, alternando come artista, gastronomo e divulgatore. Per tutti è DonPasta.

Partiamo dall’inizio. In tempi non sospetti, quando la televisione non era ancora terra di conquista di food show di tutti i tipi, DonPasta comincia a lavorare sul tema della divulgazione della cultura con progetti di scrittura, spettacoli, performance. Food Sound System risale al 2001 e cinque anni dopo diventa un libro. Ci racconti quale è la filosofia di DonPasta e come hai ideato il format del cooking dj set?

Cooking Dj Set

In effetti a quei tempi c’erano pochi spazi per parlare di cibo. Slow Food e Gambero Rosso iniziavano la loro ricerca sulle eccellenze. Io per predisposizione personale già da allora mi contentavo di raccontare le piccole emozioni delle feste tra amici con i Sud Sound System tra reggae e friselle. Mi piaceva raccontare della cucina popolare, della cultura millenaria che c’era dietro. Avevo come ispirazione i racconti a Barcellona di Montalbano, di Izzo a Marsiglia e di Erri De Luca a Napoli. L’idea buffa di unire i miei vinili e la cucina delle nonne è uscita in modo molto spontaneo, ma mi accorsi che aveva un suo senso simbolico e estetico. Da li nacque Donpasta, da una festa tra amici tra parmigiane, reggae, terre incontaminate e pesce appena preso da una piccola barchetta. Il mio sud insomma. 

Sei un economista con un Master in scienze gastronomiche e una vocazione antropologica. Conosci il valore economico del cibo ma, soprattutto, hai fatto ricerche importanti sulle culture tradizionali e sulle tipicità locali. Dalle Nonne d’Italia al ricettario di cucina Artusi Remix del 2014 hai collezionato storie e piatti. Cosa lega questa memoria popolare alle nuove urgenze di innovazione, sostenibilità ed economia circolare?

Artusi Remix

Sono di quelli che pensano che il modello capitalistico così come è non è sano in generale per la distribuzione delle ricchezze e per gli effetti sul pianeta terra. Uso il mondo del cibo per dare una prova approfondita degli effetti nefasti dell’industria agroalimentare su un popolo, sulla terra, sui mestieri, sulla salute, sulle economie locali. Mi sono concentrato dunque sull’investigazione della cucina popolari prima con la scrittura di Artusi Remix in cui ho raccolto 500 ricette tradizionali da nord a sud, poi ho filmato tante nonnine che cucinavano per me, per finire con il film I Villani. Il senso di questa operazione è che la cucina popolare si svela come modello di economia più sano al modello capitalistico di cucina se si osserva il rapporto con la salute (dieta mediterranea), con il commercio (una filiera corta ante-litteram), l’ambiente (il rispetto delle stagioni). 

Una domanda provocatoria. Come giudichi il proliferare di trasmissioni televisive e show dedicati al food? Non c’è, secondo te, il pericolo che l’eccessiva spettacolarizzazione possa contribuire a inflazionare il settore abbassando gli standard qualitativi effettivi della cultura alimentare?

La cosa è controversa. Prima che arrivasse Slow Food i grandi supermercati stavano per diventare imperanti. Prima che i grandi cuochi arrivassero nei media la moda era il sushi. appassionarsi alla cucina non è così male. Ciò che contesto è che non può reggere l’impatto della globalizzazione una cucina mediatica, avanguardista, uguale ovunque nel mondo. Credere di dimenticare l’origine della cucina italiana, che abbiamo ereditato da millenni di scambi culturali è pressoché folle, oltre che assai deleterio. La cucina così come si è costruita è un fatto sociale e culturale, non un fatto tecnico e edonista. 

Hai partecipato a numerose trasmissioni tv pur mantenendo autonomia creativa in progetti di performance, scrittura (con numerosa pubblicazione di libri) e altre forme artistiche. Mi ha incuriosito molto la gestazione de I Villani. Ce ne parli?

