Business e creatività: il bersaglio invisibile

“Vrrrroooom… l’aeroplanino… sta per arrivare… ahm!” .

Il cucchiaio si libra in aria, il bambino spalanca divertito la bocca.

Se vi è mai capito di vivere una situazione come questa, potete affermare con certezza di sapere cos’è la : la capacità di vedere l’invisibile.

Facoltà molto utile se vi trovate alle prese con un bambino inappetente, ma di importanza strategica per un business in grado di affrontare l’imprevisto nel presente e di progettare al meglio il futuro.

Volendo attingere a un riferimento più autorevole rispetto al cucchiaio volante, possiamo rivolgerci alla speculazione filosofica, in particolare alle parole di Arthur Schopenhauer che ne Il mondo come volontà e rappresentazione scrive:

“Il talento colpisce un bersaglio che nessun altro può colpire. Il genio colpisce un bersaglio che nessun altro può vedere”.

Ecco la prima distinzione fondamentale, quella tra talento e genio. Se, infatti, il talento può essere considerato come una dote innata di cui solo alcuni sono forniti, il genio si definisce come una facoltà che permette di vedere ciò che gli altri non vedono. Facoltà di cui ognuno può fare esperienza ogni volta che osserva il mondo attraverso la creatività, che a sua volta può essere accolta come metodo e, come tale, allenata e praticata.

Il termine creatività deriva dal verbo creare, da ricondursi alla radice sanscrita kar- = fare. Sempre in sanscrito, kar-tr  è  il creatore cioè “colui che fa dal nulla”.

Essere creativi, dunque, significa essere in grado vedere ciò che ancora non esiste e progettare il modo per realizzarlo. Una definizione ben lontana dall’idea riduttiva che intende la creatività come capacità di generare immagini accattivanti o slogan sorprendenti.

La creatività è la capacità di espandersi nel futuro a partire dalle condizioni presenti. Definizione che potremmo applicare anche a un altro termine: innovazione.

Includere la creatività nei processi di sviluppo del business significa aggiungere forza e strumenti nel modo di fare innovazione, intesa non solo come sviluppo tecnologico, ma anche come capacità di scoprire vie inesplorate per risolvere problemi inattesi.

In questo periodo, l’emergenza Covid ci ha posto con cruenza di fronte alla consapevolezza che l’imprevisto fa parte della nostra vita, e che l’unico modo per non esserne travolti è intenderlo come una componente con cui è necessario dialogare.

Solo grazie a un pensiero divergente possiamo adattarci all’inatteso ed elaborare nuove connessioni, aprirci alla conoscenza e individuare nuove opportunità nel fallimento, anticipare e prevedere il futuro, o almeno attrezzarsi nel modo migliore per affrontarlo.

Una piccola incursione nell’etimologia ci permette di scoprire che la parola futuro deriva dal latino futurus, participio futuro di esse: essere. Questo tempo verbale non esiste più nella lingua italiana, se non per i suoi residui in termini come duraturo, laureando, nascituro e così via. Il termine futuro indica quindi uno stato dell’essere, una condizione che attiene all’individuo nel presente e che ne anticipa ciò che sarà.

Quali sono dunque le condizioni perché si realizzi un “business del futuro”?

Sostanzialmente le stesse che permettono la nascita e lo sviluppo del pensiero creativo nei singoli individui: assenza di giudizio, ascolto, condivisione, confronto, esercizio di attività che stimolano l’acquisizione di punti di vista diversi e inediti.

Tutto ciò che serve, è già nell’impresa: risiede nelle persone che la compongono e che ne animano la vita con il loro lavoro.

Utilizzare creatività nel business significa estrarre i valori dell’azienda facendo parlare il lavoro di chi ha creato beni e servizi, le donne e gli uomini che li hanno progettati, prodotti, trasportati, venduti, chi se ne prende cura nel post vendita, gli stakeholder, la filiera e infine i clienti e gli utilizzatori: il contributo di ognuno compone una narrazione unica e personalizzata che, anche utilizzando tutte le potenzialità del digitale, può raggiungere, coinvolgere, emozionare e fidelizzare una comunità di persone.

Il segno del lavoro di tutti è quell’ “essenziale invisibile agli occhi” che permette alla storia dell’impresa di dare e darsi fiducia, condizione necessaria per progettare il futuro.

Tutti conosciamo Antoine de Saint Exupéry come autore dell’indimenticabile Piccolo Principe. Molti forse non sanno che il poeta aviatore scrisse vari altri testi, e che era solito portare con sé una valigetta, dalla quale si separò solo una volta, prima di partire per il suo ultimo volo. La valigia conteneva un abbozzo di romanzo, che venne pubblicato quattro anni dopo la sua morte. Si tratta de La Cittadella: un insieme di appunti, metafore e riflessioni.

Tra queste, Saint Exupery ce ne regala una di grande ispirazione:

“L’importante non è prevedere il futuro, ma renderlo possibile”.

Pensiamoci, la prossima volta che faremo volare un cucchiaio.

 

 

 

About the Author

I linguaggi sono il suo campo di specializzazione. All'attività di autrice, sceneggiatrice, headwriter per Rai, affianca attività di consulenza e formazione per le imprese, con particolari applicazioni nel campo del retail.
Un’intensità attività autorale e di scrittura l’ha vista autrice e regista di numerosi spettacoli teatrali e musical. Ha pubblicato il romanzo Mariposa per Divergenze editore, oltre ad alcuni saggi e libri per bambini e famiglie.