I Villani sono stati la mia dolce tortura. Da un punto di vista personale posso attestare che la moda della cucina mediatica si è poco interessata a questa ricerca. Avrei tanti di quegli aneddoti da raccontare sugli hipster della tv che provavano a prendere la mia idea e edulcorarla per renderla digeribile a un pubblico televisivo. Provarono a fare una forma di sussunzione dei contenuti in un certo senso e se si vede come sta cambiando il modo di comunicare il cibo adesso quelle mie intuizioni compaiono sempre di più nella narrazione attuale. Dal canto mio non potevo mediare il lavoro, perché era per sua natura scritto nel solco delle ricerche di De Martino e Gramsci da un punto di vista teorico e nelle ricerche dei maestri della cultura come De Seta, Olmi e tutti gli altri. Non c’era possibilità di alleggerire, imbellire, patinare. Il cinema documentario restava l’ultima soluzione ma in un certo senso la migliore, perché permette di sintetizzare formalmente tutta una ricerca in una ora e quarto. La gestazione è stata lunghissima ma piena di emozioni grazie al contributo di maestri del cinema italiano come Andrea Segre, Giogiò Franchini e grazie al prezioso supporto di Rai Cinema. 

Sei attivo anche sul fronte della formazione e, a quanto leggo, come ambassador di messaggi di innovazione sociale. Cosa è esattamente United Food of Milano?

Osservando i modelli evolutivi della cucina dell’occidente se si paragona ai processi storici passati si desume facilmente che la cucina popolare è intrinsecamente dinamica e meticcia. Si evolve per scambi e assimilazione di innovazioni altrui. Gran parte delle ricette italiane sono frutto evidente di scambi tra popoli (cous cous di pesce, sarde in saor, carciofi alla giudia, risotto alla milanese, etc). Questo perché se uno studia la cucina popolare italiana e la raffronta con le altre cucine popolari si accorge che i codici che sottengono i comportamenti attorno al cibo sono identici ovunque, dal Salento al Trentino, dal Vietnam all’Algeria, dalla Francia alla Giamaica. Le grandi metropoli occidentali raccontano questa strana contraddizione tra civilizzazione occidentale e culture ancestrali. Rifiutare questa evidenza è antistorico oltre che frutto di una degenerazione della tenuta di una democrazia. Il mio attivismo sull’antirazzismo va di pari passo a quella per la salvaguardia delle tradizioni, contro la vulgata generale che vede la tradizione in pericolo se messa in contatto con altre culture. La differenza è che io ho studiato per un decennio prima di formalizzare un pensiero di questo genere, loro no. 

Grazie e… hai in mente qualcosa su Torino? Nel caso, noi ci siamo!

Grazie per il supporto. Purtroppo ho presentato il film da poco, non so come e quando ci saranno occasioni. Ora ricomincio con il tour internazionale e con quello dei miei spettacoli. Vi aggiorno.

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Di cosa parliamo quando parliamo di food

a cura di Progettomenodue

Il cibo è fonte di energia, sostentamento e piacere. Che da esso dipenda il nostro benessere psicofisico l’avevano già capito gli antichi.

Dal mens sana in corpore sano passando per l’uomo è ciò che mangia di Feuerbach, oggi la svolta salutista sembra aver conquistato tutti.

Se negli anni del boom economico i nostri supermercati, sulla scia di quelli americani, si riempivano di cibo surgelato, precotto e in scatola, simboli di ritrovato benessere, oggi, tra le corsie, è un tripudio di etichette trasparenti e grosse scritte degli elementi bannati (RIP olio di palma).

Nelle capitali europee sono spuntati come funghi nuovi modelli di ristorazione dove dal classico panino o dal croissant si è passati a insalate di quinoa e granola.

Eppure, questo nuovo stile di vita non può essere catalogato come moda del momento: si tratta del risultato di un lungo percorso, caratterizzato dalla progressiva consapevolezza che, di fatto, ciò che ingeriamo influisce sul nostro organismo. Nel film-documentario del 2004, Supersize Me, il regista, Morgan Spurlock, si prestò a far da cavia per un esperimento: mangiare solo da McDonald’s per un mese e nella variante menù XL.

Gli effetti sul suo corpo, aldilà dell’aumento di peso, sono impressionanti.

All’interno del mondo si possono distinguere almeno tre macrogruppi.

I fast-eaters, persone che cercano un pasto bilanciato, comodo e veloce. Precursore in questo campo è stata la catena inglese Pret-a-manger che, con frutta porzionata, zuppe del giorno e ingredienti bio rappresentava un’alternativa salutista nel panorama dei fast food. Da lì si sono poi sviluppati concept molto simili: Natoo, Viva, Sweet Green, Jamba Juice.

Pret – a – manger

Evoluzione di questo fenomeno è rappresentato dal delivery in chiave salubre: c’è That’s Vapore, dove la cucina a vapore, in grado di preservare sapore e principi dei materiali originari, può essere gustata grazie alle partnership con Deliveroo e Foodora. Oppure Nutribees, ancora più specializzato visto che il menù è fatto su misura del cliente.

E’ forse tra le start-up più originali, nata in Italia dall’intuizione di un giovane barese, Mario Villani, che, dopo un’esperienza all’estero, torna in patria per consegnare cibo sano e personalizzato a domicilio. Il cliente, accedendo alla piattaforma, può scegliere se inserire il proprio piano redatto dal suo nutrizionista oppure affidarsi ad un algoritmo (messo a punto da un dietologo) per capire di cosa ha bisogno. Una squadra di cuochi professionisti prepara poi i piatti che vengono consegnati a casa.

Del secondo gruppo fanno parte invece quelli che privilegiano il km zero, convinti che questi prodotti siano più genuini e rispettosi del ciclo stagionale, oltre che sostenere un’economia circolare ed evitare gli sprechi.

Dai ristoranti con orto e/o allevamento incorporato ai GAS (gruppi di acquisto solidali), rete di persone che ordinano direttamente al produttore, creando rapporti di fiducia e di sostegno. Nell’ e-commerce si distingue Cortilia, servizio di spesa a domicilio che, con 110 mila utenti e 70 agricoltori coinvolti, spedisce cassette di frutta e verdura, rigorosamente di stagione e local.

Cortilia

E infine, c’è la variante deluxe, coloro che anche nel mangiare sono disposti a spendere e tanto. Selettivi, ricercati, attenti agli ingredienti del momento.

Se fino a poco tempo postavano su Instagram i loro smoothies di cavolo nero oggi sono alga spirulina e curcuma i nuovi must-have dei bar.

A Los Angeles, la nuova mania delle star di Hollywood sono i cosiddetti wellness shots, da bere in un sorso. Al posto della tequila, le nuove “ombre” sono concentrati di enzimi e vitamine. C’è anche chi li vende on line: 10 shots di curcuma, descritti come 60 ml di benessere quotidiano, costano 53 dollari. All’interno di questo gruppo, menzione a parte merita Plato, ristorante meneghino, dove, all’interno di un contesto elegante e raffinato, si può consumare un pasto a base di superfood, quei cibi che possiedono un quantitativo molto più elevato di proprietà nutrienti.

Plato, Superfood

Un menù per chic food lovers in cui sapori della tradizione si mescolano a ingredienti poco conosciuti come la moringa, una pianta indiana ricca di vitamina C (sette volte più di un’arancia). Specialità della casa sono i cosiddetti veli: sfoglie di farine speciali, senza lievito né glutine, farciti con ingredienti dolci o salati.Uno snack leggero e benefico che non dimentica il gusto e propone abbinamenti degni di un ristorante stellato.

Nutrire il corpo in maniera consapevole, scegliendo alimenti giusti che, allo stesso tempo, soddisfino il palato oggi è più facile.

Bisogna ammettere che noi italiani, in questo, siamo fortunati: la cultura alimentare e la biodiversità a tavola fanno parte del nostro patrimonio e non è un caso che alcune tra le persone più longeve al mondo vivano proprio nel Bel Paese. E’infatti la Sardegna a ospitare la più alta concentrazione di ultracentenari, i quali svelano che il segreto dell’elisir di lunga vita stia in un’alimentazione frugale, frutta e ortaggi autoctoni e un buon bicchiere di vino. Rigorosamente sardo.

La internet economy influisce sull’occupazione italiana. Secondo un’indagine di Coop, il 27% degli intervistati afferma di svolgere più lavori contemporaneamente e il 41% lo fa tramite app o piattaforme online.  

Il fenomeno del food delivery è una realtà sempre più forte nelle grandi città italiane,  generando un valore di 2 miliardi di euro.

Fino a poco fa questo mercato riguardava prevalentemente l’ordine di pizze, soprattutto durante il weekend. Oggi, invece, la consegna a domicilio di piatti pronti o prodotti alimentari ingloba un’ampia scelta di pietanze e cucine e coinvolge soprattutto la fascia di età tra i 25 e i 34 anni.

Diversi sono i plus: ampia scelta di prodotti, servizio veloce e immediato e pagamento veloce.  Il successo, tuttavia, è strettamente collegato alle nuove abitudini di vita, in modo particolare ai ritmi frenetici e il poco tempo per dedicarsi alla cucina.

Numerosi sono i players di  mercato: Deliveroo, Moovenda, JustEat e molti altri tra cui players nostrani inglobati velocemente in compagnie più grandi e multinazionali.

Foodora è un esempio di grande successo nel mondo delivery: una piattaforma di facile e rapido utilizzo,  sono pochi i passi da effettuare per arrivare all’ordine e pagare, e la puntualità della consegna è garantita. L’assistenza post ordine è di alto livello e il portale consente di monitorare il rider durante il percorso di consegna.

 

Foodora si basa su un modello di ordine e consegna: l’ordinazione si verifica attraverso un’applicazione o web. Il corriere più vicino prende in consegna l’ordine e lo porta a destinazione.

Il caso Foodora ha portato all’attenzione il cambiamento del lavoro nell’era della Sharing Economy.

Il lavoro, soprattutto dopo la crisi, si sta trasformando e si parla sempre più di Gig Economy, l’economia dei lavoretti, ovvero quando una persona svolge un lavoro saltuario, una prestazione su richiesta, per aumentare le proprie entrate. La diffusione dell’uso di app e web, infatti, ha reso possibile l’incontro tra domanda e offerta per definire un nuovo modello di lavoro. In Italia, dall’indagine sul mercato del lavoro, l’Istat conferma che nel 2010 le persone coinvolte nel lavoro occasionale erano 100.000, nel 2016 hanno raggiunto la quota di 1 milione e 800.000.

 

La internet economy influisce sull’occupazione italiana. Secondo un’indagine di Coop, il 27% degli intervistati afferma di svolgere più lavori contemporaneamente e il 41% lo fa tramite app o piattaforme online.

Oggi, ci si interroga sulla regolamentazione dei nuovi rapporti di lavoro, poiché si collocano tra lavoro da freelance e lavoro da dipendente.

D’altro canto, non si può ignorare la crescita della Gig Economy e le politiche dei governi dovranno adeguarsi.

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Applicare il blockchain all'e-commerce. Una formula rivoluzionaria per cambiare la certificazione di prodotti e transazioni.

Anche il Made in Italy, e in particolare il comparto food, sempre più spesso trova un forte alleato nella Blockchain, capace di garantire la qualità dei cibi attraverso una tracciabilità sicura e una certificazione affidabile, a garanzia dei consumatori ma anche dei produttori, che possono così difendersi dai casi di contraffazione.

LorenzoVinci.it, negozio on line di prodotti enogastronomici, lancia una piattaforma per tracciarli e certificarli con la catena dei blocchi. “L’Italia può competere con i grandi produttori internazionali solo se fa leva sulla qualità” dice il cofounder Walfredo Della Gherardesca. Presto l’ICO per finanziare il progetto.

Della Gherardesca spiega che il modello è basato su un processo di certificazione indirizzato al coinvolgimento di una serie di aziende selezionate con prodotti di alta qualità e tradizione. Per ogni prodotto viene definito uno specifico protocollo, che da una parte traccia il metodo produttivo e dall’altra le proprietà organolettiche del prodotto finale: insomma, si certifica (attraverso controlli in azienda e analisi di laboratorio) come si ottiene il prodotto e con quali ingredienti.

Il processo di rilevazione e controllo basato sulla Blockchain si aggancia anche alle attività di vendita attraverso la piattaforma B2B. Quando un partner decide di vendere i prodotti, viene invitato a implementare il sistema di pagamento, la soluzione che permette di accettare e scambiare i Token che rappresentano l’asset di valorizzazione del progetto per la gestione degli scambi. È attraverso i token che si consolida il legame con i partner e i clienti.

Il token è una forma di “remunerazione” per chi lascia la propria opinione, per chi contribuisce a far crescere la conoscenza sui prodotti e sulla loro qualità. Se la comunità poi cresce e con essa crescono gli scambi, cresce anche il valore dei token. Ecco che vengono premiati coloro che entrano a far parte della community e con questo “premio” sono incentivati a comprare i prodotti che preferiscono.

 

 

 

a cura di Michela Turco
ll web, da solo, non basta! Il fisico rimane ancora il luogo dove si preferisce acquistare, quando offre un’esperienza di acquisito coinvolgente e al passo con le aspettative del consumatore.

A differenza del digitale, il retail fisico ha il vantaggio di poter contare sulla fisicità e dunque sulle possibili interazioni con i prodotti e le persone per suscitare emozioni e sentimenti.

Il design e l’architettura in store sono elementi che accentuano l’esperienza di scoperta e la comprensione dei valori del brand.

L’unicità dello spazio è essenziale, deve catturare il consumatore e saper comunicare un particolare lifestyle e un insieme di valori in cui il consumatore possa riconoscersi.

Il retail design ha, infatti, lo scopo di umanizzare gli spazi fisici, costruendo, arrichendo e incoraggiando nuovi rituali e nuove esperienze  che possano determinare una forte identità del brand. Il sistema di relazione con il cliente deve essere multicanale e multisensoriale: il consumatore viene coinvolto in un’esperienza a 360°, partendo dall’architettura del luogo, ai servizi offerti alla comunicazione.

Un esempio in cui l’Experience design la fa da padrone è  il nuovo concept store di Starbucks. I piani aziendali prevedevano un centinaio di aperture dedicate esclusivamente alle linee Reserve, tra cui Milano. Il nuovo format è dedicato alla torrefazione e all’educazione al buon caffè. Starbucks ha così pensato di riformulare la Coffee Experience attraverso un nuovo studio del design in store, al fine di creare un’esperienza unica per il consumatore. Si tratta di uno store premium focalizzato sull’esperienza nel core business dell’azienda: il caffè.  Una tasting room e uno spazio riservato alla torrefazione permettono al cliente di immergersi nel processo di lavorazione.

Nella parte di Experience Bar i clienti possono approfondire e degustare le varie miscele di torrefazione.

L’arma vincente degli store fisici, prendendo spunto da quanto fatto da Starbucks, sarà quella di realizzare un’esperienza immersiva per il cliente, che coinvolga i 5 sensi e lo renda partecipe di quali sono i processi produttivi.

 

 

 

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Come raccontarsi utilizzando una comunicazione responsabile?
WholeFoods è un’azienda nata nel 1976 grazie ad un’idea di John Mackey con l’obiettivo di offrire prodotti naturali, sani, attenti alle esigenze alimentari ed in controtendenza al Junk Food.

Whole Foods ha avuto la grande capacità di esprimere la propria identità e i propri valori attraverso contenuti strategici, un ingrediente chiave per il retailer che gli ha permesso di posizionarsi come la più grande catena tra i negozi specializzati in prodotti naturali e biologici.

Si tratta di un’impresa che ha saputo anticipare e promuovere i trends dei consumatori odierni, portatori di nuovi bisogni e nuovi atteggiamenti: bio, vegan, healthy, green comunicando l’importanza del mangiare sano e genuino sia offline che online. Il claim “We believe in real food”, infatti, rappresenta una forte attenzione verso un healthy lifestyle caratterizzato dal consumo di cibo locale e di stagione, enfatizzando la trasparenza della filiera dal produttore al consumatore.

Negli store fisici la comunicazione del comparto gioca un ruolo fondamentale all’occhio del consumatore. Il visual merchandising è di forte impatto e crea una chiara Brand Identity: la cura del display nel reparto dell’ortofrutta, con l’ausilio di cassette di legno e uso di paglia, accentua la freschezza e l’atmosfera tipica del mercato.

Di grande impatto è la comunicazione e informazione utilizzata in store, che racconta e supporta i valori aziendali quali la scelta di prodotti naturali “This entire section is 100% organic”, l’importanza nel comprare prodotti a Km zero “So close you can taste it- Buy Locals”, la valorizzazione dei produttori locali “Buy local and support small farmers”.

Le key words che ricorrono nell’in-store communication sono local, fresh, farmers, local producers, corporate responsibility.

Whole Foods ha creato, inoltre, un format “365” ideato per enfatizzare l’esperienza del cliente attraverso tablet che forniscono informazioni sui prodotti e robot per scegliere il proprio blend di tè preferito.

Non meno importante risultano la comunicazione e contenuti online. Grazie alla campagna “Values Matter”, la più grande attività di marketing messa in piedi da WholeFoods mira ad informare i consumatori, attraverso video realizzati ad hoc, sui valori del brand, i prodotti e la loro provenienza.

Una comunicazione che viene integrata a quella in-store promuovendo, ancora una volta, una forte passione per il mondo naturale e bio.

WholeFoods agli occhi del cliente diventa ambasciatore del benessere naturale e del mangiare sano.

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